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MILANO: GEOGRAFIA DEI DIRITTI NEGATI
di lucmu (del 03/12/2005 @ 12:43:14, in Migranti&Razzismo, linkato 883 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 3 dic. 2005
 
Quanto è lontana Bari da Milano. Lì un sindaco si batte contro l’apertura del Cpt, invitando persino alla disobbedienza istituzionale. A Milano invece, città di fatto multietnica, dove il 14% della popolazione residente è immigrata e oltre un alunno su dieci nelle scuole cittadine è figlio di migranti, la giunta di centrodestra pratica una sorta di scontro di civiltà in salsa meneghina. E che dire dell’opposizione, cioè dello stesso schieramento politico del sindaco di Bari? Se escludiamo Rifondazione e qualche volta i Verdi e Comunisti italiani, sembrano prevalere perlopiù gli imbarazzi e i balbettii, per non parlare della vera e proprio sindrome bolognese che cova in casa DS.
Il risultato è che a Milano si è disegnata una sorta di geografia dei diritti negati, fatta di un lungo elenco di vie cittadine a simboleggiare il disastro della politica della “tolleranza zero”. Via Corelli, dove si trova il Cpt che a primavera ha visto la sacrosanta rivolta dei migranti reclusi. Via Capo Rizzuto, dove si trovava la baraccopoli abitata da rom e rasa al suolo senza troppi complimenti dalle ruspe del sindaco Albertini. Via Quaranta, sede di una scuola araba chiusa a settembre dal comune, in seguito alle parole scagliate dal signor Magdi Allam, che accusava i suoi oltre 300 studenti di essere niente di meno che dei futuri kamikaze.
E ora si è aggiunta all’elenco via Lecco, dove si trova lo stabile occupato da 250 rifugiati politici. Uomini e donne scappati dalle guerre che infestano i paesi del corno d’Africa e una volta arrivati in Italia hanno fatto la fine di molti altri come loro, cioè accolti perché profughi, ma poi abbandonati a loro stessi. Nel caso in questione erano finiti a sopravvivere in una ex-caserma sulla strada per l’aeroporto, tra immondizia, freddo e topi. Sono in realtà la punta di un iceberg, perché i rifugiati a Milano sono circa tremila. Non a caso, quella ex-caserma ha già iniziato a ripopolarsi con altri uomini e donne, disperati quanto loro.
La loro occupazione è un sorta di grido d’allarme, che ha sbattuto in faccia alla città la cruda realtà. E allora, apriti cielo! Politici di centrodestra e assessori a gridare allo scandalo e invocare lo sgombero. Ad esprimere subito solidarietà con i profughi e chiedere una soluzione, oltre ad Action che li accompagna nell’occupazione, soltanto Rifondazione, Verdi, Naga, Emergency e Arci, ai quali si sono aggiunti dopo una settimana Cgil e Casa della Carità. Per il resto è stato sufficiente che Dario Fo si recasse in via Lecco per scatenare l’ira dei dirigenti milanesi dei DS, fino a quel momento silenti, e far ripartire lo stucchevole ritornello della legalità.
E i profughi? Ebbene, continuano a stare in via Lecco, perché il comune si rifiuta di affrontare la situazione, ma nel frattempo il tempo passa e non c’è acqua, né riscaldamento e la situazione sanitaria si fa critica. I 250 di via Lecco non sono tuttavia una caso isolato in Italia. Anzi, come loro ci sono migliaia, vittime di una legge sul diritto d’asilo che non c’è.
In fondo Milano non è poi così diversa dal resto del paese. È semplicemente uno degli specchi possibili in cui leggere un presente pieno di nubi e un futuro tutto da costruire. Le aree metropolitane italiane stanno correndo velocemente verso un bivio. O si prosegue con una politica che esclude, clandestinizza e criminalizza, mentre contemporaneamente mette a disposizione delle imprese dei lavoratori ricattabili e sottopagati, per infilarsi così direttamente in un vicolo cieco per tutti e tutte, migranti o nativi che siano. Oppure si cambia strada, radicalmente.
A questo serve la manifestazione nazionale di oggi, a spingere dal basso, dai movimenti e dalla società civile verso un cambiamento radicale, le cui coordinate sono riassunte nella piattaforma del corteo. Serve a Milano e a Bologna, ma serve anche a Bari per rimanere meno sola. Serve a tutti noi, perché non vi può essere un progetto di società alternativo, laddove esiste un diritto speciale e non c’è uguaglianza di diritti di cittadinanza e sociali.