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MAYDAYPARADE A PROCESSO
di lucmu (del 06/03/2007 @ 16:48:07, in Movimenti, linkato 732 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 3 marzo e su il Manifesto (pag. Milano) del 6 marzo 2007
 
Ci risiamo, sta arrivando un altro processo e con esso l’ennesimo teorema politico. Il 16 marzo prossimo, infatti, si apre a Milano il procedimento contro 28 persone per fatti legati alla Mayday Parade del 2004.
Il vicesindaco meneghino, De Corato, ormai privo di deleghe importanti e impegnato a piazzare telecamere, non ha perso tempo per chiarire quale sarà il leitmotiv della strumentalizzazione politica. Così, “spezzoni eversivi no global”, “attivisti dei centri sociali” e rischi di “travaso verso il terrorismo” disegnano un oscuro scenario che finisce inesorabilmente per indicare nei soliti centri sociali e nelle manifestazioni di piazza il problema da eliminare.
D’altronde, l’impianto accusatorio del processo si presta benissimo, basato com’è sull’assemblaggio arbitrario di fatti diversi e distanti tra di loro. Troviamo quindi persone accusate di danneggiamenti e incendi, altre di aver semplicemente imbrattato i muri cittadini mediante bomboletta spray, così come attivisti e sindacalisti colpevoli di aver picchettato in mattinata alcuni supermercati che non rispettavano la chiusura del 1° maggio. Ci sono poi due ragazzi e due ragazze accusati di manifestazione non autorizzata, svoltasi però due settimane dopo la Mayday Parade. Ma la vera chicca è costituita senz’altro dalla riesumazione del Regio decreto n. 773 del 1931, con il quale cinque persone vengono accusate –e non stiamo scherzando- di aver distribuito “scritti e disegni nelle forme di volantini e striscioni reclamizzanti l’iniziativa ‘MayDay Parade’ contrari agli ordinamenti politici, sociali od economici costituiti nello Stato”. Cioè, sono sotto processo perché pubblicizzavano una manifestazione, peraltro regolarmente autorizzata!
Siamo di fronte a un procedimento dalla dubbia ratio giuridica, ma dall’inequivocabile valenza politica. Vale a dire, a finire sul banco degli accusati è la Mayday Parade. Questo fatto dovrebbe giustificare di per sé una reazione politica e civile ampia, ma in realtà c’è ben altro, poiché non è certo la prima volta che fatti processuali diventano strumento di battaglia politica contro i movimenti.
Rinfreschiamoci dunque la memoria. Dopo il mezzogiorno di follia dell’11 marzo scorso, 25 ragazzi e ragazze hanno subito quattro mesi di carcerazione preventiva. Un fatto senza precedenti nella storia recente della nostra città e una violazione bella e buona dei principi dello stato di diritto. Quella vicenda fu accompagnata da una campagna politica ossessiva e coerente che additava i centri sociali tout court come luoghi eversivi e ostili. E, inutile negarlo, quella campagna produsse dei risultati, perché è riuscita nell’intento di produrre isolamento politico.
Anche i recenti arresti dei presunti neobrigatisti sono stati accompagnati da strumentalizzazioni politiche di ogni tipo. Alcuni degli arrestati avevano la tessera della Fiom in tasca? E quindi avanti con gli interessati “inviti” alla Fiom di moderare i toni e di essere più mansueta, come se questo centrasse qualcosa. All’interno della stessa Confederazione di appartenenza si sono moltiplicate le voci che chiedono di rompere ogni rapporto con i movimenti sociali, in particolare con i sindacati di base e con i centri sociali. E anche questa campagna rischia di produrre dei risultati.
Beninteso, qui non si tratta di evocare inesistenti trame e complotti, bensì di cogliere e leggere una serie di dinamiche convergenti che tendono a produrre un senso comune ostile al conflitto sociale e a provocare isolamento e divisione tra le realtà di movimento. In altre parole, dopo l’esaurimento del ciclo delle grandi mobilitazioni –Vicenza a parte-, ora rischiamo la definitiva chiusura del varco aperto da Genova sei anni fa, con la recisione della rete di comunicazione e iniziativa tra movimenti e organizzazioni sociali diversi tra di loro. Questa ci pare essere la posta politica in gioco.

L’esperienza concreta ci ha insegnato che queste dinamiche non hanno trovato un granché di capacità di reazione, ma piuttosto un rassegnato chiudersi su sé stessi. Di questo passo, e non ci vuole molto a capirlo, il futuro non promette nulla di buono. Forse vale la pena parlarne.