Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Non possono certo bastare presidi, manifestazioni e appelli di fronte all’enormità della strage di migranti che si è consumata a Lampedusa, l’ennesima di una lunga e infinita lista. Ma ancora meno serve il silenzio, che anzi finisce per essere complice. E da qualche parte bisogna pure ri-partire, o no? Ben venga dunque ogni mobilitazione, a patto però che si schieri, che sia chiara e che indichi degli obiettivi concreti. Cioè, che si sottragga alle troppe ipocrisie e lacrime di coccodrillo di questi giorni, per non parlare dei soliti e infami proclami razzisti della Lega o peggio.
 
L’invito di trovarsi oggi alle ore 18 in piazza Duomo a Milano, lanciato da Arci, Naga, Todo Cambia, Ri-Make, Rivolta il debito, Immigrati autorganizzati, Ass. Dimensioni diverse, fa parte delle iniziative utili e da sostenere, perché indica chiaramente il problema, che è la politica della Fortezza Europa, la legislazione italiana che c’è (la Bossi-Fini, anzitutto) e quella che non c’è (una legge organica sul diritto d’asilo).
Vi invito a partecipare e a far circolare l’informazione.
Il testo dell’appello lo potete trovare in fondo e l’evento facebook qui: https://www.facebook.com/events/601391959923063
 
Inoltre, vi segnalo anche l’Appello per l’apertura di un canale umanitario fino all’Europa per il diritto d’asilo europeo, che registra già molte adesioni collettive e individuali. Basta cliccare sul link, leggere il testo e, se lo condividete, firmarlo on line. È facilissimo.
 
Ci vediamo in piazza Duomo.
 
Luciano Muhlbauer
 
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BASTA MORTI NEL MEDITERRANEO!
DIRITTO DI ASILO E ACCOGLIENZA PER TUTTE/I!
 
Le centinaia di morti della strage di migranti di giovedì scorso davanti alle coste di Lampedusa si aggiungono alle migliaia di vittime che hanno trovato la morte nel Mediterraneo negli ultimi vent’anni.
Morti dopo essere fuggiti da paesi sotto brutali dittature, da guerre (spesso combattute con armi made in Europe), dalla miseria accentuata da una crisi globale che viene scaricata sui più deboli. Morti anche solo per aver scelto di andare altrove.
Non possiamo più sopportare i morti, non possiamo più tollerare l’ipocrisia di chi piange le vittime provocate dalle politiche criminali e criminogene volute dall’ “Europa fortezza”, di chi parla e straparla di pace e vorrebbe che i militari (preferibilmente direttamente nord africani) pattugliassero le coste e impedissero lo sbarco delle/dei migranti sulle nostre coste, di chi ritualmente ripete “la UE non ci lasci soli”.
Chiediamo un cambio radicale delle politiche disastrose praticate finora, la cancellazione della legge Bossi-Fini, una legge organica e avanzata per il riconoscimento del diritto di asilo, un’immediata accoglienza di tutte/i coloro che sbarcano sulle coste e di coloro che fuggono da guerre, dittature, miseria.
 
Lunedì 7 ottobre, alle 18.00, troviamoci in piazza Duomo a Milano.
Portiamo tutte/i un lenzuolo, simbolo dei sudari che coprono i corpi delle/dei migranti uccise/i nel Mediterraneo ma che non possono coprire la vergogna di quelle politiche.
 
Questa è una proposta aperta a tutte e tutti, per una presenza senza bandiere e comunicativa.
 
È una proposta nata da Arci, Naga, Todo Cambia, Ri-Make, Rivolta il debito, Immigrati autorganizzati, Ass. Dimensioni diverse
 
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di lucmu (del 01/10/2013, in Politica, linkato 947 volte)
Il governo delle larghe intese è al capolinea, travolto da un evento più grande di lui, che purtroppo non è una rivolta popolare contro l’austerità, bensì il crepuscolo del ventennio berlusconiano. Comunque vadano a finire le manovre di palazzo di questi giorni, lo scenario non sarà più lo stesso. E così, ancora una volta, il cambiamento e il movimento vengono determinati a destra e in alto.
Non saremo certo noi a rimpiangere questo governo, anzi. Oggi in tutta Europa le grandi coalizioni, di nome o di fatto, rappresentano viepiù la forma tipica di governo al tempo della crisi, la garanzia suprema di un sistema politico chiuso a riccio e di un ordine economico e sociale sempre più diseguale ed escludente. In altre parole, le grandi coalizioni fanno parte del problema e non delle soluzioni.
Tuttavia, c’è poco da esultare, perché nel frattempo in basso e a sinistra si muove ben poco, c’è silenzio e immobilismo. Subiamo gli eventi, al massimo li rincorriamo. E questo significa che oggi e qui i movimenti sociali e le sinistre non determinano alcunché. Significa, anzi, che gli interessi, le aspirazioni e le aspettative di chi la crisi la sta già pagando a caro prezzo vengono relegati al margine dell’agenda politica, considerati sacrificabili e prescindibili. Lavoratori e lavoratrici, precari, studenti, disoccupati, chi si batte per la difesa del territorio e contro le speculazioni, siamo tutti e tutte prescindibili come soggettività, al massimo siamo un problema di ordine pubblico.
Se la partita si gioca tutta sul lato destro del tavolo, allora, qualsiasi sarà la composizione futura di governo e maggioranza, le priorità saranno sempre le medesime, cioè quelle che ci hanno portati fino a qui e che ci spingono ulteriormente nel baratro. Tanto per capirci, ora l’allarme conti pubblici consiste nel dover recuperare 5 miliardi di euro entro fine anno e sappiamo tutti cosa vuol dire per le nostre esauste tasche. Ebbene, ora provate ad immaginarvi cosa succederà quando scatteranno le nuove regole europee (approvate ovviamente in maniera bipartisan dal nostro Parlamento), che prevedono che l’Italia debba ridurre il proprio debito al ritmo di 40-50 miliardi all’anno (fiscal compact), versare al MES 125 mld in cinque anni e fare tutto questo rispettando il pareggio di bilancio. Secondo voi, chi sarà chiamato a pagare il conto?
Insomma, se questo è il loro autunno, il nostro qual è? Appunto, per ora tutto è alquanto fermo, non stiamo troppo bene e occhio e croce ne conosciamo anche i motivi. Quindi, inutile riepilogare quello che già sappiamo e cerchiamo piuttosto di capire se ci sono le possibilità e le condizioni per muoverci, per rimettere in campo i movimenti e la sinistra.
Tra il 12 e il 19 ottobre ci saranno alcuni appuntamenti nazionali che ci diranno qualcosa in più sullo stato delle cose a sinistra e nei movimenti. Ma andiamo con ordine. Il 12 ottobre ci sarà a Roma la manifestazione nazionale per la difesa e l’attuazione della Costituzione, lanciata dall’appello La via maestra, firmato da Rodotà, Landini, Zagrebelsky, Don Ciotti e Carlassare. Il 18 ottobre ci sarà lo sciopero generale del sindacalismo di base. Il 19 ottobre, sempre a Roma, ci sarà il corteo intitolato Sollevazione Generale, lanciato da Abitare nella crisi e diverse realtà di movimento, compreso quello No Tav con presenze dalla Val di Susa. In mezzo ci saranno diverse iniziative a carattere territoriale, alcune legate alle scadenze nazionali, e la mobilitazione nazionale degli studenti medi dell’11 ottobre (evento facebook per l’appuntamento milanese).
Sono tutti appuntamenti nati quando non c’era la crisi di governo e sono tutte iniziative che si pongono fuori e contro la logica delle larghe intese e delle politiche d’austerità. Ma ora tutte dovranno fare i conti con il nuovo scenario e con le responsabilità che derivano. In altre parole, in quella settimana si deciderà, almeno in buona parte, se in questo autunno le sinistre e i movimenti potranno essere soggetti in campo, in grado di incidere, oppure se saranno fuori dai giochi e destinati all’irrilevanza.
Sì, lo so, sono iniziative diverse tra di loro. Anzi, sono per molti versi in competizione tra di loro. E in rete è facile trovare le relative polemiche. Ma il punto importante non mi pare questo, perché non si tratta di capire se “vince” un’iniziativa o l’altra, bensì se le mobilitazioni, o almeno una di esse, saranno in grado di aprire in basso e a sinistra una spazio e un protagonismo politico. Poi, chi ha più filo da tessere lo tesserà.
Infatti, ambedue le scadenze rischiano di rimanere segnati dai limiti che, ahimè, pervadono la sinistra, quella politica e quella di movimento. Il 12 ottobre è un’ottima iniziativa, persino innovativa per le modalità di convocazione, ma non è affatto detto che l’incipit riuscirà ad essere più forte della palude dei ceti politici. Il 19 potrebbe rappresentare un punto di ri-partenza sul piano nazionale per i movimenti, che costituirebbe peraltro una boccata d’ossigeno per i movimenti ora stretti dalla repressione, come quello No Tav, ma rischia di non liberarsi dal fantasma del 15 ottobre di due anni fa (do you remember?).
Insomma, ottobre ci offre delle opportunità per il nostro autunno, ma anche dei tranelli e dei rischi. E come sempre, dipende da noi cosa ne facciamo.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
Post Scriptum del 2 ottobre: il governo delle larghe intese è ancora in piedi. Dopo capriole e contrordini a raffica, alla fine, Berlusconi ha dato la fiducia al governo che voleva sfiduciare. Il crepuscolo berlusconiano ha per ora risparmiato il governo, trasferendo le sue convulsioni direttamente in casa Pdl. La buona notizia (se proprio vogliamo cercarne una) è che per prima volta Berlusconi ha dovuto chinare pubblicamente il capo. Per il resto, rimane purtroppo interamente valido il ragionamento sopra svolto, perché i giochi si sono fatti tutti sul lato destro, mentre a sinistra sembriamo quelli che stanno seduti in platea a guardarci un film. E, ovviamente, continuano ad esserci il governo delle larghe intese e le politiche d’austerità, come prima.
 
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Si chiamava Pavlos Fyssas, aveva 34 anni, faceva il cantante hip hop con il nome Killah P, era un antifascista e militava nell’organizzazione di sinistra Antarsya. Stanotte, in un quartiere periferico di Atene, è stato assassinato a coltellate dai neonazisti di Alba Dorata.
Un delitto infame, ma anche un delitto ampiamente annunciato, perché al di là di luogo, circostanza e identità della vittima era purtroppo soltanto questione di tempo perché l’escalation di violenze da parte del partito neonazista greco, Alba Dorata, sfociasse nell’omicidio. Aggressioni a migranti, gay e militanti della sinistra sono ormai all’ordine del giorno e soltanto una settimana fa è stata sfiorata la tragedia, allorché un gruppo di militanti del KKE (partito comunista greco) è stato aggredito a freddo e a suon di sprangate.
D’altronde, i neonazisti sono galvanizzati dal consenso che riescono a canalizzare in una Grecia devastata dalle politiche d’austerità della Troika (siedono in Parlamento e i sondaggi li danno al 13% delle intenzioni di voto) e dalle ampie complicità di cui godono all’interno della polizia greca. Insomma, sono un fenomeno in preoccupante crescita, come ci ricorda anche l’ottima inchiesta di Leonardo Bianchi, Nazisti sull’orlo del potere. Il caso Alba Dorata, pubblicata pochi giorni fa su MicroMega.
Alba Dorata è sicuramente un caso estremo, ma non certamente unico. In tutta Europa i movimenti neofascisti, neonazisti e razzisti trovano oggi nuovi spazi e a volte, appunto, riescono a riempirli, come ad esempio in Ungheria. Ed è per questo, anzitutto, che ci deve preoccupare quello che accade in Grecia e altrove, perché anche qui ci sono la crisi e le politiche d’austerità e anche qui ci sono spazi che si aprono per ideologie e gruppi nazifascisti. E il fatto che qui i gruppi militanti neofascisti e neonazisti siano allo stato tutto sommato piccoli e marginali non cambia di una virgola il problema, poiché anche Alba Dorata era fino a pochi anni fa soltanto un gruppuscolo insignificante, dalla consistenza organizzativa ed elettorale non dissimile da Forza Nuova.
Ed eccoci a noi, cioè al nostro problema. Già, perché anche il più distratto degli osservatori si è ormai accorto che vi è una certa inflazione di iniziative, manifestazioni e raduni di ispirazione nazifascista in Lombardia e nell’area metropolitana milanese. Loro vedono e sentono i nuovi spazi che si aprono e quindi si comportano di conseguenza. Ma quello che forse non stupisce, ma sicuramente preoccupa molto, è che a sinistra e, in generale, nell’opinione pubblica democratica sembrano essere venuti meno gli anticorpi, a tutto beneficio della banalizzazione e della sottovalutazione.
Non intendo certo aprire qui una riflessione sulle ragioni di questo stato di cose, che sono molteplici e peraltro stranote, dal tempo che passa al vuoto culturale a sinistra, ma voglio piuttosto insistere sulla ormai inderogabile necessità di ricostruire gli anticorpi, cioè l’antifascismo.
Ebbene sì, perché ultimamente succedono delle cose preoccupanti dalle nostre parti e alle consuete sottovalutazioni (“ma cosa vuoi che sia?”, “ma ignoriamoli”, “il fascismo è cosa di altri tempi” ecc. ecc.) si sono aggiunte nuove e più insidiose varianti, come i nazi sono “un partito come un altro” e quindi, in nome della libertà e della democrazia, si concedono spazi pubblici a iniziative nazifasciste, come è avvenuto di recente a Cantù. Cioè, intendiamoci, un conto è che lo facciano esponenti istituzionali provenienti da esperienze neofasciste, ma ben altra cosa è che lo facciano anche amministratori pubblici di formazione democratica, come il Sindaco di Cantù. E non importa un fico secco che il raduno di Forza Nuova a Cantù sia stato un mezzo fiasco o che il Sindaco, al di là delle tante chiacchiere, fosse soltanto interessato a un po’ di pubblicità personale (purché se ne parli, diceva qualcuno che se ne intendeva). No, importa che un altro argine sta cedendo, proprio quando ci sarebbe bisogno di ricostruire gli argini!
A proposito, siccome l’antifascismo non sembra più andare di moda, qualcuno ha pensato bene di osare il colpo grosso, come ha denunciato l’Osservatorio democratico sulle nuove destre: un concerto nazirock in pieno centro Milano, al Teatro Manzoni, il 16 dicembre prossimo. L’iniziativa è sempre del giro Lealtà Azione, cioè l’organizzazione di copertura milanese dei neonazisti Hammerskin, e i buoni uffici sono dei consiglieri provinciali dei Fratelli d’Italia, Turci e Capotosti. Insomma, come volevasi dimostrare, quando cedono gli argini…
 
Oggi ad Atene c’è dolore e rabbia tra gli antifascisti, nella sinistra, tra i democratici. Noi siamo vicini a loro. Ma non basta, dobbiamo fare la nostra parte qui. E questo significa anzitutto indicare e comprendere il problema, porre fine ai cedimenti culturali e politici, prima che sia troppo tardi, perché i nazisti e i fascisti non sono un “partito come un altro”.
 
Luciano Muhlbauer
 
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La vicenda della Hydronic Lift di Pero (MI) ha conquistato le prime pagine di giornali e tv nell’ultima settimana di agosto, perché si trattava di uno di quegli ignobili casi estivi, dove l’imprenditore aveva deciso di chiudere l’azienda e licenziare il personale, senza preavviso e mentre i lavoratori erano in ferie.
Infatti, i 19 operai della Hydronic Lift di Pero, che produce componenti idraulici per ascensori, si erano salutati il 2 agosto, dandosi appuntamento al rientro al lavoro. D’altronde, non vi erano particolari motivi per preoccuparsi, visto che la Hydronic il suo prodotto lo vendeva e aveva mercato. E poi, l’azienda non aveva mai parlato di chiusure ed esuberi. Eppure, mentre i lavoratori erano in ferie, proprio nella settimana di ferragosto, sono arrivate a destinazione le lettere, con le quali l’azienda li informava di aver avviato la procedura di cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività. Quindi, quando i lavoratori si sono presentati per la ripresa del lavoro, cioè lunedì 26 agosto, hanno trovato il cancello dell’azienda chiuso con catene e lucchetti. Da allora i lavoratori stanno presidiando lo stabilimento giorno e notte.
Poi è arrivato il 10 settembre quando, dopo un incontro con l’azienda all’Associazione industriali di Saronno, dove semplicemente è stata ribadita la chiusura senza fornire motivazioni degne di questo nome, gli operai hanno rimosso catene e lucchetti e sono entrati nello stabilimento per verificare la situazione. Ed è stato così che hanno scoperto che non solo erano stati licenziati mentre erano in ferie, ma anche che la proprietà aveva svuotato la fabbrica! Via tutto, sia i pezzi finiti, che i macchinari.
Tuttavia, al di là del metodo meschino, che la dice lunga sulla statura morale di una certa imprenditoria nostrana, rimane la domanda del perché di questa chiusura e del licenziamento dei 19 operai. Già, perché la Hydronic Lift non è sparita e continua a vendere il suo prodotto. Infatti, il personale amministrativo di Pero è stato trasferito alla sede di Gallarate, mentre la produzione tolta a Pero è stata girata ad altre aziende, alcune di fatto controllate dalla Hydronic, altre terziste. 
Insomma, per farla breve, visto che la chiusura e i licenziamenti non sono motivati dalla crisi o dal mercato che non tira più ecc., la vera ragione sembra essere piuttosto la circostanza che gli operai dello stabilimento di Pero sono tutti sindacalizzati e per giunta con la Fiom. Cioè, qualcuno avrà pensato bene di approfittare della generale crisi occupazionale –nonché delle ferie estive- per liberarsi del fastidio di avere in azienda operai troppo sindacalizzati.
E tutto questo, come è evidente, rende non solo ancora più inaccettabile i licenziamenti, ma dimostra soprattutto che una soluzione lavorativa per i 19 ci può essere.
L’azienda non vuole sentire ragioni e le istituzioni che contano, dal Ministero e alla Regione, per ora fanno finta di non vedere la realtà che si cela dietro la vicenda di Pero. Ma gli operai continuano il presidio, non accettano giustamente questo incredibile e indecente stato delle cose.
Ecco perché c’è bisogno di solidarietà, di non lasciarli da soli e di non lasciare che cali il silenzio su questa porcata. E per questo è stata organizzata una serata di solidarietà ai cancelli della Hydronic Lift di Pero per questo sabato. Eccovi le coordinate:
 
Sabato 14 Settembre – ore 20.00
davanti ai cancelli della Hydronic Lift
Via Vespucci n.10 – Pero (MI)
 
Concerto a sostegno dei lavoratori in lotta dei Ciapa No + Special Guest
Birra e Salamelle per contribuire alla cassa di resistenza
 
 
Fate girare per favore e, se potete, fateci un salto!
 
Luciano Muhlbauer
 
in allegato la locandina dell’iniziativa
 

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Il raduno neonazista del 12-14 settembre si farà. Non dalle parti di Milano o di Monza, come avrebbe voluto Forza Nuova, bensì nella più periferica Cantù, in provincia di Como.
Le proteste e la mobilitazione di Anpi, antifascisti e comunità ebraica, nonché la netta opposizione di molti amministratori locali, a partire dal Sindaco di Milano, che evidentemente non intendeva ripetere la poca edificante vicenda del concerto naziskin di Rogoredo del giugno scorso, hanno dunque sortito l’effetto di spingere il “Festival Boreal” verso nord.
Bene, perché non li avremo tra i piedi a Milano. Ma detto questo, non mi pare proprio il caso di esultare o di gridare alla vittoria. Prima di tutto perché il raduno nazi si farà comunque e Cantù, in fondo, si trova a meno di un’ora di macchina dal capoluogo lombardo. E poi, lo spostamento a Cantù ha messo in evidenza un altro problema, anzi, uno dei problemi principali. Già, perché non solo le Prefetture di Milano e Como, cioè il Ministero degli Interni, hanno lavorato per dribblare le proteste e garantire l’agibilità politica al raduno nazifascista, ma questo si terrà addirittura in uno spazio pubblico gestito dal Comune, il “Campo Solare”.
È stata una scelta del Sindaco di Cantù, Claudio Bizzozero, che peraltro non è nemmeno un uomo di destra o un leghista, anzi. Secondo lui, “Forza Nuova è un movimento politico legalmente costituito e che partecipa normalmente alle elezioni nazionali, regionali (e a Cantù persino comunali) ed in quanto tale, va conseguentemente trattata esattamente come ogni altra forza politica legalmente costituita ed operante nel nostro paese” (la dichiarazione completa del Sindaco la trovate sul suo profilo fb: https://www.facebook.com/claudio.bizzozero).
 
E così, passando da Milano a Cantù, senza quasi accorgercene, siamo passati dal “non possiamo impedire il raduno perché si svolge in un luogo privato”, utilizzato a piene mani nelle ultime occasioni da Prefetti, Questori e Sindaci, alla concessione di luoghi pubblici perché i neofascisti e i neonazisti sono “un partito come un altro”.
 
Già, il nocciolo della questione sta proprio qui: abbiamo una Costituzione antifascista, nata dalla lotta di liberazione dal nazifascismo, ma la legge ordinaria in materia è a dir poco vaga e elastica (e ancora più elastica è la sua applicazione). Qui, a differenza di quello che accade in Germania, nemmeno il saluto romano o l’esibizione di simboli nazifascisti viene perseguito, salvo in casi più unici che rari.
È per questo che dalle nostre parti raramente le autorità hanno impedito raduni o manifestazioni di questo tipo e quando questo è successo, i divieti erano motivati quasi sempre da “motivi di ordine pubblico”.
Il Sindaco Bizzozero ha dunque ragione in punto di diritto, ma ha torto marcio da un punto di vista politico e culturale, perché considerare i gruppi nazifascisti e razzisti (e ne arriveranno di ogni risma dall’Europa) “uguali” a qualsiasi altro partito o movimento, significa non voler vedere, non voler capire quello che sta accadendo in questi anni in Europa e non ricordare quello che era accaduto nel secolo scorso.
Ma tutta questa vicenda evidenzia anche i limiti degli appelli che invocano i divieti per le iniziative nazifasciste, perché alla fine della fiera ottieni un risultato soltanto se riesci a mettere in campo una pressione politica, culturale e di piazza sufficientemente forte. In altre parole, l’antifascismo, così come tutti i valori positivi associati ad esso, deve ri-vivere nel corpo della società, nella testa e nel cuore delle persone, e non solo quando c’è un raduno nazi, ma tutti i giorni, in tutti i luoghi. Non c’è alternativa se vogliamo fermare la proliferazione di iniziative, raduni e manifestazioni nazifasciste sul nostro territorio, anche perché finito questo raduno, ne arriverà un altro e poi un altro ancora ecc. ecc.
 
Tutto questo ragionamento, comunque, non assolve Prefetti, Questori e Sindaci come Bizzozero, né esime noi dal dover continuare a muoverci contro il raduno nazi di Cantù. E quindi, segnalo la manifestazione antifascista promossa dall’Anpi regionale e milanese a Como, per giovedì 12 settembre alle ore 18.00 (i dettagli qui: http://anpimilano.com/2013/09/09/12-settembre-manifestazione-antifascista-a-como/#more-3766).
 
Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 09/09/2013, in Lavoro, linkato 936 volte)
Gli operai del presidio della Jabil di Cassina de’ Pecchi hanno rioccupato la fabbrica. Lo hanno annunciato stamattina con uno stringatissimo comunicato, in cui denunciano l’incredibile atteggiamento della Nokia Siemens Networks (NSN) che di fatto impedisce che alla ex Jabil si ricominci a lavorare.
I lavoratori e le lavoratrici stanno presidiando lo stabilimento da ormai due anni, non hanno mai smesso di lottare per il lavoro, hanno difeso con i loro corpi i macchinari (vedi tentato blitz del 27 luglio dell’anno scorso) e si sono attivati in mille modi per contribuire alla costruzione di soluzioni concrete. E prima dell’estate una soluzione sembrava effettivamente vicina, visto che si era fatto avanti un imprenditore intenzionato a far rivivere quello stabilimento. Anche il Comune di Cassina e quelli limitrofi sostenevano la soluzione e, appunto, c’erano pure i macchinari, difesi e ri-conquistati dagli operai e dalle operaie.
Ma le cose andavano per le lunghe, un po’ perché le istituzioni, cioè Ministero e Regione Lombardia, brillavano per pochezza di impegno e, soprattutto, perché la NSN trascinava i tempi. E senza la Nokia Siemens non si può chiudere, essendo lei la proprietaria dell’area e dei capannoni (Jabil era un’esternalizzazione della NSN). E così, approfittando della crisi politica esplosa al Comune di Cassina in seguito alla recente bocciatura del Pgt, ha di fatto esplicitato il suo boicottaggio di una soluzione.
Tutto ciò è incredibile e offensivo, visto che la transnazionale non solo sta di fatto chiudendo i suoi stabilimenti italiani, a partire da quello sempre di Cassina, ma impedisce persino che possa riprendere il lavoro laddove aveva già fatto terra bruciata.
 
Esprimo la mia completa solidarietà agli operai e alle operaie che oggi hanno ripreso il controllo dello stabilimento, al fine di salvaguardare l’integrità dei macchinari e lanciare un chiaro segnale a tutti quanti, compresi Ministero e Regione, affinché si chiuda in tempi brevi un accordo che possa far riprendere il lavoro alla ex-Jabil.
 
Oggi lo stabilimento è occupato e i lavoratori sono in assemblea. Quindi sapremo nel corso della giornata o al massimo domani come andrà avanti la mobilitazione. Comunque, una cosa è certissima: la mobilitazione va avanti finché non si trova una soluzione positiva.
Pertanto, l’invito a tutti e tutte è quello di seguire le notizie che vengono dalla ex Jabil, al fine di poter dare il nostro contributo solidale alla mobilitazione quando ci sarà bisogno.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Il comunicato degli operai:
 
Oggi 8 Settembre 2013 gli operai Jabil di Cassina de Pecchi hanno rioccupato la fabbrica.
Nokia aveva venduto gli operai di Cassina de Pecchi alla Jabil per poterli licenziare facilmente.
Nokia aveva fatto i conti senza gli operai.
Nokia ha alzato il tiro sulle condizioni per riportare gli operai in fabbrica.
BASTA
Gli operai hanno occupato la fabbrica e sono riuniti in assemblea permanente dentro i reparti che avevano lasciato quando la trattativa con Nokia sembrava a buon punto.
Nokia ora ha cambiato idea o ha sempre bluffato.
Gli operai della Jabil in presidio permanente fanno sul serio.
 
Gli operai Jabil in presidio permanente
 
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Appello pubblicato su il Manifesto il 3 agosto 2013
 
L’accordo firmato il 23 luglio 2013 tra Expo 2015 Spa e i sindacati confederali e di categoria è stato salutato dalla voce dei firmatari e dalla stampa come esperimento pilota a promozione del lavoro giovanile, un prototipo garante dei diritti dei neoassunti. Tolte le paillettes e i lustrini, questa lettura cade e si svela l’anima profonda dell’accordo: violazioni delle norme vigenti, arretramento dei diritti e svuotamento di tipologie contrattuali sono la componente principale dell’accordo, mosso dalla convinzione che la deregolamentazione del lavoro sia la strada maestra per favorire la ripresa economica e la formazione di nuovi posti di lavoro.
Prendiamo il ricorso massiccio all’apprendistato: questa tipologia contrattuale viene scelta non tanto per favorire la formazione e la creazione di nuove professionalità, ma per regolarizzare chi lavora con un inquadramento inferiore, quindi con una retribuzione minore e con uno sgravio contributivo pressoché totale per l’azienda. Di solito l’apprendistato avviene in luoghi di lavoro stabili, per cui è probabile la trasformazione a tempo indeterminato. I profili professionali qui previsti per questa tipologia contrattuale (Operatore Grande Evento, Specialista Grande Evento, Tecnico Sistemi di gestione Grande Evento) sono legati alla realizzazione di ulteriori grandi eventi per cui le possibilità di un’assunzione stabile sono altamente improbabili. In sostanza siamo di fronte ad uno svilimento dell’istituto dell’apprendistato stesso, malgrado l’elogio di quest’ultimo che in tempi recenti si è ripetuto nel dibattito politico.
Un altro punto enfatizzato nei giorni scorsi riguarda la novità della casuale che giustificherebbe il ricorso al contratto di lavoro e tempo determinato e alla somministrazione del lavoro a termine, che dovrebbe riguardare l’80% dell’organico complessivo. Si tratta di una operazione strumentale, fatta per promuovere questa modifica in chiave generale e in altri contesti, priva di utilità concreta visto che il D.P.R. 7 ottobre 1963, n.1525, attuativo della legge 230/62 sui contratti a termine, già prevedeva al punto 45 la possibilità di ricorrere a contratti a termine per Fiere ed Esposizioni, categoria nella quale Expo 2015 ricade.
Anche lo stage, che prevalentemente viene dedicato all’apprendimento, appare qui come una delle tante forme di lavoro mascherato, con un profilo formativo del tutto imprecisato, di fatto retribuito con 516 euro mensili, naturalmente presentati come rimborso spese, più un buono pasto giornaliero di 5,29 euro.
Infine è previsto un utilizzo massiccio del volontariato (18.500 unità) del tutto gratuito (salvo eventuali rimborsi spese) quale «espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo». Il compito dei volontari, però, non è quello di assistere persone in difficoltà, ma di fornire un normale servizio di accoglienza per i visitatori della mostra. Il nome esatto in questo caso è lavoro gratuito: esempio plateale di un «agire comunicativo-relazionale» indispensabile al funzionamento dei grandi eventi ma del tutto svalutato. Riteniamo che un simile accordo rappresenti un pericoloso precedente che contrappone il lavoro ai diritti. Come le grandi opere depauperano il territorio, così il lavoro gratuito e l’iper precarizzazione dei contratti frantumano il futuro delle nuove generazioni e demoliscono conquiste ottenute con anni di lotta.
Non a caso, il ministro del Lavoro ha sfruttato l’occasione per auspicare l’abolizione della causalità dei contratti a termine, per chiedere la rapida conversione del decreto Letta-Giovannini e per premere verso un secondo decreto nel mese di settembre. Chiediamo che venga respinta l’idea – già avanzata da governo e parti sociali – di una generalizzazione, tramite contrattazione o addirittura per via legislativa, del modello Expo ad altri contesti che sarebbe un ulteriore colpo al diritto del lavoro nel nostro Paese. La moltiplicazione di nuovi plotoni di precari specializzati e di vittime del lavoro gratuito è esattamente ciò di cui il nostro Paese non ha bisogno.
 
Piergiovanni Alleva, Giuliana Beltrame, Roberto Ciccarelli, Giuseppe De Marzo, Andrea Fumagalli, Alfonso Gianni, Giovanni Giovannelli, Marcello Guerra, Roberto Maggioni, Enzo Martino, Sandro Medici, Luciano Muhlbauer, Roberto Musacchio, Monica Pasquino, Emanuele Patti, Livio Pepino, Marco Revelli, Umberto Romagnoli, Luca Trada, Guido Viale
 
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In democrazia, anche quando questa è un po’ malmessa, come nel nostro caso, non dovrebbe essere mai lecito ricercare una soluzione militare a un problema politico. E lo Stato non dovrebbe mai cedere alla tentazione di delegittimare il dissenso, criminalizzandolo. Invece, in Val di Susa tutto questo sta pericolosamente accadendo da un po’ di tempo e questa mattina, tirando in ballo accuse come “terrorismo” e “eversione”, è stato decisamente superato il livello di guardia.
La cronaca ci parla di dodici perquisizioni ai danni di altrettanti attivisti No Tav, in Val di Susa e a Torino, legate alle recenti mobilitazioni e motivate dalle ipotesi di reato di cui all’art. 280 del codice penale, cioè “attentato per finalità terroristiche o di eversione”…
Non si tratta semplicemente di un’accusa esagerata, anche se indubbiamente lo è,  ma di qualcosa di più grave e preoccupante. E il fatto che quella accusa sia saltato fuori proprio ora, a soli due giorni dalla marcia degli oltre 3mila No Tav, che ha visto la partecipazione di molti amministratori della Valle, la dice più lunga di mille parole sul senso, o il non senso, di scelte di questo tipo.
L’obiettivo dell’operazione non è colpire “i violenti”, bensì il movimento nel suo insieme, che è fatto di abitanti della Valle, anzitutto, ma anche di attivisti che vengono da fuori. In quel movimento puoi trovare l’antagonista, così come il Sindaco. E le cose non sono separabili, come ha peraltro ricordato la conferenza stampa dei Sindaci No Tav del 25 luglio scorso.
Quello che non si perdona alla Val di Susa e al movimento No Tav è il fatto che esista e resista ancora, che non si sia frantumato o diviso, che abbia mantenuto radicalità e consenso. Con la sua esistenza e resistenza ricorda quotidianamente a un paese colpito duramente dalla crisi e dall’austerity l’assurdità di una grande opera tanto inutile, quanto costosa per le casse pubbliche. E, così facendo, ricorda anche l’assurdità di una politica governativa, su questo da sempre attestata sulle larghe intese, che continua ad insistere, sorda alla voce del movimento e alla ragione, arrivando persino a compiere lo scempio della militarizzazione di una valle in tempo di pace.
Molto si dirà e si scriverà ancora sul provvedimento della Procura torinese di questa mattina, ma il senso di quello che sta accadendo mi pare chiaro e limpido sin d’ora.
Così come chiara e limpida deve essere da subito la solidarietà con il movimento No Tav, perché questo è il momento di non lasciarlo da solo, perché non possiamo e non dobbiamo permettere che gli venga appiccicato addosso l’etichetta del “terrorismo”.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Pensavamo che fosse una vicenda chiusa, consegnata definitivamente all’archivio delle cose tristi e ignobili da non dover rivedere mai più. Pensavamo che i ladri di lapidi appartenessero a un’altra epoca della storia cittadina, che ormai non fosse più possibile sfregiare la memoria di una generazione, di più generazioni. Ci eravamo sbagliati, perché dove non era riuscita l’arroganza e la prepotenza di Albertini e De Corato, ora rischia di arrivarci la sciatteria politica. E così, rieccoci, sette anni più tardi, a dover riparlare della lapide a Giuseppe Pinelli.
In piazza Fontana ci sono due lapidi che ricordano Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico fermato dalla polizia nell’ambito dei primissimi depistaggi seguiti alla strage del 12 dicembre 1969. Pinelli non uscì vivo dalla Questura, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, durante gli interrogatori, era precipitato da una finestra del quarto piano. All’inizio la polizia parlò di suicidio, ma quella tesi era palesemente insostenibile. Gli anarchici, la sinistra extraparlamentare e i movimenti parlarono di omicidio. Le vicende processuali si conclusero, invece, con una spiegazione più unica che rara, cioè Pinelli sarebbe volato fuori dalle finestra in virtù di un “malore attivo”, che avrebbe alterato il suo “centro di equilibrio”.
Ebbene, la prima lapide, quella originale, fu collocata in piazza Fontana nel 1976, porta la firma “gli studenti e i democratici milanesi” e recita “Ucciso innocente nei locali della Questura di Milano”. L’altra lapide è molto più recente ed era destinata, nelle intenzioni di Albertini e De Corato, a sostituire quella storica. Porta la firma del Comune di Milano e recita “Innocente morto tragicamente nei locali della Questura di Milano”.
E all’inizio sostituirono effettivamente la lapide, nel senso che una notte di marzo del 2006, come dei ladri di pollo, gli uomini del Comune rimossero la lapide originaria e misero al suo posto quella nuova e diversa. Ma la manovra non passò, per fortuna ci fu una sana reazione e alcuni giorni più tardi, il 23 marzo, militanti anarchici e della sinistra milanese rimisero la vecchia lapide, di cui esisteva un’altra copia, al suo posto. Da allora in piazza Fontana ci sono due lapidi, quella giusta, che parla della verità storica e della memoria dei milanesi, e quell’altra, che parla della totale mancanza di rispetto e dell’assenza di spessore morale degli amministratori milanesi di quegli anni.
Appunto, pensavamo che la vicenda si fosse chiusa lì, a maggior ragione dopo il 2011 e la fine del ventennio berlusconiano-leghista-postfascista a Milano. Ma poi, quando meno te l’aspetti, ecco che rispunta. Le cose sono andate così: in vista del 20° anniversario della strage di via Palestro del 27 luglio del ‘93, il Consiglio Comunale discute una mozione proposta da David Gentili, presidente della commissione antimafia, che propone di sostituire la dicitura generica dell’attuale targa con quella più precisa di “vittime di una strage mafiosa volta a ricattare lo Stato”. Tutti d’accordo, ovviamente, ma a questo punto Manfredi Palmeri, consigliere centrista e presidente del Consiglio Comunale ai tempi di Moratti, tira fuori un emendamento integrativo che dice che anche tutte le altre targhe esistenti a Milano dovranno essere modificate, “inserendo nel testo la verità giudiziaria affermata”.
A questo punto il gioco dovrebbe essere chiaro. Infatti, Pdl e Lega si schierano subito con l’emendamento, Sinistra per Pisapia e Sel sono contrari e la stessa Giunta comunale dà parere negativo. Eppure, succede l’incredibile e il Pd, insieme al radicale Cappato e l’ex IdV Grassi, dà vita a una sorta di larghe intense in salsa meneghina e vota a favore dell’emendamento, facendolo approvare. La mozione così modificata viene infine approvata dal Consiglio Comunale il 15 luglio e soltanto 7 consiglieri (Sinistra per Pisapia, Sel, Elisabetta Strada della lista civica per Pisapia e due consiglieri del Pd, Fanzago e De Lisi) non partecipano al voto in segno di dissenso rispetto a quell’emendamento.
A questo punto, De Corato giustamente gongola e chiede “la rimozione della targa degli anarchici in piazza Fontana, che non riporta la verità giudiziaria”, mentre qualcun altro non perde tempo in chiacchiere e corre in piazza Fontana ad imbrattare la lapide a Pinelli, trasformando l’ucciso in uccisosi
 
Il Circolo Anarchico Ponte Della Ghisolfa ha indetto un presidio in piazza Fontana, per oggi mercoledì 24 luglio, alle ore 18.00, “contro chi vorrebbe la rimozione della lapide a Pinelli e la cancellazione della verità”. Penso che abbiano fatto bene ad organizzare l’iniziativa e che bisogna parteciparvi, per dire e ribadire sin da subito che quella lapide non si tocca.
 
Un’ultima cosa. Che non si dica che era doveroso approvare quell’emendamento e che sia giusto riportare sulle lapidi e sulle targhe solo “verità giudiziarie affermate”. La storia e la memoria non sono fatti burocratici e la verità giudiziaria non coincide necessariamente con la verità tout court, specie quando parliamo della strategia della tensione nel nostro paese.
Applicando quel criterio, cosa si dovrebbe scrivere sulle lapidi che ricordano le vittime della strage di piazza Fontana o di quella di piazza della Loggia a Brescia, visto che dopo quattro decenni di processi la “verità giudiziaria affermata” dice che non ci sono colpevoli? Dovremmo forse scrivere un cosa tipo “Scusate, ma non è stato nessuno” e rimuovere ogni riferimento allo Stato e ai fascisti?
E se l’unica verità consentita è quella “giudiziaria affermata”, come mai persino il Presidente della Repubblica, Napolitano, aveva sentito il bisogno di dire, a proposito delle stragi senza colpevoli, che c’era sì “il tormento di una giustizia incompiuta", ma anche che "una verità storica si è conseguita”? Oppure, perché Napolitano, invitando nel 2009 la vedova Pinelli a Quirinale, aveva voluto includere Pinelli tra le vittime della strage di piazza Fontana, dicendo “si compie un gesto politico e istituzionale. Si rompe il silenzio su una ferita non separabile da quella dei 17 che persero la vita a piazza Fontana”?
Tante domande e forse qualcuno dovrebbe iniziare a rispondere.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Mentre l’attenzione generale è rivolta a congressi di partito e processi eccellenti, a scandali kazaki e padani (dove il vero scandalo sta nel fatto che Alfano e Calderoli stiano tuttora al loro posto), ci sono alcuni dirompenti provvedimenti che avanzano silenziosi e imperterriti, incuranti del pantano politico. Di cosa stiamo parlando? Semplice, dell’unica ricetta, a parte l’austerità, di cui le classi dirigenti lombarda, italiana ed europea sembrano disporre in questi tempi di crisi, cioè precarietà, precarietà e ancora precarietà.
E nulla sembra poter fermare questo mantra bipartisan, né il fatto che i lunghi anni di applicazione di questa ricetta, in Italia e in Europa, abbiano dimostrato la sua totale inefficacia rispetto agli obiettivi dichiarati (occupazione, competitività, ripresa), né le periodiche grida di allarme, ipocritamente altrettanto bipartisan, di fronte alla pubblicazione di dati sempre più allarmanti, come quelli recentissimi dell’Ocse, che ci dicono che il 53% dei giovani sotto i 25 anni che lavorano, lo fanno ormai con un contratto precario. No, tutto ciò non ha alcuna importanza e il coro continua a ripetere: più flessibilità (del lavoratore, si intende), meno diritti, meno salario.
Ma, a questo punto, vediamo cosa succede concretamente in questa estate. In realtà, stiamo parlando di due discussioni e due percorsi diversi, ma talmente intrecciati tra di loro che finiscono per alimentarsi a vicenda: il cosiddetto decreto lavoro del Governo Letta-Alfano (Decreto Legge n. 76 del 28 giugno 2013) e la discussione sui contratti flessibili in vista di Expo 2015. Ambedue, a un solo anno di distanza dalla riforma Fornero, ri-affrontano il tema dei contratti di lavoro a termine e ambedue spingono nella medesima direzione, cioè verso l’allargamento della sfera dei contratti precari, a discapito di quella del contratto a tempo indeterminato.
Insomma, non stiamo parlando di un tema qualsiasi, ma del tema centrale e strategico in materia di mercato del lavoro, di diritti del e nel lavoro e di livelli e sicurezza della retribuzione. Inoltre, va sempre ricordato che il nostro ordinamento continua a definire il “contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato” come forma tipica, considerando dunque quella a tempo determinato come atipica. Ecco perché, dal pacchetto Treu in poi, cioè dal lontano 1997, tutta la partita si è sempre giocata sul questo terreno.
Ma andiamo con ordine.
 
Il Decreto Legge n. 76/2013
Come ogni decreto legge, anche il n. 76 necessita di essere convertito in legge. E ciò deve avvenire entro il 27 agosto, con l’approvazione da parte di ambedue i rami del Parlamento. Vale a dire, tutta la discussione avverrà tra fine luglio e fine agosto, come in tutti i cult della serie “come smantellare i diritti dei lavoratori”…
A proposito di questo decreto si era parlato sui media anzitutto per l’aspetto degli incentivi, ma molto poco per quello dei contratti a tempo determinato. Anche la lettera aperta al Segretario Pd Epifani da parte del Prof. Piergiovanni Alleva era stata sostanzialmente ignorata dai media, sebbene il giuslavorista usasse toni particolarmente forti e allarmanti, definendo il decreto lavoro il “più micidiale attacco mai portato ai diritti dei lavoratori” e accusando il Governo Letta di “ipocrisia”.
In estrema sintesi e senza perderci in troppi tecnicismi, il nodo della questione consiste nella questione della “acausalità”, della durata dei contratti e degli intervalli tra un contratto e l’altro. Cioè, siccome per il nostro ordinamento il contratto a tempo determinato è appunto atipico, la legge (Dlgs n. 368 del 6 settembre 2001 e successive modificazioni) prevede che il ricorso a questo debba essere motivato da cause “di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili alla ordinaria attività del datore di lavoro”. Ovviamente, nella realtà di tutti i giorni queste cause vengono spesso aggirate e negli anni si sono stratificate delle eccezioni normative a queste cause. Per esempio, l’attuale regime (così come modificato dalla Riforma Fornero del 2012) prevede che in caso di “primo rapporto a tempo determinato, di durata non superiore a dodici mesi” possa essere derogato al principio della causalità. Inoltre, la norma attuale prevede che ci debba essere un intervallo, una pausa, tra la fine di un contratto a termine e la riassunzione dello stesso lavoratore con contratto a termine da parte dello stesso datore di lavoro: 60 giorni in caso di contratti da 6 mesi e 90 in caso di contratti di durato superiore (termini però derogabili in alcune situazioni specifiche).
Ebbene, il DL n. 76/2013 interviene anzitutto sulla durata dei contratti “acausali”, mantenendo ferma in linea di principio la durata dei 12 mesi, ma prevedendo poi un micidiale meccanismo di deroga, praticamente senza confini e affidato alla contrattazione tra le parti sociali, persino a livello aziendale! Per capirci, di fatto viene esteso anche a questo campo la “contrattazione di prossimità”, cioè quel famigerato meccanismo previsto dall’art. 8 del DL 138/2011, voluto e imposto a suo tempo dall’allora Ministro Sacconi, d’accordo con la Cisl di Bonanni. E immaginatevi che cosa potrà succedere nella realtà reale, in un confronto a livello aziendale tra Rsu (o Rsa) e padrone, in piena crisi…. Provate a indovinare chi avrà la meglio nel 90% dei casi…
Il DL 76 interviene poi sugli intervalli tra un contratto e l’altro, riducendoli a 10 giorni nel caso di contratto da 6 mesi e a 20 giorni negli altri casi. Tuttavia, anche questi limiti sono liberamente derogabili da accordi tra le parti, compresi quelli aziendali. Cioè, la pause potrebbero anche essere azzerate.
 
Expo 2015
A guardare bene, in questo caso siamo di fronte a un vero e proprio paradosso. La richiesta di avere deroghe e “più flessibilità” in materia di contratti di lavoro era partita da Milano, dov’è localizzato l’evento, ed era stata motivata con la temporaneità della nuova occupazione generata dall’evento. Tuttavia, la discussione al riguarda si è svolta e si svolgerà a Roma…  
Inizialmente il Presidente di Confindustria e il Pdl, attraverso il solito Sacconi, ora Presidente della Commissione Lavoro del Senato, volevano addirittura inserire tali richieste nel DL 76, mediante alcuni emendamenti che avrebbero accentuato ulteriormente gli aspetti che abbiamo sopra esposto (reiterazione di contratti “acausali” per 36 mesi, apprendistato corto ecc.), rendendo così le “eccezioni” milanesi immediatamente generali.
Questo era però un po’ troppo anche per il Pd delle larghe intese e per una Cgil che a suo tempo aveva ufficialmente osteggiato la logica dell’articolo 8 di Sacconi, mentre ora di fatto l’ha accettata nelle ipotesi contenute nel DL 76. E poi, anche la Cisl aveva brontolato.
Insomma, alla fine non ci saranno emendamenti targati Expo al DL 76, ma in cambio è stato avviato un tavolo nazionale specifico tra le parti. La road map è questa: appuntamenti intermedi con il Ministro il 30 luglio e il 29 agosto, chiusura del tavolo entro il 15 settembre. Se ci sarà un accordo tra le parti bene, altrimenti interverrà il Governo.
Nessuno ha la sfera di cristallo e non sappiamo ovviamente come vada finire questo tavolo, ma è evidente che la conclusione non potrà essere migliorativa rispetto al DL 76 e che si tratterà soltanto di capire di quanto sarà peggiorativa e, soprattutto, quale sarà l’estensione geografica e temporale delle ulteriori “deroghe”.
 
In conclusione, in armonia con le indicazioni della Bce e con gli interessi del padronato nostrano, si sta realizzando un ulteriore e pesantissimo assalto al contratto a tempo indeterminato. E la questione non è astratta o ideologica, ma estremamente concreta e pratica. Infatti, non si capisce proprio che beneficio possa esserci per l’occupazione, quando si allargano talmente tanto i confini del contratto a tempo determinato, da renderlo utilizzabile liberamente anche in casi di esigenze produttive continuative. In altre parole, l’impresa assumerà sempre il medesimo numero di lavoratori (nella misura in cui assume, ovviamente), ma lo farà sempre di più con contratti a termine, invece che con contratti a tempo indeterminato.
Insomma, rendendo normale e tipico il contratto precario, non si incide sui livelli occupazionali, ma si danneggia il lavoratore e la lavoratrice, favorendo esclusivamente la parte padronale. Infatti, quando vieni strutturalmente licenziato/riassunto ogni X mesi, tutti i tuoi diritti e tutele previsti dalla normativa vigente (Statuto Lavoratori, art. 18, sicurezza sul lavoro, diritto di sciopero o, più banalmente, la possibilità di protestare quando non ti pagano tutte le ore lavorate…) non sono più esigibili. Cioè, tu puoi ovviamente esigerli, ma lui può non riassumerti….
 
Luciano Muhlbauer
 
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