Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
di lucmu (del 11/01/2015, in Politica, linkato 305 volte)
Questo è il vecchio blog di Luciano Muhlbauer e contiene tutti i post dal 2005 al dicembre 2014. Funziona ora come archivio storico. Se vuoi visitare il nuovo blog allora vai su www.lucianomuhlbauer.it
 
di lucmu (del 19/11/2014, in Politica, linkato 885 volte)
A Milano tira brutta aria, volano le manganellate. Anzi, stando ai titoli di stampa e tv sembra quasi di trovarsi guerra. È un crescendo mediatico impressionante, che non si ferma neanche di fronte all’ennesima alluvione, fatto di notizie di scontri e  violenze, di dichiarazioni allarmistiche e di preoccupati editoriali, come quello del Corriere di sabato scorso che ha ammonito “niente tuffi nel passato”, buttando nel calderone un po’ di tutto: gli scioperi, la Fiom, gli studenti, i No Tav, le occupazioni e l’assalto a un circolo Pd.
Il manganello non produce soltanto teste rotte, ma anche senso, narrazione. Nel nostro caso una narrazione che fa sparire i problemi, il confronto, la politica e le persone, tenendo in piedi soltanto due protagonisti, le forze dell’ordine e le forze del caos. Insomma, un modo efficace e collaudato per non dover parlare di quello che succede, delle responsabilità e delle possibili alternative e soluzioni.
Guardiamo a quello che è avvenuto il 14 novembre. C’è stato lo sciopero sociale e quello della Fiom. È stata una riuscitissima giornata di mobilitazione popolare contro le politiche del governo Renzi, con i 60mila lavoratori al corteo della Fiom e gli oltre 5mila studenti a quello della sciopero sociale. Cortei diversi, ma che hanno dialogato, anche con un intervento dal palco dei metalmeccanici. Tanta gente, tanta rabbia e determinazione, ma nessun problema, almeno finché non è arrivata la sconcertante e improvvisa decisione della Questura di Milano di impedire con la forza al corteo studentesco di proseguire sul percorso autorizzato. Le conseguenti manganellate avrebbero poi scritto la storia mediatica della giornata, ridotta a scontri, “antagonisti infiltrati” e agenti feriti.
Ben più pesante è però la martellante campagna che accompagna l’annuncio prefettizio di procedere a 200 sgomberi di appartamenti occupati nelle case popolari. Tutto quello che non va nelle case popolari milanesi è stato condensato in un'unica e indistinta figura di nemico: l’occupante abusivo. Non si distingue più, tutto uguale, dall’occupante che paga una “indennità di occupazione” al delinquente di turno, dalle famiglie in stato di necessità ai furbetti, dai movimenti per la casa al racket.
Se le cose stanno così, ovviamente non rimane che il manganello. Lunedì è toccato al quartiere Giambellino, martedì al Corvetto e avanti così. E ogni sgombero è un nuovo allarme mediatico. Un gioco pericoloso che non risolverà nemmeno mezzo problema, ma che in cambio consentirà ai responsabili della situazione di assolversi e fare facile campagna elettorale (Salvini e Lupi docet).
Già, in questo clima emergenziale chi parlerà ancora dell’enorme buco di bilancio dell’Aler Milano provocato dalla cattiva gestione del centrodestra regionale, di cui l’arresto per concorso esterno in associazione mafiosa dell’allora assessore alla casa della giunta Formigoni-Lega è rimasto triste simbolo? E quanti si ricordano dei tanti appartamenti tenuti sfitti per lunghi anni, delle manutenzioni mai fatte o dell’abbandono di interi quartieri popolari? E, ovviamente, nessuno si ricorderà dei molti accordi presi con i sindacati inquilini e mai rispettati.
Oggi si agita il manganello non per schiacciare un’opposizione forte, che non c’è, ma per impedire che un’opposizione sociale possa diventare forte, allargarsi e organizzarsi. O semplicemente perché non si noti troppo il vuoto della politica che c’è. Comunque sia, sarebbe il caso che si levassero finalmente delle voci per fermare i manganelli. Libera l’ha già fatto e non si capisce proprio perché altri non lo facciano.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 27/05/2014, in Politica, linkato 1573 volte)
La lista Tsipras ha superato il 4% e dopo tanti anni a sinistra si è fatta finalmente una ciambella con il buco. E questo è buono. Nella Europa in crisi, come ampiamente previsto, c’è complessivamente uno spostamento a destra, con tanto di neonazisti che entreranno nel Parlamento di Strasburgo. E questo è malissimo. In mezzo a queste due considerazioni c’è tutto il resto e soprattutto c’è la vera sfida degli anni a venire, cioè la ri-costruzione di un orizzonte e di un progetto di sinistra per uscire dalla crisi, in Italia e in Europa.
Non voglio proporvi qui un’analisi dettagliata del voto, cosa che si farà altrove, ma semplicemente condividere alcune prime riflessioni sulle tendenze che emergono da queste elezioni, che ci confermano che siamo di fronte a un quadro politico in forte e rapido movimento (e non potrebbe essere altrimenti, visti i tempi). E questo rende ancora più necessario muoverci rapidamente –e bene- anche noi.
Ma andiamo per punti.
 
1. La crisi economica, sociale, politica e culturale che scuote le società europee ha trovato nelle destre uno dei suoi principali interpreti. Non è una destra omogenea, anzi, faticheranno a trovare un punto di convergenza stabile, ma la tendenza è netta e preoccupante, a partire da quel 25% ottenuto dal Front National in Francia. Ma in fondo anche il risultato della Lega qui da noi è indicativo, perché il recupero di consenso, non solo in termini relativi, ma anche in voti assoluti, è stato realizzato riposizionando la Lega su un discorso politico più classicamente di destra radicale. E poi, nel Parlamento europeo entreranno anche i neonazisti, non solo quelli greci di Alba Dorata, che hanno realizzato un 9.4%, ma persino un tedesco. Vabbè che i nazi tedeschi del Npd hanno conquistato il seggio con un misero 1%, ma il dato simbolico è indubbiamente forte.
 
2. Dal voto continentale emerge però anche un dato positivo e interessante. La sinistra antiliberista, quella che si pone fuori e contro la politica delle larghe intense, dell’austerità e dello smantellamento del welfare e dei diritti, di fatto si rafforza rispetto a prima. Non c’è solo il grande e trainante risultato di Syriza in Grecia, che con il 26.6% diventa il primo partito (il Kke ne prende un altro 6,1%), ma c’è anche il 10% della sinistra plurale nello Stato spagnolo (poi ci sarebbe anche l’8% della nuovo formazione di Podemos), il 7,4% di Die Linke in Germania, il 6,3% del Front de Gauche in Francia. Senza dimenticare l’ottimo risultato delle sinistre portoghesi (12,7% la coalizione Pcp-Pev e 4,6% il Bloco de Esquerda) o il 17% dei consensi conquistato dal Sinn Féin di Gerry Adams in Irlanda. Insomma, a parte la Grecia, non siamo certamente alla sinistra che sfonda, ma siamo a una sinistra che c’è e da cui si può ricominciare. E il 4% della lista Tsipras qui da noi, fa parte di quel pezzo di mondo.
 
3. In Italia il risultato elettorale è sicuramente un piccolo terremoto. L’affermazione del Pd di Matteo Renzi è chiara e anche la sconfitta del M5S di Grillo lo è. La destra ex o ancora berlusconiana è malconcia. Le percentuali dicono molto, ma i voti assoluti dicono di più. Rispetto alle politiche del 2013, pur con meno elettori che si sono recati alle urne, il Pd conquista 2,5 milioni di nuovi voti, mentre il M5S ne perde 2,9 milioni. È probabile, quindi, che siamo di fronte all’apertura di una nuova fase politica e non a una semplice parentesi e proprio per questo il 4% della lista Tsipras è maledettamente prezioso.
Sì, certo, ora qualcuno mi dirà che in termini di voti assoluti rispetto al 2013 anche le sinistre hanno perso consenso, che la lista è andata bene nelle grandi città ma non nelle province (a Milano un buon 6.5%, ma in Lombardia un poco esaltante 3.5%, per esempio) o che il 4% è stato superato per un soffio. Ed è tutto vero. Ma la politica non è fatta soltanto di numeri, ma anche di tendenze, di emozioni, di obiettivi. Ebbene, aver realizzato dopo tanti anni di delusioni un obiettivo, cioè superare lo sbarramento, e di averlo fatto in condizioni non certo favorevoli, visto che il richiamo al voto utile per il Pd ha funzionato alla grande e che la lista Tsipras è stata di fatto ignorata dal dai media, penso sia un segnale importante e un’iniezione di fiducia che fa più che bene.
 
Insomma, l’Europa e l’Italia che ci troviamo di fronte non ci fanno certamente entusiasmare, anzi, e la durezza della crisi e dei rapporti di forza sociali ci promette un futuro difficile. Ma bisogna anche saper leggere e apprezzare i piccoli segnali positivi, i raggi di luce. E che ci sia una sinistra europea, che è anche capace di risalire la china e rinnovarsi, è un fatto incoraggiante che dovrebbe consigliare un po’ di lungimiranza anche in casa nostra.
Ora arriva il difficile, cioè non disperdere l’esperienza della lista e trasformarla in un punto di partenza per rifare una sinistra politica degna di questo nome in Italia. Sarà dura, certo, il Pd di Renzi esercita una forte attrazione, come tutti i corpi dotati di grande massa, e anche l’esodo verso l’astensionismo può affascinare in questi tempi, per non parlare dei nostri mille limiti. Ma non abbiamo alternative, anzi, ora abbiamo pure una possibilità. Vale la pena provarci.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
Domenica andrò a votare e voterò L’Altra Europa con Tsipras. Non precisamente uno scoop, direte voi, ma penso sia bene esplicitarlo e motivarlo, non solo perché oggi non c’è più nulla di scontato, ma soprattutto perché voglio proporvi di fare altrettanto.
Tanti uomini e donne che si sentono di sinistra, che praticano cose di sinistra o che semplicemente vorrebbero vedere qualcosa di sinistra sono oggi in dubbio, in forte dubbio, se andare a votare o per chi andare a votare. Non occorrono sondaggi per saperlo, basta guardarsi attorno e ascoltare.
Non c’è niente di strano in tutto questo, anzi, sarebbe probabilmente strano il contrario, e non serve a nulla, come invece alcuni si ostinano a fare, mettersi a elencare le presunte o reali malefatte altrui o demonizzare la scelta dell’astensionismo. E non ha nemmeno senso cercare di vendere una realtà che non c’è, tanto tutti sanno come stanno le cose e soltanto nelle fiabe basta un bacio per trasformare il rospo in principe. Quindi, voglio tentare di fare un’altra cosa, cioè cercare di convincervi che andare a votare la lista Tsipras ha un senso, che è persino utile.
Ha un senso, anzitutto, in prospettiva europea. Sì, lo so, sebbene si tratti di eleggere il Parlamento europeo, di Europa non parla quasi più nessuno qui da noi e quando se ne parla praticamente tutti premettono che sono contro l’austerità, il fiscal compact eccetera, compresi quelli che fino a stamattina hanno detto e fatto l’esatto contrario. Ma al di là delle finizioni e degli abbagli e addirittura al di là di Bruxelles e di Strasburgo, l’Europa c’è e pesa e sarà a quel livello, in quella dimensione che si combatteranno gran parte delle battaglie che contano. Sull’economia, sul welfare, sul lavoro, sui diritti, sulle libertà dei cittadini e delle cittadine.
Oggi tutti i paesi del continente sono attraversati da una crisi micidiale: è la crisi del modello neoliberista che si è fatta crisi complessiva, culturale, sociale, politica e democratica. C’è dunque una terribile urgenza di costruire un’alleanza, un campo di forze politiche e sociali che delineino a livello continentale un’alternativa e una via d’uscita da sinistra. Altrimenti, l’uscita dalla crisi sarà a destra e le ultime tendenze e indicazioni confermano purtroppo che stiamo parlando di cose molto concrete, dai sondaggi che danno in testa i fascisti del Front National in Francia fino alla preoccupante crescita del consenso ai nazisti di Alba Dorata in Grecia.
Ebbene, l’unica lista che domenica troverete sulla scheda elettorale e che vi propone un’alleanza continentale del genere è L’Altra Europa con Tsipras. Se ci saranno eletti italiani e italiane di questa lista siederanno nel gruppo che farà riferimento al candidato alla presidenza della Commissione Ue, Alexis Tsipras, insieme ai deputati greci di Syriza, a quelli tedeschi di Die Linke, a quelli francesi del Front de Gauche, a quelli spagnoli di Izquierda Unida, a quegli irlandesi del Sinn Féin eccetera eccetera. Sarà un gruppo non piccolo e non marginale e sarà la voce di sinistra antiliberista più consistente a livello europeo.
In altre parole, votare la lista Tsipras in Italia significa rafforzare un progetto alternativo all’Europa dell’austerità e ai progetti xenofobi, nazionalisti o peggio delle destre: altro che voto inutile!
Poi c’è anche la dimensione e la crisi italiana, mi direte. Verissimo. Ma a parte il fatto che l’Italia non è un astronave che vaga solitaria nello spazio e che quindi vale sempre il discorso di cui sopra, c’è anche il piccolo problema che oggi in Italia non esiste una sinistra politica di qualche rilevanza. E non si può bypassare il problema, perché anche questa campagna elettorale ha evidenziato che l’assenza di una tale sinistra politica ha di fatto trasformato la più importante delle questioni, cioè quella sociale, in una mera comparsa.
Certo, la lista Tsipras non è la nuova sinistra politica, non è un prodotto finito e pronto all’uso. È molto più modestamente un tentativo di fare le cose diversamente, di mettere insieme invece che di dividere. Se supererà lo sbarramento del 4% e manderà rappresentanti italiani a rafforzare la sinistra europea, allora l’ottimismo della volontà sarà stato premiato e forse le cose in futuro saranno meno difficili. Ovviamente, se non si supererà il 4% continuerà lo stesso il lavoro per rifare una sinistra politica in Italia, ma sarà un pochettino più difficile e ostico.
Insomma, anche da un punto di vista meramente italiano, il voto alla lista L’Altra Europa con Tsipras ha più che senso.
 
Infine, se siete arrivati fino a qui e avete deciso di votare (o avevate già deciso di farlo), allora c’è la questione delle preferenze.
Già, le preferenze, perché in questo caso possiamo darne fino a un massimo di 3 (per info su come votare andate sulle pagine dedicate del Comune: http://elezioni.comune.milano.it/). Quindi avete ampie possibilità di esprimervi.
Molti mi chiedono che nomi indicherò sulla scheda. Ve ne segnalo solo uno, perché penso sia importante, come scelta politica e di schieramento, specie in questo momento di insano clima repressivo: voterò sicuramente Nicoletta Dosio, valsusina e attivista del Movimento No Tav.
Per conoscere tutti i candidati e tutte le candidate della lista Tsipras nel collegio Nord Ovest, andate qui: www.listatsipras.eu/candidati/collegio-nord-ovest.html
 
Spero di avervi convinti o, almeno, di avervi proposto un ragionamento utile.
 
Buon voto.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
P.S. se volete approfondire il ragionamento sulla dimensione europea, vi segnalo due miei interventi di oltre tre mesi fa, parte di una stimolante polemica con Aldo Giannuli: Con Tsipras, senza esitazione, per un’altra Europa e La dimensione europea del conflitto non è un optional.
 
 
di lucmu (del 26/03/2014, in Politica, linkato 928 volte)
L’Expo si farà, non c’è alcun dubbio. O meglio, quasi tutti faranno di tutto perché si faccia, comunque. Troppi si sono esposti, troppe risorse sono state mobilitate e troppe promesse sono state fatte nel suo nome. E quindi, non c’è scandalo attuale o futuro che tenga, indietro non si può tornare. Ma tutto il resto, cioè cosa sarà esattamente Expo e, soprattutto, cosa ci lascerà in eredità, è un problema più che mai aperto. Anzi, è il problema.
 
Ma iniziamo da quello che Expo sicuramente non sarà. Cioè, non sarà quella cosa presentata a suo tempo al Bie e ostentata da Formigoni, Moratti e Penati nella grottesca Victory Parade del 2008. Il progetto originario è stato ripetutamente tagliato, ridotto e modificato. Vi ricordate, tanto per fare degli esempi, delle vie d’acqua navigabili, della linea metropolitana M6 o dell’orto planetario? Ebbene, oggi non solo tante cose non ci sono più, ma anche molte delle opere connesse sopravvissute non saranno pronte per l’evento.
Colpa della crisi, dirà qualcuno. Certo, la crisi ha peggiorato la situazione, ma il percorso era viziato sin dall’inizio. Infatti, una cosa era il progetto presentato per farsi assegnare l’Expo, ma ben altra faccenda era la realtà fatta di prepotenti appetiti immobiliari e speculativi, di cui lo scontro istituzionale tra l’allora Sindaco di Milano, Letizia Moratti, e l’allora Presidente regionale, Roberto Formigoni, ambedue di centrodestra, era un fedele riflesso. Eravamo solo nel 2009, ma già allora un preoccupato Corriere della Sera titolava Expo, l’occasione (quasi) perduta.
 
Oggi e qui, quando manca soltanto un anno all’evento, Expo si presenta come un grande pasticcio. Un pasticcio pesantemente contaminato dal malaffare e dalle infiltrazioni malavitose. E non si tratta di quisquilie che si possano liquidare con un’alzata di spalle. Quando il Prefetto di Milano parla di 34 imprese allontanate dal 2009 ad oggi (appalti M5, Teem, Pedemontana, sito Expo) e scrive alla Commissione parlamentare antimafia che c’è “una tendenza che si sta delineando e sempre più consolidando di una penetrazione nei lavori Expo di imprese contigue, se non organiche alla criminalità organizzata”, allora la soglia di allarme è già oltrepassata.
E poi c’è l’affaire Infrastrutture Lombarde (Ilspa) e la decapitazione del suo vertice ad opera della Procura di Milano, che sta destabilizzando fortemente Expo e gettando ulteriori pesanti ombre sulla gestione dell’evento. E non potrebbe essere diversamente, considerato il ruolo della società nella gestione degli appalti e il fatto che Ilspa è controllata al 100% da Regione Lombardia. E solo un ingenuo può pensare che sia finita qui, perché l’inchiesta è destinata ad allargarsi. Tanto per fare un esempio, in un’informativa della Guarda di Finanza il comportamento del Commissario Unico di Expo, Giuseppe Sala, viene definito “né irreprensibile, né lineare”.
Ma tutto questo marciume era davvero imprevedibile e inevitabile? Certo, viviamo nel mondo in cui viviamo e nessuno ha la bacchetta magica, ma è altrettanto vero che buona parte del marcio di oggi è il frutto delle condizioni e dell’ambiente in cui il progetto Expo era nato. Oggi a Milano abbiamo per fortuna un Prefetto attento alla lotta contro le mafie, ma vi ricordate che ancora nel gennaio 2010 l’allora Prefetto -e attuale Presidente dell’Aler Milano-  Gian Valerio Lombardi dichiarò che dalle nostre parti la mafia non esisteva?
Oppure avete presente il sistema politico-affaristico formigoniano che condizionò sin dall’inizio i progetti legati a Expo e di cui Infrastrutture Lombarde e il suo management sono diretta espressione? Anzi, Ilspa è una di quelle società del cosiddetto Sistema Regionale (SiReg), collocate dalla gestione Formigoni fuori dal perimetro stretto dell’amministrazione regionale proprio per sottrarle ai meccanismi ordinari di controllo istituzionale e per metterle alle dirette ed esclusive dipendenze della Presidenza lombarda. Ebbene, Formigoni non c’è più e la magistratura sta smantellando pezzo per pezzo il sistema di potere ciellino, ma il vero problema è che l’attuale Presidente, Roberto Maroni, non ha mai rotto veramente con quel sistema e non ha mai prodotto discontinuità. E il fatto che Rognoni sia stato messo fuorigioco dalla Procura e non dal presidente leghista sta lì a ricordarcelo.
 
Nonostante tutto ciò molti milanesi e lombardi continuano a guardare con favore al mega evento, nella speranza che possa rappresentare almeno una boccata d’ossigeno economica. E come biasimarli, con i tempi che corrono. Certo, qualcosa arriverà di sicuro e comunque: un po’ di turismo, un po’ di denaro fresco e qualche posto di lavoro (precario) in più. Ma difficilmente Expo potrà essere quel volano economico universale invocato a ogni piè sospinto da Presidenti, Sindaci e Ministri, come se un grande evento potesse sostituire un progetto di sviluppo che non c’è. Anzi, la veemenza delle invocazioni è direttamente proporzionale al vuoto di visione politica e di strategie economiche.
E quindi come meravigliarsi che in tutta la vicenda Expo il tema del lavoro e del reddito sia stato ridotto a una triste rincorsa al dumping sociale. Altro che Jobs Act, qui siamo oltre e si vuole derogare persino al contratto precario “normale”. Lavoro volontario, stagista a 516 euro al mese, apprendista di Operatore di Grande Evento eccetera, sono tutte forme contrattuali inventate ad hoc da un accordo sottoscritto l’anno scorso da Expo 2015 S.p.A. e sindacati confederali milanesi.
E come se non bastasse, ora Maroni vorrebbe allargare il modello a tutta la Lombardia e a tutte le categorie, addirittura peggiorandolo ulteriormente. Ma quello che fa davvero specie in tutta questa vicenda è che anche a livello lombardo sembra esserci la piena disponibilità di Cgil, Cisl e Uil (vedi L’Expo della precarietà). Insomma, da una parte si spara a zero sui contratti precari di Renzi, ma dall’altra in Lombardia si trattano cose anche peggiori. Per intenderci, all’apprendistato in somministrazione neanche Renzi ci era ancora arrivato…
 
Infine, Expo è un’altra cosa ancora. È un campo di battaglia e la posta in gioco è la poltrona di Sindaco di Milano. Insomma, la campagna elettorale in vista delle elezioni comunali del 2016 è ufficialmente iniziata e basta guardare ai protagonisti istituzionali che si fanno sentire di più per capirlo, da Maurizio Lupi, Ministro delle Infrastrutture e ciellino, a Roberto Maroni, Presidente regionale e leghista. Le destre non hanno mai digerito di aver perso Milano e la vogliono riprendere.
E Giuliano Pisapia? Quella primavera del 2011 che pose fine a 20 anni di dominio delle destre a Milano è oggi lontanissima. Troppe aspettative non hanno trovato risposte, troppe delusioni. Non siamo ancora al terreno fertile per la rivincita delle destre, ma gli scricchiolii vanno ascoltati per tempo. E da questo punto di vista la vicenda della via d’acqua è illuminante.
L’elezione di Pisapia era espressione di una discontinuità, di una rottura netta con l’esperienza amministrativa precedente e pertanto al Sindaco non può essere attribuita alcuna responsabilità nella genesi della vicenda Expo. Eppure, l’amministrazione Pisapia aveva scelto nel 2011 di starci, di tentare di gestire un evento già disegnato e pesantemente ipotecato dai suoi vizi originari. La realtà ha dimostrato che quei vizi sono più forti di tanto ottimismo.
Oggi forse sarebbe necessario praticare nuovamente un po’ di discontinuità, per quello che è ancora possibile, ovviamente. Ma ciò che si può fare va fatto, perché sarebbe davvero curioso che alla fin della fiera uscissero vittoriosi i responsabili politici del disastro.
 
Questo è Expo oggi. Cosa sarà domani dipende da molti fattori. Dall’evoluzione delle inchieste, dalle scelte dei vari livelli istituzionali, dalla crisi e così via. Ma dipende anche da che cosa farà o non farà e da quanto riuscirà ad essere incisivo chi finora non ha avuto voce in capitolo, chi sin dall’inizio ha criticato la logica del grande evento e i suoi peccati originali, chi pensa che un grande evento non giustifichi la devastazione del suo territorio, chi ritiene che il lavoro vada rispettato e retribuito dignitosamente o chi, semplicemente, è stufo di mafie e malaffare.
 
Luciano Muhlbauer
 

Questo articolo è stato pubblicato anche sui siti MilanoX, Milano in Movimento, Nordmilanotizie e Pressenza
 
 
di lucmu (del 06/02/2014, in Politica, linkato 1472 volte)
Il dibattito sull’Europa e sul che fare, anche in vista delle elezioni europee che si terranno il 25 maggio prossimo, è più che mai aperto e nel suo piccolo lo dimostra anche la polemica che si è aperta tra me e il mio amico Aldo Giannuli, il quale ha pubblicato sul suo blog lunedì e martedì due articoli in risposta al mio intervento di settimana scorsa, scritto per MilanoX e intitolato Con Tsipras, senza esitazione, per un’altra Europa.
Ebbene, le sue argomentazioni meritano senz’altro una replica, non per dare vita a un botta e risposta senza fine, cosa che non interesserebbe nessuno, ma piuttosto perché i temi sollevati mi pare appartengano a un dibattito ben più vasto. E poi, io credo nella dialettica e se la nostra piccola polemica servirà per alimentare e allargare il confronto, allora avremo fatto anche una cosa buona e utile.
Potete leggere i due interventi di Giannuli sul suo blog cliccando sui seguenti link: Può esserci un’altra Europa? E come? e Concludendo: la lista Tsipras si fa o no?. Per quanto mi riguarda procederò per punti, scusandomi in anticipo per un eventuale eccesso di schematismo, ma molte cose sono già state dette e scritte e mi pare preferibile concentraci sui nodi centrali.
 
1. La prima domanda, anzi la madre di tutte le domande non è se la Ue sia riformabile o irriformabile, oppure se l’attuale architettura europea e la sua moneta unica siano vicini al collasso. E nemmeno se il Parlamento europeo possa essere strumento di riforma dell’Unione, anche perché in un contesto continentale dove i Parlamenti nazionali sono sempre più svuotati di funzioni e poteri, cosa dovrebbe fare un’istituzione che di funzioni legislative e di potere non ne ha mai avuti? No, a monte c’è un altro quesito, cioè qual è oggi il terreno del conflitto di classe e, di conseguenza, qual è la dimensione in cui costruire e articolare una prospettiva di trasformazione, un programma, una strategia e una soggettività o meglio, una convergenza di soggettività.
Questo credo sia il punto di partenza di ogni ragionamento, perché viviamo in una dimensione non solo continentale, ma mondiale, in cui la globalizzazione liberista non è soltanto ideologia o proclama, ma anche sostanza economica, sociale e culturale. Gli stati nazionali rimangono altamente significativi, certo, perché è quella la dimensione in cui si costruisce la legittimazione politica del potere e sono quelli i livelli che detengono la forza armata e la funzione repressiva. Ma i luoghi del potere e delle decisioni che contano e il “campo di gioco” si trovano altrove e sfuggono alla mera dimensione nazionale. Vale per il capitale finanziario, vale per le transnazionali, vale per l’Electrolux o per la Fiat (pardon FCA), vale per qualsiasi grande istituto bancario, vale per la politica. Il sup Marcos qualche anno fa chiamò tutto questo La quarta guerra mondiale e la definizione mi pare assai calzante.
In un mondo e in un’Europa siffatti si può pensare davvero che la dimensione del conflitto, della lotta sociale e politica, del perseguimento di obiettivi concreti come un salario decente o un reddito sociale e della definizione di un modello di società possa essere diversa da quella sovrannazionale? Non è una questione astratta o ideologica, ma maledettamente concreta. In fondo è una questione di efficacia dell’azione sociale e politica.
 
2. L’Unione Europea è fondamentalmente al servizio del liberismo. Così come si è storicamente configurata con i suoi trattati, cioè con gli accordi tra i governi nazionali, è stata ed è strumento per abbattere frontiere ed eliminare regole per i capitali, innalzare muri per le persone, mettere in competizione livelli salariali diversi, fare dumping sociale, spingere i riluttanti a privatizzare di più e più in fretta. Con la crisi sono poi arrivate le politiche d’austerità e del pareggio di bilancio, che hanno fiaccato una parte del continente e che stanno strangolando interi settori sociali. E con loro sono arrivate le troike, le letterine ai governi, i fiscal compact, i commissariamenti di fatto. Quasi scontato che di conseguenza sia arrivata anche la crisi di legittimità delle istituzioni europee, già in partenza prive di investitura democratica diretta e ora sempre di più identificate come la causa di ogni male.
Oggi questa Europa rischia davvero di collassare e con essa la moneta unica. E anche sulla sua “riformabilità” ho dei sinceri dubbi. Non sta qui, infatti, il punto di divergenza con Giannuli. Il punto di divergenza con lui e con altre forze di sinistra, come il KKE greco, o movimenti “non etichettabili come destra” (per usare la definizione di Giannuli), come il M5S, è che non credo affatto che di conseguenza l’unica strada sia tifare per il disfacimento dell’Ue e della moneta unica, che altro non significa, in assenza di un discorso e di un orizzonte europeo, che ritornare alla dimensione e alle monete nazionali. E se succedesse questo, senza avere in campo un’opzione alternativa di sinistra a livello europeo e una cooperazione di movimenti e forze sul piano continentale, allora mi pare evidente, vista anche l’aria che tira, che la strada sarebbe più che libera per opzioni di destra, che nel ripiegamento nazionale si trovano invece perfettamente a loro agio.
Insomma, avere in campo un’opzione europea di sinistra dovrebbe essere una preoccupazione non solo di chi crede che l’attuale assetto istituzionale sia destinato a durare, ma soprattutto di chi crede che siamo ormai vicini al collasso.
 
3. Ultimo punto, o per dirla con le parole di Giannuli: “la lista Tsipras si fa o no?”. Magari lo sapessi, magari avessi la sfera di cristallo. Comunque, lo sapremo a breve, perché i tempi sono molto stretti e Tsipras venerdì sarà a Roma al Valle occupato. Credo che in quel frangente qualche elemento più concreto ci sarà per forza di cose, in positivo o in negativo.
Per quanto mi riguarda, come ho già scritto, io tifo perché ci sia la lista Tsipras e per quel che vale mi impegno in tal senso. E lo faccio nonostante sia perfettamente consapevole delle contraddizioni, delle difficoltà, dello stato pietoso in cui sono ridotte le sinistre italiane, delle tante autoreferenzialità dei ceti politici di partito e non di partito, dei litigi, degli odi, delle cazzate e delle idiozie. Lo faccio perché Tsipras rappresenta un’esperienza politica concreta e positiva e perché oggi la sua candidatura a livello europeo costituisce una possibilità per costruire convergenze a livello continentale per un’altra Europa.
Non è detto che si riesca, ovviamente. Tanti dicono di sostenere Tsipras, ma mettere i tanti insieme è dura, ci conosciamo. Eppure, per poter funzionare bisogna mettere insieme tutti e fare un'unica lista, aperta e includente.
I tempi sono stretti? Ci sono tante firme da raccogliere, grazie a una legge elettorale che penalizza chi non è già in parlamento? Certo, è difficile, ma non impossibile, a patto che la lista non sia un pateracchio, che non respinga le forze dotate di organizzazione, che non dia l’impressione di essere un club privato e, soprattutto, che in giro susciti un po’ di sano entusiasmo.
La lista, anche se riesce a presentarsi e a superare lo sbarramento, poi “si squaglierebbe in venti secondi”. Forse sì, forse no. Io penso che del poi bisogna occuparsi poi e che sarà determinato anche da quello che è successo prima. E magari, facendo delle cose insieme, si riesce a cambiare tutti e tutte e non necessariamente in peggio.
Insomma, ci sono tante controindicazioni e tanti pericoli. Ma i tempi della politica raramente seguono i nostri tempi, cioè quelli che noi pensiamo debbano essere i nostri tempi. Bisogna dunque osare, tentare, altrimenti non combineremo mai niente. Io la vedo così.
 
Per concludere, io sono fermamente convinto che la dimensione europea della lotta e del conflitto sia una necessità imprescindibile per i movimenti sociali, per le organizzazioni dei lavoratori e per le forze che fanno i conti con il livello elettorale e istituzionale. E che dunque sia quello il contesto in cui bisogna agire e costruire, anche al di là delle elezioni europee, che tuttavia nella congiuntura attuale assumono un significato politico di primaria importanza. Per questo vale la pena lavorare perché ci sia una lista Tsipras anche in Italia. Magari ci riusciamo, magari finisce prima di iniziare. Lo vedremo. Comunque sia, anche nella peggiore delle ipotesi, potremo dire di averci provato, invece di arrenderci passivamente a quel che passa il convento, cioè l’astensionismo o il voto al M5S. Nella migliore delle ipotesi, invece, avremo fatto finalmente qualcosa di utile.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 29/01/2014, in Politica, linkato 2309 volte)
Intervento di Luciano Muhlbauer pubblicato su MilanoX il 29 gennaio 2014
 
Lo scenario politico europeo sta prendendo una brutta piega e rischiamo seriamente che rimangano in campo soltanto due opzioni politicamente e culturalmente rilevanti: l’Europa così com’è, cioè quella dell’austerità e del neoliberismo, e l’Europa dei ripiegamenti nazionali e regionali, intrisa di egoismi, intolleranze e xenofobia. Attorno alla prima opzione si sono formate le grandi coalizioni oligarchiche centrodestra-(ex)centrosinistra, attorno alla seconda si sta delineando un ancora caotico, ma molto determinato fronte delle destre.
Due prospettive per nulla desiderabili, soprattutto se guardiamo al problema dal punto di vista di chi sta pagando il prezzo sociale della crisi, costretto a bassi salari, disoccupazione e precarietà a gogò.
L’Europa così com’è, quella della demolizione del welfare e dei diritti sociali, del cappio del fiscal compact e della massima libertà per i detentori di capitali, non è una soluzione, anzi, è parte fondamentale del problema. L’Europa dei ripiegamenti, quella di Le Pen, Wilders e Salvini, che dà tutta la colpa alla moneta unica e ai migranti, non propone un modello sociale alternativo, ma semplicemente una variante della guerra tra i poveri, dove alla fine vince sempre e comunque il ricco e il potente. E così, invece di mettere in competizione diretta il salario dell’operaio polacco e quello dell’operaio italiano, fanno scannare tra di loro l’autoctono e l’immigrato, il cristiano e l’islamico, l’etero e l’omo eccetera.
Il rischio di rimanere prigionieri di queste due opzioni e di dover quindi scegliere tra il Pasok e il Front National (o l’astensione) è serio e concreto, ma non è certo un destino ineluttabile. E per favore smettiamola anche con la storia trita e ritrita del tanto non c’è nulla da fare, perché in tempi di crisi e disoccupazione di massa vince sempre e comunque la destra. Sarà anche vero, ma oggi e qui sa tanto di autoassoluzione. E poi, come mai una delle esperienze più vive, fresche e promettenti della sinistra europea, cioè Syriza, si è formata e affermata proprio laddove la crisi e le politiche anticrisi hanno picchiato più duro, cioè in Grecia?
Appunto, non c’è mai nulla di ineluttabile, c’è sempre un sentiero da esplorare. E proprio dalla Grecia ci viene oggi un insegnamento e una proposta che guarda all’Europa, a un’altra Europa. I sondaggi danno Syriza ormai come primo partito greco. Syriza è di sinistra, chiaramente di sinistra, ha unito pezzi di sinistra preesistenti senza fare inguardabili pateracchi, perché l’ha fatto non nelle stanze di qualche palazzo, ma per strada, al calore dei movimenti e delle lotte sociali. Syriza è radicalmente contro le politiche di questa Europa, ma non è contro l’Europa. Anzi, ritiene che il terreno di scontro fondamentale sia continentale, che si debbano costruire alleanze con movimenti e forze organizzate degli altri paesi per riuscire a cambiare le cose, per costruire un’altra Europa.
Insomma, per non farla lunga, Syriza è la sinistra che ci vorrebbe un po’ dappertutto e non per motivi astratti o ideologici, ma perché rappresenta un’opzione concreta, politicamente e culturalmente rilevante. Forse anche per questo, anzi, sicuramente per questo, in tutta Europa le sinistre discutono se dare vita a liste di sostegno alla candidatura di Alexis Tsipras, il leader più in vista di Syriza, a presidente della Commissione Europea. Cioè, la candidatura di Tsipras costituisce una possibilità concreta per tentare di far emergere anche a livello europeo l’opzione che ancora manca (almeno in termini di rilevanza), quella più importante, quella di un’Europa sociale, dei diritti e dei popoli.
Ed eccoci arrivati a noi, alla disastrata sinistra italiana. C’è anzitutto un elemento positivo, cioè un diffuso consenso alla proposta di costruire una lista Tsipras anche in Italia, a partire dall’ottimo appello di Barbara Spinelli e altri, che qualcuno ha definito “degli intellettuali” o “della società civile”, ma che in realtà (e per fortuna) è già andato ben oltre definizioni del genere. Poi ci sono i partiti esistenti della sinistra, dallo scontato sostegno di Rifondazione Comunista, che ha in comune con Syriza la collocazione nella Sinistra Europea, a quello meno scontato e non ancora definitivo di Sel. E poi ci sono tanti altri pronunciamenti positivi, come quello di Sandro Mezzadra e Toni Negri. Insomma, siamo di fronte una convergenza ampia su un obiettivo comune che in Italia a sinistra non si vedeva da tempo.
Bene, ottimo. Ma qui iniziano anche i problemi, perché una cosa è avere un largo consenso, un’altra è tradurlo in una lista per le elezioni europee all’altezza della situazione. E da questo punto di vista non c’è nulla di semplice o scontato, perché il recente passato tipo Sinistra Arcobaleno o Rivoluzione Civile pesa, così come le mille divisioni e incomunicabilità, le troppe piccole patrie, i troppi recinti e i troppi protagonismi.
Non ho soluzioni pronte per risolvere il problema e per costruire nel poco tempo che resta una proposta politica ed elettorale credibile, rilevante e seria in vista delle elezioni europee di maggio. Eppure, non condivido il pessimismo di alcuni, come quello di Aldo Giannuli, che considera la proposta fuori tempo e senza spazio, perché quello spazio sarebbe irrimediabilmente occupato dal M5S.
Ho invece due convinzioni. La prima è che è necessario farlo, perché urge terribilmente far vivere anche in Italia e in maniera rilevante l’opzione per un’altra Europa, rispetto alla quale il M5S mantiene davvero troppe ambiguità. E se qualcuno avesse qualche dubbio sull’importanza del terreno europeo, in fondo gli basterebbe guardare meglio alla vicenda dell’Electrolux di questi giorni, poiché questa, come tante altre, ci ricorda con la brutalità dei fatti che in ultima analisi lo scontro sociale e politico si colloca a livello almeno continentale.
La seconda è che è possibile farlo, a patto però che si applichi il metodo suggerito dallo stesso Tspiras nella sua lettera del 24 gennaio scorso, che non a caso si chiude con queste parole: “solo se facciamo tutti insieme un passo indietro, per fare tutti insieme molti passi in avanti, potremmo cambiare la vita degli uomini”.
Insomma, Tsipras c’è e c’è anche la possibilità di fare qualcosa di vero, di utile e di sinistra. Questo è il punto, tutto il resto viene dopo. Sta dunque a noi tutti e tutte non fare cazzate questa volta.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 10/01/2014, in Politica, linkato 1201 volte)
Quello che colpisce nella fiction “Gli anni spezzati” non è tanto l’ennesimo tentativo di ri-scrivere la storia recente del nostro paese e nemmeno il fatto che l’artefice dell’operazione sia la Tv di Stato, con il patrocinio dell’Associazione nazionale della Polizia di Stato. No, quello che colpisce e offende è che lo si faccia con tanta spudorata banalità, grossolanità e approssimazione e senza che ci sia almeno un accenno di scandalo pubblico.
Segno dei tempi anche questo, perché fino a non troppi anni fa almeno ci si sforzava un po’, si producevano ri-letture un po’ più sofisticate e confezionate meglio. Specie quando si toccava il tasto del periodo della strage di Piazza Fontana. E non perché la memoria storica fosse molto di più solida di oggi, come aveva evidenziato già nel 2006 un’inchiesta della Provincia di Milano tra gli studenti medi (vedi “Piazza Fontana, sono state le Br. O la mafia”, Corriere della Sera 13.12.2006), ma molto più semplicemente perché bisognava attrezzarsi in vista delle prevedibili reazioni pubbliche.
Oggi, invece, la prospettiva della polemica pubblica non sembra più preoccupare nessuno e i fatti, ahinoi, paiono dare ragione alla Rai, perché a due giorni dalla messa in onda del primo capitolo della trilogia, Il Commissario, la polemica, le reazioni, la critica e la stessa discussione sono fondamentalmente confinate in un pezzo di mondo assai caratterizzato. Come mi ha scritto ieri una mia amica su facebook: “Preoccupante è il fatto che ovviamente se ne parla solo tra noi”.
Beninteso, non che sui mezzi di informazione mainstream ci siano le standing ovation, ma ci si limita a far finta di niente oppure a parlarne criticamente soltanto a pagina 42, come fa oggi La Repubblica. Davvero un po’ poco per una fiction che è ha stravinto la gara degli ascolti televisivi (share del 18,66% per la prima parte e del 17.14% per la seconda).  
E così, ci troviamo di fronte a un prodotto televisivo mediocre, dove la sciatteria nella cura dei dettagli, come quel manifesto contro Casa Pound in casa di un anarchico del ‘69 (vedi segnalazione di Militant), costituisce un semplice sottoprodotto di una più generale e grossolana noncuranza per la realtà di quegli anni, che porta a ignorare il clima politico, i movimenti di massa e l’autunno caldo e a ridurre la strage di Piazza Fontana, la madre di tutte le stragi di Stato, a mero e inintelligibile sfondo per una telenovela il cui unico fine è l’esaltazione di una versione alquanto irreale del Commissario Calabresi. Come stupirsi dunque che alla fin della fiera la fiction proponga sulla strage del 12 dicembre, sulla stagione della strategia della tensione e sulla stessa morte in Questura di Pinelli un livello di verità persino molto inferiore a quella che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, aveva definito "una verità storica conseguita”.
Un’operazione di falsificazione storica, senza dubbio, offensiva per la coscienza e la memoria storica, per non parlare dei familiari di Giuseppe Pinelli e degli anarchici, ma anche un’operazione che ha spopolato in prima serata e che dunque ha raccontato la sua verità su anni cruciali della nostra storia a milioni di persone. Ecco perché è sbagliato il troppo silenzio da parte di troppi, che invece la possibilità di parlare pubblicamente ce l’avrebbero. E la qualità infima della revisione storica non è un attenuante per i silenzi, anzi, semmai è un aggravante.
E poi, non è neanche finita qui, perché ci aspettano ancora due puntate. Settimana prossima toccherà a Il Giudice, dedicato alla figura del giudice Mario Sossi, sequestrato dalle Brigate Rosse nel ’74, e poi arriva L’ingegnere, che pretende di raccontarci la lotta operaia alla Fiat attraverso gli occhi di un dirigente della multinazionale…
Penso sia chiaro l’intento revisionista della fiction ed è altrettanto chiaro che si possa perseguire questo intento in maniera talmente banale e grossolana perché il vento che tira lo permette, perché l’egemonia culturale è ormai di qualcun altro, perché siamo passati dal pensiero debole a quello liquido, perché la storia la scrivono i vincitori ecc. ecc. ecc. Eppure, tutto ciò non è una giustificazione per non dire e non fare, anzi, perché come sempre, quando si riscrive il passato, l’obiettivo è il presente e il futuro.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 10/12/2013, in Politica, linkato 2529 volte)
Si può cavalcare la tigre dei forconi? I movimenti, i pezzi sparsi di sinistra, l’antagonismo possono attraversare e condividere lo spazio delle giornate “l’Italia si ferma!” e trarne qualcosa di utile e fecondo per una prospettiva di trasformazione politica e sociale? È sufficiente farsi un giro in rete e sui social network per capire che questa domanda aleggia un po’ ovunque. E pertanto è giusto e necessario parlarne.
Metto subito le mie carte su tavolo: io non penso si possa fare. Ma non perché condivida alcuni approcci un po’ troppo semplicistici, che ahinoi abbondano sul lato sinistro del mondo, per cui si preferisce mettere la testa sotto la sabbia di fronte a fenomeni e conflitti sociali che non rientrano nei nostri canoni tradizionali o che fatichiamo a leggere. Come se, così facendo, potessimo davvero esorcizzare una realtà che non è come la vorremmo.
Anzi, da questo punto di vista condivido molta parte delle argomentazioni che in questi giorni propone il sito Infoaut (vedi Quando Millennium People è sotto casa), perché guai a annebbiare la nostra vista e inaridire i nostri cervelli, a perdere la capacità di essere curiosi e di curiosare, a rifugiarci nelle rassicuranti certezze di un mondo che non esiste più. Saremmo dei matti, specie ora e qui.
Ma tutto questo non può significare che esistano delle scorciatoie per la ricostruzione di un progetto e di una soggettività della trasformazione. Insomma, non penso che si possa tanto semplicemente separare sociale e politico, per cui ora ci concentriamo sulla composizione sociale e le sue ambiguità, cercando nella pratica e sul campo un’interlocuzione, mentre la parte politica la mettiamo temporaneamente in disparte, come fosse cosa altra e comunque marginale.
Le giornate di blocchi e mobilitazioni dei forconi vedono in piazza una composizione sociale molto eterogenea e frammentata, da settori di piccola borghesia impoveriti –o che vivono nella paura dell’impoverimento- fino a settori popolari, uniti esclusivamente dalla rabbia e da un gigantesco contro: contro la politica, contro i politici, tutti a casa. Da una parte il popolo indistinto, dall’altra la casta.
Il perimetro, lo spazio in cui avvengono le manifestazioni non è neutro, è politicamente e culturalmente segnato. Lo è perché l’aria che tira è quella che è e, soprattutto, perché esistono degli organizzatori, dai Forconi al Life, che ovviamente non controllano con il telecomando tutte le mobilitazioni e le piazze, ma che, essendo chiaramente orientati a destra (vedi la denuncia dell’Osservatorio democratico), hanno impresso all’iniziativa sin dall’inizio una selezione di tematiche e priorità, una determinata direzione di marcia.
In altre parole, i fasci di Forza Nuova e Casa Pound, o qualche gruppo ultrà legato ai circuiti nazifascisti, ci sono non perché siano gli organizzatori principali (per fortuna non siamo ancora a questo), ma perché l’humus politico e culturale gli è congeniale, corrisponde ai loro discorsi e immaginari. E poi ci sono anche i celerini che si tolgono il casco davanti ai manifestanti, che magari è una bufala, ma in fondo non importa, perché comunque qualche pezzo della polizia rivendica alla grande quel gesto (vedi comunicato inquietante Siulp) e comunque non vedremo mai cose simili in Val di Susa, in un corteo studentesco o davanti una fabbrica occupata.
Insomma, non penso si possa cavalcare quella tigre, perché quella tigre non è neutra:  il punto non è l’ambiguità sociale, bensì quella politica.
Infatti, valga come controprova il riuscitissimo corteo del 19 ottobre scorso a Roma. Se allora fossimo andati a fare l’esame del sangue politico a ogni singolo manifestante, specie nel nutrito e popolare spezzone romano, ne avremmo viste probabilmente di tutti i colori. Ma, appunto, c’era un perimetro politico disegnato dagli organizzatori ed è questo che ha determinato il messaggio e la direzione di marcia del corteo.
 
Certo, detto tutto questo, rimane l’eterno problema del che fare, di questi tempi sempre più impellente. Sono tempi pesanti, individualmente e collettivamente parlando, la confusione è tanta e ogni fatto di qualche rilevanza sullo scenario politico sembra avvenire sempre e comunque sul lato destro. E succedono cose, qua e là, che magari non finiscono in prima pagina, ma sono cariche di simbolismo, come la recente nomina a commissario straordinario per Pompei di un Generale dei Carabinieri.
Eppure scorciatoie non esistono e non esiste alternativa alla nostra presa di iniziativa, al nostro protagonismo. Anzi, è lo stesso “noi” che va rifatto. È difficile? Sì, molto, ma va fatto, perché se continuiamo ad abbandonare il campo, altri lo occuperanno. Se lasciamo che dal lessico del cambiamento venga espulso definitivamente il paradigma del conflitto sociale, per essere sostituito da quello della casta, allora il futuro si prospetta parecchio fosco. Insomma, come al solito, dipende soltanto da noi.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 16/10/2013, in Politica, linkato 786 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su MilanoX il 16 ottobre e su il Manifesto il 17 ottobre 2013 
 
Sedriano, ovest milanese, poco più di 11mila abitanti, è il primo Comune lombardo ad essere sciolto per infiltrazione mafiosa. L’ha deciso il Consiglio dei Ministri del 15 ottobre, accogliendo le raccomandazioni contenute nella relazione della Prefettura di Milano di questa estate.
Quanta acqua è passata sotto i ponti dal giorno in cui un altro Prefetto milanese, Gian Valerio Lombardi, affermò che a Milano la mafia non esisteva. Sembra un secolo fa, eppure era soltanto il gennaio del 2010. Nel frattempo, però, la favola che il crimine organizzato fosse una questione meridionale, accreditata anche dalla Lega, ha iniziato a vacillare sotto i colpi dei dati di fatto.
Per prima arrivò l’Operazione Infinito dei magistrati antimafia di Reggio Calabria e Milano, scattata nel luglio 2010, che evidenziò che in Lombardia la ‘ndrangheta fosse ormai una presenza talmente capillare, radicata e diffusa, da poter contare su un sistema di complicità che coinvolgeva settori dell’imprenditoria locale, della pubblica amministrazione e della politica. Non a caso, i magistrati milanesi erano particolarmente severi con gli imprenditori coinvolti, poiché consideravano la loro mancanza di collaborazione non come il frutto della paura, bensì della convenienza.
L’operazione Infinto era un piccolo shock per l’opinione pubblica e qualcosa iniziò a cambiare. Peraltro, era ormai diventato difficile non vedere una realtà sempre più straripante. E non ci riferiamo tanto al traffico di stupefacenti, di cui Milano è da tempo una delle principali piazze europee, quanto al fatto che a Infinito sono seguite altre operazioni, che diversi importanti giornali hanno iniziato a fare inchieste e a pubblicare persino mappe della presenza mafiosa, che i primi appalti assegnati per Expo 2015 sono stati bloccati dalla magistratura causa infiltrazioni mafiose o che certi incendi dolosi erano diventati troppi anche per un’area metropolitana come quella milanese.
Tanti fatti, ma poi ne arrivò uno che ebbe l’effetto di una bomba, cioè l’inchiesta che nell’ottobre dell’anno scorso portò in carcere l’allora Assessore regionale alla Casa, Domenico Zambetti, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e voto di scambio. Fu il colpo di grazia per la traballante Giunta Formigoni, ma anche l’inizio della vicenda di Sedriano, poiché risultava coinvolto anche il Sindaco, il pidiellino Alfredo Celeste, che finì agli arresti domiciliari.
Il marcio al Comune di Sedriano non si fermava però al Sindaco e si scoprì che in Consiglio comunale sedevano anche la figlia e la moglie di due presunti boss della ‘ndrangheta. Tuttavia, a nessuno degli amministratori passò per la tesa di dimettersi, tranne un unico consigliere della maggioranza di centrodestra. Anzi, terminati gli arresti domiciliari, il Sindaco tornò al suo posto in Comune, fregandosene delle crescenti proteste della cittadinanza.
Ora però è finita e presto a Sedriano arriverà il Commissario. È certamente un giorno triste per Sedriano, perché essere il primo Comune lombardo ad essere sciolto per mafia non fa piacere a nessuno, ma è anche un giorno buono e una vittoria per quei tanti e quelle tante sedrianesi che in questi dodici mesi non hanno mai smesso di mobilitarsi, di denunciare, di pretendere che il Sindaco se ne andasse e che si facesse pulizia, così come hanno fatto anche molte altre realtà del Magentino, a partire dalla Carovana Antimafia Ovest Milano.
Ma oggi è definitivamente finita anche con i dubbi, con le fette di salame sugli occhi. In Lombardia la mafia esiste! E tutti quanti dovrebbero prenderne atto e agire di conseguenza, magari prendendo esempio da chi in questi dodici mesi a Sedriano si è battuto contro le mafie e il menefreghismo e che oggi rappresenta la vera speranza di futuro per quel territorio.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
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