Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
di lucmu (del 26/03/2014, in Politica, linkato 956 volte)
L’Expo si farà, non c’è alcun dubbio. O meglio, quasi tutti faranno di tutto perché si faccia, comunque. Troppi si sono esposti, troppe risorse sono state mobilitate e troppe promesse sono state fatte nel suo nome. E quindi, non c’è scandalo attuale o futuro che tenga, indietro non si può tornare. Ma tutto il resto, cioè cosa sarà esattamente Expo e, soprattutto, cosa ci lascerà in eredità, è un problema più che mai aperto. Anzi, è il problema.
 
Ma iniziamo da quello che Expo sicuramente non sarà. Cioè, non sarà quella cosa presentata a suo tempo al Bie e ostentata da Formigoni, Moratti e Penati nella grottesca Victory Parade del 2008. Il progetto originario è stato ripetutamente tagliato, ridotto e modificato. Vi ricordate, tanto per fare degli esempi, delle vie d’acqua navigabili, della linea metropolitana M6 o dell’orto planetario? Ebbene, oggi non solo tante cose non ci sono più, ma anche molte delle opere connesse sopravvissute non saranno pronte per l’evento.
Colpa della crisi, dirà qualcuno. Certo, la crisi ha peggiorato la situazione, ma il percorso era viziato sin dall’inizio. Infatti, una cosa era il progetto presentato per farsi assegnare l’Expo, ma ben altra faccenda era la realtà fatta di prepotenti appetiti immobiliari e speculativi, di cui lo scontro istituzionale tra l’allora Sindaco di Milano, Letizia Moratti, e l’allora Presidente regionale, Roberto Formigoni, ambedue di centrodestra, era un fedele riflesso. Eravamo solo nel 2009, ma già allora un preoccupato Corriere della Sera titolava Expo, l’occasione (quasi) perduta.
 
Oggi e qui, quando manca soltanto un anno all’evento, Expo si presenta come un grande pasticcio. Un pasticcio pesantemente contaminato dal malaffare e dalle infiltrazioni malavitose. E non si tratta di quisquilie che si possano liquidare con un’alzata di spalle. Quando il Prefetto di Milano parla di 34 imprese allontanate dal 2009 ad oggi (appalti M5, Teem, Pedemontana, sito Expo) e scrive alla Commissione parlamentare antimafia che c’è “una tendenza che si sta delineando e sempre più consolidando di una penetrazione nei lavori Expo di imprese contigue, se non organiche alla criminalità organizzata”, allora la soglia di allarme è già oltrepassata.
E poi c’è l’affaire Infrastrutture Lombarde (Ilspa) e la decapitazione del suo vertice ad opera della Procura di Milano, che sta destabilizzando fortemente Expo e gettando ulteriori pesanti ombre sulla gestione dell’evento. E non potrebbe essere diversamente, considerato il ruolo della società nella gestione degli appalti e il fatto che Ilspa è controllata al 100% da Regione Lombardia. E solo un ingenuo può pensare che sia finita qui, perché l’inchiesta è destinata ad allargarsi. Tanto per fare un esempio, in un’informativa della Guarda di Finanza il comportamento del Commissario Unico di Expo, Giuseppe Sala, viene definito “né irreprensibile, né lineare”.
Ma tutto questo marciume era davvero imprevedibile e inevitabile? Certo, viviamo nel mondo in cui viviamo e nessuno ha la bacchetta magica, ma è altrettanto vero che buona parte del marcio di oggi è il frutto delle condizioni e dell’ambiente in cui il progetto Expo era nato. Oggi a Milano abbiamo per fortuna un Prefetto attento alla lotta contro le mafie, ma vi ricordate che ancora nel gennaio 2010 l’allora Prefetto -e attuale Presidente dell’Aler Milano-  Gian Valerio Lombardi dichiarò che dalle nostre parti la mafia non esisteva?
Oppure avete presente il sistema politico-affaristico formigoniano che condizionò sin dall’inizio i progetti legati a Expo e di cui Infrastrutture Lombarde e il suo management sono diretta espressione? Anzi, Ilspa è una di quelle società del cosiddetto Sistema Regionale (SiReg), collocate dalla gestione Formigoni fuori dal perimetro stretto dell’amministrazione regionale proprio per sottrarle ai meccanismi ordinari di controllo istituzionale e per metterle alle dirette ed esclusive dipendenze della Presidenza lombarda. Ebbene, Formigoni non c’è più e la magistratura sta smantellando pezzo per pezzo il sistema di potere ciellino, ma il vero problema è che l’attuale Presidente, Roberto Maroni, non ha mai rotto veramente con quel sistema e non ha mai prodotto discontinuità. E il fatto che Rognoni sia stato messo fuorigioco dalla Procura e non dal presidente leghista sta lì a ricordarcelo.
 
Nonostante tutto ciò molti milanesi e lombardi continuano a guardare con favore al mega evento, nella speranza che possa rappresentare almeno una boccata d’ossigeno economica. E come biasimarli, con i tempi che corrono. Certo, qualcosa arriverà di sicuro e comunque: un po’ di turismo, un po’ di denaro fresco e qualche posto di lavoro (precario) in più. Ma difficilmente Expo potrà essere quel volano economico universale invocato a ogni piè sospinto da Presidenti, Sindaci e Ministri, come se un grande evento potesse sostituire un progetto di sviluppo che non c’è. Anzi, la veemenza delle invocazioni è direttamente proporzionale al vuoto di visione politica e di strategie economiche.
E quindi come meravigliarsi che in tutta la vicenda Expo il tema del lavoro e del reddito sia stato ridotto a una triste rincorsa al dumping sociale. Altro che Jobs Act, qui siamo oltre e si vuole derogare persino al contratto precario “normale”. Lavoro volontario, stagista a 516 euro al mese, apprendista di Operatore di Grande Evento eccetera, sono tutte forme contrattuali inventate ad hoc da un accordo sottoscritto l’anno scorso da Expo 2015 S.p.A. e sindacati confederali milanesi.
E come se non bastasse, ora Maroni vorrebbe allargare il modello a tutta la Lombardia e a tutte le categorie, addirittura peggiorandolo ulteriormente. Ma quello che fa davvero specie in tutta questa vicenda è che anche a livello lombardo sembra esserci la piena disponibilità di Cgil, Cisl e Uil (vedi L’Expo della precarietà). Insomma, da una parte si spara a zero sui contratti precari di Renzi, ma dall’altra in Lombardia si trattano cose anche peggiori. Per intenderci, all’apprendistato in somministrazione neanche Renzi ci era ancora arrivato…
 
Infine, Expo è un’altra cosa ancora. È un campo di battaglia e la posta in gioco è la poltrona di Sindaco di Milano. Insomma, la campagna elettorale in vista delle elezioni comunali del 2016 è ufficialmente iniziata e basta guardare ai protagonisti istituzionali che si fanno sentire di più per capirlo, da Maurizio Lupi, Ministro delle Infrastrutture e ciellino, a Roberto Maroni, Presidente regionale e leghista. Le destre non hanno mai digerito di aver perso Milano e la vogliono riprendere.
E Giuliano Pisapia? Quella primavera del 2011 che pose fine a 20 anni di dominio delle destre a Milano è oggi lontanissima. Troppe aspettative non hanno trovato risposte, troppe delusioni. Non siamo ancora al terreno fertile per la rivincita delle destre, ma gli scricchiolii vanno ascoltati per tempo. E da questo punto di vista la vicenda della via d’acqua è illuminante.
L’elezione di Pisapia era espressione di una discontinuità, di una rottura netta con l’esperienza amministrativa precedente e pertanto al Sindaco non può essere attribuita alcuna responsabilità nella genesi della vicenda Expo. Eppure, l’amministrazione Pisapia aveva scelto nel 2011 di starci, di tentare di gestire un evento già disegnato e pesantemente ipotecato dai suoi vizi originari. La realtà ha dimostrato che quei vizi sono più forti di tanto ottimismo.
Oggi forse sarebbe necessario praticare nuovamente un po’ di discontinuità, per quello che è ancora possibile, ovviamente. Ma ciò che si può fare va fatto, perché sarebbe davvero curioso che alla fin della fiera uscissero vittoriosi i responsabili politici del disastro.
 
Questo è Expo oggi. Cosa sarà domani dipende da molti fattori. Dall’evoluzione delle inchieste, dalle scelte dei vari livelli istituzionali, dalla crisi e così via. Ma dipende anche da che cosa farà o non farà e da quanto riuscirà ad essere incisivo chi finora non ha avuto voce in capitolo, chi sin dall’inizio ha criticato la logica del grande evento e i suoi peccati originali, chi pensa che un grande evento non giustifichi la devastazione del suo territorio, chi ritiene che il lavoro vada rispettato e retribuito dignitosamente o chi, semplicemente, è stufo di mafie e malaffare.
 
Luciano Muhlbauer
 

Questo articolo è stato pubblicato anche sui siti MilanoX, Milano in Movimento, Nordmilanotizie e Pressenza
 
 
Domenica andrò a votare e voterò L’Altra Europa con Tsipras. Non precisamente uno scoop, direte voi, ma penso sia bene esplicitarlo e motivarlo, non solo perché oggi non c’è più nulla di scontato, ma soprattutto perché voglio proporvi di fare altrettanto.
Tanti uomini e donne che si sentono di sinistra, che praticano cose di sinistra o che semplicemente vorrebbero vedere qualcosa di sinistra sono oggi in dubbio, in forte dubbio, se andare a votare o per chi andare a votare. Non occorrono sondaggi per saperlo, basta guardarsi attorno e ascoltare.
Non c’è niente di strano in tutto questo, anzi, sarebbe probabilmente strano il contrario, e non serve a nulla, come invece alcuni si ostinano a fare, mettersi a elencare le presunte o reali malefatte altrui o demonizzare la scelta dell’astensionismo. E non ha nemmeno senso cercare di vendere una realtà che non c’è, tanto tutti sanno come stanno le cose e soltanto nelle fiabe basta un bacio per trasformare il rospo in principe. Quindi, voglio tentare di fare un’altra cosa, cioè cercare di convincervi che andare a votare la lista Tsipras ha un senso, che è persino utile.
Ha un senso, anzitutto, in prospettiva europea. Sì, lo so, sebbene si tratti di eleggere il Parlamento europeo, di Europa non parla quasi più nessuno qui da noi e quando se ne parla praticamente tutti premettono che sono contro l’austerità, il fiscal compact eccetera, compresi quelli che fino a stamattina hanno detto e fatto l’esatto contrario. Ma al di là delle finizioni e degli abbagli e addirittura al di là di Bruxelles e di Strasburgo, l’Europa c’è e pesa e sarà a quel livello, in quella dimensione che si combatteranno gran parte delle battaglie che contano. Sull’economia, sul welfare, sul lavoro, sui diritti, sulle libertà dei cittadini e delle cittadine.
Oggi tutti i paesi del continente sono attraversati da una crisi micidiale: è la crisi del modello neoliberista che si è fatta crisi complessiva, culturale, sociale, politica e democratica. C’è dunque una terribile urgenza di costruire un’alleanza, un campo di forze politiche e sociali che delineino a livello continentale un’alternativa e una via d’uscita da sinistra. Altrimenti, l’uscita dalla crisi sarà a destra e le ultime tendenze e indicazioni confermano purtroppo che stiamo parlando di cose molto concrete, dai sondaggi che danno in testa i fascisti del Front National in Francia fino alla preoccupante crescita del consenso ai nazisti di Alba Dorata in Grecia.
Ebbene, l’unica lista che domenica troverete sulla scheda elettorale e che vi propone un’alleanza continentale del genere è L’Altra Europa con Tsipras. Se ci saranno eletti italiani e italiane di questa lista siederanno nel gruppo che farà riferimento al candidato alla presidenza della Commissione Ue, Alexis Tsipras, insieme ai deputati greci di Syriza, a quelli tedeschi di Die Linke, a quelli francesi del Front de Gauche, a quelli spagnoli di Izquierda Unida, a quegli irlandesi del Sinn Féin eccetera eccetera. Sarà un gruppo non piccolo e non marginale e sarà la voce di sinistra antiliberista più consistente a livello europeo.
In altre parole, votare la lista Tsipras in Italia significa rafforzare un progetto alternativo all’Europa dell’austerità e ai progetti xenofobi, nazionalisti o peggio delle destre: altro che voto inutile!
Poi c’è anche la dimensione e la crisi italiana, mi direte. Verissimo. Ma a parte il fatto che l’Italia non è un astronave che vaga solitaria nello spazio e che quindi vale sempre il discorso di cui sopra, c’è anche il piccolo problema che oggi in Italia non esiste una sinistra politica di qualche rilevanza. E non si può bypassare il problema, perché anche questa campagna elettorale ha evidenziato che l’assenza di una tale sinistra politica ha di fatto trasformato la più importante delle questioni, cioè quella sociale, in una mera comparsa.
Certo, la lista Tsipras non è la nuova sinistra politica, non è un prodotto finito e pronto all’uso. È molto più modestamente un tentativo di fare le cose diversamente, di mettere insieme invece che di dividere. Se supererà lo sbarramento del 4% e manderà rappresentanti italiani a rafforzare la sinistra europea, allora l’ottimismo della volontà sarà stato premiato e forse le cose in futuro saranno meno difficili. Ovviamente, se non si supererà il 4% continuerà lo stesso il lavoro per rifare una sinistra politica in Italia, ma sarà un pochettino più difficile e ostico.
Insomma, anche da un punto di vista meramente italiano, il voto alla lista L’Altra Europa con Tsipras ha più che senso.
 
Infine, se siete arrivati fino a qui e avete deciso di votare (o avevate già deciso di farlo), allora c’è la questione delle preferenze.
Già, le preferenze, perché in questo caso possiamo darne fino a un massimo di 3 (per info su come votare andate sulle pagine dedicate del Comune: http://elezioni.comune.milano.it/). Quindi avete ampie possibilità di esprimervi.
Molti mi chiedono che nomi indicherò sulla scheda. Ve ne segnalo solo uno, perché penso sia importante, come scelta politica e di schieramento, specie in questo momento di insano clima repressivo: voterò sicuramente Nicoletta Dosio, valsusina e attivista del Movimento No Tav.
Per conoscere tutti i candidati e tutte le candidate della lista Tsipras nel collegio Nord Ovest, andate qui: www.listatsipras.eu/candidati/collegio-nord-ovest.html
 
Spero di avervi convinti o, almeno, di avervi proposto un ragionamento utile.
 
Buon voto.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
P.S. se volete approfondire il ragionamento sulla dimensione europea, vi segnalo due miei interventi di oltre tre mesi fa, parte di una stimolante polemica con Aldo Giannuli: Con Tsipras, senza esitazione, per un’altra Europa e La dimensione europea del conflitto non è un optional.
 
 
di lucmu (del 27/05/2014, in Politica, linkato 1671 volte)
La lista Tsipras ha superato il 4% e dopo tanti anni a sinistra si è fatta finalmente una ciambella con il buco. E questo è buono. Nella Europa in crisi, come ampiamente previsto, c’è complessivamente uno spostamento a destra, con tanto di neonazisti che entreranno nel Parlamento di Strasburgo. E questo è malissimo. In mezzo a queste due considerazioni c’è tutto il resto e soprattutto c’è la vera sfida degli anni a venire, cioè la ri-costruzione di un orizzonte e di un progetto di sinistra per uscire dalla crisi, in Italia e in Europa.
Non voglio proporvi qui un’analisi dettagliata del voto, cosa che si farà altrove, ma semplicemente condividere alcune prime riflessioni sulle tendenze che emergono da queste elezioni, che ci confermano che siamo di fronte a un quadro politico in forte e rapido movimento (e non potrebbe essere altrimenti, visti i tempi). E questo rende ancora più necessario muoverci rapidamente –e bene- anche noi.
Ma andiamo per punti.
 
1. La crisi economica, sociale, politica e culturale che scuote le società europee ha trovato nelle destre uno dei suoi principali interpreti. Non è una destra omogenea, anzi, faticheranno a trovare un punto di convergenza stabile, ma la tendenza è netta e preoccupante, a partire da quel 25% ottenuto dal Front National in Francia. Ma in fondo anche il risultato della Lega qui da noi è indicativo, perché il recupero di consenso, non solo in termini relativi, ma anche in voti assoluti, è stato realizzato riposizionando la Lega su un discorso politico più classicamente di destra radicale. E poi, nel Parlamento europeo entreranno anche i neonazisti, non solo quelli greci di Alba Dorata, che hanno realizzato un 9.4%, ma persino un tedesco. Vabbè che i nazi tedeschi del Npd hanno conquistato il seggio con un misero 1%, ma il dato simbolico è indubbiamente forte.
 
2. Dal voto continentale emerge però anche un dato positivo e interessante. La sinistra antiliberista, quella che si pone fuori e contro la politica delle larghe intense, dell’austerità e dello smantellamento del welfare e dei diritti, di fatto si rafforza rispetto a prima. Non c’è solo il grande e trainante risultato di Syriza in Grecia, che con il 26.6% diventa il primo partito (il Kke ne prende un altro 6,1%), ma c’è anche il 10% della sinistra plurale nello Stato spagnolo (poi ci sarebbe anche l’8% della nuovo formazione di Podemos), il 7,4% di Die Linke in Germania, il 6,3% del Front de Gauche in Francia. Senza dimenticare l’ottimo risultato delle sinistre portoghesi (12,7% la coalizione Pcp-Pev e 4,6% il Bloco de Esquerda) o il 17% dei consensi conquistato dal Sinn Féin di Gerry Adams in Irlanda. Insomma, a parte la Grecia, non siamo certamente alla sinistra che sfonda, ma siamo a una sinistra che c’è e da cui si può ricominciare. E il 4% della lista Tsipras qui da noi, fa parte di quel pezzo di mondo.
 
3. In Italia il risultato elettorale è sicuramente un piccolo terremoto. L’affermazione del Pd di Matteo Renzi è chiara e anche la sconfitta del M5S di Grillo lo è. La destra ex o ancora berlusconiana è malconcia. Le percentuali dicono molto, ma i voti assoluti dicono di più. Rispetto alle politiche del 2013, pur con meno elettori che si sono recati alle urne, il Pd conquista 2,5 milioni di nuovi voti, mentre il M5S ne perde 2,9 milioni. È probabile, quindi, che siamo di fronte all’apertura di una nuova fase politica e non a una semplice parentesi e proprio per questo il 4% della lista Tsipras è maledettamente prezioso.
Sì, certo, ora qualcuno mi dirà che in termini di voti assoluti rispetto al 2013 anche le sinistre hanno perso consenso, che la lista è andata bene nelle grandi città ma non nelle province (a Milano un buon 6.5%, ma in Lombardia un poco esaltante 3.5%, per esempio) o che il 4% è stato superato per un soffio. Ed è tutto vero. Ma la politica non è fatta soltanto di numeri, ma anche di tendenze, di emozioni, di obiettivi. Ebbene, aver realizzato dopo tanti anni di delusioni un obiettivo, cioè superare lo sbarramento, e di averlo fatto in condizioni non certo favorevoli, visto che il richiamo al voto utile per il Pd ha funzionato alla grande e che la lista Tsipras è stata di fatto ignorata dal dai media, penso sia un segnale importante e un’iniezione di fiducia che fa più che bene.
 
Insomma, l’Europa e l’Italia che ci troviamo di fronte non ci fanno certamente entusiasmare, anzi, e la durezza della crisi e dei rapporti di forza sociali ci promette un futuro difficile. Ma bisogna anche saper leggere e apprezzare i piccoli segnali positivi, i raggi di luce. E che ci sia una sinistra europea, che è anche capace di risalire la china e rinnovarsi, è un fatto incoraggiante che dovrebbe consigliare un po’ di lungimiranza anche in casa nostra.
Ora arriva il difficile, cioè non disperdere l’esperienza della lista e trasformarla in un punto di partenza per rifare una sinistra politica degna di questo nome in Italia. Sarà dura, certo, il Pd di Renzi esercita una forte attrazione, come tutti i corpi dotati di grande massa, e anche l’esodo verso l’astensionismo può affascinare in questi tempi, per non parlare dei nostri mille limiti. Ma non abbiamo alternative, anzi, ora abbiamo pure una possibilità. Vale la pena provarci.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 19/11/2014, in Politica, linkato 1011 volte)
A Milano tira brutta aria, volano le manganellate. Anzi, stando ai titoli di stampa e tv sembra quasi di trovarsi guerra. È un crescendo mediatico impressionante, che non si ferma neanche di fronte all’ennesima alluvione, fatto di notizie di scontri e  violenze, di dichiarazioni allarmistiche e di preoccupati editoriali, come quello del Corriere di sabato scorso che ha ammonito “niente tuffi nel passato”, buttando nel calderone un po’ di tutto: gli scioperi, la Fiom, gli studenti, i No Tav, le occupazioni e l’assalto a un circolo Pd.
Il manganello non produce soltanto teste rotte, ma anche senso, narrazione. Nel nostro caso una narrazione che fa sparire i problemi, il confronto, la politica e le persone, tenendo in piedi soltanto due protagonisti, le forze dell’ordine e le forze del caos. Insomma, un modo efficace e collaudato per non dover parlare di quello che succede, delle responsabilità e delle possibili alternative e soluzioni.
Guardiamo a quello che è avvenuto il 14 novembre. C’è stato lo sciopero sociale e quello della Fiom. È stata una riuscitissima giornata di mobilitazione popolare contro le politiche del governo Renzi, con i 60mila lavoratori al corteo della Fiom e gli oltre 5mila studenti a quello della sciopero sociale. Cortei diversi, ma che hanno dialogato, anche con un intervento dal palco dei metalmeccanici. Tanta gente, tanta rabbia e determinazione, ma nessun problema, almeno finché non è arrivata la sconcertante e improvvisa decisione della Questura di Milano di impedire con la forza al corteo studentesco di proseguire sul percorso autorizzato. Le conseguenti manganellate avrebbero poi scritto la storia mediatica della giornata, ridotta a scontri, “antagonisti infiltrati” e agenti feriti.
Ben più pesante è però la martellante campagna che accompagna l’annuncio prefettizio di procedere a 200 sgomberi di appartamenti occupati nelle case popolari. Tutto quello che non va nelle case popolari milanesi è stato condensato in un'unica e indistinta figura di nemico: l’occupante abusivo. Non si distingue più, tutto uguale, dall’occupante che paga una “indennità di occupazione” al delinquente di turno, dalle famiglie in stato di necessità ai furbetti, dai movimenti per la casa al racket.
Se le cose stanno così, ovviamente non rimane che il manganello. Lunedì è toccato al quartiere Giambellino, martedì al Corvetto e avanti così. E ogni sgombero è un nuovo allarme mediatico. Un gioco pericoloso che non risolverà nemmeno mezzo problema, ma che in cambio consentirà ai responsabili della situazione di assolversi e fare facile campagna elettorale (Salvini e Lupi docet).
Già, in questo clima emergenziale chi parlerà ancora dell’enorme buco di bilancio dell’Aler Milano provocato dalla cattiva gestione del centrodestra regionale, di cui l’arresto per concorso esterno in associazione mafiosa dell’allora assessore alla casa della giunta Formigoni-Lega è rimasto triste simbolo? E quanti si ricordano dei tanti appartamenti tenuti sfitti per lunghi anni, delle manutenzioni mai fatte o dell’abbandono di interi quartieri popolari? E, ovviamente, nessuno si ricorderà dei molti accordi presi con i sindacati inquilini e mai rispettati.
Oggi si agita il manganello non per schiacciare un’opposizione forte, che non c’è, ma per impedire che un’opposizione sociale possa diventare forte, allargarsi e organizzarsi. O semplicemente perché non si noti troppo il vuoto della politica che c’è. Comunque sia, sarebbe il caso che si levassero finalmente delle voci per fermare i manganelli. Libera l’ha già fatto e non si capisce proprio perché altri non lo facciano.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 11/01/2015, in Politica, linkato 461 volte)
Questo è il vecchio blog di Luciano Muhlbauer e contiene tutti i post dal 2005 al dicembre 2014. Funziona ora come archivio storico. Se vuoi visitare il nuovo blog allora vai su www.lucianomuhlbauer.it
 
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