Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
di lucmu (del 01/10/2013, in Politica, linkato 955 volte)
Il governo delle larghe intese è al capolinea, travolto da un evento più grande di lui, che purtroppo non è una rivolta popolare contro l’austerità, bensì il crepuscolo del ventennio berlusconiano. Comunque vadano a finire le manovre di palazzo di questi giorni, lo scenario non sarà più lo stesso. E così, ancora una volta, il cambiamento e il movimento vengono determinati a destra e in alto.
Non saremo certo noi a rimpiangere questo governo, anzi. Oggi in tutta Europa le grandi coalizioni, di nome o di fatto, rappresentano viepiù la forma tipica di governo al tempo della crisi, la garanzia suprema di un sistema politico chiuso a riccio e di un ordine economico e sociale sempre più diseguale ed escludente. In altre parole, le grandi coalizioni fanno parte del problema e non delle soluzioni.
Tuttavia, c’è poco da esultare, perché nel frattempo in basso e a sinistra si muove ben poco, c’è silenzio e immobilismo. Subiamo gli eventi, al massimo li rincorriamo. E questo significa che oggi e qui i movimenti sociali e le sinistre non determinano alcunché. Significa, anzi, che gli interessi, le aspirazioni e le aspettative di chi la crisi la sta già pagando a caro prezzo vengono relegati al margine dell’agenda politica, considerati sacrificabili e prescindibili. Lavoratori e lavoratrici, precari, studenti, disoccupati, chi si batte per la difesa del territorio e contro le speculazioni, siamo tutti e tutte prescindibili come soggettività, al massimo siamo un problema di ordine pubblico.
Se la partita si gioca tutta sul lato destro del tavolo, allora, qualsiasi sarà la composizione futura di governo e maggioranza, le priorità saranno sempre le medesime, cioè quelle che ci hanno portati fino a qui e che ci spingono ulteriormente nel baratro. Tanto per capirci, ora l’allarme conti pubblici consiste nel dover recuperare 5 miliardi di euro entro fine anno e sappiamo tutti cosa vuol dire per le nostre esauste tasche. Ebbene, ora provate ad immaginarvi cosa succederà quando scatteranno le nuove regole europee (approvate ovviamente in maniera bipartisan dal nostro Parlamento), che prevedono che l’Italia debba ridurre il proprio debito al ritmo di 40-50 miliardi all’anno (fiscal compact), versare al MES 125 mld in cinque anni e fare tutto questo rispettando il pareggio di bilancio. Secondo voi, chi sarà chiamato a pagare il conto?
Insomma, se questo è il loro autunno, il nostro qual è? Appunto, per ora tutto è alquanto fermo, non stiamo troppo bene e occhio e croce ne conosciamo anche i motivi. Quindi, inutile riepilogare quello che già sappiamo e cerchiamo piuttosto di capire se ci sono le possibilità e le condizioni per muoverci, per rimettere in campo i movimenti e la sinistra.
Tra il 12 e il 19 ottobre ci saranno alcuni appuntamenti nazionali che ci diranno qualcosa in più sullo stato delle cose a sinistra e nei movimenti. Ma andiamo con ordine. Il 12 ottobre ci sarà a Roma la manifestazione nazionale per la difesa e l’attuazione della Costituzione, lanciata dall’appello La via maestra, firmato da Rodotà, Landini, Zagrebelsky, Don Ciotti e Carlassare. Il 18 ottobre ci sarà lo sciopero generale del sindacalismo di base. Il 19 ottobre, sempre a Roma, ci sarà il corteo intitolato Sollevazione Generale, lanciato da Abitare nella crisi e diverse realtà di movimento, compreso quello No Tav con presenze dalla Val di Susa. In mezzo ci saranno diverse iniziative a carattere territoriale, alcune legate alle scadenze nazionali, e la mobilitazione nazionale degli studenti medi dell’11 ottobre (evento facebook per l’appuntamento milanese).
Sono tutti appuntamenti nati quando non c’era la crisi di governo e sono tutte iniziative che si pongono fuori e contro la logica delle larghe intese e delle politiche d’austerità. Ma ora tutte dovranno fare i conti con il nuovo scenario e con le responsabilità che derivano. In altre parole, in quella settimana si deciderà, almeno in buona parte, se in questo autunno le sinistre e i movimenti potranno essere soggetti in campo, in grado di incidere, oppure se saranno fuori dai giochi e destinati all’irrilevanza.
Sì, lo so, sono iniziative diverse tra di loro. Anzi, sono per molti versi in competizione tra di loro. E in rete è facile trovare le relative polemiche. Ma il punto importante non mi pare questo, perché non si tratta di capire se “vince” un’iniziativa o l’altra, bensì se le mobilitazioni, o almeno una di esse, saranno in grado di aprire in basso e a sinistra una spazio e un protagonismo politico. Poi, chi ha più filo da tessere lo tesserà.
Infatti, ambedue le scadenze rischiano di rimanere segnati dai limiti che, ahimè, pervadono la sinistra, quella politica e quella di movimento. Il 12 ottobre è un’ottima iniziativa, persino innovativa per le modalità di convocazione, ma non è affatto detto che l’incipit riuscirà ad essere più forte della palude dei ceti politici. Il 19 potrebbe rappresentare un punto di ri-partenza sul piano nazionale per i movimenti, che costituirebbe peraltro una boccata d’ossigeno per i movimenti ora stretti dalla repressione, come quello No Tav, ma rischia di non liberarsi dal fantasma del 15 ottobre di due anni fa (do you remember?).
Insomma, ottobre ci offre delle opportunità per il nostro autunno, ma anche dei tranelli e dei rischi. E come sempre, dipende da noi cosa ne facciamo.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
Post Scriptum del 2 ottobre: il governo delle larghe intese è ancora in piedi. Dopo capriole e contrordini a raffica, alla fine, Berlusconi ha dato la fiducia al governo che voleva sfiduciare. Il crepuscolo berlusconiano ha per ora risparmiato il governo, trasferendo le sue convulsioni direttamente in casa Pdl. La buona notizia (se proprio vogliamo cercarne una) è che per prima volta Berlusconi ha dovuto chinare pubblicamente il capo. Per il resto, rimane purtroppo interamente valido il ragionamento sopra svolto, perché i giochi si sono fatti tutti sul lato destro, mentre a sinistra sembriamo quelli che stanno seduti in platea a guardarci un film. E, ovviamente, continuano ad esserci il governo delle larghe intese e le politiche d’austerità, come prima.
 
 
di lucmu (del 15/07/2013, in Politica, linkato 779 volte)
Due fatti di questi giorni la dicono lunga sullo stato della nazione, molto più di tante disquisizioni. E non è questione di “limiti superati” o di qualcuno che ha “sbagliato”, poiché i protagonisti delle vicende sono il vicepresidente del Senato e ex Ministro di quel partito, la Lega, che governa mezzo Nord (Lombardia, Piemonte e Veneto) e il Ministro degli Interni in carica, che rappresenta il partito e la persona di Silvio Berlusconi. Ma andiamo con ordine, richiamando a memoria i fatti.
 
Fatto n. 1. Roma, fine maggio. Con una velocità procedurale mai vista e con un dispiegamento di forze dell’ordine degno di un’operazione contro Al Qaeda vengono prima catturate e poi espulse la moglie e la figlia del principale dissidente kazako, che vive in esilio a Londra. Tutta la vicenda è illegale, poiché Alma Shalabayeva e sua figlia Alua non potrebbero essere espulse, e per giunta l’operazione è stata sollecitata dall’ambasciata del Kazakistan, che ha contattato direttamente il capo gabinetto del Viminale.
Il Ministro Alfano dichiara che non ne sapeva nulla (e così dice anche il Ministro degli Esteri, Bonino), nonostante il coinvolgimento diretto dei massimi livelli dirigenziali del Ministero e della Polizia di Stato e la mobilitazione di mezza Questura di Roma.
Rimane il fatto che grazie a questa operazione la moglie e la figlia di uno dei principali oppositori sono ora ostaggi del dittatore kazako, Nursultan Äbiþulý Nazarbaev. Forse vi chiederete cosa c’entri il governo italiano con il tiranno kazako. Ebbene, non lo so, ma so che Nazarbaev e Berlusconi si considerano “amici” e che Alfano è il rappresentante di Berlusconi nel governo, nonché il capo supremo di coloro i quali hanno gestito l’espulsione lampo…
 
Fatto n. 2. Treviglio, 13 luglio, festa della Lega Nord. Roberto Calderoli fa il suo comizio e, ovviamente, non ce la fa a non dedicarsi a uno dei principali sport leghisti di questi tempi, cioè insultare il Ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge. Ha detto che lei assomiglia a un “orango”. Poi si è scusato, però, e ha spiegato che non voleva offenderla e che “citare l’orango era un giudizio estetico che non voleva essere razzista” (vedi intervista Corsera di oggi)…
Già, Calderoli ha voluto strafare visto che Bossi gli aveva appena dato del “democristiano” e così avrà pensato che bisognava tornare ai bei vecchi tempi, in cui lui mostrava in Tv magliette anti-Maometto e si dedicava a cose edificanti come organizzare Maiale Day contro le moschee. Ma il punto non è questo, bensì il fatto che lui sta facendo esattamente la stessa cosa che fa tutta la Lega, sin dall’annuncio della nomina a Ministro di Cécile Kyenge. Ebbene sì, da ben prima che Kyenge potesse iniziare a parlare di ius soli o di altre proposte politiche, perché in realtà il peccato originale e imperdonabile è il colore della sua pelle. Appunto, come dice Calderoli, “è un giudizio estetico”!
Infatti, la Lega non si è scandalizzata più di tanto e Salvini si è limitato a dire che in realtà il problema sono i giornalisti che ne parlano, mentre il Presidente lombardo, Maroni, ha pensato bene di sottolineare che Calderoli si era scusato (sic).
 
Ebbene, questo è il breve riepilogo dei fatti, che ovviamente già conoscevamo. Ma è sempre bene metterli in fila, così non corriamo il rischio di sottovalutarli. Il quadro d’insieme che ne viene fuori è desolante, perché ci parla dell’Italia di questi tempi, delle macerie del ventennio berlusconiano-leghista e delle poco magnifiche sorti dei governi delle larghe intense.
Non me ne frega nulla del paese normale di veltroniana memoria, vorrei semplicemente un paese che recuperi un minimo di dignità. Un posto dove gente che si comporta come Calderoli o Alfano va cacciata via dalle responsabilità pubbliche, senza tanti bla bla bla, come se fosse una cosa normale.
Temo, ahimè e ahinoi, che anche un minimo di dignità oggigiorno sia merce rara…
 
Luciano Muhlbauer
 
P.S. a proposito, ho fatto un giro sul blog di Beppe Grillo, dove a volte si trovano cosa interessanti e utili, altre volte un po’ meno. C’è qualcosina sulla vicenda kazaka, ma sugli insulti di Calderoli a Kyenge, nulla. Neanche una parola, almeno fino al momento della pubblicazione di questo post. E penso che non sia una cosa bella e che, anzi, faccia parte del problema.
 
 
di lucmu (del 31/05/2013, in Politica, linkato 773 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto il 31 maggio 2013, con il titolo “La Giunta Pisapia ha compiuto due anni: la ‘primavera’ al palo”.
 
Sono passati due anni ed è tempo di bilanci. Bilanci severi, perché tra l’entusiasmo e gli arcobaleni di allora e il freddo e il grigio di oggi non sembrano essere trascorsi soltanto 730 giorni, bensì un’epoca intera. Quel 30 maggio del 2011, infatti, da Milano, ma anche da Napoli o da Cagliari, sembrava alzarsi un’onda, una brezza di speranza, una riappropriazione dal basso della politica. Non avevamo vinto un’elezione, avevamo “liberato” Milano e presto, pensavamo, sarebbe toccato anche al resto del paese. Oggi, invece, abbiamo di fronte il deprimente quadro disegnato da anni di crisi e austerity, da una politica desolata e desolante, da una democrazia in manifesta crisi di credibilità e da sindaci eletti dalla metà della metà dell’elettorato.
In questi due anni a Milano sono cambiate troppo poche cose, ma in compenso il mondo che la circonda si è fatto vieppiù ostile. La recessione ha eroso margini e imposto emergenze, il patto di stabilità sta strangolando il bilancio comunale e, invece del cambiamento, sono arrivati Monti e Letta, le larghe intese Pd-Pdl e la disastrosa ri-vittoria delle destre alle elezioni regionali lombarde. Insomma, le peggiori condizioni immaginabili.
Tutto questo è bene ricordarlo, per correttezza e per realismo, ma è altrettanto bene non usare queste considerazioni come un alibi per le cose che non vanno, che sono tante. Beninteso, non siamo alla fine di un’esperienza, ma siamo senz’altro a un punto critico, in uno di quei momenti in cui i mormorii rischiano di trasformarsi in rumore di fondo, in crepe insanabili, in incantesimo rotto. In altre parole, i nodi stanno venendo al pettine, come hanno confermato in modo lampante una serie di fatti di queste ultime settimane.
Anzitutto, la destra ha rialzato la testa. L’ha fatto riproponendo tutto il suo armamentario securitario e xenofobo, in seguito al triplice omicidio commesso da Mada Kabobo. Per ora la furibonda campagna di Lega e Pdl non ha portato risultati e la città non è ripiombata nel cupo clima decoratiano, ma il punto è che la destra è uscita dall’angolo ed è passata all’offensiva.
Negli stessi giorni Marco Vitale, autorevole esponente del “Gruppo 51”, cioè quella  borghesia illuminata milanese che si era schierata con Pisapia, ha pubblicato un pungente articolo in cui accusava il governo cittadino di non avere strategia e visione e di continuare la “politica dell’amministrazione del condominio”.
Le parole di Vitale hanno sollevato un vespaio. Il Corsera ha rilanciato le critiche e ipotizzato la fine del modello Milano, mentre l’assessore D’Alfonso, ex socialista e autoproclamato ideologo arancione, è intervenuto a modo suo, dando ragione a Vitale, ma dicendo che la colpa era di tutti gli altri, in primis dei consiglieri comunali di maggioranza che sarebbero sostanzialmente degli inetti.
Infine, gli scricchioli sono diventati rumore assordante anche sul lato sinistro, con lo sgombero del centro sociale Zam e le manganellate sulle teste dei manifestanti davanti al portone chiuso di Palazzo Marino. Beninteso, non era il primo conflitto tra centri sociali e amministrazione comunale, ma in questo caso l’elemento simbolico era forte, anche perché ha coinvolto una delle realtà di movimento finora più aperte nei confronti del Sindaco.
Insomma, quella ampia coalizione di forze e cittadini che aveva reso possibile la liberazione di Milano e che lo stesso Sindaco considera “il nostro patrimonio più prezioso” sta scricchiolando alla grande, su un lato e sull’altro. E non basta ribadire l’elenco delle cose fatte, perché risulta troppo insipido in assenza di prospettiva e progetto. O, peggio ancora, se l’unica prospettiva è quella dell’Expo, che ad oggi offre soltanto buchi di bilancio e affari immobiliari.
E non basta nemmeno rispondere al solo Corriere, perché il problema non è il dialogo con i poteri forti, ma anzitutto il recupero di un confronto con quella fondamentale parte della città impegnata nella cittadinanza attiva, nell’associazionismo, nell’attivismo sociale, nelle esperienze di autogestione.
Nulla è ancora perso o disperso, ma occorrono parole e fatti nuovi per ridare slancio a una primavera che oggi assomiglia un po’ troppo all’autunno.
 
 
di lucmu (del 04/03/2013, in Politica, linkato 1426 volte)
Ci eravamo lasciati all’indomani degli scrutini con l’impegno di riparlare dei risultati elettorali e dello stato della sinistra. E quindi, rieccoci, a mente appena un po’ più fredda e con molte analisi ancora da fare. Tuttavia, penso che il dibattito non possa aspettare e che, anzi, sia urgente. Vi propongo dunque alcune mie riflessioni di questi giorni, che non contengono soluzioni o ricette già pronte, ma che, più modestamente, vogliono essere un contributo, un punto di vista. Un punto di vista partigiano, beninteso, e con una convinzione che ribadisco sin dalla premessa: a sinistra è tutto da rifare.
 
La doppia sconfitta lombarda
 
La nostra sconfitta alle regionali lombarde brucia parecchio, perché si tratta di una doppia sconfitta. Primo, quelli che hanno governato per 18 anni e dopo tutto quello che hanno combinato - dal sacco della sanità passando dalle tangenti fino alla ‘ndrangheta - hanno rivinto. Secondo, la sinistra, intesa come Etico e Sel, non è più rappresentata in Consiglio regionale. E più guardi i numeri, più questa sconfitta appare significativa, anche perché si tratta della Lombardia, terra natia di quelle destre che hanno spadroneggiato nell’ultimo ventennio.
Ecco cosa ci dicono i numeri, soprattutto quelli assoluti, perché le percentuali spesso ingannano:
1. il tracollo di consensi subito dal centrodestra a livello nazionale (dai 17 mln di voti del 2008 ai 9,9 mln del 2013 alla Camera) non si ripete a livello lombardo, dove la perdita è molto più limitata. Formigoni nel 2010 ottenne 2,7 mln di voti, Maroni ha ottenuto 2,2 mln di voti, soprattutto grazie alla tenuta dell’area leghista in senso lato. Infatti, la perdita di voti della Lega è stata compensata dal buon risultato della lista Maroni Presidente (se sommiamo i voti della Lega e della lista Maroni Presidente arriviamo a 1.253.770 voti, che superano persino il 1.117.227 della Lega del 2010);
2. è senz’altro vero che Umberto Ambrosoli è andato molto meglio di Penati nel 2010, ma non dimentichiamo che quest’ultimo aveva costruito una coalizione molto più ristretta di Ambrosoli e, soprattutto, assolutamente priva di appeal, per usare un eufemismo. E se quindi allarghiamo il confronto al compianto Sarfatti, che correva con una coalizione di centrosinistra larga, il risultato è che siamo fermi al 2005: Ambrosoli (2013) 2.194.169 voti, Penati (2010) 1.603.666 voti, Sarfatti (2005) 2.278.173 voti;
3. il Movimento 5 Stelle registra in Lombardia, in particolare alle regionali, un risultato sicuramente positivo, ma molto inferiore rispetto al resto d’Italia (775.211 voti e il 14,33% alle regionali, mentre alla Camera nei tre collegi lombardi raccoglie 1.126.147 voti);
4. le forze a sinistra del Pd, cioè Etico e Sel, si attestano su percentuali estremamente modeste: Etico 52.152 voti (0,96%), Sel 97.627 voti (1,8%). Inoltre, ambedue le forze sono caratterizzate da un accentuato milanocentrismo del consenso elettorale, particolarmente evidente nel caso di Etico, che paga anche il prezzo del simbolo nuovo e di primarie regionali che erano state scarsamente sentite fuori da Milano (l’unico luogo dove Etico supera il 2% di consensi è infatti Milano città, dove ottiene 14.239 voti che corrispondono più o meno ai 14.199 ottenuti dalla lista Federazione della Sinistra nel 2010).
Insomma, in Lombardia la destra ha retto, nonostante la gravità degli scandali, e l’opposizione, nonostante una situazione che sulla carta era la più favorevole possibile, ha perso. E questo ci riporta al peccato originale del centrosinistra lombardo, che non si chiama Ambrosoli, come ora qualcuno tenta di raccontare, bensì debole e inconsistente opposizione negli anni precedenti!
Beninteso, non sto dicendo che nessuno si sia mai opposto a nulla, perché questo sarebbe non solo ingeneroso ma soprattutto falso, ma mi pare palese che sia mancata una proposta alternativa e una battaglia continuativa dentro e fuori il palazzo e che sia invece prevalso il tirare a campare all’opposizione e troppo spesso la rincorsa del compromesso se non peggio. Tant’è vero che, da parte dell’opposizione, la ricerca di un candidato e di una coalizione è iniziata soltanto all’ultimo minuto, praticamente dopo la fine anticipata della legislatura. E questo nonostante le elezioni anticipate fossero state il fatto più annunciato dell’anno…
In altre parole, se un regime cade a causa delle indagini della magistratura, che ha fatto il suo mestiere, questo non significa che il consenso popolare si sposti automaticamente a un’opposizione politica che il suo mestiere non l’aveva fatto. E pochi mesi di campagna elettorale, anche con facce nuove, evidentemente non sono sufficienti per cambiare questo dato, specie quando si parte con l’ingiustificata convinzione, da parte di troppi, di aver già vinto e di doversi occupare soltanto della spartizione del bottino.
Per quanto riguarda la sinistra, cioè noi, si paga il prezzo di una serie di fatti, a partire da quell’insensato niet da parte del gruppo dirigente di Sel alla proposta di costruire un percorso elettorale comune attorno all’esperienza delle primarie di Andrea Di Stefano, per arrivare al poco tempo a disposizione per far conoscere un simbolo nuovo di zecca, cioè quello di Etico. Tuttavia, questi elementi sono soltanto delle aggravanti e guai ad usarli come alibi per non discutere del problema di fondo! A meno di non pensare davvero che bastino a  spiegare esaustivamente perché una parte non indifferente di elettori di sinistra abbia scelto di dare il voto al Movimento 5 Stelle o di astenersi.
 
La chiusura del cerchio del 2008
 
“Il cerchio del 2008 si è chiuso” mi ha messaggiato mercoledì mattina Roberto Maggioni, quello di RadioPop. Aveva ragione, penso avesse ragione. Quell’sms sintetizza un discorso lungo e complesso, iniziato con la fine del governo Prodi, o forse con l’inizio del governo Prodi. Cioè, con quel governo durato appena due anni e con una sinistra radicale (termine orribile, ma tanto per capirci) che nel 2006 entrò in parlamento con un consenso del 10% e che nel 2008 ne uscì con la débacle della Sinistra Arcobaleno. Da allora in poi fu una storia di divisioni e scissioni, di compagni che tornavano a casa o che cercavano di costruire nuove soggettività politiche, di chi rimase con Rifondazione, come chi scrive, di chi imboccò la strada di Sel o di altre esperienze ancora, magari più piccole e meno conosciute, ma non per questo meno meritevoli di rispetto.
Furono tante le lacerazioni e le rotture e tutte nel nome dell’unità, paradossalmente, ma forse neanche tanto, perché la fine della Rifondazione pre-Prodi e post-Genova, che aveva agito come centro di gravità politico per una pluralità di sinistra politica e anche di movimento, fece pensare ai più che la strada giusta o obbligata per ricostruire una forza di sinistra fosse a questo punto la separazione organizzativa e la sconfitta dell’altro sul campo.
Ebbene, dopo cinque anni e dopo questo voto, nel pieno della crisi italiana, europea e globale, cioè quando più che mai vi sarebbe necessità ed esigenza di sinistra, qual è il bilancio politico? Un fallimento, su tutta la linea.
Della Lombardia, Regione chiave, abbiamo già parlato e non c’è nulla da aggiungere.
Sul piano nazionale, Rifondazione Comunista aveva tentato la strada della Federazione della Sinistra, che però si era rilevata presto un vicolo cieco. A questo giro è stata tentata l’ipotesi Rivoluzione Civile, che peraltro comprendeva anche Di Pietro che con la sinistra c’entra poco, ma anche questa è andata male, anzi malissimo, risultando indigesta a gran parte degli elettori di sinistra e non raggiungendo l’obiettivo di entrare in Parlamento. Ora Rivoluzione Civile è un capitolo chiuso.
Ma se Atene piange, Sparta non ride e anche il bilancio di Sel è piuttosto critico. L’idea era quella di un nuovo centrosinistra e questo presupponeva ovviamente un nuovo Pd e diversi rapporti di forza. Cioè, si trattava di arrivare al famoso big bang o, più concretamente, di sconquassare il Pd per mezzo delle primarie e della figura di Nichi Vendola. Oggi Sel rientra in Parlamento grazie all’alleanza con il Pd, ma con un risultato molto al di sotto delle aspettative e in una posizione ininfluente e subalterna, mentre a sconquassare il Pd ci pensano Renzi e Grillo.
Per quanto riguarda le altre soggettività più piccole, figlie di quella storia di divisioni, come Sinistra Critica o il Pcl, ebbene, mi pare che il bilancio sia altrettanto magro.
Insomma, le strade imboccate non hanno portato da nessuna parte e le divisioni interne alla sinistra, ovviamente accompagnate dalle relative polemiche, sono diventate un’ulteriore palla al piede, visto che sempre meno uomini e donne di sinistra riuscivano a comprenderle e a tollerarle. Senz’offesa per nessuno e senza rancore per alcunché, mi pare dovremmo prenderne atto.
 
La debolezza politica dei movimenti
 
Peccheremmo però di politicismo se ci fermassimo alle considerazioni sopra esposte, perché il problema della sinistra nel nostro paese non riguarda -e coinvolge- soltanto le forze politiche in senso stretto, ma anche i movimenti e le forze sociali. Anzi, forse soprattutto loro, perché una sinistra degna di questo nome semplicemente non può esistere a prescindere dai movimenti e dal conflitto sociale. E poi, siamo in Italia, cioè il paese nel quale i movimenti e la loro politicità avevano segnato profondamente lo scenario politico soltanto un decennio fa.
Oggi, invece, la situazione è molto diversa e non perché i movimenti non esistano più o non siano esisti in questi ultimi anni, anzi, ma perché troppo frammentati, troppo poco incisivi politicamente e privi di un centro di gravità condiviso che potesse facilitare la costruzione di consensi e azioni comuni. E non ha aiutato sicuramente l’assenza di livelli di conflitto sociale paragonabili a quelli di altri paesi europei, in buona parte dovuta a quel potente anestetico rappresentato da un movimento sindacale confederale, i cui gruppi dirigenti sono privi di autonomia politica e tendenzialmente collaterali a governi o partiti.
Dopo l’esaurimento del ciclo di movimento proveniente da Genova e dalle lotte contro la guerra e dopo la vicenda del governo Prodi, che ebbe un effetto deprimente anche sui movimenti sociali, in Italia non si sono più manifestati movimenti/conflitti dall’analoga forza aggregativa e politica. Né la lotta contro il Tav in Val di Susa, né l’Onda anomala studentesca e nemmeno le mobilitazioni innescate dalla Fiom a partire dal referendum truffa di Pomigliano sono riuscite a trasformarsi in fatto costituente di un nuovo ciclo generale, mentre nel nostro paese non sono mai sbarcati veramente i movimenti tipici di questi tempi di crisi, come Occupy o gli Indignados.
Le ragioni di queste debolezze e assenze sono molteplici, ma a volte ci mettiamo del nostro, come quel 15 ottobre 2011 a Roma. Quel giorno si tenne la partecipatissima manifestazione nazionale convocata da un cartello di forze di movimento e sociali. Poteva essere l’inizio di una sorta di indignados italiani o qualcosa del genere, ma finì tra i fuochi d’artificio di piazza San Giovanni. Qualche settimana più tardi nacque il governo Monti con i voti di Pd-Pdl-Udc, si aprì una nuova fase politica, ma i movimenti erano finiti in fuorigioco, politicamente afoni e marginalizzati. Insomma, debolezza politica è anche questa.
Ebbene, ora anche il governo Monti è finito, abbiamo votato, il Pd ha raccolto quello che ha seminato, Berlusconi è risuscitato e Grillo e Casaleggio hanno fatto boom. Inevitabile che di questo si debba parlare molto anche e soprattutto nei movimenti e, infatti, la discussione è già iniziata. E come sempre, visto che ci conosciamo e che le divisioni sono ahinoi tante anche nei movimenti, c’è il rischio che questa si sviluppi lungo linee di frattura precostituite.
Comunque sia, mi pare che per ora, in questi primi giorni, si stiano delineando grosso modo due poli. Il primo, pur riconoscendo le ambiguità e le contraddizioni del M5S, ne valorizza però fortemente la funzione antisistema e ritiene che i movimenti possano approfittare degli spazi aperti dai 5 stelle. O per dirla con Franco Bifo Berardi, in un intervento del 27 febbraio pubblicato anche su Infoaut: ”La funzione importante e positiva che il movimento ha svolto è rendere il paese ingovernabile per gli antieuropei del partito Merkel-Draghi-Monti”. Il secondo polo può essere ben rappresentato dall’analisi di Wu Ming, in particolare dall’intervista rilasciata al Manifesto il 1 marzo. Secondo loro, “la nascita del grillismo è una conseguenza della crisi dei movimenti altermondialisti di inizio decennio. Man mano che quel fiume si prosciugava, il grillismo iniziava a scorrere nel vecchio letto”. Inoltre, la strategia di Grillo non aprirebbe spazi per movimenti radicali, ma anzi spingerebbe l’indignazione “lontano dalle piazze italiane”.
Per quanto mi riguarda, penso sia evidente, in base a quanto sopra argomentato, che il mio punto di vista è più vicino a quello di Wu Ming, ma di Bifo o di altri approcci simili salverei però l’avvertenza implicita che arroccarsi o peggio demonizzare il M5S sia una grandissima cazzata. Anche perché, a guardare bene, ambedue gli approcci riconoscono di fatto il dato di fondo, quello più importante: cioè, che il M5S occupa uno spazio che i movimenti non sono riusciti a riempire. Appunto.
 
Che fare?
 
Già, che fare? L’ho già scritto in premessa e lo ripeto: non ho ricette e soluzioni pronte. E penso che non sia nemmeno questo il punto in questo momento. No, ora e qui c’è bisogno di aprire una discussione e questo presuppone un atto preliminare, da parte di tutti e tutte, ovunque collocati. Cioè, dobbiamo riconoscere che è il problema non sono gli altri, ma che il problema siamo noi, la sinistra così com’è. Insomma, un ciclo si è chiuso e dobbiamo aprirne un altro. E dobbiamo farlo senza separare parole e pratiche e con una certa urgenza, perché viviamo in un tempo di cambiamenti e di instabilità e non è affatto detto che in assenza di un punto di vista di sinistra, organizzato e incisivo, la matassa si possa sbrogliare in senso favorevole ai ceti popolari. Anzi, sono convinto dell’esatto contrario! Per questo, insisto, a sinistra è tutto da rifare.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 08/10/2012, in Politica, linkato 770 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul n. 14 del settimanale on line Ombre Rosse
 
C’era un tempo in cui Milano veniva chiamata capitale morale e la Lombardia si considerava geneticamente estranea a fenomeni come la mafia o la ‘ndrangheta. E quando si verificavano fatti eclatanti di corruzione politica o di crimine organizzato, allora, così si diceva, si trattava di eccezioni che confermavano la regola o di semplici prodotti di importazione, perché mica siamo a Roma o nel Meridione. La Lega, ai suoi tempi d’oro, ne aveva fatto uno dei suoi principali brand e, senza ombra di dubbio, aveva colto un diffuso sentire comune.
La convinzione che certe cose non potessero accadere da queste parti è sopravvissuta fino ad oggi, sebbene in maniera ormai un po’ traballante. Ancora poco più di due anni fa, il Prefetto di Milano, tuttora in carica, aveva affermato che in Lombardia c’erano sì delle famiglie mafiose, ma che la mafia non esisteva.
Parole inquietanti in sé, visto che richiamano alla mente affermazioni analoghe di un passato non troppo lontano, ma poi smentite totalmente anche dai fatti alcuni mesi più tardi: nel luglio 2010 i magistrati antimafia di Reggio Calabria e Milano fecero scattare l’operazione Infinito, che evidenziò che la ‘ndrangheta era ormai una presenza capillare, radicata e diffusa, che poteva contare su un sistema di complicità che coinvolgeva settori dell’imprenditoria locale, della pubblica amministrazione e della politica. Non a caso, i magistrati milanesi sono stati severi con gli imprenditori coinvolti, poiché consideravano la loro mancanza di collaborazione non come il frutto della paura, bensì  della convenienza.
Dall’operazione Infinto in poi qualcosa ha iniziato a cambiare, anche se tantissima strada rimane ancora da fare. Peraltro, era ormai diventato difficile non vedere una realtà sempre più straripante. E non ci riferiamo tanto al traffico di stupefacenti, di cui Milano è da tempo una delle principali piazze europee, quanto al fatto che ad Infinito sono seguite altre operazioni, che diversi importanti giornali hanno iniziato a fare inchieste e a pubblicare persino mappe della presenza mafiosa o che i primi appalti assegnati per Expo 2015 sono stati bloccati dalla magistratura causa infiltrazioni mafiose.
E poi c’è la questione degli incendi dolosi, che sono diventati troppi anche per un’area metropolitana come quella milanese, che ne ha viste tante. Locali, parchi, centri sportivi e strutture pubbliche hanno iniziato a prendere fuoco con troppa facilità. Una vera e propria inflazione di incendi, che a volte rappresentano degli inequivocabili messaggi pubblici di intimidazione, come nel caso dell’incendio del furgoncino di Loreno Tetti, l’unico ambulante a denunciare il “racket dei paninari” a Milano.
Ma se nel caso del crimine organizzato un certo ritardo nell’aprire gli occhi può essere persino comprensibile –ci riferiamo al singolo cittadino, beninteso, non certo alle istituzioni-, altrettanto non si può dire per quanto riguarda la corruzione politica. Già, perché la capitale morale è morta tanto tempo fa e Tangentopoli ebbe il suo epicentro proprio a Milano. Eppure, l’ondata berlusconiana e leghista, la solidità e la forza di sistemi di potere locali, che poi sono anche sistemi di produzione di consenso e complicità ben oltre i propri confini politici, come quello ciellino di Formigoni, unite alla prolungata debolezza politica e subalternità culturale delle opposizioni, hanno fatto sì che la maggioranza dei cittadini non volesse vedere, capire ed agire.
Ancora oggi, Formigoni e la Lega blaterano di “eccellenze” lombarde e sostengono che la Lombardia non è paragonabile al  Lazio, che è tutta un’altra storia. Certo, Er Batman e certi toga party sono difficili da battere, ma al netto di questi eccessi di squallore, la situazione in Lombardia è forse anche più grave.
Il punto non è quanti siano gli inquisiti in Consiglio regionale, il cui numero è comunque è da primato nazionale, o che 4 componenti su 5 dell’Ufficio di Presidenza originario siano stati sostituiti a causa dei loro guai giudiziari (Penati del Pd, Boni della Lega, Ponzoni e Nicoli Cristiani del Pdl). E non si tratta  nemmeno del trota di turno o della maîtresse diventata consigliera regionale, grazie al listino del presidente Formigoni (peraltro presentato con le firme false).
No, la questione è che il malaffare e la corruzione in Regione Lombardia si sono fatti sistema, sono strutturali. Già, perché c’è ad esempio il piccolo particolare che gran parte dei consiglieri regionali indagati, processati o incarcerati sono tutti ex assessori formigoniani, inquisiti per fatti commessi quando facevano gli assessori. Oppure, c’è la madre di tutte le questioni, cioè la sanità, che è poi il vero e proprio core business delle Regioni.
Ebbene, Formigoni stesso è indagato per corruzione per lo scandalo Maugeri e sarà ovviamente il processo a stabilire eventuali responsabilità. Tuttavia, ci sono dei fatti che parlano da soli. Primo, il trattamento di favore ricevuto nell’assegnazione dei fondi regionali da parte delle fondazioni private del San Raffaele e della Maugeri è innegabile. Secondo, il “faccendiere” che sta al centro di questi scandali, cioè Daccò, non solo faceva il lobbista per questi ospedali ed era definito un “amico” da Formigoni, ma soprattutto pagava ripetutamente le vacanze di lusso al Presidente lombardo. Terzo, il 3 ottobre scorso Daccò è stato condannato a 10 anni di reclusione per il crac del San Raffaele, cioè al doppio della pena chiesta dai Pm.
Infine, quando corruzione politica e crimine organizzato dilagano accade quasi sempre che si incontrino. E sta succedendo anche in Lombardia, come dimostrano alcuni segnali molto preoccupanti. E basti qui ricordare soltanto alcuni esisti dell’operazione Infinito: il Comune di Desio (MB), a guida centrodestra, è caduto due anni fa a causa del coinvolgimento nell’inchiesta sulla ‘ndrangheta di alcuni esponenti del Pdl locale e delle conseguenti dimissioni della maggioranza dei consiglieri comunali; l’ex assessore di Formigoni, il brianzolo Ponzoni, sebbene finito in carcere solo per corruzione, risultava negli atti dell’inchiesta come “capitale sociale” della ‘ndrangheta.
A Milano e in Lombardia non siamo poi tanto diversi ed è bene prenderne atto fino in fondo. Ma soprattutto occorre agire in tempi stretti, perché forse qui siamo ancora in tempo per evitare il peggio, ma soltanto a condizione che si ponga fine al più presto ai vecchi e marci sistemi di poteri e che si costruisca davvero una prospettiva alternativa  sul piano politico, sociale e culturale.
 
(il sito di Ombre Rosse)
 
 
Ieri il Senato ha approvato la ratifica del fiscal compact, ma oggi faticherete terribilmente a trovare la notizia su qualche organo d’informazione. Anzi, c’è silenzio totale, quasi fossimo tornati ai tempi bui della diplomazia segreta. Invece è peggio, perché di segreto non c’era proprio nulla, visto che il Senato ha agito alla luce del sole e ha regolarmente votato ed approvato, peraltro a stragrande maggioranza (presenti: 266; votanti 261; favorevoli: 216; contrari: 24; astenuti: 21), ma poi nessuno ha voluto raccontarlo ai diretti interessati, cioè ai cittadini e alle cittadine.
Senatori, capi e colonnelli dei partiti di maggioranza, opinion makers, giornalisti eccetera, solitamente loquaci all’inverosimile, questa volta hanno scelto in massa di parlare d’altro, come se si trattasse di un fatto irrilevante o di un banale adempimento burocratico e non di un vero proprio commissariamento del futuro, che imporrà all’Italia delle manovre annue dell’entità di 40-50 miliardi di euro, cioè praticamente di doppio della spending review.
Non a caso il  “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria”, come si chiama per esteso il fiscal compact, negli altri paesi europei aveva suscitato intensi dibattiti pubbliche, in Francia era entrato con forza nella recente campagna elettorale per le presidenziali e in Irlanda hanno fatto persino un referendum. Qui da noi, invece, la guerra di Mario Monti sembra avere il potere di anestetizzare persino un minimo di informazione decente.
Ebbene, non voglio farla più lunga. Questo vuole essere semplicemente un atto di insubordinazione alla consegna del silenzio e vi invito a fare altrettanto, perché tra una settimana o due voterà anche alla Camera dei Deputati. Poi, dovremo anche decidere che fare rispetto al fiscal compact, ma intanto non collaboriamo con il silenzio.
 
Per il merito della questione, rinvio al mio articolo dell’aprile scorso ARRIVA IL COMMISSARIAMENTO DEL FUTURO – TRA PAREGGIO DI BILANCIO IN COSTITUZIONE E FISCAL COMPACT
 
Cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il DDL di ratifica ed esecuzione del trattato fiscal compact e la legge di autorizzazione alla ratifica approvata il 12 luglio 2012.
 
Luciano Muhlbauer
 

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La chiamano spending review e magari, en passant, taglierà pure qualche spreco, ma in realtà non è che un altro tassello nel processo di smantellamento dell’assetto sociale, economico e politico del secondo dopoguerra. Già, perché di questo si tratta, in Italia e in tutta Europa, di fare a pezzi il welfare, i servizi pubblici, le regole e i diritti nel mondo del lavoro, per liberare risorse e denaro vero da redistribuire verso i mercati finanziari, drogati da attività finanziarie derivate e fuori bilancio e dominati da una speculazione sostanzialmente libera da vincoli o regole.
Non c’è giorno che l’Europa, la Bce, il Fondo Monetario, il Governo e la sua grande coalizione non ci spieghino che bisogna fare così e senza discutere troppo, perché altrimenti lo spread vola e finiamo come la Grecia. Qualche volta capita pure che ci raccontino delle balle clamorose, come nel caso della truffa ai danni degli esodati oppure in quello della nuova assicurazione sociale (Aspi), contenuta nella riforma del mercato del lavoro e presentata da alcuni come un’estensione delle tutele, salvo poi chiedere il rinvio della sua entrata in vigore al 2014, perché “i nuovi ammortizzatori forniscono una tutela inferiore rispetto ai vecchi” (parole di Cesare Damiano, uno dei relatori della riforma Fornero, oggi su il Manifesto).
Insomma, la stessa storia che ora si ripete con la spending review, esibita come un’operazione di semplice razionalizzazione della spesa. Una mistificazione bella e buona, come peraltro l’aggiunta “con invarianza dei servizi ai cittadini” al titolo del decreto  legge, poiché sarebbe un autentico miracolo mantenere la qualità e la quantità dei servizi in presenza di tagli così drastici e in larga parte lineari ed orizzontali.
Infatti, le Regioni ed i Comuni, che non hanno ancora finito di assorbire i tagli delle manovre precedenti, subiranno un ulteriore taglio dei trasferimenti di 7,5 mld di euro tra il 2012 e il 2013, con conseguenze inevitabili sui servizi, a partire dal trasporto pubblico locale, già ora gravemente deficitario. Saranno tagliati ancora una volta i fondi per la ricerca, mentre gli atenei potranno aumentare le tasse universitarie. Pesantissimo è l’intervento sulla Sanità, con la riduzione forzata di 18mila posti letto, per raggiungere il nuovo standard di 3,7 posti letto per ogni 1000 abitanti. Per capire meglio cosa significa questo, basti ricordare che attualmente siamo a 4,1 come media nazionale e che ad oggi soltanto quattro Regioni (Basilicata, Campania, Valle d’Aosta e Umbria) hanno un rapporto inferiore a 3,7. In altre parole, se oggi le liste d’attesa per un ricovero sono lunghe, domani si allungheranno ancora di più.
Un discorso a parte va fatto sul pubblico impiego, dove l’intervento è dirompente, soprattutto in prospettiva, e si cerca di capitalizzare anni di propaganda contro i lavoratori pubblici, presentati in toto come fannulloni e privilegiati, magari pure in una di quelle versioni caricaturali che ignorano deliberatamente l’odierna realtà lavorativa per insistere, invece, su un racconto immaginario ambientato in un film in bianco e nero. Insomma, il solito gioco, giovani contro vecchi, precari contro fissi, italiani contro immigrati, dipendenti privati contro dipendenti pubblici e alla fine tutti quanti cornuti e mazziati.
In primo luogo, i dipendenti pubblici subiranno una riduzione dello stipendio. E non solo per effetto della proroga del blocco degli stipendi, in atto già da anni, ma anche a causa della norma che prevede che i buoni pasto (l’indennità sostitutiva di mensa), sempre più spesso usati per fare la spesa, non possano superare il valore di 7 euro al giorno. E questo significa che laddove è superiore, per esempio 10 euro, questo vada ridotto d’ufficio a partire da ottobre.
In secondo luogo, dopo la manomissione dell’articolo 18, che peraltro vale anche per i dipendenti pubblici, arrivano gli esuberi e la mobilità nel pubblico impiego, con la riduzione del 10% del personale (esclusi alcuni comparti, come scuola o sicurezza), ai quali va aggiunta la riduzione del 20% dei dirigenti. Secondo la relazione tecnica del decreto legge stiamo parlando di 24mila esuberi tra il personale (escluse le Regioni), di cui soltanto 8mila avrebbero i requisiti per il prepensionamento. Per gli altri c’è la mobilità, cioè l’applicazione di quel famigerato art. 16 della legge stabilità (L. 183/2011) del Governo Berlusconi-Lega, che introduce la mobilità per i dipendenti pubblici: “collocamento in disponibilità” per un massimo di 24 mesi, all’80% dello stipendio base, che poi significa il 60% circa dello stipendio effettivamente percepito, e se in quel periodo di tempo non c’è ricollocazione scatta il licenziamento.
Forse il numero di 24mila andrà ridimensionato, perché il decreto legge parla di dotazioni organiche, che spesso volte non sono più coperte da tempo, a causa dei ripetuti blocchi delle assunzioni degli ultimi anni, ma il vero fatto dirompente sta nell’apertura di una diga, cioè dell’applicazione della mobilità per licenziamenti collettivi anche nella pubblica amministrazione. Per esempio, cosa succederà con i dipendenti delle Province nella misura in cui queste verranno smantellate o accorpate?
Ma fermiamoci qui con la spending review. Vi invito a leggere il testo del decreto legge e la relativa relazione tecnica (vedi allegato) e a seguire gli approfondimenti tecnici proposti da numerosi siti.
Un’ultima cosa, però, ma non certo meno importante, anzi. Come avevamo detto, ci raccontano che bisogna fare così, che non c’è alternativa, ma poi mai nessuno si degna di dire dove intende andare a parare, cioè cosa verrà dopo, che società uscirà da questa devastazione del vecchio ordine.
Il dubbio legittimo è che non lo sappiano bene nemmeno loro e che siano sorretti anzitutto dall’ideologia, da una fede cieca e granitica nei dogmi del neoliberismo, esattamente come lo furono quei “tecnici” del Fondo Monetario che un decennio fa spinsero l’Argentina alla bancarotta o quelli che ancora prima enunciarono le ricette della globalizzazione liberista e della liberalizzazione dei mercati finanziari. Cioè, quelle ricette che prima portarono all’arricchimento senza precedenti di una piccolo minoranza e, infine, all’attuale devastante crisi di sistema.
E rieccoci al punto di sempre. La manovra denominata “revisione della spesa” è sbagliata e dannosa e bisogna costruire l’opposizione e il contrasto, ma temo che rischiamo di rivivere un film già visto. Prima tutti gridano allo sciopero, col tempo si abbassa un po’ la voce e alla fine non succede più niente, magari con il contorno di qualche balla clamorosa. Insomma, non c’è opposizione reale possibile a questi provvedimenti, senza una rottura con l’impianto ideologico e strategico che li genera e senza la costruzione di un’alternativa. Questo mi pare il tema di fondo, che è poi quello della sinistra in questo paese…
 
di Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo della spending review, cioè il decreto legge n. 95 del 6 luglio 2012 (“Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini”), la Relazione tecnica che l’accompagna e il testo dell’art. 16 della legge di stabilità (L. 183/2011)
 

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Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale on line Paneacqua il 10 maggio 2012
 
L’esito delle recenti tornate elettorali in Italia e in Europa permette e, anzi, impone una seria ed urgente riflessione sullo stato di salute delle forze della sinistra, cioè sulla loro capacità di interpretare la crescente ostilità sociale verso le politiche di austerità e di delineare delle alternative convincenti al diktat della finanza e al vuoto di rappresentanza politica degli interessi popolari. E, da questo punto di vista, va premesso subito che la sinistra italiana, intesa come l’insieme di forze che si muovono alla sinistra del Pd, appare allo stato ben lontana da quella greca o da quella francese, registrando invece una situazione di sostanziale stallo. Ma andiamo con ordine.
Primo. Sebbene qui da noi si trattasse di elezioni amministrative parziali, è tuttavia possibile trarne delle valutazioni politiche generali, sia per il numero significativo di elettori interessati (oltre 9 milioni), spalmati sull’intero territorio nazionale, che soprattutto per il particolare momento politico e sociale. In questo senso, vi è un dato di primaria importanza politica: il governo Monti e le sue politiche non dispongono più di una maggioranza politica. Già, perché Monti è certamente una sorta di commissario che risponde anzitutto alla Bce, alla Merkel, ai vertici dell’Ue e ai mercati finanziari, ma i provvedimenti del suo governo hanno pur sempre bisogno di una maggioranza parlamentare che li approvi. E stando alle indicazioni che sono uscite dalle urne, quella maggioranza parlamentare, cioè il famoso “ABC”, non corrisponde alla maggioranza del paese.
Secondo. Se quanto sopra evidenziato pone l’Italia in sintonia con il messaggio proveniente dalle urne francesi, greche ed inglesi, tutto il resto è però diverso. Infatti, seppure nelle forti diversità tra Francia e Grecia, visto che il primo è tra quelli che contano in Europa, mentre il secondo è ridotto a prendere ordini, in ambedue i paesi il crescente dissenso sociale verso le politiche depressive, oltre ad aprire nuovi e preoccupanti spazi alla destra fascista e persino nazista, ha premiato soprattutto le forze di sinistra. In Francia, al primo turno il Front de Gauche di Mélenchon ha ottenuto un significativo 11,1% e al secondo turno è stato eletto Presidente il socialista Hollande. In Grecia, la coalizione di sinistra Syriza, aderente alla Sinistra Europea, con il suo 16.78% è diventato il secondo partito del paese (il primo nell’area di Atene) e l’insieme delle forze alla sinistra del Pasok (Syriza, Kke, Dimar) oltrepassa il 31%.
In Italia, invece, la sinistra non è stata per nulla premiata, se consideriamo il voto di lista e mettiamo per un attimo da parte il discorso sui candidati sindaci in alcune grandi realtà metropolitane (Doria e Orlando, per capirci). Federazione della Sinistra e Sel rimangono sostanzialmente ferme sulle loro posizioni, registrando soltanto una piccola perdita di voti, in termini di voti assoluti, rispetto alle regionali del 2010 (-16% come media nazionale). Si tratta indubbiamente di un risultato di tenuta, ma, appunto, in una situazione di crisi e di tempesta rimanere fermi su dimensioni tutto sommato modeste (2-3% la FdS e 3-4% Sel, sempre come medie nazionali) equivale al rischio concreto di finire nella marginalità e/o subalternità. A questi dati va, inoltre, aggiunto quello certamente non positivo dell’IdV (-58% di voti persi rispetto al 2010), che pur non potendo essere considerato un partito di sinistra tout court, svolge però in questa fase un chiaro ruolo di opposizione di sinistra.
L’unica forza che ha guadagnato voti in termini assoluti, nell’ordine di 200mila, nonostante fosse presente soltanto in 101 dei 941 Comuni che sono andati al voto, e che ha realizzato degli autentici exploit in alcuni Comuni, raccogliendo anche molti voti in uscita dal centrodestra, principalmente dalla Lega, è il Movimento 5 Stelle di Grillo. Tutti gli altri perdono, soprattutto a destra. Sempre in termini di calo di voti assoluti, la situazione rispetto al 2010 è questa: Lega Nord -67%, Pdl -44,8%, Pd -29%, Udc -6,5%.
Insomma, in estrema sintesi il quadro d’insieme pare questo: 1. si intensifica la crisi di credibilità e di legittimità del sistema politico nel suo complesso, come indicano l’aumento dell’astensionismo (affluenza al 66,9%, rispetto al 73,7% del 2007), particolarmente accentuato al Nord (-8,9% in Lombardia, -10,9% in Emilia-Romagna), la frammentazione del quadro politico ben oltre la soglia fisiologica delle elezioni amministrative e la rilevante affermazione del M5S, cioè di quella forza politica percepita come più nuova e più estranea al sistema partitico esistente; 2. l’era della cosiddetta Seconda Repubblica si chiude definitivamente, azzerando di fatto il centrodestra così come l’abbiamo conosciuto nell’ultimo ventennio ed aprendo quindi una fase di ridefinizione e riorganizzazione a destra, cioè su quel lato che continua ad essere culturalmente egemone nel paese; 3. l’Udc non perde, ma nemmeno guadagna alcunché dalla diaspora dell’elettorato berlusconiano e questo significa che l’ipotesi politica sulla quale era nato il Terzo Polo ne esce disintegrata; 4. anche il Pd perde molti consensi, ma non subisce alcun tracollo e uscirà istituzionalmente rafforzato dal secondo turno delle amministrative, sia rispetto a un centrodestra a pezzi, che rispetto a una sinistra ferma.
 
Ma per tornare al punto che ci interessa: come mai in Italia la sinistra non è stata percepita come un’alternativa? A me pare che possiamo individuare almeno due ordini di problemi. Uno che possiamo definire di natura “oggettiva” e uno che ha un carattere indubbiamente soggettivo.
Il primo problema mi pare essere che in Italia, diversamente da quello che accade in altri paesi europei, il dissenso, le tensioni sociali e la rabbia, originati dalla recessione e dalla brutalità e iniquità sociale delle politiche anticrisi, tendono ad indirizzarsi quasi esclusivamente contro “i privilegi dei politici”, “la casta”, “i partiti” eccetera.
Beninteso, nulla di strano, vista la diffusa corruzione, il rintanarsi della politica nei giochi di palazzo e negli affarismi e, last but non least, il discredito senza precedenti in cui il berlusconismo ha gettato le istituzioni democratiche, inondandole infine di farabutti, maitresse, cialtroni e leccapiedi. Insomma, per trovare delle analogie nella nostra storia bisognerebbe tornare ai tempi di Caligola e al suo cavallo senatore.
Tutto ciò non basta però come spiegazione, perché altrimenti i greci cosa dovrebbero dire? No, c’è anche un secondo elemento, tutto italiano. Cioè, il livello basso di conflittualità sociale o, meglio, l’ingabbiamento e l'anestetizzazione della conflittualità sociale da parte di un movimento sindacale maggioritario, i cui gruppi dirigenti centrali sono strettamente legati ai partiti che sostengono il governo. E non mi riferisco tanto e soltanto alla Cisl, già molto vicina al governo Berlusconi e disposta persino a collaborare attivamente alla proibizione della libera associazione sindacale nel gruppo Fiat, ma soprattutto alla Cgil, che sembra calibrare le proprie azioni più sulle esigenze di un Pd impegnato a sostenere il governo Monti, che sulla difesa degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici.
Dite che esagero? Allora guardate al resto dell’Europa e, ad esempio, alle mobilitazioni contro l’innalzamento dell’età pensionabile, promosse da sindacati a volte anche molto meno radicali della Cgil. La riforma delle pensioni in senso peggiorativo l’hanno fatta o tentano di farla un po’ dappertutto, ma quasi ovunque i governi devono confrontarsi con una forte opposizione sindacale e sociale. In Inghilterra lo sciopero del pubblico impiego ha visto adesioni da record, in Francia Sarkozy non è riuscito ad andare oltre l’innalzamento a 62 anni e il neopresidente Hollande, che non è un iscritto Fiom, bensì un socialista europeo, aveva messo nel suo programma elettorale l’impegno a riportare l’età pensionabile a 60 anni.
In Italia, invece, nulla di tutto ciò! Di fronte a una riforma delle pensioni da record (negativo) europeo, che ha portato l’età pensionabile a 67 anni, ridotto ulteriormente il valore delle pensioni da erogare e provocato una vera e propria truffa di Stato ai danni degli esodati, non c’è stata alcuna azione di contrasto degna di nota. A meno che, ovviamente, non si voglia considerare tale le tre ore di sciopero simbolico, delle quali la maggioranza dei lavoratori non era stata nemmeno avvisata. E che dire dell’art. 18? Prima il direttivo Cgil vota pacchetti di ore di sciopero contro la manomissione dell’art. 18, poi il Governo manomette l’art. 18 e, infine, il tutto finisce con un corteo in un giorno festivo, il 2 giugno, insieme a Cisl e Uil, dove si parlerà d’altro.
Comunque sia, tutte queste peculiarità italiane non sono un alibi sufficiente per il risultato elettorale non esaltante delle sinistre, che appunto non crescono, non sfondano e non emergono come alternativa. No, ci sono anche i limiti soggettivi, cioè quelli tutti nostri, tra cui c’è anche quello, ahinoi presente in molta parte delle sinistre, di non aver voluto capire la profondità della crisi di legittimità dell’insieme del sistema dei partiti esistente e, pertanto, di non aver capito nemmeno il M5S, che è sì una forza anti-partiti –e qui sta la sua fortuna elettorale-, ma che non è per nulla espressione della cosiddetta antipolitica. Anzi, nel voto ai “grillini” troviamo una forte richiesta di politica e di cambiamento.
Ma le sinistre non si possono certo limitare ad assumere fino in fondo il tema della democratizzazione e moralizzazione del sistema politico, anche se dovranno/dovremo senz’altro farlo, liberandosi anche di alcune residue pratiche e abitudini che tuttora persistono nel suo perimetro. No, le sinistre hanno il compito prioritario di dare rappresentanza ai soggetti sociali colpiti dalla crisi e dalle politiche anticrisi, di assumere il conflitto sociale come motore del cambiamento, di mettere al centro gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici e il punto di vista del lavoro, in tutte le sue accezioni e declinazioni, e di delineare un programma alternativo per l’uscita dalla crisi economica e democratica. Questo è il compito della sinistra e questo giustifica politicamente e storicamente l’esistenza di una sinistra.
Non ci sono ricette facili su questa strada, ma c’è una cosa da fare prima di tutte le altre e più importante delle altre: costruire un polo di mobilitazione e di opposizione al governo Monti e alle politiche di austerità e promuovere una convergenza tra tutte le forze di sinistra su alcuni punti programmatici di alternativa. Solo così, peraltro, la sinistra politica potrà ambire seriamente ad interloquire con i movimenti sociali e diventare alternativa credibile e convincente.
Ovviamente, in questo quadro, torna anche e inevitabilmente il tema dell’unità. Non è mia intenzione dire e ridire cose già dette, ma i fatti hanno la testa dura e dalle urne di domenica e lunedì è uscito un messaggio netto: l’idea di poter risolvere le divisioni a sinistra mediante la vittoria sul campo di una parte sull’altra si è rivelata un’illusione. Per dirla brutalmente: Sel non ha sfondato e dilagato e la FdS non è sparita. Anzi, in alcuni territori, come ad esempio in provincia di Milano (visto che scrivo da Milano), in queste elezioni vi è stato persino un riequilibrio, con una crescita in termini di voti assoluti dei consensi alla FdS rispetto al 2010, che fa sì che ora Sel e FdS sostanzialmente si equivalgono.
Ho parlato soltanto di Sel e di FdS, per evidenti motivi, ma ovviamente il discorso si può allargare. C’è l’idea di lista civica nazionale del Sindaco di Napoli, De Magistris, c’è Alba (il nuovo soggetto politico, per intenderci), ci sono altre forze solitamente più caute su ipotesi come quelle di cui parliamo qui, come Sinistra Critica, c’è l’IdV, ci sono i movimenti e le associazioni eccetera. Insomma, che nessuno pensi di potere risolvere la questione della sinistra mediante la guerra di uno contro l’altro. Non funziona. E non si può nemmeno aggirare l’ostacolo, magari con qualche accordino in condizioni subalterne con il Pd, che potrà forse portare qualche poltrona, ma non certo dare rilevanza politica alla nostra agenda e ai nostri obiettivi.
Insomma, facciamo di necessità virtù e chissà che non venga fuori qualcosa di buono. Come sempre sta a noi, ma il tempo stringe e la pazienza della nostra gente mi sa che non è più molta.
 
 
P.S. i dati sui flussi elettorali citati nell’articolo sono dell’Istituto Carlo Cattaneo e sono disponibili sul loro sito.
 
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale on line Paneacqua il 13 aprile 2012
 
Avreste mai pensato che si potesse commissariare, oltre il presente, anche il futuro delle persone e dei popoli, magari per il tempo di una o più generazioni? E che si potesse farlo nel silenzio generale, senza dibattito pubblico e senza nemmeno consentire ai diretti interessati di esprimere un parere? No? E allora siete indubbiamente degli inguaribili ottimisti, perché non solo è possibile, ma è esattamente quello che sta succedendo, qui ed ora.
Infatti, proprio ieri il Senato della Repubblica ha concluso il dibattito generale sull’inserimento nella Carta costituzionale del principio del pareggio di bilancio e, dunque, settimana prossima, salvo emergenze o incidenti, procederà al voto del provvedimento che modificherà gli articoli 81, 97, 117 e 119 della nostra Costituzione. E non si tratta del primo voto, beninteso, ma dell’ultimo, cioè di quello definitivo. E se i senatori faranno come i loro colleghi della Camera dei deputati il 6 marzo scorso, approvando il disegno di legge costituzionale in seconda lettura con una maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti, allora, come stabilisce l’art. 138 della Costituzione, non sarà nemmeno possibile sottoporre la modifica costituzionale a referendum popolare.
Insomma, siamo alla quarta votazione parlamentare dal novembre scorso, eppure gran parte dei cittadini ne sa ben poco. Al massimo qualcuno ricorderà qualche Tg, dove si dicevano cose di buon senso, come “i conti pubblici devono essere in ordine” o “non si può spendere più di quello che si incassa”. Già, perché in assenza di un’informazione corretta e di un dibattito pubblico è difficile cogliere la natura deleteria e  devastante di questa modifica costituzionale, che di fatto comporta l’impossibilità di promuovere politiche espansive nei momenti di crisi e recessione, visto che il pareggio di bilancio viene calcolato su base annua e non pluriennale, e il taglio continuo e permanente della spesa sociale. Per non parlare, poi, degli enti locali, i cui bilanci verrebbero sottoposti ai medesimi vincoli e ad un ferreo controllo dall’alto, spingendoli così definitivamente a svendere tutti i loro averi e servizi.
Non a caso, in altri paesi l’ipotesi di inserire in Costituzione il pareggio di bilancio ha provocato un grande dibattito pubblico. Persino il premier britannico, David Cameron, uomo di destra e sostenitore dell’austerity, l’ha criticata, parlando di “proibire Keynes per legge”, mentre negli Stati Uniti sono scesi in campo ben cinque premi Nobel per l’economia, considerandola “estremamente improvvida” e destinata “peggiorare le cose” (vedi Lettera dei premi Nobel). Alla fine, la stessa Amministrazione Obama ha cestinato la proposta, sostenuta invece dai Repubblicani.
Ma appunto, qui da noi non solo mancano l’informazione e il dibattito, ma se il Senato dovesse approvare la modifica costituzionale con una maggioranza dei due terzi, come ahinoi è probabile, nonostante i diversi appelli a non farlo (Prc, rivista Micromega ecc.), non sarà nemmeno possibile far esprime sull’argomento gli elettori e le elettrici. E così, un bel giorno di settimana prossima, gli italiani e le italiane, senza peraltro averci capito un granché, si potrebbero svegliare con il futuro commissariato.
Ma la cosa non finisce qui, poiché l’obbligo del pareggio di bilancio è figlio di un accordo a livello europeo. Anzi, si tratta di un vero e proprio trattato, firmato il 2 marzo scorso da 25 dei 27 Stati membri dell’Unione Europea, ed è conosciuto come “Fiscal compact” o patto fiscale. Insomma, se l’italiano medio sa poco del pareggio di bilancio, del fiscal compact sa praticamente nulla. E non per colpa sua, beninteso, ma perché nessuno si è preoccupato di fornire un minimo di informazione e di trasparenza.
Eppure, quel trattato è un’altra tegolata sulla nostra testa, perché non si limita a stabilire il principio del pareggio di bilancio, ma introduce anche altri vincoli, che chiariscono ulteriormente cosa vuol dire avere il futuro commissariato. Cioè, a partire da un inasprimento dei vincoli di Maastricht, definisce al suo articolo 4 il seguente meccanismo: il debito pubblico va ridotto fino al 60% in rapporto al Prodotto interno lordo (Pil), con un ritmo di un ventesimo all’anno. Tradotto in italiano, visto che da noi il rapporto debito/Pil è del 120%, questo significa prepararsi a delle manovre annue dell’entità di 40-50 miliardi di euro. Beninteso, nelle condizioni date, perché in caso di peggioramento della recessione, come indicherebbero le tendenze in atto, queste cifre sono destinate ad aggravarsi. Altro che “non ci saranno altre manovre”, come ha dichiarato l’altro giorno Monti, ce ne saranno a raffica!
Voi direte, almeno su questo ci chiederanno la nostra opinione? Ma figuriamoci. Primo, perché la nostra Costituzione non consente il referendum in caso di ratifica di trattati internazionali. Secondo, perché vi è un ampio e sconfortante consenso tra i partiti presenti in Parlamento, che aveva salutato la firma del fiscal compact in maniera praticamente unanime.
E così, in Italia –e non solo- rischiamo molto concretamente di fare la fine della Grecia, dove qualsiasi cosa decidessimo di fare o scegliere nelle urne o fuori dalle urne, nella realtà le decisioni saranno già state prese da altri e da altre parti. Insomma, commissariati per decenni e con lo smantellamento del welfare scritto nella Costituzione.
Cioè, una cura antidemocratica, nel senso più autentico della parola, e con tutte le carte in regola per non portare alla guarigione del paziente. Anzi, la costituzionalizzazione di quelle politiche già dimostratesi fallimentari, incentrate unicamente sul pareggio di bilancio e sul rifiuto delle politiche espansive per la crescita e l’occupazione, accontenterà forse la Merkel e la Bce, ma rischia molto concretamente di trascinare a fondo il nostro presente e il nostro futuro.
Ecco perché, sebbene la Grande Coalizione funga da potente anestetico, va fatto di tutto, anche in questi giorni, per esercitare la massima pressione sui Senatori, perché non approvino con una maggioranza dei due terzi la modifica costituzionale, e per far circolare il più possibile l’informazione su quello che sta succedendo.
 
Cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare i seguenti documenti:
  • il disegno di legge costituzionale “Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta Costituzionale”, nella sua versione definitiva sottoposta a voto in Senato;
  • il “Fiscal compact” (“Treaty on Stability, Coordination and Governance in the Economic and Monetary Union”), firmato a Bruxelles il 2 marzo 2012, nella versione originale in lingua inglese.
 

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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale (GU n. 19 del 24.01.2012 – Suppl. Ordinario n. 18) ed è entrato in vigore, il 24 gennaio 2012, il cosiddetto “decreto liberalizzazioni”, varato dal Governo Monti settimana scorsa, ma il cui testo definitivo era finora un piccolo mistero.
La sua denominazione formale è: Decreto-Legge 24 gennaio 2012, n. 1 - “Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività”.
Ora il Parlamento ha complessivamente 60 giorni per convertirlo in legge, con o senza modifiche.
Rispetto alle bozze di decreto circolate in rete fino alla vigilia della pubblicazione, le modifiche sembrano essere poche e, comunque, non toccare alcuni degli aspetti più pesanti e negativi, come l’accelerazione della privatizzazione dei servizi pubblici locali o l’abolizione del contratto nazionale nelle ferrovie (art. 37).
 
Per consultare la versione testuale del decreto direttamente sul sito della Gazzetta Ufficiale, clicca qui: Decreto-Legge 24 gennaio 2012, n. 1.
 
Cliccando sull’icona qui sotto, invece, puoi scaricare sia l’articolato, che la relazione del decreto-legge in formato pdf.
 
Luciano Muhlbauer
 

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