Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
La miglior difesa è l’attacco, avranno pensato Susanna Camusso e il suo entourage, specie quando in gioco ci sono delle posizioni di potere ritenute fino ad oggi consolidate e inattaccabili. E quindi, in questi giorni è partita una vera e propria offensiva all’interno della Cgil per estendere il pessimo e antidemocratico testo unico sulla rappresentanza del 10 gennaio scorso, siglato da Cgil-Cisl-Uil e Confindustria, a tutte le categorie del mondo del lavoro, compreso addirittura il pubblico impiego, dove esiste già un accordo generale che regola la rappresentanza.
Il primo appuntamento formale in questo senso è programmato per venerdì prossimo a Milano, quando tutte le categorie, tranne la Fiom (…), verranno chiamate a raccolta da Susanna Camusso per “estendere gli accordi su democrazia e rappresentanza a tutti i luoghi di lavoro”. Formalmente si tratta di un attivo regionale dei “settori non industriali”, ma per i duri di comprendonio il comunicato stampa ufficiale precisa subito che “saranno presenti i Segretari Generali Nazionali delle categorie interessate”.
Tanta fretta e tanto decisionismo colpiscono in un’organizzazione che in tutti questi anni di governi tecnici e di larghe intese, di riforme Fornero, riscrittura dell’art. 18, licenziamenti e austerity non ha promosso nemmeno uno sciopero generale degno di questo nome. Ma qui il punto è un altro, cioè che la crisi che scuote la più grande organizzazione sindacale del paese è anche crisi del suo potente apparato, cioè della sua capacità di fabbricare e organizzare consenso ed egemonia.
Le avvisaglie c’erano da tempo e, in fondo, sono in sintonia con quanto accade sul piano più generale, ma ultimamente i campanelli d’allarme sono diventanti davvero tanti e frastornanti. Basti pensare, per esempio, alle ultime primarie del Pd, dove l’indicazione di voto compatta da parte della quasi totalità del gruppo dirigente della Cgil a favore di Cuperlo si è rilevata drammaticamente irrilevante. E ora c’è pure la Fiom che rompe le scatole, che ha i vertici di tutte le categorie contro, ma che ciononostante non ha piegato la testa e, anzi, è riuscita a mettere in difficoltà Susanna Camusso.
A questo punto, però, sono successe una serie di cose, che indicano che il gruppo dirigente camussiano -e con esso l’intero apparato della Cgil- ha deciso di giocarsi il tutto per tutto. L’obiettivo è palese: liquidare ogni opposizione nella Cgil. E per poter fare questo, oggi e qui, va anzitutto liquidata l’autonomia della Fiom, cioè l’unica categoria che ha osato dire che non era d’accordo.
Il tutto è iniziato sabato scorso, con l’intervista a Susanna Camusso su Repubblica, in cui è stato annunciato un referendum tra gli iscritti “sul testo unico ma anche sul nostro modello sindacale”. Molti l’avevano scambiata per un’apertura verso Landini, visto che lui chiede il referendum. Invece, si è trattato dell’esatto contrario, perché a votare sarebbero stati non i lavoratori interessati e nemmeno gli iscritti Cgil interessati, bensì tutte le categorie della sola Cgil. Ma poiché sarebbe un po’ problematico spiegare al mondo perché i lavoratori del pubblico impiego o del commercio dovrebbero decidere su un accordo che non viene applicato a loro, ma solo a quelli dell’industria, allora è stato deciso di estendere, almeno in prospettiva, il testo unico del 10 gennaio a tutte le categorie dell’universo. Et voilà, les jeux sont fait, tutti gli iscritti Cgil possono votare e così mandiamo sotto la Fiom. E se poi non si adeguano ancora, ci sono sempre le sanzioni.
In teoria, chi non fa parte della Cgil, come il sottoscritto, a questo punto potrebbe anche disinteressarsi della questione oppure seguirla come spettatore. Sì, ma molto in teoria, perché in realtà qui non si sta parlando delle regole valide per gli iscritti della Cgil (o della Cisl o della Uil), bensì delle regole valide per tutti i lavoratori e le lavoratrici in Italia. E pur di salvare se stessi, Susanna Camusso e l’apparato Cgil sono disposti a far felice Cisl e padroni e a imporre l’estensione dell’accordo del 10 gennaio a tutti e tutte, persino andando a riscrivere e peggiorare le regole vigenti nel pubblico impiego, che fino a ieri venivano esibite come un modello.
Ma in fondo questo ha una sua logica. Lo stesso accordo sulla rappresentanza riflette la paura di perdere il controllo, poiché invece di aprire una riflessione critica e cercare di tornare al senso originario del fare sindacato, è stata scelta la strada opposta, quella del sistema bloccato e chiuso, quella della ricerca della propria legittimazione nelle pacche sulle spalle della controparte e, in ultima analisi, quella del sequestro e della privatizzazione dei diritti e delle libertà, anche costituzionali, che appartengono ai lavoratori (vedi il mio intervento Rappresentanza: arrivano il porcellum sindacale e le sanzioni per chi lotta).
Avrà una sua logica, certo, ma è proprio quella logica che non va bene. E quindi, molto concretamente, quello che ora sta accadendo in Cgil non riguarda soltanto la Cgil, ma riguarda tutti i lavoratori e le lavoratrici di questo paese, anzi, riguarda la qualità democratica tout court del paese. E quindi è un problema di tutti contribuire affinché a Susanna Camusso venga impedito di portare a compimento i suoi propositi.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Domenica 16 febbraio ci sarà a Milano una manifestazione contro il contestatissimo progetto della Via d’Acqua per l’Expo 2015. Non è la prima e forse neanche l’ultima, ma questa mobilitazione è indubbiamente molto importante poiché ci troviamo in un momento particolare, probabilmente decisivo.
Infatti, i lavori di costruzione del canale che dovrebbe collegare la Darsena con il sito di Expo, attraversando ben quattro parchi (Parco delle Cave, Boscoincittà, Parco Pertini, Parco di Trenno), sono ormai fermi da un mese a causa delle proteste dei cittadini. Tutte le volte che le ruspe si sono presentate e hanno tentato di scavare, sono state bloccate in poco tempo. Da due settimane le aree di cantiere sono presidiate quotidianamente dai cittadini.
In queste settimane ci sono stati anche diversi incontri con il delegato del Sindaco, ma questi non hanno portato ad alcun risultato concreto e probabilmente non potevano neanche, viste le rigidità della parte istituzionale. E non ha certamente giovato il fatto che non si volesse affrontare il problema nel suo insieme, cioè convocando un tavolo unico, ma si procedesse invece con delle trattative separate zona per zona, parco per parco, dando così l’impressione di voler applicare lo sgradevole schema del dìvide et ìmpera.
Insomma, la situazione è in pieno stallo e siccome è evidente che così non si può andare avanti a lungo, ora bisogna decidere cosa fare. O meglio, il Comune di Milano deve decidere cosa fare. Insisto sul Comune di Milano non perché sia l’unico attore istituzionale con responsabilità nella vicenda, ma perché il territorio interessato dalla contestata opera si trova sul suo territorio e perché in ultima analisi è l’istituzione che dovrebbe avere più interesse a trovare una soluzione condivisa con i cittadini.
Poi, certo, ci sarebbero anche Regione Lombardia e, soprattutto, la Expo 2015 S.p.A. guidata da un commissario unico, Giuseppe Sala, dotato di parecchi poteri speciali, come quello di derogare alle norme e alle procedure vigenti. Già, ma il Presidente leghista è sostanzialmente indifferente alle sorti dell’ovest milanese e interessato unicamente a cavalcare l’evento Expo in giro per la Lombardia, mentre il Commissario unico molto banalmente se ne infischia di cosucce come l’opinione dei territori o il futuro dei parchi, non dovendo egli rispondere ai cittadini.
Insomma, la palla è in mano al Comune e forse è arrivato il momento di mostrarsi un po’ più decisi, non nei confronti dei cittadini che protestano, intendo, bensì verso il Commissario. In fine dei conti, ci sono soltanto due modi per uscire dall’attuale situazione di stallo: la prima è passare sopra la testa dei cittadini e delle loro ragioni, magari usando pure la forza, la seconda è quella di costruire un confronto serio e trovare una soluzione condivisa, modificando il tracciato del canale e affrontando il problema delle bonifiche. La prima soluzione sarebbe disastrosa da ogni punto di vista, incluso quello del rapporto tra Sindaco e cittadini, la seconda invece non solo è nell’interesse comune, ma anche possibile.
Sì, possibile, checché se ne dica. Il tempo è poco? Verissimo. Ma a furia di invocare il “non c’è più tempo, siamo già in ritardo”, è stato perso altro tempo e accumulato nuovo ritardo. A questo punto non si può fare più nulla? Neanche questo è vero, perché proprio il Commissario Sala ha dimostrato con i suoi atti che ha i poteri per fare quello che non si potrebbe fare. Peccato però che finora abbia usato i suoi poteri non a favore, bensì contro gli interessi della città e dei cittadini, come nell’incredibile caso del declassamento per decreto della pericolosità degli inquinanti presenti nel terreno ed evitare così la bonifica prima di scavare il canale.
Insomma, forse bisogna alzare un po’ la voce con il Commissario. E, al limite, qualche potere ce l’ha anche il Sindaco, come ci ha ricordato pochi giorni fa la sua (giustissima) ordinanza di chiusura per sei mesi di una sala slot. E se la ludopatia è problema per la salute dei cittadini, non lo è forse anche una bonifica non fatta grazie a uno stratagemma?
 
È evidente che oggi si sta pagando il prezzo degli errori e delle sottovalutazioni di ieri (tipo aver scartato con troppa facilità la proposta di variante di Italia Nostra). Ma questa non è una buona ragione per insistere nell’errore, considerato anche e soprattutto che chi protesta, cittadini, comitati o associazioni ambientaliste che siano, ha tutte le ragioni del mondo dalla sua parte.
Per chi non conoscesse già la vicenda della via d’acqua, consiglio alcune veloci letture, come Expo, il canale fantasma, pubblicato sull’Espresso, e Veleni sotto la Via d’Acqua…, pubblicato su MilanoX.
Insomma, le condizioni per cambiare sostanzialmente il progetto della Via d’Acqua ci sono e questi giorni di mobilitazione dovrebbero essere vissuti dall’amministrazione cittadina come un’occasione da cogliere. Non per rispondere a qualche interesse particolare, bensì per tutelare l’interesse generale di Milano e non gettare ulteriori ombre su un evento, l’Expo, già strapieno di ombre.
 
Questi giorni sono dunque importanti e la questione riguarda tutta la città. Per questo vi invito, anche se abitate in altre zone della città, come chi scrive, a partecipare alla manifestazione di domenica. L’appuntamento è alle ore 14.00 e i luoghi di ritrovo tra cui scegliere sono due: Via Cancano (Baggio) e M1 Bonola (Trenno). 
Per maggiori info, vedi l’evento facebook:
 
Luciano Muhlbauer
 
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A Milano aumentano gli sfratti, ma aumenta anche la resistenza agli sfratti. E quanto avvenuto ieri a San Siro, con il suo manifesto eccesso dell’uso della forza, cioè del manganello, da parte delle forze dell’ordine non è che l’ultimo fatto in ordine di tempo.
Qualcuno, non solo a destra, purtroppo, vorrebbe dare una spiegazione apparentemente tranquillizzante della situazione. Cioè, ci sarebbero tanti casini non perché la crisi sociale e abitativa è grave, bensì perché ci sono gli abusivi, i furbetti che non pagano il canone e i soliti cattivoni dei centri sociali che soffiano sul fuoco. Anzi, secondo quella vulgata, persino la drammatica crisi finanziaria che sta travolgendo l’Aler di Milano sarebbe in ultima analisi colpa di abusivi e furbetti.
Una versione molto comoda, specie per chi in questi anni e decenni ha deciso, gestito e diretto le politiche per la casa sul territorio lombardo e milanese. Ma la realtà è molto diversa, ben più complicata e, soprattutto, ben più scomoda.
L’Aler di Milano, infatti, non si trova sull’orlo del fallimento perché qualche furbetto non ha voglia di pagare il canone, ma a causa delle scelte scellerate operate dal suo management (vedi per esempio il caso Asset sollevato dal Corsera qui, qui e qui), per non parlare dell’allora Assessore regionale alla casa accusato di aver fatto comunella con la ‘ndrangheta.
La morosità nelle case popolari è in aumento? Certo che lo, come era prevedibile e com’era stato denunciato sin dai tempi del varo della legge regionale n. 27, che aveva comportato un aumento generalizzato dei canoni. E ora la situazione è ulteriormente peggiorata, con la decisione dell’Aler di Milano di disdire unilateralmente l’accordo con i sindacati inquilini che fino alla fine del 2013 aveva calmierato canoni e spese. Insomma, c’è la crisi che colpisce sempre più duro e non si trova di meglio che aumentare i canoni d’affitto nell’edilizia sociale, con l’unico e scontato risultato di far schizzare alle stelle il tasso di morosità (dal 10% del 2009 al 30% del 2013).
Ci sono le occupazioni di case popolari? Sì, certo che ci sono, sia quelle non giustificabili, che quelle dettate da uno stato di necessità, che molte volte è persino riconosciuto dalle autorità competenti. Ma non sono gli occupanti per necessità che impediscono alle migliaia di nuclei familiari in graduatoria di vedersi finalmente assegnata la casa a cui hanno diritto, bensì il fatto ben più grave e paradossale che nella sola Milano ci sono ormai 5.000 alloggi popolari vuoti e tenuti chiusi, perché non si investe un euro in ristrutturazioni e manutenzione.
C’è resistenza agli sfratti? Certo che sì, ma non perché l’abbia deciso qualche “autonomo” che “strumentalizza”, bensì perché quando un problema sociale sempre più acuto non trova risposte da parte delle istituzioni, allora si produce inevitabilmente conflitto. A volte il conflitto è più rumoroso e i mezzi di informazione se ne accorgono, come nel caso di San Siro di ieri, altre volte è meno rumoroso e quindi i giornali non ne parlano, come nel caso del picchetto organizzato dal sindacato inquilini Sicet, che due giorni fa ha impedito uno sfratto in viale Monza.
La resistenza agli sfratti cresce, in tutta Italia e anche a Milano. A volte a sostenere gli sfrattati è la mobilitazione di un centro sociale, come il Cantiere, altre volte è quella di un sindacato inquilini, come l’Unione Inquilini, il Sicet o l’Asia. Una settimana fa sono stati i sindacati inquilini a chiedere unitariamente al Prefetto di Milano di “graduare l’utilizzo della forza pubblica nell’esecuzione degli sfratti”. Già, perché ormai si sta decisamente oltrepassando il livello di guardia, perché ad essere buttati fuori di casa con la forza sono anche famiglie in possesso di un’assegnazione d’emergenza, come è successo qualche giorno fa a quella di Hakima.
 
Giovedì 20 febbraio, alle ore 17.00, sotto il Pirellone, in piazza Duca d’Aosta ci sarà un’altra mobilitazione indetta da tutti i sindacati inquilini. La richiesta principale è di abbassare immediatamente i canoni d’affitto nelle case popolari. Ma possiamo essere certi, visti anche gli avvenimenti degli ultimi giorni, che dalla piazza si sentirà anche la richiesta di fermare gli sfratti e gli sgomberi forzati.
Insomma, se potete, partecipate.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Ci sono cose che accadono esattamente nel momento giusto, o sbagliato, a seconda dei punti di vista. E il proclama dei “Nuclei operativi armati”, con le sue minacce di morte e il suo inneggiare alla lotta armata, fa senz’altro parte di quelle cose. Infatti, è stato recapitato alla stampa a soli tre giorni dalla giornata nazionale di mobilitazione del movimento No Tav del 22 febbraio, che ha al suo centro la richiesta di liberazione di quattro attivisti, incarcerati in regime di massima sicurezza e accusati incredibilmente di terrorismo.
Non ho la più pallida idea chi ci sia dietro la sigla Noa, anche se la storia recente del nostro paese potrebbe suggerirci qualche ipotesi. Ma è assolutamente certo che quel comunicato è contro il movimento No Tav, che infatti lo ha bollato come deliranti follie. Ed è altrettanto certo che danneggia la campagna contro l’escalation repressiva che sta colpendo il movimento.
Già, perché ci sono i quattro attivisti, Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, detenuti da più di due mesi e accusati di terrorismo. Il fatto a cui si riferisce l’accusa è un assalto a un cantiere dell’alta velocità in Val di Susa nella primavera dell’anno scorso. In quella occasione fu danneggiato un compressore, ma nessuna persona si era fatta male. Terrorismo?
Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò rischiano di pagare il conto, in termini di decine di anni di reclusione, di una campagna che tenta di delegittimare l’intero movimento No Tav, perché se è terrorista l’azione a cui avrebbero partecipato, allora tutto il movimento è di fatto connivente. O almeno questo è il messaggio che passa a livello di opinione pubblica.
Associarsi alla richiesta di liberazione di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò non significa sposare in toto tutte le pratiche che si danno in Val di Susa, ma vuol dire avere a cuore la democrazia, la libertà e la giustizia nel nostro paese. E significa anche non guardare da un’altra parte quando quattro giovani vite rischiano di essere ingiustamente stritolate.
Per questo vi propongo di raccogliere l’appello dei familiari di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, che potete leggere qui sotto.
E se vi va, sabato 22 febbraio ci sono anche le iniziative e le mobilitazioni, lanciate dal movimento No Tav. La lista degli appuntamenti su scala nazionale la trovate qui. A Milano l’appuntamento è alle 14 in piazza XXV Aprile.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Appello dei familiari dei 4 No Tav arrestati per terrorismo
 
In queste settimane avete sentito parlare di loro. Sono le persone arrestate il 9 dicembre con l’accusa, tutta da dimostrare, di aver assaltato il cantiere Tav di Chiomonte. In quell’assalto è stato danneggiato un compressore, non c’è stato un solo ferito. Ma l’accusa è di terrorismo perché “in quel contesto” e con le loro azioni presunte “avrebbero potuto” creare panico nella popolazione e un grave danno al Paese. Quale? Un danno d’immagine. Ripetiamo: d’immagine. L’accusa si basa sulla potenzialità di quei comportamenti, ma non esistendo nel nostro ordinamento il reato di terrorismo colposo, l’imputazione è quella di terrorismo vero e volontario. Quello, per intenderci, a cui la memoria di tutti corre spontanea: le stragi degli anni 70 e 80, le bombe sui treni e nelle piazze e, di recente, in aeroporti, metropolitane, grattacieli. Il terrorismo contro persone ignare e inconsapevoli, che uccideva, che, appunto, terrorizzava l’intera popolazione. Al contrario i nostri figli, fratelli, sorelle hanno sempre avuto rispetto della vita degli altri. Sono persone generose, hanno idee, vogliono un mondo migliore e lottano per averlo. Si sono battuti contro ogni forma di razzismo, denunciando gli orrori nei Cie, per cui oggi ci si indigna, prima ancora che li scoprissero organi di stampa e opinione pubblica. Hanno creato spazi e momenti di confronto. Hanno scelto di difendere la vita di un territorio, non di terrorizzarne la popolazione. Tutti i valsusini ve lo diranno, come stanno continuando a fare attraverso i loro siti. E’ forse questa la popolazione che sarebbe terrorizzata? E può un compressore incendiato creare un grave danno al Paese?
 
Le persone arrestate stanno pagando lo scotto di un Paese in crisi di credibilità. Ed ecco allora che diventano all’improvviso terroristi per danno d’immagine con le stesse pene, pesantissime, di chi ha ucciso, di chi voleva uccidere. E’ un passaggio inaccettabile in una democrazia. Se vincesse questa tesi, da domani, chiunque contesterà una scelta fatta dall’alto potrebbe essere accusato delle stesse cose perché, in teoria, potrebbe mettere in cattiva luce il Paese, potrebbe essere accusato di provocare, potenzialmente, un danno d’immagine. E’ la libertà di tutti che è in pericolo. E non è una libertà da dare per scontata.
 
Per il reato di terrorismo non sono previsti gli arresti domiciliari ma la detenzione in regime di alta sicurezza che comporta l’isolamento, due ore d’aria al giorno, quattro ore di colloqui al mese. Le lettere tutte controllate, inviate alla procura, protocollate, arrivano a loro e a noi con estrema lentezza, oppure non arrivano affatto. Ora sono stati trasferiti in un altro carcere di Alta Sorveglianza, lontano dalla loro città di origine. Una distanza che li separa ancora di più dagli affetti delle loro famiglie e dei loro cari, con ulteriori incomprensibili vessazioni come la sospensione dei colloqui, il divieto di incontro e in alcuni casi l’isolamento totale. Tutto questo prima ancora di un processo, perché sono “pericolosi” grazie a un’interpretazione giudiziaria che non trova riscontro nei fatti.
 
Questa lettera si rivolge:
 
Ai giornali, alle Tv, ai mass media, perché recuperino il loro compito di informare, perché valutino tutti gli aspetti, perché trobino il coraggio di indignarsi di fronte al paradosso di una persona che rischia una condanna durissima non per aver trucidato qualcuno ma perché, secondo l’accusa, avrebbe danneggiato una macchina o sarebbe stato presente quando è stato fatto..
 
Agli intellettuali, perché facciano sentire la loro voce. Perché agiscano prima che il nostro Paese diventi un posto invivibile in cui chi si oppone, chi pensa che una grande opera debba servire ai cittadini e non a racimolare qualche spicciolo dall’Ue, sia considerato una ricchezza e non un terrorista.
 
Alla società intera e in particolare alle famiglie come le nostre che stanno crescendo con grande preoccupazione e fatica i propri figli in questo Paese, insegnando loro a non voltare lo sguardo, a restare vicini a chi è nel giusto e ha bisogno di noi.
 
Grazie.
 
I familiari di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò
 
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di lucmu (del 26/02/2014, in Territorio, linkato 1223 volte)
La contestata via d’acqua nei parchi dell’ovest milanese non si farà più. Non è ancora una certezza certificata, poiché bisogna attendere il nuovo progetto esecutivo, ma è da fantapolitica pensare che il Commissario Unico per Expo 2015, Giuseppe Sala, possa tornare indietro rispetto a quanto dichiarato ufficialmente ieri, cioè: “Stiamo valutando la revisione di una parte del progetto delle ‘Vie d’Acqua’, in particolare con riferimento al tratto ‘Sud’. Nel nuovo disegno la realizzazione dovrebbe limitarsi ad una pura opera idraulica che non interessa i parchi della corona urbana Ovest di Milano” (vedi comunicato stampa).
Insomma, è lecito affermare che la mobilitazione dei cittadini, dei comitati, degli ambientalisti, dei No Canal ha vinto. Ma con loro ha vinto anche il buon senso e Milano. Ed è importante, anzi decisivo, sottolineare questo punto, perché altrimenti si finisce per accreditare e alimentare la grottesca tesi secondo cui il canale di cemento nei parchi non si fa perché una minoranza estremista dei comitati avrebbe imposto con la prevaricazione il blocco dei cantieri. Una tesi in circolazione da qualche giorno e rilanciata purtroppo anche ieri dallo stesso Sala, che parla addirittura di “atti di illegalità, come azioni vandaliche e sabotaggi”.
Insistere su questi discorsi per motivare la rinuncia al canale nei parchi sarebbe però un errore madornale, perché aggiungerebbe danni ai danni. E per molteplici ragioni.
Anzitutto, perché questa tesi racconta una storia non vera, come dimostra peraltro il fatto che le critiche contro il progetto si sono allargate in città proprio in queste ultime due settimane, coinvolgendo noti estremisti come l’editorialista di La Repubblica, Ivan Berni (vedi suo articolo), il Presidente della Commissione Ambiente del Consiglio comunale, Carlo Monguzzi del PD, o associazioni come Fiab-Ciclobby.
In secondo luogo, perché se fosse vero che il potente Commissario Unico di Expo 2015 S.p.A. ha rinunciato a un’opera, considerata fino a due giorni fa strategica e imprescindibile, soltanto perché una piccola minoranza dei comitati non voleva fare accordi e si dedicava al sabotaggio, allora dovrebbe dimettersi immediatamente dal suo incarico per manifesta incapacità.
Infine, la ragione più importante. Nella vicenda della via d’acqua, che in realtà è più corretto chiamare canale di cemento, perché a questo era ridotto rispetto ai proclami originari del 2008, ormai non era in gioco soltanto l’integrità di quattro parchi milanesi (Parco delle Cave, Boscoincittà, Parco Pertini, Parco di Trenno), ma anche il rapporto tra il Sindaco e la città, tra l’esperienza amministrativa arancione e i cittadini e le cittadine che nel 2011 avevano votato per voltare pagina rispetto al ventennio delle destre. E da questo punto di vista sarebbe davvero incomprensibile se la maggioranza che amministra la città non valorizzasse lo stop al contestato canale come un’occasione per rianimare un rapporto che ultimamente si era un po’ guastato.
Nel mio intervento alla vigilia della manifestazione dei comitati del 16 febbraio scorso (È ora di ascoltare la giusta protesta) avevo espresso il mio convincimento che, arrivati a questo punto, al Sindaco Pisapia non rimanessero che due opzioni: fare l’opera comunque, anche con l’uso delle forze dell’ordine, oppure modificare il progetto della via dell’acqua. Ebbene, mi pare evidente che l’amministrazione cittadina abbia scelto la seconda opzione, perché non c’è dubbio che la decisione di Expo 2015 S.p.A. di ieri sia il frutto del pressing del Comune e dell’indisponibilità del Sindaco di chiedere l’intervento dei reparti mobili di polizia e carabinieri contro i cittadini. Forse è poco, forse è tanto, chissà, ma rimane il fatto che vi è una certa differenza con i tempi quando a Palazzo Marino comandava De Corato e ogni problema veniva trasformato in questione di ordine pubblico da risolvere a manganellate.
Anche per questo, anzi soprattutto per questo, sarebbe una sciocchezza se continuassero a circolare certe storie su minoranze estremiste e sabotaggi. Hanno vinto i No Canal e con loro ha vinto tutta Milano, perché i parchi sono salvi dalle ruspe e perché nessuna opera è stata imposta con la forza. Poi, domani è un altro giorno e ci sarà non soltanto da definire il progetto alternativo e definitivo, ma anche da ricostruire il rapporto di fiducia tra amministrazione e cittadini dei quattro parchi.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Quattro anni fa la grande partecipazione allo sciopero dei migranti del primo marzo sorprese molti e molte, forse persino le quattro donne che l’avevano ideato. Centinaia di migliaia di uomini e donne, migranti e italiani vecchi e nuovi, riempirono le strade di una sessantina di città. Fu un successo, un salutare grido collettivo di ripudio del razzismo.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da allora e nel frattempo la crisi e le politiche d’austerità hanno scavato in profondità, sconvolgendo le vite di autoctoni e migranti. Paradossalmente oggi le campane xenofobe sembrano suonare con meno vigore rispetto al 2010. Probabilmente i quotidiani proclami leghisti, postfascisti e a volte persino democratici erano diventati troppi e con l’incalzare della crisi sociale hanno finito per produrre un effetto overdose. A Milano, dove si erano inventati addirittura la vergogna del  coprifuoco in via Padova, un anno dopo il primo sciopero dei migranti gli elettori avrebbero votato in massa per voltare pagina e farla finita con la politica dell’odio.
Ma non illudiamoci troppo, perché l’acqua continua a scorrere sotti i ponti. Le pubbliche lacrime per i morti al largo di Lampedusa o per l’infamia dei centri di detenzione chiamati Cie durano il tempo che durano e non si traducono mai in fatti concreti e tangibili, mentre a destra in molti pensano che stia tornando il tempo dei vecchi amori. La Lega che governa la Lombardia annuncia nuove discriminazioni negli accessi ai servizi e Salvini in Europa stringe apertamente alleanze con i neofascisti francesi del Front National. D’altronde, in giro per l’Europa l’effetto overdose non c’è mai stato e xenofobia, razzismo ed estrema destra non hanno fatto che crescere in questi anni. E vi risparmio l’elenco che tutti conoscete.
Insomma, momenti come il primo marzo, finiti negli ultimi anni un po’ nell’ombra, diventano di nuovo importanti, molto importanti, perché sarebbe un grave errore aspettare passivamente che il peggio si materializzi. Anzi, il peggio va combattuto sul nascere, da subito. Ovunque, anche a Milano.
 
Per questo vi invito a partecipare sabato 1 marzo al corteo che partirà alle h. 14.30 da p.le Loreto (ang. v. Padova) e terminerà in Duomo.  Di seguito trovate l’appello ufficiale e qualche link.
 
Luciano Muhlbauer
 
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DIRITTI PER I/LE MIGRANTI = DIRITTI PER TUTTI E TUTTE
Manifestazione cittadina a Milano
1 marzo 2014 - ore 14.30 - Piazzale Loreto/angolo via Padova
 
Il 1 marzo è diventato uno degli appuntamenti simbolo dell’antirazzismo. Anche quest’anno vogliamo ribadire a gran voce che garantire i diritti dei e delle migranti vuol dire garantire i diritti di tutta la società.
 
Solo insieme, migranti ed autoctoni, possiamo rispondere al clima di razzismo e di paura, che alcuni esponenti di istituzioni, partiti politici o mass media vogliono affermare nel paese.
 
Solo insieme possiamo costruire una risposta alla crisi e a chi fomenta la guerra tra poveri facendo crescere la solidarietà per rendere concreto il sogno di una società di convivenza, in cui tutte le persone possano godere degli stessi diritti, senza distinzioni basate sulle diversità.
 
Per ciò chiamiamo tutti e tutte a manifestare il Primo Marzo a Milano contro ogni forma di razzismo e per i diritti dei e delle migranti.
 
Vogliamo far risuonare per le strade di Milano le nostre richieste:

·       La chiusura immediata dei Centri di Identificazione ed Espulsione e la chiusura definitiva del Centro di via Corelli a Milano

·       Una nuova legge sull’immigrazione

·       Svincolare il permesso di soggiorno dal lavoro

·       Il diritto di cittadinanza per le bambine e i bambini nati e/o cresciuti in Italia

·       Il diritto di voto per i/le migranti che risiedono in Italia

·       Il diritto al lavoro per tutti e tutte come previsto dalla Costituzione e parità di diritti fra cittadini

·       Il diritto al reddito per tutti e tutte

·       Una legge per il diritto d’asilo e reali politiche di accoglienza

·       No alla discriminazione nell'acceso ai diversi servizi

·       Garantire l'esercizio della libertà di culto

 
MILANO SENZA FRONTIERE
 
 
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L’Expo 2015 è tante cose. È cemento, business immobiliare e vetrina, ma è anche una grande promessa, soprattutto di lavoro e reddito. E indubbiamente un po’ di occupazione e denaro fresco arriverà con il grande evento e l’afflusso di visitatori e turisti, ma il punto è un’altro: di che tipo di posti di lavoro stiamo parlando?
Si tratta di un quesito decisivo, eppure se ne parla poco e male. Anzi, a livello pubblico si tende a eludere o a banalizzare il problema, come se in questi tempi di crisi sociale e di paura del futuro fosse sufficiente la promessa di un lavoro qualsiasi, a condizioni qualsiasi e con una paga qualsiasi. Invece no, non può bastare, specie se di mezzo ci sono istituzioni pubbliche e organizzazioni sindacali.
E da questo punto di vista c’è da essere preoccupati, seriamente preoccupati, perché in queste settimane, senza che se ne parli troppo in giro, tra le segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil e gli uomini del Presidente lombardo, Maroni, sta girando una bozza di accordo che intende estendere nel tempo, nello spazio e negli ambiti d’applicazione il cosiddetto modello Expo, cioè il protocollo firmato tra Expo 2015 Spa e sindacati confederali milanesi il 23 luglio dell’anno scorso.
La bozza c’è, anche se è praticamente impossibile recuperarne una copia. Se ne ha notizia soltanto grazie a qualche dichiarazione sparsa di Maroni e della Cisl e, soprattutto, a un articolo dell’Unità del 4 marzo, che cita parti del documento. Insomma, secondo l’Unità l’accordo si intitola “Un patto per il lavoro ed Expo in Lombardia” e prevede l’estensione del modello milanese a tutto il territorio lombardo per un periodo di due anni, cioè dal 1 luglio 2014 fino al 30 giugno 2016.
Per poter inserire nei contratti di lavoro la “causale Expo”, che motiva tecnicamente le deroghe alle norme contrattuali vigenti, sarebbe poi sufficiente che un’azienda o un ente dimostrasse un qualche legame, anche vago, con il grande evento. E per quanto riguarda i settori economici non ci sarebbero praticamente più confini: “Sito espositivo (compreso la costruzione di dei padiglioni), commercio, turismo, artigianato e settori da individuare legati ad Agenda Italia, nonché alle attività di innovazione, ricerca e sviluppo inerenti i temi dell’evento”. E ancora: “Si tratta inoltre di regolare l’allargamento a settori di servizi pubblici che dovranno essere potenziati durante l’evento (sanità pubblica e privata, trasporti, raccolta rifiuti, altri servizi pubblici di enti locali o ministeriali)”. Insomma, dappertutto.
Anche le tipologie contrattuali in deroga sono quasi senza limiti e vi troviamo tutta la fiera del precariato sottopagato esistente ed immaginabile: stage, apprendistato, formazione on the job, lavoro somministrato ecc. Immagino che nella versione regionale si vorrà rinunciare al lavoro volontario, presente invece ampiamente nel protocollo milanese, ma in cambio pare che la fantasia lombarda abbia partorito l’ideona dell’“apprendistato in somministrazione”…
Ora, il problema non è che si parli di contratti a tempo determinato, visto che stiamo parlando di un evento per definizione limitato nel tempo, bensì che si introduca in maniera spudorata una sorta di dumping sociale sullo stesso contratto precario. In altre parole, invece di stipulare con il lavoratore un normale contratto a termine, posso assumerlo come stagista a 516 euro al mese oppure come apprendista di Operatore di Grande Evento. Invece di affittare un lavoratore precario, posso affittare un apprendista lavoratore precario. E così via.
L’Expo porterà nuovo lavoro? Se la logica è questa, pare piuttosto che Expo porterà nuova precarietà sottopagata, incentivando le aziende a sostituire contratti minimamente decenti con contratti indecenti.
Il protocollo milanese dell’anno scorso era un pessimo servizio al mondo del lavoro, per quello che stabiliva e perché apriva le porte a ulteriori arretramenti sul piano dei diritti. Ora, com’era prevedibile, pare che qualcuno voglia passare da quelle porte. Siamo ancora alle bozze, non c’è ancora un documento firmato e forse è il caso che se ne parli pubblicamente ora, subito.
Insomma, davvero Regione Lombardia vuole farsi promotore di questa schifezza? E i sindacati confederali che dicono? Cgil, Cisl e Uil davvero vogliono essere complici fino a questo punto di un’Expo della precarietà?
 
Luciano Muhlbauer
 
 
post scriptum: chi cerca trova e alla fine una copia della bozza “Un patto per lavoro ed Expo in Lombardia” l’abbiamo trovata. È firmata Cgil Cisl Uil Lombardia e la data è febbraio 2014. Comunque, la trovate in allegato in versione originale, basta cliccare sull’icona qui sotto per scaricarla.
 

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A Milano tocca anche quest’anno la sua primavera nera. Ormai sembra diventata una triste consuetudine e così, non appena l’inverno accenna ad andarsene, i vari gruppi della galassia nazifascista, con annessi buoni uffici della destra istituzionale, fanno convergere le loro iniziative sulla territorio milanese. L’obiettivo è sempre lo stesso, cioè mettere nuove radici e rafforzarsi organizzativamente e politicamente in una metropoli che tradizionalmente non li ha mai amati.
E questa volta, visto che si avvicinano le elezioni europee, si inizia con una provocazione in grande stile: i fascisti di Casa Pound annunciano per sabato 15 marzo un’iniziativa pubblica a Milano, in luogo non ancora comunicato, con due esponenti del partito neonazista greco, Alba Dorata. In altre parole, il partito considerato un’organizzazione criminale dai magistrati ellenici e additato da mezzo mondo come un pericolo per la democrazia in Europa, dovrebbe parlare tranquillamente a Milano e per giunta il giorno prima dell’anniversario dell’omicidio fascista di Dax. Pazzesco! E c’è davvero da augurarsi che di fronte a questa eventualità non siano soltanto i soliti ad attivarsi per dire che a Milano per i nazisti non c’è proprio posto.
Ma, appunto, non stiamo parlando soltanto di una singola provocazione, ma di un insieme di iniziative e fatti. In questo senso, va anzitutto ricordato che le giornate in cui si ricorda Dax fanno gola non soltanto a casa Casa Pound, ma anche a Forza Nuova, che lo stesso 15 marzo organizza nella vicina Monza un’iniziativa pubblica con Roberto Fiore. In quel caso si conosce già il luogo, cioè l’Hotel della Regione, ed è già prevista una mobilitazione antifascista.
L’elenco potrebbe proseguire a lungo, ma ci limitiamo a ricordare altri due fatti, forse quelli più significativi. Il primo è l’apertura della nuova sede milanese di Lealtà e Azione, una sigla di copertura del movimento neonazista Hammerskin, nello stesso luogo che fu di Cuore Nero. Cioè, in via Pareto, a due passi dalla Cascina Autogestita Torchiera…
Il secondo è l’ingresso ufficiale di Casa Pound nel Consiglio comunale di Novate Milanese. La vicenda è torbida, perché nasce da una consigliera ex Pdl in conflitto con i capi locali di Forza Italia, che un bel giorno decide di costituire il gruppo di Casa Pound. Ma da cosa nasce cosa e siccome tra qualche mese ci sono le amministrative, ora i fascisti di Casa Pound non si vogliono più muovere da Novate.
Insomma, vicende diverse tra di loro, ma che convergono nel tempo e nello spazio e che nel loro insieme ci restituiscono bene il quadro di una galassia nazifascista, profondamente divisa al suo interno, ma capace di lavorare con determinazione nella medesima direzione per rafforzarsi e avanzare sul territorio. Infatti, questo è il punto e questa è la posta in gioca.
Per questo occorre reagire con fermezza e con intelligenza, senza farsi prendere dall’ansia, costruendo mobilitazione, conflitto e consenso e, soprattutto, non perdendo di vista l’obiettivo, cioè impedire che i gruppi nazifascisti avanzino anche solo di un millimetro nell’area milanese.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Vi ricordate dell’occupazione della Torre Galfa a Milano di due anni fa? Fu una notizia che fece il giro del mondo, poiché per prima volta era stato occupato un grattacielo, ma soprattutto coinvolse un numero impressionante di giovani e meno giovani. Gli occupanti erano anzitutto lavoratori dello spettacolo, dell’arte, della ricerca e dell’immateriale.
L’occupazione del grattacielo fu l’inizio di una storia, quella di Macao, che dal giugno del 2012 abita all’ex Macello di Viale Molise, un altro spazio lasciato in stato di abbandono e poi risistemato dal collettivo.
Alcuni hanno perso un po’ di vista le attività di Macao dopo la vicenda della Torre Galfa, perché la stampa ormai se ne occupava raramente e perché Macao è sì uno spazio sociale occupato, ma non è un centro sociale classico. È, appunto, un Nuovo Centro per le Arti, la Cultura e la Ricerca, per dirla con le parole di Macao.
Ma Macao in questo tempo ha lavorato e prodotto e ha fatto rete con altre realtà simili, come il Teatro Valle di Roma. Ora, insieme a due di queste realtà, l’Ex Asilo Filangieri di Napoli e il S.a.L.E. Docks di Venezia, ha pensato di presentare un progetto e partecipare al bando CheFare2. Se vince il loro progetto, che si chiama alla maniera di Macao, cioè #Apparecchioper aprire dal disotto, ci sono 100mila euro di premio per realizzarlo.
Insomma, penso sia sempre un’ottima cosa quando si semina cultura, autogestione e partecipazione. E Macao lo ha fatto. Quindi credo valga la pena di sostenere anche questa nuova avventura. In altre parole, per far vincere il progetto #Apparecchioper bisogna votarlo on line. Io l’ho già fatto e ora, se vi va, tocca a voi. È semplicissimo: basta andare su www.che-fare.com/progetti-approvati/apparecchio-per-aprire-dal-di-sotto e seguire le istruzioni.
Ma dovreste farlo praticamente subito, perché ormai siamo in dirittura d’arrivo. Cioè, bisogna votare entro la mattina di giovedì 13 marzo.
Per sapere in cosa consiste esattamente il progetto, vi consiglio la lettura della presentazione scritta dal collettivo Macao, che trovate qui sotto. Il linguaggio è quello di  Macao, ovviamente, ma ce la farete.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Mancano due giorni alla chiusura del bando CheFare2, il premio di 100.000 euro per la cultura promosso dall'associazione culturale Doppiozero che anche quest'anno è riuscito a catalizzare molti progetti interessanti e di forte portata innovativa e che si basa sul voto online.
 
Ne costituisce un esempio il progetto di #Apparecchioper aprire dal disotto, presentato da Ex Asilo, Macao e Sale Docks , Ecco il link per votarlo: www.che-fare.com/progetti-approvati/apparecchio-per-aprire-dal-di-sotto
 
In questi ultimi tre anni di intensa mobilitazione di cui fanno parte in modo determinante le realtà che hanno scritto questo progetto, l’imprudenza si è fatta pratica diffusa, condivisa, relazionale: un’alleanza radicale di migliaia di corpi, di intelligenze e di desideri. La mobilitazione ha significato in primo luogo una serie di rifiuti: rifiuto delle relazioni esistenti, delle logiche dell’industria culturale, della privatizzazione (o dell’abbandono) degli spazi pubblici (e privati), della mortifera e avvilente narrazione del precariato, della speculazione edilizia che divora le città. Ma ha significato soprattutto una spinta esplosiva, costituente più che destituente, animata dalla volontà di ricreare con le proprie mani, letteralmente prima ancora che metaforicamente, un nuovo presente. I teatri chiusi, le palazzine abbandonate, gli edifici dismessi sono diventati i laboratori in cui è stato possibile tradurre il piano del conflitto e dell’immaginario in nuove forme di produzione culturale e, talvolta, di nuove istituzioni.
 
Il progetto #apparecchioper permette di leggere tre dimensioni che hanno caratterizzato questa fase dell’imprudenza: innovazionemessa in relazione e istituzionalizzazione. Ma prima di tutto, cos’è l’#apparecchioper?
 
“L’#Apparecchioper rappresenta il potenziamento delle pratiche di produzione culturale che in questi anni si sono attivate negli spazi autocostruiti del Sale, dell’Asilo e di Macao: una produzione fondata sul continuo intreccio di relazioni e di scambi di competenze. In particolare, il progetto prevede la messa a disposizione gratuita delle risorse dei tre soggetti proponenti (spazi, attrezzature, supporti tecnologici, competenze) al fine di permettere una maggiore accessibilità dei mezzi di produzione in ambito culturale. La relazione tra persone e spazi di produzione è agevolata dalla costruzione di una piattaforma online. Questa conterrà alcuni dei dispositivi fondamentali per concretare il progetto: una mappatura dei mezzi di produzione messi a disposizione dalla rete aderente, gli strumenti per renderli accessibili (calendari, mappe,…), l’area per la banca del tempo, uno spazio per il crowdfunding, la creazione di una moneta digitale comune, ambienti social di relazione, un’area per l’archivio digitale delle opere, liberamente scaricabili, con la possibilità di fare donazioni per sostenere l’autore permettendogli di proseguire il suo lavoro” (Estratti dal progetto).
La piattaforma rappresenta dunque lo strumento attraverso cui avviare, progettare e costruire una nuova produzione culturale. Il legame tra piattaforme digitali e innovazione culturale rappresenta anche il fulcro di un altro importante progetto all’interno di questo panorama: il progetto europeo Inherit, di cui Panspeech rappresenta la “piattaforma per la creazione distribuita e la condivisione di contenuti, fondata sui principi del crowdsourcing”. Inoltre, sono le pratiche accolte all’interno delle piattaforme digitali ad avere un carattere innovativo e trasformativo di per sé: basti pensare alla condivisione gratuita dei mezzi di produzione, o alla creazione di contenuti in modo condiviso basata su relazioni non gerarchiche e su monete alternative. Infine, a livello più eminentemente politico la forza trasformativa che questo tipo di sinergie offre è quello di radicare la nuova produzione culturale e materiale all’interno delle lotte sociali, sottraendosi sia alla retorica dell’impresa sociale che allo statalismo nostalgico.
 
La messa in relazione rappresenta un presupposto e un risultato delle azioni previste dal progetto. Nuove relazioni potranno essere costruite all’interno delle piattaforme digitali, ma quello che questo progetto segnala è anche una preliminare, e fondamentale, relazione tra gli spazi promotori. In questo senso, la rete dei teatri e degli spazi occupati è essa stessa prova di questa trasformazione nella misura in cui ha iniziato a fare un discorso condiviso sulle forme di produzione culturale. A fianco alla grande ricchezza di forme che i vari spazi stanno sperimentando all’interno dei loro territori si apre quindi una fase in cui mettere in comune, dapprima tra gli spazi stessi e poi aldilà di essi, le risorse di cui dispongono nel tentativo di dare corpo a una produzione culturale dal basso radicalmente condivisa.
 
Infine, una chiosa sull’istituzionalizzazione. Con questo termine non credo si debba necessariamente alludere ad una sussunzione nel regno del già detto, già fatto e della coazione a ripetere. Il “regolamento condiviso di uso civico” dall’Ex-Asilo Filangieri di Napoli, l’associazione culturale del S.a.L.e. Docks di Venezia, la Fondazione Teatro Valle Bene Comune e, ora, il comitato di scopo che Macao, Sale e Asilo hanno costituito per partecipare al bando CheFare2, rappresentano a vario titolo istituzioni che servono a garantire, tutelare e a proiettare queste esperienze all’interno di un orizzonte più vasto. Tuttavia, il campo su cui insiste questa evoluzione è innervato di tensioni politiche che muovono in direzioni diverse e, in quanto tale, estremamente scivoloso. Si procede per tentativi ed errori, in un costante avanzamento che è oggetto sia di sperimentazione pratica (ne è un esempio la Fondazione Teatro Valle Bene Comune che, pur avendo negli ultimi giorni subito una momentanea battuta d’arresto, ha tentato di scardinare dall’interno l’istituto giuridico della fondazione) che di riflessione condivisa a livello europeo (ne è un esempio il seminario che si terrà al Museo Reina Sofia di Madrid alla fine del mese in cui si discuterà della formazione di nuovi attori politici e culturali in risposta all’insufficienza della struttura istituzionale attuale).
Si tratta insomma di procedere all’identificazione – tramite prassi e teoria, tra diritto e conflitto – delle istituzioni e dei modelli economici atti a sostenere e tutelare i beni comuni. Anche su questi temi, che riteniamo più che mai urgenti all’interno del dibattito attuale, sollecitiamo gli spazi ad intervenire sulle nostre pagine.
 
 
I soggetti promotoriEx Asilo Filangieri / Macao  / S.a.L.E. Docks
 
by Macao
 
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Ci siamo, domani inizia la triste primavera nera di Milano. Non ripeto qui il ragionamento generale già fatto alcuni giorni fa (vedi A Milano arriva la primavera nera), ma piuttosto cerco di dare un contributo alla condivisione delle informazioni disponibili, a partire dagli aggiornamenti sulla presenza dei nazi di Alba Dorata a Milano, e  delle mobilitazioni da fare, comprese quelle programmate da tempo in occasione dell’anniversario dell’omicidio di Dax.
Ebbene, la prima informazione è che è stato reso pubblico il luogo dove si terrà l’iniziativa, organizzata da Casa Pound, che vedrà la presenza pubblica a Milano, per prima volta, di due esponenti del partito neonazista greco, Alba Dorata. Il luogo è l’Hotel Admiral, che si trova in via Domodossala 16, in zona Fiera. E l’iniziativa è prevista per le h. 16 di sabato 15 marzo.
Il tempo è poco, ovviamente, ma qualcosa si può e si deve fare da subito, a partire dall’invio massiccio di messaggi mail di protesta all’indirizzo info@admiralhotel.it, in cui si chiede alla direzione dell’Hotel Admiral di revocare la sala per l’evento neonazista (per chi vuole usare telefono o fax, ecco i numeri: tel. 023492151, fax 0233106660). È una cosa semplice, che chiunque può fare con il suo pc, tablet o smartphone. Ed è una cosa che può essere anche efficace, come dimostra il caso monzese, dove un’analoga campagna ha portata alla revoca della sala per Forza Nuova.
In secondo luogo, occorre chiedere alle rappresentanze istituzionali, alle forze e ai movimenti politici, alle associazioni ecc. di prendere parola contro l’eventualità che Milano venga insultata con la presenza dei neonazisti di Alba Dorata. Qualcuno sta già iniziando a muoversi in quella direzione, come la Rete antifascista milanese.
Per tutto il resto, gli aggiornamenti, eventuali altre iniziative ecc., tenete le orecchie aperte e seguite le notizie che circolano, in particolare sui social network. Oppure usate anche lo spazio commenti di questo post, per condividere informazioni.
 
Detto questo, vi ricordo comunque tutte le altre iniziative antifasciste in programma in questo fine settimana nell’area metropolitana, altrettanto importanti.
 
Sabato 15 marzo:
 
Monza, h. 15, è confermato il presidio antifascista. Forza Nuova è rimasta senza albergo, ma per il resto non si sa cosa faranno. Per informazioni e aggiornamenti, seguite il sito del Foa Boccaccio.
Novate Milanese, h. 17, in P.zza Martiri della Libertà, corteo antifascista contro l’ingresso di Casa Pound nel Consiglio comunale.
Rozzano, h. 22, via Franchi Maggi 118, concerto per Dax con Banda Bassotti, Los Fastidios, Skassapunka e Cleopatra Sound.
 
Domenica 16 marzo a Milano:
 
h. 16, Ripa dei Malfattori, Ripa di Porta Ticinese 83, incontro con i compagni del Comité pour Clement e di Pavlos, e alle h. 18 presentazione del libro “Resisto! 10 anni senza te, 10 anni con te”, curato dall’Associazione Dax 16marzo2003.
h. 21, via Brioschi, parole e musica per Dax, con interventi dalla Francia e dalla Grecia, Audio-Tributo a Dax e monologo MADAMA CIE di e con AttriceContro
h. 22:30, da via Brioschi parte il corteo per le vie del Ticinese.
Per eventuali aggiornamenti sulle iniziative per Dax, vedi l’evento fb.
 
Luciano Muhlbauer


Post Scriptum del 17 marzo:
un bilancio sintetico di quanto avvenuto in questo fine settimana, potete trovarlo nel post 16 marzo per Dax, pubblicato da Milano in Movimento.
 
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