Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
di lucmu (del 07/03/2006, in Lavoro, linkato 716 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 2 marzo e su il Manifesto (pag. Milano) del 7 marzo 2006
 
La legge 30, impropriamente detta legge Biagi, è sbarcata in Regione Lombardia in piena campagna elettorale e nel momento di lancio dell’offensiva neocentrista del presidente-senatore Formigoni. Il progetto di legge applicativo del centrodestra lombardo ha iniziato il suo iter istituzionale due settimane fa e la sua approvazione in aula è programmata per il 21 marzo. Anche se quest’ultima data è ormai destinata a slittare al dopo elezioni politiche, stupisce il silenzio un po’ irreale che circonda l’intera operazione. La stampa non ne parla e dallo stesso mondo sindacale, se escludiamo forze come il SinCobas o la Fiom, non provengono finora segnali di mobilitazione.
Eppure, vi sarebbe l’urgente necessità di accendere i riflettori e far suonare un campanello d’allarme, considerato che si tratta non soltanto dell’applicazione di una delle peggiori leggi berlusconiane, bensì di una sua interpretazione iperliberista, in omaggio alla sussidiarietà secondo Formigoni. E il ruolo della legislazione regionale è tutt’altro che marginale, poiché ad essa è demandata la definizione del regime di accreditamento delle agenzie di somministrazione e intermediazione di manodopera.
Come si sa, il vecchio collocamento pubblico è stato abolito dalla legge 30 e dal decreto legislativo 276/03 e sono subentrati i centri per l’impiego gestiti dalla Province. Ora il centrodestra lombardo propone di fatto l’emarginazione di questo residuo ruolo pubblico, prevedendo un “sistema di servizi per l’impiego aperto alla partecipazione di operatori pubblici e privati”. Dunque, non vi saranno più funzioni svolte in esclusiva dai centri provinciali, ma questi ultimi, per poter operare, dovranno accreditarsi presso la Regione ed entrare nella rete “in concorrenza con i soggetti privati”. Ogni operatore accreditato, pubblico o privato che sia, potrà accedere a finanziamenti regionali, certificare lo stato di disoccupazione, gestire le liste di mobilità e le graduatorie dei disabili, fare intermediazione di manodopera e avviare la selezione presso le pubbliche amministrazioni. E, tanto per ribadire il concetto, è previsto un forte accentramento delle politiche del lavoro nelle mani del Pirellone, trasformando così le Province in semplici terminali della programmazione regionale. Possiamo infine aggiungere che il progetto contempla un uso estensivo di alcune forme contrattuali come il tirocinio e l’apprendistato e della Bottega-scuola.
Non è necessario avere il master in economia per capire che si tratta di un’operazione di devastazione di ogni ruolo pubblico e dell’avvio del grande affare del mercato delle braccia. Insomma, il caporalato elevato al rango di politiche del lavoro e il lavoratore ridotto a merce pura e semplice, come se si trattasse di una scatoletta di tonno. L’impatto sociale di un siffatto sistema sarebbe devastante in una regione in cui la precarietà del lavoro e della vita rappresenta ormai uno dei principali problemi. Già oggi, a Milano, oltre il 70% dei nuovi contratti di lavoro avviati sono di tipo precario.
Ecco perché questo assordante silenzio non ci convince. Anzi, lo leggiamo con viva preoccupazione, specie alla luce delle ripetute aperture al “riformismo” formigoniano da parte della Margherita e di settori dei DS lombardi, anche di questi ultimi giorni. Per quanto ci riguarda, come Rifondazione Comunista, abbiamo presentato un nostro progetto di legge, incentrato sul rilancio del ruolo pubblico e sul rafforzamento delle strutture delle Province, nonché su una politica regionale di contrasto attivo della precarizzazione. Ma soprattutto occorre rompere il silenzio e far uscire la discussione dal palazzo. Per questo crediamo sia giunto definitivamente il momento che le forze della sinistra sociale e politica e dei movimenti facciano sentire la loro voce. Per impedire che apra il supermercato della precarietà, magari sotto il segno di un altrettanto devastante neocentrismo lombardo.
 
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La Formazione Professionale lombarda, si sa, è un grande ginepraio da quando la Giunta Formigoni ha instaurato il sistema degli accreditamenti. A rendere la situazione ancora più complessa è poi intervenuta la determinazione del centrodestra lombardo di volere a tutti i costi anticipare la riforma Moratti per mezzo della cosiddetta “sperimentazione”. E così può succedere di trovarsi di fronte a degli atti amministrativi che lasciano francamente sbigottiti, com’è il caso del decreto dell’assessorato regionale alla Formazione numero 1755.
Il decreto risale al 17 febbraio scorso e bandisce un “Invito alla presentazione di candidature” per la realizzazione di Poli formativi. Fin qui nulla di strano, si direbbe, se non fosse per due elementi che destano viva preoccupazione, considerato altresì che sono in ballo oltre 11 milioni di euro.
Anzitutto, nelle pieghe di un semplice decreto del direttore generale si annida in realtà una forzatura politica inaccettabile, poiché si colloca l’intera formazione tecnico-superiore nel “nuovo sistema ordinamentale del secondo ciclo”. Essa entrerebbe così a far parte da subito di quella sperimentazione della riforma Moratti che la Conferenza Stato-Regioni, soltanto pochi mesi fa, aveva invece deciso di far slittare all’anno scolastico 2007-2008.
In secondo luogo, il metodo adottato per selezionare i beneficiari degli 11mln di euro disponibili per i progetti di Polo Formativo ci lascia piuttosto perplessi. Infatti, l’assessorato ha definito una procedura molto sui generis, in cui si “invitano” i candidati a presentare domanda in tempi iper-ravvicinati, cioè entro il 10 marzo prossimo, al fine di verificare il possesso della “condizione di ammissibilità”. E a coloro i quali supereranno questa sorta di pre-selezione sarà “riservata” la partecipazione a un “successivo” e non meglio specificato “dispositivo regionale” relativo all’assegnazione del finanziamento. In altre parole, un meccanismo farraginoso che consegna un’unica certezza: bisogna fare tutto molto in fretta! Ma non era più semplice e trasparente ricorrere allo strumento del bando? E perché l’assessorato ha deciso di scavalcare le Province?
Insomma, troppe forzature e troppe ombre sul decreto 1755. Pertanto, Rifondazione Comunista ha oggi chiesto formalmente all’assessore Guglielmo di ritirarlo.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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di lucmu (del 27/02/2006, in Diritti, linkato 967 volte)
''Basta all'omofobia, questo e' un banco di prova per capire se Formigoni vuole discriminare l'orientamento sessuale e scagliarsi, come fa la Lega, contro gli omosessuali''. Ad affermarlo e' Luciano Muhlbauer, consigliere regionale della Lombardia per la presentazione, oggi a Milano, del progetto di legge contro le discriminazioni sessuali e di genere.
La proposta inviata a tutti gli 80 consiglieri e' stata firmata da sette esponenti della sinistra ''a conferma -spiega il primo firmatari dei Verdi, Marcello Saponaro - del basso livello di laicita', ma della voglia di rivendicare con forza alcuni diritti fondamentali''. Il testo scritto in collaborazione con alcune associazioni di gay e transessuali e' ''una proposta che mira - dichiara Carla Turolla, coordinatrice nazionale Arcitrans - ad eliminare ogni prefisso come omo o trans ed equiparare una possibilita' 'diversita'' ad una qualsiasi normalita' di vita''.
Il progetto di legge propone misure e azioni concrete contro la discriminazione nei luoghi di lavoro, nella formazione professionale, nella sanita', nell'informazione e che ''risponde - afferma Monica Frassoni, eurodeputato dei Verdi - alle sollecitazioni piu' volte giunte dall'Unione Europea''.
Sui tempi dell'approvazione ''c'e' un cauto ottimismo - afferma Saponaro. Sono convinto che questo testo che non stravolge il diritto italiano e non rientra nel diritto di famiglia, sia approvato da ogni schieramento politico perche' garante di diritti fondamentali, come la possibilita' per una persona di assistere in ospedale il proprio compagno''. Piu' cauto su questo punto Renato Sabbadini, responsabile Esteri Arcigay che sottolinea: ''Anche se l'Organismo Mondiale della Sanita' ha depennato nel 1991 l'omosessuaita' come malattia, temo che ci saranno due blocchi politici contrapposti che vedranno fianco a fianco la destra e il partito della Margherita e l'Udeur contrari a questa integrazione''. Sulla necessita' da parte della sinistra di marciare uniti contro queste discriminazioni si alza la voce della Frassoni che evidenzia: ''All'influenza negativa della Chiesa bisogna rispondere con atti normativi, fermezza ed unita' per continuare a combattere tutte le discriminazioni sessuali''.
lancio agenzia Adnkronos
qui puoi scaricare il testo del progetto di legge

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di lucmu (del 27/02/2006, in Sicurezza, linkato 766 volte)
La morte violenta di Abdel Khalek Nakab, cittadino marocchino, provocata da un colpo d’arma da fuoco esploso da una guardia giurata, necessita anzitutto un accertamento dei fatti rapido ed esaustivo. Che Nakab fosse pregiudicato e non in regola con i documenti non cambia nulla della drammaticità e gravità di quanto avvenuto in via Cavezzali.
Stamattina è suonato un campanello d’allarme che dovrebbe stimolare una riflessione seria e urgente. Da troppo tempo ormai Milano è priva di una politica di contrasto del degrado, della speculazione e dell’emarginazione, mentre si sprecano gli appelli alla repressione e all’uso della forza. E purtroppo, ancora una volta, l’assessore Manca è tornato a intonare il ritornello dello “sgombero delle aree occupate abusivamente”, senza preoccuparsi minimamente della situazione reale dello stabile di via Cavezzali, segnata piuttosto dal micidiale intreccio di abbandono e interessi immobiliari senza scrupoli.
Milano ha urgentemente bisogno di voltare pagina, di dare priorità alla riqualificazione delle sue tante periferie e a politiche attive che favoriscano l’inclusione in una città che vive un rapido cambiamento. In altre parole, servono prima di tutto più Comune e più politica, non più armi e manganelli.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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Ancora una manifestazione degli operai dell’Alfa Romeo di Arese davanti al Pirellone. Dopo i presidi di Slai-Cobas e Cub delle ultime settimane, oggi è la volta di Fiom, Fim e Uil. E la richiesta è sempre la medesima, cioè che la Giunta regionale dia seguito agli accordi firmati un anno fa.
Formigoni aveva speso fiumi di parole e promesse sull’Alfa, per dire che lui aveva la soluzione in tasca e che la Regione si sarebbe attivata per la reindustrializzazione dell’area, con tanto di polo per la mobilità sostenibile, e per la ricollocazione degli operai. Era stato persino siglato un accordo che traduceva queste parole in impegni precisi.
Ma appunto, questo accadeva un anno fa ed eravamo alla vigilia delle elezioni regionali. Nel frattempo l’Alfa di Arese comincia ad assomigliare ogni giorno di più a una delle tante aree dismesse, senza che si veda anche solo l’ombra delle nuove attività produttive annunciate, mentre agli operai non rimane che la cassa integrazione e un futuro fosco. Infatti, Sviluppo Italia, che doveva acquisire l’area dell’Alfa secondo gli accordi, non l’ha ancora fatto, mentre l’ultima Finanziaria del governo Berlusconi ha ulteriormente decurtato i relativi fondi. Ora la Giunta regionale fa sapere che l’acquisizione dovrebbe avvenire entro il 15 marzo, mentre sul piano della ricollocazione dei lavoratori tutto rimane segnato dall’assenza di tempi e modi certi.
Dopo un anno di silenzi e in un quadro di incertezza continua, la Giunta Formigoni non ha nemmeno sentito il bisogno di convocare i soggetti firmatari dell’accordo, così come continua a negarsi alle commissioni 4° e 7° del Consiglio Regionale, che sin dal novembre scorso le chiedono di relazionare sullo stato dell’attuazione degli accordi firmati.
A questo punto è lecito domandarsi cosa si nasconda dietro questa reticenza e questi silenzi. Pertanto Rifondazione Comunista, oltre a ribadire la sua piena solidarietà agli operai dell’Alfa, chiede che il presidente Formigoni si presenti immediatamente nelle competenti commissioni del Consiglio Regionale, al fine di fornire tutte le informazioni del caso e chiarire quali iniziative concrete intende prendere per garantire un futuro occupazionale agli operai dell’Alfa.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 20/02/2006, in Casa, linkato 800 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberamente di genn.-febbr. 2006
 
Di casa si parla spesso, ma quasi sempre a spizzichi e bocconi. Il dibattito politico che ne consegue risulta monco e reticente. In altre parole, si elude il vero nodo della questione, che così possiamo riassumere: mentre all’orizzonte si profila una vera e propria emergenza sociale, la questione abitativa è relegata al margine dell’agenda politica. Una marginalità che si riscontra spesso anche a sinistra, ahimé compreso il nostro partito. Beninteso, in Rifondazione non manca la sensibilità e la consapevolezza, ma sui territori scarseggia frequentemente la strategia e l’iniziativa.
Per cogliere meglio la dimensione del problema è sufficiente ricordare alcuni dati relativi al capoluogo lombardo. Una recente indagine ha calcolato il fabbisogno abitativo aggiuntivo per i prossimi dieci anni attorno 100-140mila alloggi in provincia di Milano. Nel frattempo, in città circa 24mila abitazioni sono state erose dalle attività economiche, mentre i prezzi degli immobili e gli affitti sono schizzati alle stelle. Tanto per capirci, 90 mq in una zona semicentrale a Milano valevano 7,6 stipendi annuali dieci anni fa, mentre oggi ne valgono ben 9,8. Le speculazioni edilizie hanno campo libero, facendo sì che l’8% del patrimonio abitativo milanese sia ormai sfitto o abbandonato, mentre le graduatorie per le case popolari si stanno ingrossando, con le loro 19mila famiglie in attesa, di cui 2000 in graduatoria d’emergenza.
Di fronte a questa situazione presente e futura la Giunta Formigoni -ma anche il Comune di Milano- punta tutto sull’imperativo della progressiva dismissione del patrimonio e dell’intervento pubblico, per affidarsi alle magnifiche sorti di un mercato sempre più inaccessibile per interi settori sociali, colpiti come sono dai bassi salari e dalla precarietà del lavoro e del reddito. Infatti, gli ultimi provvedimenti in materia di edilizia residenziale pubblica, già adottati o in via di adozione, portano questo marchio indelebile, come il declassamento dell’erp da servizio pubblico a “servizio di interesse economico generale” e la conseguente apertura ai capitali privati. Esempio lampante, nonché pionieristico, la recente decisione di sottrarre 10 milioni di euro all’edilizia pubblica per investirli in un fondo di housing sociale controllato da Banca Intesa.
Ad aggravare ulteriormente il quadro interviene la situazione nazionale, considerato che oltre il 90% dell’edilizia pubblica è tuttora finanziata da fondi statali che vengono dal passato. Stiamo parlando dei fondi ex-Gescal, costituiti dai prelievi sulla busta paga dei lavoratori dipendenti e riscossi fino al 1998. Di conseguenza, l’entità dei trasferimenti statali alle Regioni caleranno progressivamente, fino al loro definitivo esaurimento attorno al 2020. Infatti, lo stanziamento regionale per l’edilizia residenziale pubblica per gli anni 2006-2008 è praticamente dimezzato rispetto al periodo precedente.
Il centrodestra lombardo pare pienamente consapevole che la sua politica è incapace di rispondere alla crescente domanda sociale di abitazioni, visto che sceglie consapevolmente di aggiungere al danno anche la beffa. Questo vale sia per l’insana trovata di far pagare agli inquilini delle case popolari le spese per l’amministrazione, che per l’odiosa, inutile e incostituzionale discriminazione che impone cinque anni consecutivi di residenza per poter accedere ai bandi. Insomma, non si affronta il problema, ma in cambio si fomenta un po’ di guerra tra poveri.
Di fronte a questo stato di cose occorre cambiare marcia, radicalmente e subito. Ecco perché i consiglieri regionali del Prc, tra le altre cose, hanno presentato una proposta di legge regionale per la requisizione temporanea delle case sfitte, fatte salve tutte le garanzie per la proprietà ed escluse le prime e seconde abitazioni. La destra e parte della sinistra moderata hanno subito gridato allo scandalo, anzi all’esproprio proletario. Una sciocchezza terrificante, visto che non solo il Tar del Lazio ha considerato legittimo requisire, ma lo stesso Prefetto di Roma le sta ipotizzando. Il vero scandalo sta da un’altra parte, cioè nel considerare normale e socialmente accettabile che percentuali significativi del patrimonio abitativo vengano lasciati in stato di abbandono prolungato per motivi speculativi, mentre migliaia di famiglie e persone si vedono negato il diritto alla casa. Un segno dei tempi, dirà qualcuno, ma soprattutto di una politica cieca, fastidiosamente di classe e subalterna all’ideologia del primato del privato.
Certo, la requisizione temporanea non risolverebbe tutti i problemi e ben altro ci vuole, ma sarebbe almeno un punto di partenza, un indizio concreto che si vuole cambiare strada e affrontare finalmente una situazione straordinaria con mezzi straordinari, ridando centralità all’intervento pubblico e ai bisogni dei ceti popolari.
 
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Il centrodestra lombardo ha dato il via libera all’investimento di 10 milioni di euro nel “Fondo Abitare Sociale 1”, in occasione dell’ultima riunione della V commissione consiliare. Rifondazione Comunista e Italia dei Valori hanno espresso voto contrario, mentre Ds, Margherita e Verdi si sono astenuti.
Con questa operazione Regione Lombardia acquista il 20% del fondo controllato da Nextra Investment Management Sgr spa, una società a sua volta controllata da Banca Intesa. Una iniziativa che non ha precedenti, come riconosce lo stesso centrodestra, e che solleva numerosi dubbi, anzitutto in virtù dell’assenza di garanzie reali circa le sue finalità sociali.
Secondo la maggioranza del Pirellone, l’esborso di 10 milioni di euro di denaro pubblico a favore di un fondo privato sarebbe giustificato dal fatto che due terzi degli alloggi costruiti dal Fondo andranno a favore di famiglie bisognose. Un’affermazione azzardata, alla luce di quanto scritto effettivamente nel regolamento del fondo, laddove abbondano invece gli impegni generici e poco trasparenti. Infatti, l’unico “impegno” è quello di garantire canoni di locazione “inferiori al livello di mercato”, senza però dire di quanto inferiori, mentre per il resto ci si limita a un fumoso “cercando di massimizzare” gli alloggi locati a canone moderato, convenzionato o sociale. Un po’ poco per sbandierare le finalità sociali, ci pare.
Quanto alla garanzia rappresentata dal diritto di veto del rappresentante regionale nel comitato tecnico di controllo del fondo, denominato Advisory Committee e composto da sette membri, ci permettiamo di avanzare ulteriori dubbi. Anzitutto, il rappresentante regionale è nominato direttamente dall’assessore Borghini, escludendo pertanto ogni funzione di controllo diretto da parte del Consiglio, e, in secondo luogo, si tratta di un diritto di veto vincolato in ultima istanza all’accordo con il Presidente del comitato tecnico, il quale è di nomina della Fondazione Housing Sociale, cioè di Banca Intesa.
Si tratta della prima volta che Regione Lombardia traduce in pratica ciò che da tempo annuncia. Ovvero, che inizia l’era della collaborazione privato-pubblico in materia di edilizia residenziale pubblica. E inizia nell’unico modo possibile, cioè rinunciando alla trasparenza, all’efficacia sociale e ad un controllo pubblico degno di questo nome. E non potrebbe essere diversamente, poiché il privato pretende che il capitale investito sia remunerato, mentre il pubblico dovrebbe preoccuparsi di garantire l’accesso alla casa a tutti, a cominciare dai settori socialmente più svantaggiati.
Banca Intesa fa il suo mestiere, ma la stessa cosa non si può dire della Giunta Formigoni che oggi sottrae 10 milioni di euro ai fondi per l’edilizia residenziale pubblica, per affidarli al buon cuore di Banca Intesa.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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di lucmu (del 11/02/2006, in Politica, linkato 984 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 11 febbraio 2006
 
L’aveva detto Umberto Bossi, sarebbe stata una campagna elettorale all’insegna dell’omofobia e della xenofobia. E la Lega, come un sol uomo, si è scatenata, dagli insulti razzisti di Calderoli in diretta tv fino alla mozione leghista nel consiglio comunale di Milano che vorrebbe imporre allo straniero richiedente la cittadinanza italiana un questionario, contenente domande illuminanti tipo “cosa pensa dell’omosessualità?” oppure “è giustificabile una reazione violenta per bloccare vignette?”.
Così vanno le campagne elettorali, dice qualcuno per minimizzare. Poche settimane fa, un esponente di primo piano dei DS, come Bersani, ha persino riesumato il concetto di “forza popolare” per dire che in fondo con la Lega si può anche parlare. Insomma, è netta la sensazione che dietro gli scandali per gli “eccessi” leghisti, dalla durata solitamente effimera, si nasconda in realtà una drammatica sottovalutazione politica.
E allora ripartiamo dalla Lombardia, terra natale e roccaforte della Lega Nord. Viste da qui le campagne leghiste dal tenore esplicitamente xenofobo o razzista non sono né una novità, né un’appendice, ma piuttosto una costante dominante.
Da tempo ormai la parola d’ordine dell’autonomismo ha perso la sua forza propulsiva ed espansiva e oggi appartiene soprattutto al ceto politico e ad alcuni interessi materiali ben identificati. Il federalismo, poi, non è più appannaggio della sola Lega, essendosi trasformato nella bandiera di tanti, dall’abile Formigoni fino a buona parte della sinistra moderata, come ci aveva dimostrato la sciagurata modifica del titolo V della Costituzione. Insomma, il classico “Roma ladrona” ha fatto il suo tempo.
L’ostilità nei confronti del diverso ha sempre fatto parte del bagaglio politico e culturale del leghismo, ma è soltanto negli ultimi anni che ha assunto il predominio, in concomitanza con il manifestarsi delle conseguenze sociali delle politiche liberiste. La perdita di potere d’acquisto di salari e pensioni, l’espansione della precarietà del reddito e della vita e i tagli al welfare stanno aumentando sempre di più le difficoltà quotidiane per ampie fasce popolari e producono un diffuso sentimento di insicurezza, specie nelle aree metropolitane. Ovvero, il brodo di coltura ideale perché le incertezze e le paure si traducano in avversione per il diverso, in primis per i diversi per antonomasia, cioè i migranti, che nella sola Lombardia sono ormai quasi un milione.
Insomma, la Lega ha scelto deliberatamente un cambio di strategia, mettendo in secondo piano l’autonomismo e sostituendolo con la xenofobia e l’islamofobia. Un discorso politico certamente rozzo, ma per nulla improvvisato e, anzi, perseguito con perseveranza. Una linea politica praticata in maniera martellante in Lombardia. Sulle tv locali è un succedersi senza soluzioni di continuità di insulti e requisitorie degne del Ku Klux Klan. Altro che le battute di Calderoli sulle “abbronzature”! I consigli comunali, provinciali e regionale sono pieni di iniziative dal sapore discriminatorio e razzista, contro le moschee, le scuole arabe, i rifugiati, i rom, i “clandestini”, gli immigrati che rubano la casa agli italiani e così via.
In altre parole, la Lega ha scelto di occupare uno spazio politico analogo a quello occupato in Francia da Le Pen. Non a caso, in Lombardia la Lega ha sorpassato a destra AN. E come succede in Francia con Sarkozy, quello è uno spazio che fa gola a molti e il razzismo della Lega riesce a contaminare e trascinare. Infatti, è del Sindaco di Milano, targato Forza Italia, e non della Lega la definizione grottesca, ma significativa, di “clandestini con regolare permesso di soggiorno” per i rifugiati politici di via Lecco.
Fare dunque finta che si tratti soltanto di campagna elettorale è un grave errore. La deriva lepenista della Lega è deliberata e lucida e i danni che provoca nel corpo sociale la legittimazione incessante delle tesi razziste e dei toni da crociati sono alla lunga incalcolabili. Bisogna porvi un freno e questo non può essere compito della sola Rifondazione, ma riguarda tutta l’Unione. E ci sono soltanto due modi per farlo: cominciare a chiamare le cose con il loro nome, senza reticenze e ipocrisie, e soprattutto con una politica in materia di immigrazione dichiaratamente e radicalmente alternativa a quella sinora praticata.
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di lucmu (del 02/02/2006, in Casa, linkato 1113 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 2 febbr. 2006 (pag. Milano)
 
Rifondazione Comunista ha presentato una proposta di legge regionale per la requisizione temporanea delle case sfitte. Una iniziativa analoga è già stata presentata in Regione Liguria e prende spunto dall’esperienza fatta dal X Municipio del Comune di Roma.
La proposta di legge prevede la possibilità per i Comuni lombardi ad alta tensione abitativa di poter requisire per un periodo di 18 mesi, motivatamente rinnovabili per una sola volta per altri 18 mesi, gli alloggi sfitti da almeno un anno. Le unità immobiliari requisite verrebbero poste nelle disponibilità dell’ALER territorialmente competente e assegnate agli aventi diritto sulla base delle graduatorie già approvate dai Comuni, dando priorità alle persone sottoposte a sfratto esecutivo e alle giovani coppie.
Dalla possibilità di requisizione sono comunque escluse le prime e le seconde abitazioni, mentre a tutela dei diritti delle proprietà colpite dal provvedimento sono definite una serie di misure, come la garanzia della restituzione dell’immobile nelle condizioni originarie, l’esenzione dal pagamento dell’ICI e la corresponsione dell’80% del canone di locazione.
Le aree metropolitane lombarde, in particolare quella milanese, stanno marciando diritto verso una vera e propria emergenza casa. Il fabbisogno abitativo aggiuntivo nella sola provincia di Milano è stimato tra 100 e 140mila alloggi per i prossimi dieci anni, mentre il mercato immobiliare è sempre più drogato e distorto. I prezzi delle case e gli affitti sono aumentati in maniera sproporzionata e le speculazioni edilizie si stanno moltiplicando. Non a caso, la percentuale di alloggi sfitti nella città di Milano, attualmente l’8% del patrimonio abitativo complessivo, è assolutamente superiore alla media delle grandi città europee. A tutto ciò si aggiunga che a Milano sono 10mila gli sfratti in arrivo in questo inizio 2006 e 19mila sono le famiglie in graduatoria per l’assegnazione di una casa (di cui 2000 in graduatoria di emergenza).
La politica regionale in materia di edilizia residenziale pubblica è assolutamente inadeguata a fare fronte alla drammaticità della situazione e, inoltre, rinuncia a qualsiasi intervento teso a contrastare le speculazioni e a calmierare il mercato. La proposta di legge di Rifondazione Comunista ha dunque un duplice scopo. Anzitutto, quello di una risposta immediata all’emergenza sfratti e, in secondo luogo, quello di disincentivare, con la possibilità di requisizione, le speculazioni edilizie e favorire la messa sul mercato degli alloggi tenuti vuoti o in stato di abbandono.
E, per favore, non si dica che si tratta di una proposta estremista, visto che lo stesso TAR del Lazio ha riconosciuto, con sentenza di fine gennaio, la legittimità della requisizione di alloggi sfitti.
 
qui puoi scaricare il testo del PdL

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Tredici consiglieri regionali dei gruppi di Prc, Verdi, Ds, Margherita, PdCI, Italia dei Valori, Uniti nell’Ulivo e Pensionati hanno oggi depositato una interpellanza con la quale si chiede l’annullamento della delibera n. 19904/2004 della Giunta regionale. Tale delibera aveva introdotto l’obbligo per gli inquilini degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, di proprietà Aler e comunali, di pagare di tasca propria le spese di amministrazione e generali.
“Se non fosse scritto nero su bianco, si potrebbe pensare ad uno scherzo di cattivo gusto –afferma Luciano Muhlbauer, consigliere del Prc e primo firmatario dell’interpellanza - Non si sono infatti mai visti contratti di affitto, sia nell’edilizia privata che in quella pubblica, che prevedono che le spese di amministrazione siano a carico dell’inquilino. Ed è ovvio che sia così, poiché l’amministratore viene nominato dalla proprietà e ad essa risponde in maniera esclusiva”.
“E come se non bastasse –prosegue Muhlbauer- la normativa regionale è talmente generica che non indica nemmeno criteri applicativi univoci. La conseguenza è che gli enti gestori lombardi, Aler o Comuni che siano, si stanno muovendo in ordine sparso e in maniera assolutamente difforme, non soltanto rispetto ai tempi di applicazione (l’Aler di Milano lo impone a partire dal 1/1/2006), ma soprattutto rispetto ai criteri. Ci sono enti gestori che non richiedono il pagamento, altri chiedono un rimborso forfetario per unità abitativa oppure sulla base della superficie e altri ancora lo chiedono in base a giustificativi di spesa”.
“Insomma –conclude Muhlbauer-  al danno si aggiunge la beffa. Non soltanto gli inquilini delle case popolari lombarde sono vittime di una sorta di appropriazione indebita, che si può tradurre per gli inquilini di prima fascia (reddito annuo fino a 8.800 euro) in un aumento fino al 50% di quanto pagato per l’alloggio, ma sono altresì esposti a una grande confusione applicativa e quindi a trattamenti arbitrari. Due buone e pressanti ragioni, dunque, per procedere immediatamente all’abrogazione di questa normativa vergogna”.
 
Comunicato stampa
 
qui puoi scaricare l’interpellanza

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