Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Oggi, alla Camera dei Deputati, inizia il suo iter uno dei provvedimenti simbolo delle politiche europee in tempi di austerity: l’introduzione nella Costituzione italiana dell’obbligo del pareggio di bilancio.
Si tratta di una norma in discussione in molti paesi europei e negli Usa, ma finora è stata approvata soltanto in Spagna. Ed è una norma pesante in tutti i sensi, anche se spesso sottovalutata dal dibattito pubblico, poiché i suoi effetti devastanti, in termini di smantellamento del welfare, saranno misurabili soltanto nel tempo.
Vi consigliamo pertanto di leggere attentamente la proposta che oggi inizia il suo complesso percorso, trattandosi di una modifica della Costituzione (articoli 81, 100, 117 e 119), e che dovrebbe entrare pienamente in vigore nel 2014. Si tratta della proposta di legge costituzionale Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale”, frutto dell’unificazione delle diverse proposte in materia già presentati, sia dal centrodestra, che dal centrosinistra (il testo unificato lo puoi trovare in allegato).
In estrema sintesi, si prevede l’introduzione del principio del pareggio non soltanto per il bilancio dello Stato, ma anche per quelli delle Regioni e degli enti locali. Inoltre, vi è un richiamo esplicito ai “vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea” e questo significa una sorta di costituzionalizzazione dei trattati europei, a partire da quello di Maastricht, con tutto ciò che questo comporta.
Infine, segnaliamo che, sebbene il testo in discussione preveda che la funzione di controllo venga esercitata dalla Corte dei Conti (vedi art. 2 della proposta di legge costituzionale), il nuovo Presidente del Consiglio, Mario Monti, nel suo intervento al Senato del 17 novembre scorso, ha invece evocato la necessità di affidare tale funzione “ad autorità indipendenti”. In altre parole, non possiamo escludere che nel corso del dibattito venga presentato un emendamento che assegni ad un soggetto non pubblico, ma privato il potere di sindacare le decisioni del Parlamento in materia di bilancio…
Insomma, buona lettura!
 
Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il Testo unificato della proposta di legge costituzionale sul pareggio di bilancio del 10 novembre 2011
 

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di lucmu (del 01/12/2011, in Regione, linkato 2990 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sui giornali on line Paneacqua.eu e MilanoX il 1° dicembre 2011
 
No, in Lombardia non è questione di qualche mela marcia che si aggira nei sottoscala della Regione, bensì di un sistema di potere politico-affaristico, tanto radicato quanto ormai avariato e irriformabile, il quale occupa il governo lombardo sin dal lontano 1995. E se non fosse per la sua straordinaria capacità di condizionamento, anche ben oltre i propri confini politici, questa lampante verità sarebbe da tempo manifesta consapevolezza pubblica e non assisteremmo alla recita infinita della favola dell’eccellenza lombarda.
Già, perché in fondo basterebbe mettere in fila i fatti e guardare bene le fotografie del potere per rendersene conto. Franco Nicoli Cristiani (Pdl), arrestato ieri dai Carabinieri, insieme ad un alto dirigente dell’Arpa (l’ente regionale che si occupa di ambiente), è vicepresidente del Consiglio regionale e fino al 2010 era assessore nella terza giunta Formigoni. Cioè, la medesima Giunta che vantava tra i suoi componenti anche lo xenofobo militante Pier Gianni Prosperini (Pdl), arrestato in diretta tv nel 2009 per corruzione, nonché indagato per una miriade di altri reati, compreso un traffico d’armi con il dittatore eritreo.
In quella Giunta faceva l’assessore anche Massimo Ponzoni, sempre Pdl, allo stato indagato per bancarotta fraudolenta, ma diventato famoso perché aveva ricevuto nei suoi uffici alcuni boss della ‘ndrangheta, che lo consideravano, secondo la Direzione distrettuale antimafia, un loro “capitale sociale”. Ovviamente, Formigoni si è guardato bene dal riconfermarlo nella sua Giunta numero 4 e così Ponzoni è stato piazzato nell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale. Cioè, lo stesso ufficio, presieduto dal leghista Boni, dove siede anche Nicoli Cristiani e dove sedeva fino a poco fa Filippo Penati. Tuttavia, a differenza di quest’ultimo, Ponzoni non ha mai sentito il bisogno di dimettersi e la sua maggioranza, peraltro, non gliel’aveva mai chiesto.
Infine, in quella Giunta c’era anche Gian Carlo Abelli, conosciuto  nella sua Pavia come “il faraone”. Lui si occupa di sanità ed era già rimasto coinvolto nelle inchieste su Poggi Longostrevi. Ma soprattutto era poi diventato l’uomo di fiducia di Formigoni nella sanità lombarda, dove gestiva le nomine, sebbene fosse assessore alla solidarietà sociale. Anche lui non lo vediamo più accanto a Formigoni nelle occasioni pubbliche, perché era stato toccato dallo scandalo delle bonifiche sull’area Montecity-Santa Giulia a Milano, esploso nel 2009. Non è stato mai formalmente indagato, beninteso, ma sua moglie, Rosanna Gariboldi, ex-assessore provinciale a Pavia, è stata condannata e lui, comunque, non si faceva troppi problemi a girare con la Porsche messagli a disposizione dal “re delle bonifiche”, Giuseppe Grossi, nel frattempo deceduto.
Rifiuti, bonifiche, sanità, infrastrutture autostradali. Ecco che tornano sempre gli stessi settori, cioè quelli dove oggi si riescono a fare soldi, truffando la collettività e fregandosene altamente di dettagli come la salute dei cittadini. Eppure, sarebbe sempre e soltanto colpa di qualche singolo. Formigoni, politico navigato e autocandidato a leader nazionale del Pdl, è sempre pronto a dire che la responsabilità è esclusivamente personale e che lui e la sua maggioranza non c’entrano nulla. Chissà se gli riesce anche questa volta, ma finora il gioco ha funzionato egregiamente.
Chi si ricorda più di Prosperini? Anzi, sembra quasi che non sia mai esistito. Abelli? Idem. E poi, ci sarebbero anche i casi come quello del San Raffaele, dove lo stretto rapporto tra Cl-Formigoni e la cricca di Don Verzé è di dominio pubblico, senza contare che Regione Lombardia ha girato all’ospedale privato 400 milioni di euro di denaro pubblico nel solo 2010. Eppure, è stato sufficiente che Formigoni dicesse “ma che c’entra la Regione?” perché più o meno tutti si adeguassero e facessero calare il silenzio su eventuali responsabilità del governo regionale, finanche sul mancato rispetto di quell’elementare obbligo di controllo, che sussiste sempre di fronte a un finanziamento pubblico.
Un’efficienza straordinaria nel cancellare le tracce, insomma, che ricorda quasi i tempi di Stalin, quando si ritoccavano addirittura le foto del passato per far sparire la memoria delle persone. Ma anche un’efficienza che non può essere opera di un solo uomo, né di un solo movimento politico, ma che necessita di complicità, collaborazione.
Da questo punto di vista, anzitutto, ci sarebbe la Lega, sempre pronta ad urlare la sua diversità, ma poi parte organica del governo lombardo, in alleanza con Comunione e Liberazione. Insomma, mai visto niente in questi 10 anni di governo? Mai sentito nulla? Anzi, l’unico tentativo di dimostrare la famosa “diversità” che ci risulti era costato carissimo al suo protagonista. Infatti, nel 2005 la Lega impose un suo uomo all’assessorato della sanità, Alessandro Cè, il quale avviò immediatamente uno scontro frontale con Abelli sulle nomine, denunciando lo strapotere di Cl. Ebbene, la cosa finì come doveva finire e nel 2007 Cè venne prima cacciato dalla Giunta e subito dopo espulso dalla Lega.
E che dire dell’opposizione, a partire dal suo azionista di maggioranza, il Pd? Già, perché da quelle parti e da molti anni va per la maggiore la tesi del “dialogo” con Cl e Formigoni, con tutto il suo corollario di “opposizione responsabile” eccetera. Nell’era penatiana del Pd questa era praticamente la linea ufficiale e, comunque, ampiamente praticata in Regione. Ora l’era penatiana non c’è più, ma la tesi del dialogo con Cl continua a resistere in ampi settori del partito, anche in virtù dei molteplici ed insani intrecci d’interesse, compresi quelli tra le Coop e la Compagni delle Opere. E chissà, forse l’operazione governo Monti, nella misura in cui dura, può persino portare nuova linfa vitale a questo “dialogo”.
Di fronte all’attuale bufera giudiziaria, Formigoni tenterà ovviamente di riproporre la solita tattica, contando sulla buona stampa e sulle troppe omertà politiche. Da parte nostra, però, riteniamo che non gli vada permesso di cavarsela ancora una volta, che bisogna iniziare seriamente a metterlo di fronte alle sue responsabilità e che vada avviato subito un percorso che porti alle sue dimissioni, senza aspettare eventuali sue ricollocazioni nazionali nel 2013 e certamente senza attendere la scadenza naturale di questa legislatura regionale. E questo significa tagliare ogni complicità e ogni omertà e chiedere, da parte di tutta l’opposizione, le sue immediate dimissioni.
E, beninteso, questo non è il solito discorso della sinistra che cerca di approfittare di fatti di cronaca per danneggiare l’avversario politico. No, si tratta di prendere atto che il sistema di potere formigoniano è diventato un peso ormai insostenibile per la Lombardia. Anzi, una palla al piede, un modello irriformabile e una porta aperta per le infiltrazioni criminali. E ogni giorno che passa aumenta un po’ di più la delegittimazione dell’istituzione regionale. Questa è la realtà e continuare a negarlo è colpevole.
 
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Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 17 dicembre 2011
 
Stando al discorso che va per la maggiore, anche gli omicidi razzisti di Mor Diop e Samb Modou sarebbero responsabilità di un folle. Così come, a Milano, erano stati dei “balordi” a sprangare a morte Abba, al grido “negro di merda”, o ad ammazzare l’antifascista Davide “Dax” Cesare. D’altronde, pure il neonazista norvegese, Breivik, che massacrò 77 persone, è stato definito “incapace di intendere e volere” da una recente perizia psichiatrica.
Insomma, preoccupiamoci, ma non troppo. In fondo, è roba da cronaca nera e noi non c’entriamo e nemmeno la politica. Una tesi molto comoda e rassicurante, ma soprattutto terribilmente miope e deviante, poiché è un po’ come voler spiegare l’Olocausto con la follia di Hitler, rimuovendo en passant il consenso di massa che portò il nazionalsocialismo al potere in un quadro ancora democratico.
Cioè, il punto non è sapere se il Casseri di turno è un po’ squilibrato, cosa peraltro molto probabile, bensì interrogarsi su quegli ambienti culturali e politici che favoriscono, stimolano e finanche legittimano il prodursi di atti violenti di stampo razzista e neofascista.
In questo senso, bisogna proprio tapparsi occhi ed orecchie per non accorgersi che vi è ormai, in tutta Europa, un clima propizio per il diffondersi della xenofobia e per la rilegittimazione su ampia scala dell’estremismo di destra. Un clima, beninteso, non piovuto dal cielo, ma in larga parte provocato dalle scelte e dalle azioni degli attori politici.
Particolarmente grave è la situazione in Italia, dove il berlusconismo ha abbattuto deliberatamente ogni confine e distinguo sul lato destro, inglobando non soltanto gli ex-missini, ma persino il neofascismo più bieco, e legittimando ai massimi livelli istituzionali la propaganda xenofoba della Lega.
Non c’è da meravigliarsi, dunque, che si sia arrivati al punto che i gruppi militanti della galassia neofascista e neonazista abbiano potuto godere di sostanziose complicità da parte di molte istituzioni locali. A Roma, il Sindaco Alemanno ha addirittura comprato, con denaro pubblico, la sede a Casa Pound, l’organizzazione neofascista in cui militava Gianluca Casseri. A Milano, dove il quasi ventennale dominio della destra è terminato soltanto la primavera scorsa, se ne sono visti di tutti i colori. Dalla facilitazione di spazi pubblici fino al rifiuto del Sindaco di prendere posizione contro un’adunata europea di neonazisti in pieno centro, passando per il revisionismo militante di molti consigli di zona. E, per stare in tema, ricordiamo altresì il sostegno di Casa Pound Milano alla  campagna elettorale dell’attuale Assessore regionale alla Cultura, Massimo Buscemi, poi ricompensata con il patrocinio regionale alle iniziative dei neofascisti.
Ma il problema non è solo a destra, perché troppe volte anche esponenti del centrosinistra hanno finito per favorire lo sdoganamento dei neofascisti, magari partecipando incredibilmente a confronti pubblici con i capi di Casa Pound, perché anche loro “sono ragazzi”.
Insomma, se vogliamo essere seri ed onorare davvero la memoria di Mor e Samb e di tutte le vittime della violenza razzista e fascista, allora non possiamo accettare che si continui a blaterare di folli e di balordi, perché qui l’unica follia sarebbe persistere nella tolleranza nei confronti delle tesi e dei centri di reclutamento dei razzisti e dei fascisti. Specie adesso, con la crisi che devasta le esistenze.
È ora, quindi, di rialzare quello steccato democratico che si chiama “antifascismo” e questo significa, anzitutto, impegnarsi perché gli spazi dei gruppi nazifascisti, a partire da quelli di Casa Pound, vadano chiusi e che si rompa ogni complicità istituzionale. A Firenze, a Milano, a Roma, ovunque.
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Feste amare quest’anno. Recessione, chiusura di aziende, disoccupazione, aumento di tasse, imposte, tariffe e prezzi, assalto al welfare, alle pensioni, ai contratti nazionali e persino al divieto dei licenziamenti discriminatori. Insomma, la crisi e le misure anticrisi pesano sempre sulle stesse spalle, quelle dei lavoratori e delle lavoratrici, dei ceti popolari e dei ceti medi. E pensare che c’è pure chi blatera di equità!
Questa volta non è facile farsi gli auguri, per le feste e per l’anno che viene. Di serenità non ce n’è molta in giro, di preoccupazione per il futuro, invece, ce n’è a iosa. Eppure, la cosa peggiore sarebbe arrendersi, rassegnarsi o dare retta a quelli che incitano alla guerra tra poveri, tra bianchi e neri, tra giovani e anziani.
Nel 2012 avremo terribilmente bisogno di solidarietà e volontà di lotta. E la maniera migliore per guardare all’anno che viene è non lasciare da soli quelli e quelle che lottano per il lavoro, anche sotto le feste, per convinzione o per necessità, o per le due cose insieme.
Ahinoi, l’elenco è molto lungo. Dai lavoratori delle cooperative che presidiano il punto vendita Esselunga di Pioltello (per info vedi siti di S.I. Cobas e Csa Vittoria) a quelli licenziati dalla Wagon Lits e che occupano la torre in stazione Centrale (guardate il video Binario 21 chiama Milano), per fare soltanto due degli esempi più conosciuti di Milano. Ma ci sono anche molti altri e, in fondo, ognuno e ognuna di noi ha modo di conoscere la realtà che lo circonda. Insomma, fate voi, decidete voi, perché sono tutti ugualmente degni.
 
Da parte mia, vi voglio però segnalare una situazione in particolare, di cui si parla troppo poco, forse perché Cassina de’ Pecchi è troppo lontano dal centro di Milano. Si tratta della Jabil (ex-Nokia Siemens Networks), che si trova, appunto, a Cassina de’ Pecchi (Milano).
Il 9 dicembre scorso l’azienda ha comunicato ai suoi 325 dipendenti la chiusura dello stabilimento per il 12 dicembre e, dunque, il loro licenziamento collettivo. Gli operai e le operaie non si sono arresi e hanno iniziato a presidiare il loro posto di lavoro. Sono lì ora, saranno lì durante le feste e anche nel 2012.
 
Come sapete, i presidi 24 ore su 24 ore sono duri e ancora più dura è sentirsi soli. E poi, ci sono anche delle spese da sostenere. Per questo gli operai e le operaie hanno attivato una cassa di solidarietà per i lavoratori del presidio Jabil. Insomma, contribuite, con quello che potete.
 
Eccovi le coordinate bancarie per fare un bonifico alla cassa di solidarietà Jabil:
intestatario/beneficiario: Cinzia Minao
IBAN: IT28S0312732860000000000331
causale: PRESIDIO JABIL
 
Se volete saperne di più sulla lotta alla Jabil, i lavoratori hanno aperto un profilo su facebook (Presidio Lavoratori Jabil). Oppure, se non siete sul social network, qualche info la potete trovare anche sul sito della Fiom Milano. O, molto più semplicemente, se vi trovate in zona Cassina, passateci direttamente.
 
Quindi, nonostante tutto, buone feste!
E che l’anno nuovo sia buono per quelli e quelle che lottano per il lavoro!
 
Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 14/01/2012, in Sicurezza, linkato 1544 volte)
Nicolò Savarino faceva il vigile urbano a Milano. In realtà, oggi si dovrebbe dire che faceva l’agente della Polizia Locale, ma forse, parlando di Nicolò, è più giusto conservare la “vecchia” dizione. Già, perché lui faceva il vigile di quartiere, era uno di quei ghisa che stanno sul territorio, che lo frequentano e che lo conoscono. Insomma, che fanno sicurezza in mezzo alla gente e con la gente.
Nicolò aveva 42 anni e, come tantissimi milanesi, era nato nel Meridione. In Sicilia, per la precisione. Parte del suo tempo libero lo dedicava al volontariato. Sul lavoro era iscritto al sindacato di base Usb.
Mi pare imprescindibile dire tutte queste cose, le poche che in realtà conosco di Nicolò, non semplicemente perché ho in tasca la stessa tessera sindacale sua, ma perché penso sia corretto ricordare l’uomo e il lavoratore, così com’era. Ebbene sì, perché non erano passate ancora 24 ore dall’omicidio, quando alcuni politici senza scrupolo e rispetto, come i leghisti Salvini e Boni, avevano già fatto ripartire le loro campagne d’odio contro i rom.
Mentre scriviamo, l’assassino di Nicolò è ancora a piede libero. Ci auguriamo che venga assicurato alla giustizia nel più breve tempo possibile. Il suo atto di violenza non ha giustificazioni, è senza attenuanti nella sua terrificante gratuità.
Giustizia potrà essere fatta, ma nulla e nessuno potrà restituire Nicolò alla vita. Quello che, però, possiamo e dobbiamo fare è custodire la sua memoria e far vivere il suo esempio. Anzi, dobbiamo partire da questa tragedia anche per ricostruire una nuova vicinanza tra corpo dei vigili urbani e cittadinanza.
Oggi la distanza tra vigili e cittadini sembra più grande rispetto ad anni passati. I motivi sono molti e vari, ma comprendono anche, a nostro avviso, le scelte scellerate operate dalle precedenti amministrazioni, che consideravano il vigile di quartiere roba vecchia e puntavano tutto su nuclei centralizzati e militarizzati al servizio degli interessi politici degli amministratori.
Il nuovo Sindaco, Giuliano Pisapia, ancora in queste ore, ha ribadito un punto del suo programma elettorale: l’entrata in servizio a breve di centinaia di nuovi vigili di quartiere. Bene, siamo assolutamente d’accordo e pensiamo sia la strada giusta.
Tante altre cose ci saranno da fare, ovviamente, a partire dalla tutela della sicurezza e della salute dei vigili, ma ne parleremo in altri momenti. Tuttavia, una cosa va aggiunta subito, anche perché ne siamo convinti da sempre, cioè che la voce e le proposte dei vigili e delle loro organizzazioni sindacali debbano essere ascoltate e valorizzate. Oggi e domani.
 
Le mie condoglianze e la mia vicinanza ai familiari, alla compagna e ai colleghi e alle colleghe di Nicolò Savarino.
 
Ciao Nicolò!
 
Luciano Muhlbauer
 
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Chiediamo al Presidente Formigoni di dare le sue dimissioni e di porre anticipatamente fine ad una legislatura sempre più ipotecata da una questione morale, che sta trascinando tutta l’istituzione regionale verso la delegittimazione.
L’ordine di arresto del giudice monzese nei confronti di Massimo Ponzoni, ex assessore regionale e attualmente componente dell’ufficio di presidenza del Consiglio, non è semplicemente l’ennesimo scandalo in Regione, ma è la goccia che fa traboccare il vaso.
A differenza degli altri casi, infatti, di Ponzoni tutti sapevano tutto, da sempre. Era di dominio pubblico che era indagato nel quadro della bancarotta fraudolenta della società “Pellicano”, di cui peraltro era socio anche un suo ex collega di Giunta, Buscemi. A questo, inoltre, andrebbe aggiunto che il nome di Ponzoni era finito anche tra le carte della Direzione distrettuale antimafia, a causa delle sue frequentazioni, quando faceva l’assessore regionale, con alcuni boss della ‘ndrangheta.
Eppure, nonostante tutto ciò, non solo Ponzoni nel 2010 era stata nominato dalla maggioranza Pdl-Lega nell’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale, ma era persino riuscito a sopravvivere ad altri due illustri componenti di quell’ufficio, cioè Filippo Penati e Nicoli Cristiani.
Insomma, è netta l’impressione che il Presidente Formigoni, ben conscio del fatto che il marcio del suo sistema di potere stesse ormai per straripare, come infatti sta succedendo, avesse optato per collocare i suoi collaboratori più a rischio fuori dalla Giunta, ma in posti protetti e ben retribuiti, che peraltro gli permettevano di continuare ad agire.
In altre parole, il Presidente Formigoni e la sua maggioranza hanno trasformato consapevolmente luoghi come l’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale nella loro discarica politica. Già, perché se in un ufficio composto da cinque consiglieri, ben tre finiscono in seri guai giudiziari nel giro di meno di due anni, allora c’è un problema. E, a parte il caso Penati, che non è responsabilità di Formigoni, gli altri due rappresentano per intero la quota Pdl in seno all’ufficio.
È nostro convincimento che Formigoni sia il primo ad essere conscio che questa legislatura regionale, peraltro nata sulla base della famose firme false, non ce la farà ad arrivare alla sua fine naturale. Semplicemente, egli cerca di tirare fino al 2013, quando tenterà per l’ultima volta il suo salto nazionale.
Ebbene, noi pensiamo invece che questa legislatura debba finire subito, prima che sia troppo tardi e con un Presidente e un sistema di potere finalmente costretti ad assumersi le loro responsabilità di fronte agli elettori e alle elettrici della Lombardia.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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Il Governo Monti va avanti come un treno e produce decreti e misure a raffica, tanto che non solo i comuni mortali, ma anche qualche addetto ai lavori, faticano terribilmente a tenere il ritmo. Comprensibilmente, beninteso, perché già gli ultimi mesi del Governo Berlusconi-Lega erano segnati dal susseguirsi a raffica di manovre finanziarie, alle quali si è poi aggiunto il cosiddetto “decreto Salva Italia” del Governo Monti, cioè il decreto-legge n. 201 del 6 dicembre 2011, ed ora è arrivato anche il decreto liberalizzazioni. Inoltre, è già in pieno svolgimento anche il confronto sulle misure destinate ad intervenire sul mercato del lavoro.
Orbene, non abbiamo certamente la pretesa e la presunzione di fornire qui una spiegazione dettagliata ed esaustiva di tutte le misure, ma ci sembra doveroso esprimere un giudizio molto netto sulla natura di quei provvedimenti, che ci pare confermino, ahinoi, tutte quelle preoccupazioni che ci fecero dire “no” al Governo Monti sin dalla sua nascita (vedi nostro articolo su il Manifesto del 17 novembre scorso).
Anche qui, vogliamo risparmiarci lunghi elenchi, per concentrarci, invece, su due punti altamente significativi per poter valutare il senso, la direzione di marcia del progetto di riforma del governo Monti.
In primo luogo, i servizi pubblici locali. Ebbene, quanto contenuto nel decreto liberalizzazioni non solo si colloca pienamente nel solco della tendenza dominante degli ultimi anni, che individua nella messa a gara dei servizi, cioè nella loro privatizzazione, il rimedio universale, ma molto più concretamente è in piena continuità con le ultime misure del Governo Berlusconi-Lega, delle quali costituisce anche tecnicamente un’evoluzione e una radicalizzazione.
L’unico servizio a salvarsi per ora dalla furia privatizzatrice è stato quello idrico. Ma non perché il governo non ci avesse provato, anzi, bensì perché vi è stata un’immediata mobilitazione che ha fatto riscrivere la prima bozza. Ma questa bella vittoria dei referendari rischia di avere carattere terribilmente precario se dovesse avanzare senza ostacoli la privatizzazione di tutto il resto.
In secondo luogo, il lavoro. E in questo caso la continuità con il Governo Berlusconi-Lega è ancora più accentuata. Infatti, non solo il Governo Monti non si è nemmeno sognato di toccare il famigerato articolo 8 della manovra agostana (legge n. 148 del 14 settembre 2011), che stabilisce che i contratti aziendali possono derogare al contratto nazionale e persino alla legge, ma anzi estende addirittura l’art. 8 al trasporto ferroviario, abolendo di fatto l’obbligo per gli operatori del settore, presenti e futuri (leggi: Montezemolo), di applicare i “contratti collettivi nazionali e di settore” (vedi art. 37 del decreto liberalizzazione).
A questo, inoltre, va aggiunto che il “dibattito” sulle misure sul mercato del lavoro sembra orientarsi definitivamente verso l’ipotesi di un “contratto di inserimento”, che significherebbe, per i neoassunti, la sospensione per tre anni del contratto nazionale e del divieto di licenziamento senza giusta causa. Cioè, senza diritti e con salario più basso. Ma qui siamo ancora nel regno delle ipotesi e, quindi, ci fermiamo qui. Ma è bene sapere in che direzione vogliono marciare.
Ebbene, nel frattempo, mentre tutto questo succede, le misure sul mercato del lavoro introdotte dal Governo Berlusconi-Lega, tipo l’art. 8, stanno iniziando a produrre i loro effetti devastanti, mostrando chiaramente a che cosa e a chi servono. Infatti, il 1° gennaio di quest’anno, la Fiom e i sindacati di base sono stati espulsi da tutti gli stabilimenti del gruppo Fiat-Chrysler (e c’è il rischio che questo principio si allarghi in tutto il settore metalmeccanico, mentre in quello automotive è già così).
Cioè, grazie alla copertura legislativa, i contratti aziendali separati, imposti da Marchionne con la complicità di Cisl e Uil, hanno eliminato non semplicemente un contratto, bensì la libertà dei lavoratori di poter scegliere il sindacato a cui iscriversi e il diritto di poter eleggere i propri rappresentanti. Anzi, come sta accadendo alla Fiat di Pomigliano, dove Marchionne ha licenziato tutti per poi riassumerli in una nuova società, tra i “neo”assunti non trovi nemmeno uno con la tessera della Fiom o Cobas in tasca. Cioè, non solo il diritto e la libertà ti tolgono, ma pure il lavoro!
 
Ebbene, ci fermiamo qui. In fondo, l’obiettivo era quello di cercare di chiarire, per chi avesse ancora dubbi, di che cosa stiamo parlando. Stiamo parlando, appunto, di un’operazione politica che intende ristrutturare il modello politico e sociale italiano, in linea con l’idea dominante tra le élites europee, puntando su un’uscita dalla crisi del neoliberismo mediante un’estremizzazione del liberismo stesso. Insomma, i conti del disastro dovrebbero pagarlo i lavoratori e le lavoratrici, fissi o precari che siano, con la disoccupazione, la riduzione del salario e dei diritti, con la sospensione delle loro libertà democratiche sul luogo di lavoro e con l’eliminazione del welfare, conquistato in lunghi decenni di dure lotte.
 
In conclusione, se di questo si tratta, allora c’è un grande bisogno di opposizione e, soprattutto di alternative. Eppure, quelle non si vedono granché e, anzi, il consenso al Governo Monti sembra ancora molto significativo. Un consenso un po’ particolare, ovviamente, perché basato essenzialmente sulla convinzione, diffusa a piene mani dall’informazione dominante (gli altri magari vengono chiusi con il taglio dei finanziamenti) e da un fronte politico bipartisan (Pdl-Pd-Udc), che non c’è alternativa. E poi, non aiuta di certo la politica dei grandi sindacati, sempre disponibili a trattare al ribasso e che nel dicembre scorso si erano “opposti” alla manovra che ha massacrato le pensioni con ben 3 ore di sciopero…
In altre parole, la forza delle politiche di austerità sta soprattutto nella nostra debolezza, nell’assenza della capacità di produrre alternative e percorsi conflittuali incisivi. E quindi, invece di lamentarci e leccarci le ferite, dovremmo darci una mossa, subito!
 
E in questo senso voglio segnalare due date, che corrispondono a due mobilitazioni del mondo del lavoro, ma non solo. Usiamole, riempiamole, perché diventino occasione e punti di passaggio per ricostruire la nostra il nostro punto di vista:
 
Venerdì27 gennaio 2012 – Sciopero Generale di tutte le categorie, proclamato dai sindacati di base Usb, Orsa, SlaiCobas, Cib-Unicobas, Snater, SiCobas e Usi.
 
Sabato11 febbraio 2012 – Manifestazione nazionale a Roma “Democrazia al Lavoro”, organizzata dalla Fiom e aperta alle realtà di movimento.
per info: pagina dedicata della Fiom – per i mezzi di trasporto da Milano, metteremo info anche su questo blog appena disponibili.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Martedì 24 gennaio, al Teatro Franco Parenti di Milano, ci sarà la prima milanese di “Sul concetto di volto nel Figlio di Dio” e ci sarà una mobilitazione di protesta da parte di una serie di organizzazioni integraliste che considerano lo spettacolo “blasfemo” e quindi da censurare.
Premetto subito che non ho visto lo spettacolo, come peraltro la quasi totalità di quanti ora ne chiedono la censura, e quindi non so dire se mi piace o meno oppure se lo ritengo offensivo o meno dei sentimenti religiosi. Tuttavia, so che lo spettacolo ha fatto il giro di mezza Europa, compresa Roma, senza che succedesse alcunché, con l’unica eccezione di Parigi, dove alcuni integralisti religiosi hanno inscenato una contestazione. Inoltre, ho letto anche le parole del regista, Romeo Castellucci, Perché il mio spettacolo non ha nulla di osceno, che non mi sembrano proprio quelle di un blasfemo.
Insomma, c’è qualcosa che non quadra, considerato che ora si è alzato improvvisamente un polverone tale da spingere persino il Vaticano a prendere posizione. Cioè, lo stesso che non ebbe nulla da dire quando lo spettacolo andò in scena nella capitale, praticamente a due passi da San Pietro. Per non parlare, poi, del crescendo di minacce ed intimidazioni di cui è stato fatto oggetto il Teatro Parenti in questi giorni.
E quello che non quadra -e preoccupa- c’entra più con la politica che non con la religione, come peraltro accade quasi sempre nel caso degli integralismi religiosi. In fondo, per arrivare a quella conclusione è sufficiente leggere la lista dei promotori ed aderenti alla “manifestazione di protesta” contro lo spettacolo (che si terrà p.le Libia, nelle immediate vicinanze del teatro).
Infatti, tanto per fare un esempio, tra i principali promotori della mobilitazione troviamo anche quei gentiluomini di “Militia Christi”. E poi basta scorrere la non breve lista dei gruppi che aderiscono all’iniziativa per trovarvi un pericoloso minestrone, dove si mischiano gruppi antiabortisti ed integralisti, spesso di natura neofascista e xenofoba.
Beninteso, e ci teniamo a sottolinearlo, non tutti coloro i quali oggi si sentono offesi dallo spettacolo, che peraltro non hanno visto, rientrano in quella casistica. A maggiore ragione è, dunque, necessario dire le cose così come stanno, chiarendo a tutti e tutte, credenti e non credenti, chi sono i soggetti che oggi stanno montando la panna e che cercano così di accreditarsi su scala più ampia.
E quindi, benissimo ha fatto il circolo di Rifondazione della zona 4 a lanciare per primo l’idea di un presidio democratico, contro le intimidazioni, le censure e le pratiche neofasciste. Un’idea che in queste ore sta per essere raccolta da diversi altri soggetti della zona 4 (Sel, Pdci, Comitato per Milano, Casa della Sinistra, Comitato citt. Per la riapertura Piscina Caimi ecc.).
 
Sotto trovate l’appello e le coordinate per aderire. Vi invito a farlo.
 
Il presidio si terrà martedì 24 gennaio, a partire dalle ore 18.30, all’angolo tra c.so Lodi e via Lazzaro Papi (p.zza Buozzi) (il luogo di ritrovo circolato precedentemente è da considerarsi superato)
 
Luciano Muhlbauer
 
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Appello:
 
NON ACCETTIAMO INTIMIDAZIONI, CENSURE E PRATICHE NEOFASCISTE E INTOLLERANTI!
 
La rappresentazione al Teatro Franco Parenti di Milano, dal 24 al 28 gennaio, dello spettacolo “Sul concetto del volto di Dio” ha scatenato in questi giorni una sequenza di intimidazioni e divieti, a cui il teatro e il regista hanno reagito dichiarando il carattere non irreligioso della pièce e invitando ad attenuare i toni intolleranti, in nome di un confronto civile e democratico.
Su questo evento la destra oltranzista e integralista ha imbastito un attacco forsennato, spalleggiata da forze apertamente razziste e neofasciste, che promettono presidi e preghiere di riparazione, ma soprattutto non nascondono l'intenzione di negare la libertà di espressione artistica, sulla base di argomentazioni intolleranti.
Respingiamo, da uomini e donne liberi, credenti e non, queste due offese - alla libera espressione artistica e alla Costituzione antifascista - e dichiariamo la nostra piena solidarietà al Teatro Franco Parenti e al regista Castellucci.
 
Invitiamo i cittadini e le cittadine, gli antifascisti e i democratici a partecipare al
PRESIDIO INDETTO PER IL 24 GENNAIO
h. 18.30
Piazza Buozzi (angolo tra c.so Lodi e via Lazzaro Papi)
 
 
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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale (GU n. 19 del 24.01.2012 – Suppl. Ordinario n. 18) ed è entrato in vigore, il 24 gennaio 2012, il cosiddetto “decreto liberalizzazioni”, varato dal Governo Monti settimana scorsa, ma il cui testo definitivo era finora un piccolo mistero.
La sua denominazione formale è: Decreto-Legge 24 gennaio 2012, n. 1 - “Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività”.
Ora il Parlamento ha complessivamente 60 giorni per convertirlo in legge, con o senza modifiche.
Rispetto alle bozze di decreto circolate in rete fino alla vigilia della pubblicazione, le modifiche sembrano essere poche e, comunque, non toccare alcuni degli aspetti più pesanti e negativi, come l’accelerazione della privatizzazione dei servizi pubblici locali o l’abolizione del contratto nazionale nelle ferrovie (art. 37).
 
Per consultare la versione testuale del decreto direttamente sul sito della Gazzetta Ufficiale, clicca qui: Decreto-Legge 24 gennaio 2012, n. 1.
 
Cliccando sull’icona qui sotto, invece, puoi scaricare sia l’articolato, che la relazione del decreto-legge in formato pdf.
 
Luciano Muhlbauer
 

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La maxi operazione di polizia contro 41 persone, di cui 25 agli arresti, per i fatti del 3 luglio scorso in Val di Susa non può che suscitare allarme e forte preoccupazione, poiché comunica in maniera inequivocabile la volontà di spezzare con la forza e la repressione ogni dissenso organizzato verso il progetto Tav.
Prendiamo atto delle dichiarazioni del Procuratore capo di Torino, Gian Carlo Caselli, che oggi ha affermato che i provvedimenti non sono da intendersi come atti diretti contro il movimento No Tav e che “il terrorismo non ha assolutamente nulla a che vedere” con i fatti del 3 luglio.
Tuttavia, non possiamo che rimanere esterrefatti di fronte alla precisione chirurgica con i quali i provvedimenti sembrano essere stati spalmati sulle diverse componenti del composito movimento No Tav.
Sono stati arrestati esponenti di centri sociali di diverse città e di diverse aree di riferimento, colpendo anzitutto quelli piemontesi. Colpiti anche un dirigente di Rifondazione Comunista di Torino, Andrea Vitali, e un dirigente sindacale della Filctem-Cgil calabrese, Giuseppe Tiano. Tra gli arrestati troviamo poi anche un barbiere di Bussoleno e un consigliere comunale di 66 anni di Villar Focchiardo. Infine, come in tutti i gialli che si rispettino, c’è ovviamente anche il vecchio brigatista, sempre utile a insinuare mille dubbi nell’opinione pubblica.
Il 3 luglio dell’anno scorso in Val di Susa c’erano tante migliaia a manifestare e l’aria era irrespirabile per la quantità folle di gas lacrimogeni, anche quelli in teoria vietati, che furono lanciati senza troppi complimenti sull’insieme dei manifestanti. C’erano anche gli scontri, a tratti duri, certo, ma soprattutto si evidenziò un dissenso forte e di massa della popolazione della Val di Susa e di una parte significativa dell’opinione pubblica italiana contro il progetto Tav.
Dopo quel 3 luglio si poteva e si doveva scegliere la politica e la riapertura del confronto di merito, anzitutto con la popolazione della Val di Susa. Invece, era stata fatta la scelta diametralmente opposta, quella della militarizzazione della Valle e delle leggi speciali. Oggi, poi, sembra arrivata la fase 2, cioè la criminalizzazione del dissenso, con dei messaggi inequivocabili mandati a tutti.
Riteniamo quella strada folle ed inaccettabile. Esprimiamo il nostro pieno sostegno al movimento No Tav e chiediamo la liberazione degli arrestati.
 
Luciano Muhlbauer
 
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