Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
di lucmu (del 22/01/2007, in Migranti&Razzismo, linkato 707 volte)
Oggi, alle ore 16.00, presso l’auditorium “Giorgio Gaber” del Pirellone, il Ministro Ferrero incontrerà le realtà associative e sindacali impegnate sul terreno dell’immigrazione. L’incontro fa parte di un tour che tocca tutte le regioni italiane ed è finalizzato a raccogliere le proposte provenienti dalla società civile in vista della discussione sulla nuova legislazione sull’immigrazione.
L’incontro che si tiene oggi a Milano è di un’importanza particolare, poiché si svolge nella regione italiana che concentra da sola un quarto dell’immigrazione nazionale, cioè quasi 900mila uomini e donne. Si tratta dunque di un osservatorio privilegiato per misurare gli effetti drammatici di una politica che finora ha puntato tutto sull’approccio repressivo, emarginando le politiche di accoglienza e inclusione e finendo così per favorire la diffusione della condizione di clandestinità e delle dinamiche di ghettizzazione.
Non a caso La Lombardia è anche la regione dove mancano clamorosamente delle politiche attive locali che possano favorire la convivenza e la coesione di una società che si fa sempre più multietnica. E significative sono le responsabilità politiche di chi governa questo territorio, poiché Regione Lombardia non solo non ha mai voluto affrontare il tema, ma ha fatto di peggio, inserendo con triste regolarità elementi discriminatori nei vari provvedimenti di legge, poi spesso bocciati dal Tar o dalla Corte Costituzionale.
Una società che cambia velocemente e una politica che rifiuta di affrontare la realtà, abbandonandosi in alcune sue parti estreme, ma politicamente pesanti, come Lega e An, persino a vere e proprie campagne xenofobe o peggio, sono gli ingredienti che fanno assomigliare la Lombardia a un treno lanciato a folle velocità verso il precipizio. Opera docet.
Ecco perché è estremamente prezioso il contributo delle realtà della società civile che quotidianamente sono attive sul campo e che chiedono all’unisono di cambiare strada, prima che i guasti diventino irreparabili. Rifondazione Comunista condivide e sostiene il documento del cartello di associazioni, dall’Arci a diversi comitati di immigrati, dalla Fillea-Cgil al SdL intecategoriale, che oggi sollecita il Governo a modificare radicalmente politica, a cominciare dall’abolizione urgente della Bossi-Fini, senza tornare alla Turco-Napolitano, e dalla chiusura dei Cpt.
 
comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
qui sotto puoi scaricare il documento che le associazioni presenteranno al Min. Ferrero

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Oggi il Consiglio regionale ha approvato a maggioranza il pdl 150, “Strumenti di competitività per le imprese e per il territorio della Lombardia”.
Non c’è alcun dubbio che la situazione economica della nostra regione necessiti di un deciso intervento da parte delle istituzioni, poiché in Lombardia da troppo tempo  regna un modello di sviluppo che punta tutto sulla riduzione del costo del lavoro e che non investe sull’innovazione e sulla qualità. Peccato però che la legge approvata sia terribilmente lontana da questa esigenza.
Oggi esce dall’aula consiliare una legge senz’anima e senza progetto, che si limita a distribuire a pioggia un po’ di soldi pubblici a un po’ di imprese, senza scegliere priorità di sviluppo e senza vincolare i beneficiari al rispetto dei contratti nazionali di lavoro.
E, come se non bastasse, una legge che apre un pericoloso baratro per quanto riguarda le aree industriali dismesse, cioè 29 milioni di metri quadrati. Infatti, d’ora in poi sarà più facile edificare senza dover rispettare alcun vincolo di destinazione d’ uso e tanto meno la vocazione industriale. Altro che riqualificazione urbana e rilancio produttivo, siamo piuttosto al via libera bello e buono alle speculazioni edilizie.
Insomma, nulla è cambiato rispetto alla versione uscita dalla Commissione e pertanto non poteva che ripetersi il nostro deciso voto negativo.
 
comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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di lucmu (del 29/01/2007, in Lavoro, linkato 832 volte)

qui puoi scaricare l'interpellanza sulla questione WIND presentata dal Prc e da tutta l'opposizione


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Una relazione pilatesca, quella della Commissione ministeriale De Mistura sui centri di permanenza temporanea. E forse non poteva essere diversamente, visto che il dibattito politico sull’immigrazione e, in particolare, sui Cpt è invaso e pervaso dalla propaganda e dalla peggior demagogia.
Guardandola da vicino, l’indagine realizzata dalla Commissione conferma larga parte delle denunce che da molti anni avanzano i movimenti e le associazioni e che troppo spesso sono state ignorate o ridicolizzate. E questo vale per le condizioni di detenzione, per il folle regime giuridico speciale a cui i cittadini non comunitari sono sottoposti, privati così della libertà personale senza mai vedere un giudice ordinario, e per la sostanziale inutilità e inefficacia del sistema Cpt.
Insomma, la Commissione ci pare confermi ampiamente quello che anche noi abbiamo visto e denunciato nella nostra attività di monitoraggio del centro di via Corelli, cioè che i Cpt sono dei costosissimi buchi neri dello stato di diritto, che a nulla servono, se non a fornire un alibi politico alla vulgata securitaria.
Tuttavia, la Commissione evita accuratamente di trarre l’unica conclusione ragionevole, cioè che i Cpt vanno chiusi, optando invece per un più enigmatico “progressivo svuotamento”. E non a caso è esattamente su questo punto che le organizzazioni che compongono la Commissione mostrano una differenza di opinioni.
Così, la patata bollente viene passata alla politica, la quale non potrà sottrarsi alle sue responsabilità. Chiediamo dunque coerenza, anzitutto al Governo. Cioè, se è vero che i Cpt sono inutili e inefficaci, che rappresentano uno spreco di soldi pubblici e che violano i diritti della persona, allora c’è un’unica cosa da fare: chiuderli per sempre!
 
comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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di lucmu (del 03/02/2007, in Migranti&Razzismo, linkato 780 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer e Francesco Prina (cons. reg. Margherita), pubblicato su il Manifesto del 3 febbraio 2007 (pag. Milano)
 
Quello che accade fuori città, anche se a due passi, spesso non trova l’attenzione della stampa milanese. E così quasi nessuno si è curato di una vicenda che si trascina da qualche mese a Magenta e che ora rischia di trasformarsi in un poco edificante caso. Infatti, per domenica 4 febbraio la Lega Nord ha annunciato un presidio “contro la moschea abusiva”, con tanto di reclamizzata presenza dell’Assessore regionale al Territorio, Boni.
Ma riepiloghiamo i fatti. Tutto inizia con la decisione di un gruppo di operai immigrati di affittare regolarmente un capannone per svolgervi attività culturale e, occasionalmente, per pregare. Nulla di strano, ma quegli operai hanno il torto di essere musulmani e la Lega Nord non perde l’occasione per scatenare una sorta di crociata dal titolo “No alla moschea”, condita con la solita fraseologia islamofobica e razzista. Sul muro di cinta del capannone appare persino la scritta “Bossi vi ucciderà”.
Il Sindaco di Magenta, Del Gobbo, evidentemente preoccupato delle imminenti elezioni amministrative, decide di cavalcare la campagna leghista. Da allora è stato un susseguirsi di visite dei vigili urbani, i quali, regolamenti edilizi alla mano, hanno fatto piovere multa su multa. Siamo ormai arrivati a quota 23.
Ad opporsi alla campagna d’odio leghista c’è il Comitato Intercomunale per la Pace del magentino. Impegno civile evidentemente mal digerito dal centrodestra locale, che nella seduta del consiglio comunale del 31 gennaio scorso ha votato la fuoriuscita del Comune di Magenta dal Comitato. In realtà, una decisione senza effetto pratico, dal momento che la giunta Del Gobbo non ne aveva mai sostenuto alcun progetto. Ma si sa, la vendetta è vendetta.
E così arriviamo all’annunciato presidio di domenica. Sappiamo bene che le campagne elettorali comportano anche un innalzamento dei toni polemici, ma trasformare un tranquillo luogo di ritrovo in “moschea abusiva” e seminare odio tra la cittadinanza, con tanto di copertura politica di un assessorato regionale, ci pare superi ogni limite di decenza e sopportabilità.
Siamo certi che domenica nessuno raccoglierà la provocazione leghista, ma forse è ora che qualcuno si assuma qualche responsabilità. Ci riferiamo in particolare al Sindaco di Magenta e al Presidente Formigoni, i quali di accoglienza parlano spesso, salvo poi smentirsi sistematicamente nei fatti.
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di lucmu (del 06/02/2007, in Lavoro, linkato 1557 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 6 febbraio 2007 (pag. Milano)
 
Esprimiamo la nostra totale solidarietà ai lavoratori e alle lavoratrici della WIND Telecomunicazioni, oggi in sciopero contro il progetto di esternalizzazione del call center di Sesto San Giovanni (Milano).
Quanto rischia di accadere ai 275 lavoratori di Sesto, in larga parte donne, è paradigmatico di un modus operandi delle società transnazionali. Infatti, una parte significativa delle crisi occupazionali che oggi si consumano in Lombardia non sono provocate da difficoltà aziendali o da bilanci in rosso, bensì dalla volontà di realizzare autentici super-profitti o da semplici operazioni finanziarie.
La WIND ha chiuso il bilancio 2006 in attivo, ma il nuovo padrone del gruppo, l’imprenditore e finanziere multinazionale Sawiris, quasi contestualmente con l’uscita definitiva dell’Enel, cioè del pubblico, dalla proprietà, ha annunciato l’esternalizzazione del call center di Sesto S. Giovanni. Gli obiettivi reali di questa operazione sono tuttora oscuri, ma è certo che manca qualsiasi piano industriale, che Sawiris ha accumulato debiti in altre sue attività in giro per il mondo e che il call center di Sesto è per certi versi atipico, cioè quasi tutti i dipendenti sono assunti a tempo indeterminato. Non a caso, la società Omnia Service, che dovrebbe assorbire il call center, brilla per l’utilizzo indiscriminato dei rapporti di lavoro precari.
Insomma, il gioco è semplice: mantengo inalterati i mercati di sbocco, ma realizzo un guadagno extra, scaricando i costi dell’operazione sui lavoratori e sulle comunità locali. Nel caso del gruppo WIND potremmo poi aggiungere un’ulteriore aggravante, cioè che circa il 30% del suo fatturato deriva da contratti con la pubblica amministrazione.
Emerge qui tutta la desolante assenza della politica, dove da troppo tempo ormai si teorizza che il mercato è un sovrano assoluto e che non si debba intervenire. A noi pare invece inaccettabile, nonché miope, non pretendere e imporre un minimo di regole, che anzitutto stabiliscano un principio elementare: se tu intendi continuare a fare i tuoi affari sul mio territorio, allora devi garantire la tenuta del livello occupazionale e rapporti di lavoro decenti.
La vicenda del call center di Sesto assume oggi una valenza più generale e non bisogna essere dei geni per capire che se passa l’esternalizzazione, allora si apriranno le porte ad ulteriori operazioni, sia nel gruppo WIND, che in altre società di telecomunicazione. Quindi chiediamo con urgenza che la Giunta Regionale della Lombardia e il Governo nazionale non lascino da soli i lavoratori e le lavoratrici, il Comune di Sesto e la Provincia di Milano e che venga bloccata questa indegna operazione.
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di lucmu (del 09/02/2007, in Migranti&Razzismo, linkato 622 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 9 febbraio 2007 (pag. Milano)
 
Esprimiamo la nostra piena solidarietà con i cittadini e le cittadine di Opera (Mi), che hanno convocato per sabato prossimo una manifestazione per la democrazia e contro la violenza e l’intolleranza.
È passato più di un mese da quando sono state date alle fiamme le tende della protezione civile, destinate ad ospitare temporaneamente gli uomini, le donne e i bambini rom precedentemente sgomberati dalle baracche di via Ripamonti, nel comune di Milano. La gravità di quanto avvenuto alla vigilia di Natale, un vero e proprio pogrom, non poteva sfuggire a nessuno, eppure la reazione civile, politica e istituzionale è stata al di sotto di ogni necessità.
I responsabili e gli ispiratori del rogo di dicembre non sono stati chiamati a rispondere dei loro vili atti. La Prefettura di Milano ha omesso sistematicamente di intervenire contro quel “presidio” permanente anti-rom, nel frattempo attrezzato con bar e bagni chimici e tenuto in vita da esponenti della Lega, An e gruppi militanti neofascisti. Le minacce contro chiunque osasse manifestare dissenso rispetto all’isteria razzista si sono fatte quotidiane. A Opera oggi c’è paura.
E così non si tratta più di una questione operese e nemmeno della semplice “questione rom”. Oggi a Opera, l’incessante ed eterodiretta campagna razzista ha messo in seria discussione l’agibilità democratica.
Non è tollerabile che il Prefetto di Milano continui a guardare dall’altra parte, rifiutandosi di ristabilire la legalità e di tutelare le libertà civili e politiche di quei tanti cittadini operesi che sono stanchi delle scorribande leghiste e neofasciste. Accettare che a Opera si continui così, significa costruire i presupposti perché razzisti, neofascisti e violenti si sentano liberi di poter replicare il modello ovunque.
Ora alcuni cittadini di Opera hanno vinto la loro sacrosanta paura, hanno formato un comitato per la solidarietà e contro il razzismo e hanno deciso di reagire. Hanno tutto il nostro appoggio e come gruppo consiliare regionale di Rifondazione saremo presenti sabato mattina insieme a loro. E ci auguriamo che il Prefetto si assuma finalmente le sue responsabilità oppure che ne tragga le inevitabili conseguenze.
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di lucmu (del 13/02/2007, in Migranti&Razzismo, linkato 704 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 13 febbraio 2007
 
A Opera abbiamo perso. Ha perso la sinistra, la democrazia e la decenza. E ha vinto il razzismo della Lega Nord e dei gruppi neofascisti. Questa è la realtà e non nascondiamoci dietro giri di parole o rimozioni.
I settanta rom, di cui oltre 30 bambini, ospitati temporaneamente a Opera, periferia sud di Milano, se ne sono andati anzitempo e non torneranno più. La Casa della Carità, che gestiva la tendopoli, si è infine arresa, “stufa di subire l’ostilità, la violenza e l’arroganza di chi presidia il campo”.
Il generoso corteo per la democrazia e contro il razzismo che sabato scorso ha attraversato Opera è arrivato troppo tardi. Così come a nulla erano servite le ripetute richieste del sindaco, Ramazzotti, di sgomberare l’abusivo presidio anti-rom. Il Prefetto di Milano, Lombardi, uomo palesemente inadatto a coprire tale incarico, ha continuato a fare orecchie da mercante, come del resto faceva sin dal principio.
Il tutto era iniziato alla vigilia di Natale, quando un nutrito gruppo di cittadini operesi, guidato e incitato da esponenti della Lega e di An, aveva dato alle fiamme le tende della protezione civile, destinate ad ospitare fino alla fine di marzo le famiglie rom precedentemente sgomberati dalle baracche di via Ripamonti, nel comune di Milano. Nuove tende sono state poi rimontate e il 29 dicembre sono arrivati i rom, accolti da lanci di oggetti e cori razzisti. Un presidio permanente, successivamente attrezzato con un bar artigianale e bagni chimici, è stato montato all’ingresso del campo. Militanti della Lega, di An e di gruppi dell’estremismo neofascista milanese si sono incaricati a tenerlo in vita. Borghezio e suoi deliri sono diventati ospiti fissi.
Le famiglie rom, inclusi i bambini, subivano quotidianamente insulti, i volontari che si recavano al campo venivano minacciati e chiunque si permetteva di dissentire, compreso il parroco e l’arcivescovo, veniva apostrofato in malo modo. Nessuno è mai intervenuto contro gli istigatori e i responsabili del pogrom pre-natalizio, le denunce presentate alle autorità di pubblica sicurezza non hanno avuto seguito e le forze dell’ordine presenti al campo stavano a guardare.
La sconfitta di Opera pesa e peserà ben oltre Opera, poiché da oggi leghisti e neofascisti si sentiranno autorizzati a replicare il modello e c’è da aspettarsi che le tante campagne anti-rom, xenofobe, islamofobiche e securitarie, di cui è disseminato il territorio, ne escano rinvigorite.
Tuttavia, sarebbe un errore prendercela soltanto con l’inettitudine di Prefettura e Questura, perché a Opera i razzisti e i neofascisti hanno potuto vincere anche grazie al consenso attivo di centinaia di cittadini, mentre noi della sinistra, come un pugile suonato, ci abbiamo messo un mese e mezzo per articolare una prima risposta di piazza.
Le destre godono oggi di nuovi spazi, perché riescono a fornire a una società metropolitana attraversata da insicurezze, precarietà e degrado un nemico semplice, alla portata di tutti: il rom, l’islamico, il clandestino, l’abusivo e chi più ne ha, più ne metta. Sono le destre a governare questi territori da lunghi anni e ad aver abbandonato le tante periferie al loro destino, eppure sono sempre loro che ora organizzano molto malcontento. Paradossale, si direbbe, ma funziona lo stesso, perché la sinistra, in tutte le sue articolazioni, ha perso radicamento territoriale e sociale organizzato e fatica terribilmente a offrire risposte credibili al disagio, mentre sempre più “riformisti” cercano riparo nella subalternità.
La sconfitta di Opera è un campanello d’allarme molto serio. Guai a sottovalutarlo e proseguire come se niente fosse.
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di lucmu (del 14/02/2007, in Migranti&Razzismo, linkato 700 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberamente di gennaio-febbraio 2007
 
Porrajmos, è un termine poco conosciuto, anche a sinistra, che indica la persecuzione e lo sterminio delle popolazioni sinti, rom e camminanti attuato dal Terzo Reich. Nel campo di concentramento di Auschwitz esisteva una sezione specifica riservata a loro, lo Zigeuner Lager. Non si sa con esattezza quante fossero le vittime dell’olocausto zingaro, perché le ricerche storiche vi hanno dedicato pochissima attenzione, ma le stime vanno da un minimo di 500mila fino ad oltre un milione di uomini, donne e bambini.
Ci pare utile e necessario partire da questo promemoria, per ricordare che i rom e i sinti rappresentano una storica minoranza europea –e italiana-, così come storica è l’ostilità e la discriminazione che subiscono. Attualmente sono oltre 10 milioni i rom e sinti che vivono negli stati membri dell’UE. Insomma, non si tratta di “invasori” giunti dal nulla, anche se vengono trattati come se fossero un corpo estraneo, con l’aggiunta dell’accusa di essere intrinsecamente ladri e delinquenti. Dalle nostre parti probabilmente la pensa così la maggioranza dei cittadini, compresa buona parte degli elettori di sinistra.
Oggi nell’area milanese la situazione si è fatta critica, come ha evidenziato inequivocabilmente l’infamia di Opera, iniziata con il pogrom pre-natalizio e finita con la cacciata delle famiglie rom. A Opera si è definitivamente oltrepassata la soglia di allarme, poiché i razzisti della Lega e di An sono riusciti a coagulare consenso popolare, a imporre la loro volontà a un Prefetto inetto e, soprattutto, a portare a casa una vittoria. D’ora in poi, e non ci vuole molto per capirlo, tenteranno di replicare il modello ovunque.
Ma come si è potuti arrivare a questo punto? Certo, c’è un clima generale di ostilità verso il “diverso” e le destre lo cavalcano da tempo, amplificandolo. E il “nomade” è indubbiamente l’obiettivo più facile. Ma vi è anche una base materiale sulla quale si innestano le campagne no-rom, costituita da una prolungata negligenza da parte delle istituzioni e, soprattutto, dal predominio della filosofia del “campo nomadi”.
In fondo, il paradosso dovrebbe saltare agli occhi. Cioè, popolazioni che in larghissima parte e da tempo non praticano più il nomadismo vengono riunite in campi “di sosta” e “di transito”. Vari organismi dell’UE hanno ripetutamente denunciato questa pratica tutta italiana, sollecitando un deciso cambio di rotta. Citiamo qui soltanto l’ultimo richiamo europeo in ordine di tempo, quello dell’ECRI pubblicato il maggio scorso, che parla di “relegazione forzata di molti Rom e Sinti in campi nomadi” e raccomanda politiche che si pongano l’obiettivo “dell’eliminazione dei campi nomadi”.
Tuttavia, in Italia poco o nulla si è mosso finora. Negli anni Ottanta molte regioni adottarono leggi, ispirate alla “tutela delle popolazioni nomadi”, ma che contribuirono all’istituzionalizzazione dei campi. Anche la Lombardia ne ha una, ma non la applica, in base all’edificante principio del “neanche un soldo ai rom”. E così a Milano e in tutta la regione i comuni istituivano “campi”, ma senza le azioni positive e le risorse finanziarie della legge regionale.
Nel corso degli ultimi due decenni la situazione si è aggravata con l’arrivo di nuove popolazioni rom in fuga dal conflitto nell’ex-Jugoslavia e dalla situazione di miseria ed esclusione che vivono in Romania. A Milano e dintorni i campi esistenti sono cresciuti e un po’ ovunque sono sorti nuovi campi abusivi. Le istituzioni, in primis il comune capoluogo, sono rimaste sostanzialmente a guardare, limitandosi a qualche comunicato stampa di fuoco, uno sgombero qui e là e poi tutto avanti come prima. Il risultato di tale non politica, chiamata da taluni “tolleranza zero”, è sotto gli occhi di tutti: i cosiddetti “campi” altro non sono che dei ghetti e delle baraccopoli, dove predomina il degrado urbano e sociale.
La verità è che i “campi” e il degrado che li circonda sono figli di una politica sbagliata e non del cultura rom. In alcune regioni italiane, come in Toscana, se ne sono accorti e ora stanno sperimentando delle politiche alternative. In Lombardia, invece, non se ne può nemmeno parlare. Anzi, qualche dirigente milanese dei Ds ha addirittura sentito il bisogno di una pubblica autocritica del “buonismo” della sinistra. Come se a Milano ultimamente avesse governato la sinistra…

Opera ci dice che occorre reagire in fretta, anzitutto contro le ignobili e pericolose campagna d’odio di Lega e soci, ma soprattutto trovando il coraggio e la lungimiranza di definire una politica di fuoriuscita dalla logica dei “campi”.

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di lucmu (del 15/02/2007, in Pace, linkato 1033 volte)
Pubblicato su il Manifesto del 15 febbraio 2007 (pag. Milano)
La decisione del Presidente del consiglio Romano Prodi di confermare gli accordi del governo Berlusconi e di dare quindi il via libera alla costruzione di una nuova base militare statunitense a Vicenza non ci trova d’accordo.
Le servitù militari esistenti sul territorio italiano sono tantissime e pensiamo, come affermato dal programma dell’Unione, che occorra al più presto arrivare a una loro ridefinizione. E questo vale anche per la Lombardia, a partire dalla base di Ghedi (BS) che, sebbene sotto comando italiano, ospita armi nucleari sotto controllo delle forze armate statunitensi.
Concedere oggi la costruzione di una nuova base statunitense sul territorio dell’aeroporto Dal Molin, destinata ad ospitare la 173ª Brigata aviotrasportata Airborne con funzioni di rapido intervento nelle aree mediorientali, contraddice non soltanto l’impegno preso con gli elettori, ma la stessa vocazione pacifista dell’Italia, espressa dall’articolo 11 della Costituzione. D’altronde, l’attuale politica del governo USA, incentrata su interventi militari come quello in Iraq, è in stridente contrasto con l’ispirazione della politica estera dell’Unione.
Ma vi è una seconda ragione che ci fa dire che quella decisione era ed è sbagliata. In nessun momento è stata interpellata la comunità locale, cioè i cittadini e le cittadine di Vicenza. Anzi, il sindaco Hullweck ha persino negato alla cittadinanza la possibilità di esprimersi attraverso un referendum.
Oggi, i cittadini e le cittadine di Vicenza chiedono che venga ascoltata la loro voce e che la nuova base non si faccia. Dicono di non poter accettare la decisione del Presidente del consiglio e ci chiamano a manifestare a Vicenza il 17 febbraio prossimo.
Noi, Consiglieri regionali della Lombardia, siamo d’accordo con loro e invitiamo tutti e tutte a partecipare alla manifestazione del 17 febbraio a Vicenza.
 
Luciano Muhlbauer (Prc), Mario Agostinelli (Prc), Osvaldo Squassina (Prc), Marco Cipriano (Ds), Arturo Squassina (Ds), Bebo Storti (Pdci), Carlo Monguzzi (Verdi), Marcello Saponaro (Verdi)
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