Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
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di lucmu (del 24/02/2008, in Casa, linkato 1442 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 24 febbr. 2008 (pag. Milano)
 
Che il senso ultimo della decisione del Partito Democratico di “correre da solo” fosse essenzialmente quello di eliminare dalla scena politica italiana ogni forza di sinistra, politica e sociale, lo sapevamo. Dall’altra parte, già le svolte filo-securitarie del 2007 raccontavano la medesima storia. Ciononostante, riesce ancora a stupire il livello di cinismo e di degrado politico a cui ricorrono in questi giorni alcuni esponenti milanesi del Pd.
Infatti, contestualmente all’avvio della campagna elettorale, il Sunia, cioè il sindacato inquilini il cui gruppo dirigente milanese è legato strettamente al Pd, ha iniziato a diffondere la seguente favola: grazie a un emendamento di Rifondazione alla legge regionale n. 27/2007, quella dell’aumento generalizzato degli affitti nelle case popolari, anche gli inquilini delle case del demanio dovranno pagare di più e tanti di loro avranno pure lo sfratto.
L’effetto di tali annunci, ripetuti fino all’ossessione nelle assemblee, è scontato, a partire dalla diffusione del panico tra tante famiglie. Peccato però, che la storia vera e completa sia un po’ diversa da quella diffusa dai dirigenti sindacali del Pd.
Infatti, l’emendamento in questione, uno dei pochissimi a firma Prc, Verdi, Pdci e Sd che l’assessore ha accolto, stabilisce semplicemente che le case di proprietà comunale costruite in virtù di leggi speciali per gli sfrattati vengano equiparate alle case popolari e che si applichi dunque il canone sociale. Inoltre, va ricordato che l’emendamento non era un capriccio di qualche consigliere regionale, bensì una rivendicazione storica di una parte significativa dei sindacati che si battono per il diritto alla casa, in particolare di Sicet e Unione Inquilini.
Attualmente, nelle case costruite con le leggi speciali vige ancora l’equo canone, ma si tratta di un residuo del passato, poiché l’attuale quadro normativo prevede soltanto due destini possibili: il canone sociale oppure i contratti privati previsti dalla legge 431/98. Non a caso, il Comune di Milano, dopo averci già provato in passato, era tornato alla carica con i suoi tentativi di privatizzazione. Ebbene, ci risulta che il Sunia era disponibile a trattare sull’introduzione dell’affitto privato. Noi riteniamo invece che gli inquilini di quelle case siano maggiormente tutelati in regime pubblico.
Per quanto riguarda, poi, i presunti pericoli di sfratti, va semplicemente ricordato che la “decadenza”, cioè il limite di reddito oltre il quale si perde il diritto ad un alloggio popolare, non è regolato dalla legge n. 27, bensì dal preesistente Regolamento regionale n. 1/2004, che peraltro non si applica tuttora alle case costruite con le leggi speciali.
Pensiamo che sia un bene che le divergenze politiche vengano esplicitate, ma allora bisogna dirla tutta e fino in fondo, invece di mistificare e omettere. Da parte nostra, sosteniamo una battaglia trasparente contro lo smantellamento dell’edilizia residenziale pubblica che Formigoni persegue con grande linearità. Per questo, in Consiglio regionale, abbiamo contrastato e votato contro tutti i provvedimenti presentati negli ultimi due anni dal centrodestra. Riteniamo che la questione casa nelle aree metropolitane lombarde non possa essere affrontata bloccando la costruzione di case popolari, vendendo il patrimonio esistente, spostando le politiche pubbliche verso l’edilizia convenzionata e privata, facendo demagogia sugli “abusivi” e aumentando gli affitti agli assegnatari. Di fronte a una realtà fatta di affitti e mutui alle stelle sul mercato privato e di un patrimonio pubblico che riesce malapena a soddisfare il 5% delle graduatorie, occorre invece una grande rilancio dell’edilizia pubblica.
Il Pd la pensa diversamente e spesso si è astenuto o ha votato a favore dei provvedimenti di Formigoni. E così, alla fine del 2006, si è astenuto anche sul provvedimento che ha tagliato brutalmente, di 500 milioni di euro, i fondi triennali per la costruzione e la manutenzione di case popolari, mentre il punto centrale della sua battaglia emendativa sulla legge 27 era l’aumento della quota di alloggi popolari da mettere in vendita. Cioè, il 20% del patrimonio pubblico complessivo da vendere, come previsto dalla legge, gli sembrava troppo poco. Beninteso, qui il problema non è opporsi alla vendite tout court, bensì fare due conti. Cioè, se non costruisci più, ma vendi tanto, alla fine non rimane più niente, se non l’edilizia privata. Queste cose il gruppo dirigente del Sunia le ha raccontate agli inquilini?
Infine, una veloce riflessione sul futuro immediato. Oggi si pone concretamente il problema di costruire la mobilitazione per impedire l’applicazione dell’aumento degli affitti. E il fatto che, a Milano, la nuova linea del Sunia abbia già provocato la rottura dell’unità sindacale è un brutto segnale. Pertanto, il nostro auspicio sincero è che venga messa in primo piano la necessità della mobilitazione contro la legge di Formigoni e non più la campagna elettorale con ogni mezzo del Pd.
 
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Periodicamente, il Presidente Formigoni annuncia alla stampa che lui è più bravo dei suoi colleghi delle altre Regioni, perché avrebbe ridotto in questi anni il personale dell’amministrazione regionale. Purtroppo si dimentica sempre di ricordare che il suo è un gioco di prestigio, cioè che i numeri da lui esibiti riguardano soltanto i lavoratori con un contratto di lavoro diretto con il Pirellone e non già quelli che effettivamente lavorano per la Regione Lombardia, ma dipendono formalmente da enti del “sistema regionale” o da aziende private.
In altre parole, in questi anni il Governo regionale non ha ridotto il personale, ma piuttosto trasferito ed esternalizzato, il più delle volte comprimendo ulteriormente i già magri stipendi. A tutto ciò si aggiunga che questi processi avvengono in un quadro di trasparenza fortemente deficitaria, nei confronti sia del Consiglio sia, soprattutto, dei lavoratori e delle lavoratrici dell’ente.
È dunque paradigmatico e preoccupante allo stesso tempo che i vertici dell’amministrazione si siano ora inventati un nuovo premio di produttività per i dirigenti regionali: la “incentivazione della mobilità” dei dipendenti. Detto altrimenti, più trasferimenti un dirigente riesce a ottenere nel 2008, più alta sarà la sua retribuzione di risultato.
E non si tratta tanto di spostamenti di lavoratori e funzionari da un ufficio all’altro, per valorizzare maggiormente le competenze professionali presenti, quanto invece di “interscambio di personale fra Direzioni e Enti del sistema regionale” e di “favorire le mobilità in uscita”.
Ci pare alquanto bizzarro che si dica ai dirigenti, in cambio di un premio in denaro contante, di “incentivare” i propri dipendenti ad andarsene, senza chiarire come dovrebbero farlo e senza esplicitarne finalità e obiettivi. Insomma, pare proprio che sotto mentite spoglie si annunci un’ulteriore ondata di trasferimenti e di esternalizzazioni dei servizi.
Per questo abbiamo presentato oggi un’interrogazione alla Giunta, perché la si smetta di giocare sulla pelle dei lavoratori e si dica invece pubblicamente cosa si intende fare.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
qui puoi scaricare il testo dell’interrogazione
 

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Il 20 febbraio scorso il Presidente Formigoni ha annunciato alla stampa di aver raggiunto un accordo con il Ministro Fioroni e che, pertanto, il Governo avrebbe ritirato il ricorso, giacente presso la Corte Costituzionale, contro la legge regionale n. 19/2007 sull’istruzione e dato il via libera all’attuazione della riforma del centrodestra. E l’accordo comprenderebbe persino la “chiamata diretta” del personale docente e non docente da parte degli istituti, aggirando così le graduatorie e i concorsi pubblici previsti dalla legge.
Una notizia che, qualora confermata, rappresenterebbe un capovolgimento secco delle posizioni del Ministero della Pubblica Istruzione, che nell’autunno scorso aveva impugnato la legge regionale su molti punti centrali. Ecco perché abbiamo sollecitato, per giorni, il Ministero a chiarire se tale accordo esista e cosa preveda. Ebbene, è passata una settimana e dal Ministero non è arrivato altro che silenzio.
Chiediamo dunque pubblicamente al Ministro Fioroni di precisare formalmente se esiste un accordo con il Presidente Formigoni e se intende ritirare il ricorso contro la legge 19.
Non si tratta di una questione di dettaglio, ma di sostanza politica e istituzionale. Come, infatti, aveva riconosciuto lo stesso Ministero, all’atto della formulazione del ricorso, la legge del centrodestra lombardo viola numerose leggi e precetti costituzionali, invadendo pesantemente le competenze dello stato in una materia delicata e di primaria importanza, come la scuola.
La ratio della riforma formigoniana dell’istruzione ripropone pari pari quanto avvenuto già nella sanità lombarda. Cioè, non si tratta soltanto di accentrare più poteri nelle mani dell’esecutivo regionale, a scapito dello Stato e degli enti locali, ma anzitutto di aprire anche l’istruzione alla privatizzazione.
Non a caso, in uno dei decreti applicativi della l.r. 19/2007, la Giunta lombarda ha trasformato il “buono scuola”, che ogni anno gira 45 milioni di euro alla scuola privata, in “dote per la libertà di scelta”, mutando l’esclusione de facto delle famiglie della scuola pubblica in un’esclusione de iure, cioè spavaldamente rivendicata in spregio alla legalità costituzionale.
Quella legge è una vera e propria bomba a orologeria contro la scuola pubblica e laica, non solo lombarda. Riteniamo che il governo avesse fatto semplicemente il suo dovere istituzionale quando l’aveva impugnata. Ritirare il ricorso in piena campagna elettorale, e scoprire un’improvvisa passione per i disegni formigoniani, significherebbe invece ben altro, cioè l’ennesimo mercanteggiamento politico tra il PD e il PdL.
Per tutti questi motivi, riteniamo doveroso e urgente che il Ministero chiarisca immediatamente la sua posizione.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer (Prc), Bebo Storti (PdCI) e Arturo Squassina (Sd)
 
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di lucmu (del 29/02/2008, in Diritti, linkato 999 volte)
Ieri notte, dopo tre giorni di ostruzionismo nell’aula del Consiglio regionale da parte dei gruppi della sinistra (Prc, Sd, Verdi, PdCI), la maggioranza di centrodestra è riuscita ad approvare la legge regionale quadro sul “Governo della rete degli interventi e dei servizi alla persona in ambito sociale e sociosanitario”.
La logica di fondo di questa legge è quella ormai abituale nella Lombardia di Formigoni, cioè la piena equiparazione tra pubblico e privato. E come già accade in molteplici settori, a partire dalla sanità, la tanto invocata “libertà di scelta” si traduce nei fatti nella libertà di scegliere il privato, che gode di ampi sostegni e finanziamenti pubblici ed è sottoposto a pochissimi controlli e verifiche.
Ma, visti i tempi che corrono, l’aderente numero 1 al Comitato lombardo per la moratoria sull’aborto, cioè Roberto Formigoni, non ha voluto perdere nemmeno questa volta l’occasione per attaccare la 194 e il diritto e la libertà delle donne di autodeterminarsi. E così, ha fatto il suo ingresso nella legge l’edificante principio secondo il quale i servizi sociali e sociosanitari lombardi sono finalizzati anche alla tutela della vita sin dal suo concepimento.
È significativo, peraltro, che in tutti questi giorni di battaglia politica la maggioranza si sia mostrata disponibile a trattare delle modifiche, seppure limitate, su quasi tutti gli articoli della legge, tranne su quello del concepimento.
Certo, si tratta  soprattutto di propaganda e ideologia, ma sarebbe sbagliato pensare che questa ennesima porcata formigoniana non possa avere anche qualche conseguenza concreta. Essa legittima, infatti, tutte quelle azioni e pressioni da parte di soggetti, anzitutto privati, tese ad imporre alle donne la loro visione del mondo. E che tutto questo venga permesso, se non incentivato, in un servizio pubblico rivolto alle persone più deboli è di uno squallore umano e politico davvero sconcertante.
 
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Dopo quasi un anno di aspro dibattito nella quinta commissione consiliare, l’ennesimo pacchetto di modifica della legge regionale n. 12 sul governo del territorio approderà domani in Consiglio regionale. E come nelle modifiche precedenti, il leitmotiv è quello delle norme speciali per garantire degli interessi particolari.
Non vi è alcun interesse pubblico nella nuova norma sui parchi lombardi, come avevano già dimostrato sia la posizione perplessa dell’Anci, che l’aperta ostilità di Federparchi. Infatti, le uniche voci fuori dal coro della protesta sono non a caso Milena Bertani, presidente del Parco del Ticino e soprattutto ex-assessora della Giunta Formigoni, e Letizia Moratti, Sindaco di Milano e tra i principali interessati a mettere le mani sul verde del Parco Sud.
Insomma, si tenta di ripetere la storia del 2006, quando la legge n. 12 fu modificata per facilitare l’edificazione dell’area verde della Cascinazza a Monza. Allora, si trattava di garantire anzitutto gli affari di Paolo Berlusconi, ora invece gli appetiti speculativi in gioco sono ben più consistenti e vedono coinvolti i principali costruttori dell’area milanese, ansiosi di poter ottenere varianti per rendere edificabili porzioni del Parco Sud.
E, come nel 2006, il proponente della norma speciale è un assessore della Lega Nord, cioè una forza politica che a parole si dichiara estranea al partito degli affari, raccolto attorno al Presidente della Regione, ma che nei fatti è sempre disponibile ad assecondare i poteri forti, in cambio di un po’ di propaganda securitaria.
Quindi, nel pacchetto di modifiche troviamo anche questa volta due capolavori del genere. La prima riguarda, manco a dirlo, i “campi nomadi”, mediante l’introduzione di una norma restrittiva per il loro insediamento e la contemporanea abrogazione dell’articolo 3 della legge regionale n. 77/89, che con l’urbanistica non centra un fico secco. In altre parole, quello che viene abrogato è l’obbligo di “evitare qualsiasi forma di emarginazione urbanistica” e di “facilitare l’accesso ai servizi e la partecipazione dei nomadi alla vita sociale”. Insomma, tanto peggio, tanto meglio.
La seconda, un altro cult leghista, è una norma che intende rendere più difficoltosa la costruzione delle moschee. E così, dopo la norma “urbanistica” speciale del 2006, che aveva messo fuori legge pregare, senza permesso del Sindaco, in un luogo non considerato ufficialmente luogo di culto, ora si vuole ostacolare persino la costruzione di nuovi luoghi di culto regolari. Anche qui, la morale è sempre la stessa: tanto peggio, tanto meglio.
Ma chissà, forse questa volta la moneta di scambio è anche un’altra e si tratta di dimostrare ai poteri forti l’affidabilità della Lega in vista della successione di Formigoni.
Comunque sia, se la norma dovesse passare, a rimetterci saranno i cittadini, o meglio, quelli tra di noi che non posseggono un’impresa di costruzioni. Per tutto questo, domani in aula ci batteremo con tutti i mezzi a nostra disposizione, compresi gli oltre 150 emendamenti della Sinistra, per impedire questo scempio.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 04/03/2008, in Territorio, linkato 872 volte)
La grande mobilitazione di tutto il centrosinistra in Consiglio regionale, delle associazioni ambientaliste, di buona parte dei parchi lombardi, dei cittadini, degli urbanisti e dei sindaci ha costretto l’assessore Boni a ritirare l’emendamento “ammazzaparchi”, il provvedimento che avrebbe permesso alla Regione di dare l’ok ai progetti edificatori all’interno dei parchi anche se questi avessero espresso parere contrario.
E’ una grande vittoria per Sinistra Arcobaleno e per tutti coloro che si sono opposti a un provvedimento che di fatto avrebbe aperto le porte allo smantellamento dei parchi lombardi, a cominciare dal Parco Sud Milano. Le aree protette lombarde vanno tutelate e promosse con attività compatibili con la cura del territorio e della biodiversità.
Ora vigileremo affinché l’emendamento cacciato oggi dalla porta non rientri in futuro dalla finestra.
 
Comunicato stampa dei Consiglieri regionali: Luciano Muhlbauer (Prc), Carlo Monguzzi (Verdi), Marco Cipriano (Sd)
 
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Il pacchetto di modifiche della legge sul governo del territorio, approvato nella seduta del Consiglio regionale di ieri, non contiene soltanto norme urbanistiche. Ancora una volta, l’assessore leghista ha inserito abusivamente delle modifiche legislative contro i rom e i cittadini di fede islamica. Ecco qui di seguito le nuove norme varate ieri e che, appunto, si trovano nella l.r. n. 12/2005.
Per quanto riguarda i “campi nomadi” sono state introdotte le seguenti nuove norme:
-        nuova lettera e ter), al comma 2 dell’articolo 8: “d’intesa con i comuni limitrofi, può individuare, anche con rappresentazioni grafiche in scala adeguata, le aree nelle quali il piano dei servizi prevede la localizzazione dei campi di sosta o di transito dei nomadi”;
-        nuovo comma 1 bis), all’articolo 9: “La realizzazione  ovvero il mantenimento di campi di sosta o di transito dei nomadi può essere previste unicamente nelle aree a tal fine individuate dal documento di piano ai sensi dell’articolo 8, comma 2, lettera e ter). I campi devono essere dotati di tutti i servizi primari, dimensionati in rapporto alla capacità ricettiva prevista”;
Inoltre, è stato abrogato l’articolo 3 della l.r. 22 dicembre 1989, n. 77 (Azione regionale per la tutela delle popolazioni appartenenti alle “etnie tradizionalmente nomadi e seminomadi”), che così recitava:
Realizzazione di campi di sosta o di transito.
1. I comuni singoli od associati maggiormente interessati alla presenza di nomadi realizzano campi di sosta o di transito.
2. I comuni singoli od associati individuano dei campi aventi le caratteristiche specificatamente previste dalla apposita deliberazione di Giunta regionale, adottata previo parere della consulta per il nomadismo, distintamente per campi di sosta e campi di transito.
3. I sedimi da adibire a campi sono reperiti nelle aree da destinare a zone per attrezzature di uso pubblico dei piani regolatori generali dei comuni; i comuni potranno a tal fine introdurre apposite varianti agli strumenti urbanistici, ai sensi dell’art. 5 della L.R. 12 settembre 1983, n. 70 concernente "Norme sulla realizzazione di opere pubbliche di interesse regionale".
4. I comuni singoli od associati possono realizzare altresì progetti di zone residenziali intese a favorire la sedentarizzazione comunitaria dei nomadi.
5. L’ubicazione dei campi e delle zone residenziali deve essere individuata in modo da evitare qualsiasi forma di emarginazione urbanistica e da facilitare l’accesso ai servizi e la partecipazione dei nomadi alla vita sociale.
Per quanto riguarda invece le moschee, ecco il nuovo comma 4 bis) dell’articolo 72: “Fino all’approvazione del piano dei servizi, la realizzazione di nuove attrezzature per i servizi religiosi è ammessa unicamente su aree classificate a standard nei vigenti strumenti urbanistici generali e specificamente destinate ad attrezzature per interesse comune”.
 
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di lucmu (del 05/03/2008, in Territorio, linkato 634 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 5 marzo 2008 (pag. Milano)
 
L’emendamento “ammazzaparchi” non c’è più. L’Assessore Boni ha dovuto ritirarlo in aula di fronte all’opposizione della sinistra e soprattutto delle forze della società civile lombarda.
La nostra soddisfazione è grande, perché è stata impedita un’ulteriore calata di cemento sui parchi lombardi. Perché questa era la ratio della norma voluta da Formigoni e dal partito degli affari.
Ma il pacchetto di modifiche della legge urbanistica regionale non prevedeva soltanto questa norma, bensì molto di più e, purtroppo, se ne’è parlato poco. Come ormai accade da oltre due anni, le continue modifiche della l.r. 12/2005 non sono ispirate al governo pubblico delle trasformazioni urbanistiche in atto, bensì alla tutela di interessi particolari, affaristici o politici.
E così, ad esempio, è stata varata una norma che favorisce gli interessi dei poteri forti, concedendo un aumento delle volumetrie nella misura del 15%, per quanto riguarda gli interventi edificatori sulle aree dismesse delle Ferrovie dello Stato. E non stiamo parlando di briciole, ma di uno degli affari del secolo, cioè di un milione di metri quadrati nella sola Milano.
Come d’abitudine, però, la legge 12 è stata utilizzata anche per fini che con l’urbanistica non c’entrano un bel niente, ma che fanno comodo alle campagne securitarie delle destre.
Ci sono dunque nuove regole, di carattere restrittivo, per l’insediamento dei “campi nomadi” e la contemporanea abrogazione dell’art. 3 della l.r. 77/89, cioè viene abrogato l’obbligo di “evitare qualsiasi forma di emarginazione urbanistica” e di “facilitare l’accesso ai servizi e la partecipazione dei nomadi alla vita sociale”.
Non manca, ovviamente, un altro cult leghista, con l’introduzione di una nuova regola che rende ancor più difficoltosa la costruzione di moschee. E così, dopo la norma “urbanistica” speciale del 2006, che aveva messo fuori legge pregare, senza permesso del Sindaco, in un luogo non considerato ufficialmente di culto, ora si vuole ostacolare persino la costruzione di nuovi luoghi di culto regolari.
In altre parole, questioni di carattere sociale o attinenti alla libertà religiosa vengono trasformati in problemi urbanistici e, per questa via, in questioni di ordine pubblico. Insomma, il solito squallido gioco del tanto peggio, tanto meglio.
Per questo, pur essendo soddisfatti per il ritiro dell’emendamento “ammazzaparchi”, occorre essere consapevoli che la battaglia per un governo pubblico e sostenibile delle trasformazioni urbanistiche è ancora lunga. In fondo, si tratta di stabilire chi decide: o i grandi costruttori oppure i cittadini e i lavoratori che abitano i territori.
 
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di lucmu (del 06/03/2008, in Movimenti, linkato 1041 volte)
Siamo donne e uomini, giovani e meno giovani, provenienti da esperienze diverse e dalla società civile, convinte/i che qui, ora e in particolare in Lombardia, si stia giocando una partita decisiva sulla libertà e l’autodeterminazione femminile nell’ambito di una più vasta messa in discussione della laicità dello Stato. Per questo l’assemblea della rete lombarda “194 ragioni “ha deciso di organizzare
 
una grande mobilitazione
sabato 8 marzo
alle ore 14.30 in Largo Cairoli - Milano
 
Un otto marzo di lotta per la libertà e l'autodeterminazione delle donne per non svuotare la legge 194, rivendicando:
- il pieno sostegno alle attività di prevenzione dei consultori pubblici: spazi e modalità adeguate, completamento e stabilizzazione degli organici, presenza di tutte le figure necessarie e con mediatrici linguistiche e culturali per le donne migranti;
- l’impegno a circoscrivere l’obiezione di coscienza, che in vari ospedali mette a repentaglio l’interruzione di gravidanza nei tempi previsti;
- un piano rinnovato di educazione alla sessualità, alla contraccezione, alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, da realizzare nelle scuole e nei consultori;
- l’impegno ad estendere anche in Lombardia metodi alternativi, meno dolorosi e meno costosi della tradizionale interruzione di gravidanza, come la pillola RU-486.
 
Io lotto marzo
Rete lombarda 194 ragioni (www.194ragioni.it)
 
Adesioni al 5 marzo (collettive): Associazione Dimensioni Diverse-Spazio Donna, Forum salute mentale, Osadonna, DonneInQuota, Rete centi antiviolenza della Lombardia, Associazione per una Libera Università delle Donne, Unione Femminile Nazionale, Associazione Crinali, Sinitra Critica, La mela di Eva, Amiche di ABCD, collettivo femminista Cercando la luna, Associazione Enzo Tortora-Radicali Milano, UICEMP, CED, Prc federazione Milano, FGCI Milano, Pdci federazione Milano, Sinistra l’Arcobaleno Milano, Network dei giovani per la Sinistra l’Arcobaleno, Collettivo femminista Cercando la luna, Partito Umanista, Usciamo dal silenzio, SdL intercategoriale, Associazione Todo Cambia, Ladyfest Pavia, UAAR
 
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di lucmu (del 11/03/2008, in Regione, linkato 707 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 11 marzo 2008 (pag. Milano)
 
Da oggi il Consiglio regionale è riunito per discutere e votare, in prima lettura, la proposta di nuovo Statuto della Lombardia. A livello pubblico se n’è parlato poco finora, forse perché si tratta di materia ostica e poco accattivante. Tuttavia, la vicenda non va sottovalutata, visto che lo statuto “determina la forma di governo e i princìpi fondamentali di organizzazione e funzionamento”, come recita l’articolo 123 della Costituzione. Insomma, stiamo parlando di come si organizza la democrazia, il potere politico e il rapporto regione-cittadini nella regione di Formigoni.
E allora, cominciamo dall’inizio, cioè dallo stato di cose presente. La prolungata egemonia culturale e politica delle destre ha segnato profondamente la Lombardia e Formigoni è forse l’uomo politico che più di altri l’ha tradotta in un modello politico e sociale coerente. Le sue parole d’ordine, cioè federalismo e sussidiarietà, si sono concretizzate in un crescente accentramento di potere nel figura del presidente e in una sempre più estesa privatizzazione delle funzioni pubbliche. Un mix micidiale, che fa sì che la stessa privatizzazione sia pesantemente condizionata dalla tutela pubblica di interessi particolari, a partire da quelli della Compagnia delle Opere.
Sul piano istituzionale e su quello dell’equilibrio dei poteri, per scomodare il vecchio Montesquieu, tutto questo ha comportato un progressivo svuotamento dell’assemblea legislativa. Ne costituisce prova lampante il fatto che il 90% delle leggi regionali approvate sono proposte dalla Giunta oppure la forte tendenza alla delegificazione, spacciata come “semplificazione”, ma che nella realtà significa che le leggi fissano criteri sempre più generali, mentre le regole e le norme che contano, specie quando si tratta di distribuire denaro pubblico, le delibera poi la Giunta nelle segrete stanze.
In altre parole, il presidente lombardo non assomiglia tanto ai suoi colleghi statunitensi, ma piuttosto a un’edizione moderna del Principe, che emargina l’assemblea legislativa e instaura un rapporto diretto, neocorporativo e verticistico, con la società.
Ebbene, mesi fa la discussione in commissione statuto iniziò con una proposta di “compromesso” che salvaguardava il presidenzialismo, condiviso da centrodestra e Pd, ma che restituiva al Consiglio almeno alcuni poteri, legislativi e di controllo. Ma poi piombò in commissione l’emissario di Formigoni, cioè l’assessore Colozzi, e fu una raffica di emendamenti e modifiche, con il risultato finale di un testo che fotografa l’esistente. Cioè, un Consiglio debole e un Presidente onnipotente.
È sintomatica a questo riguardo la riscrittura, in extremis, della norma originale che prevedeva una riserva di legge per quanto attiene le prestazioni relative ai diritti civili e sociali. Ora non c’è più nessuna riserva e sarà, dunque, il Presidente ad occuparsene direttamente.
C’è poi tutto il resto, come il rapporto tra Regione e i cittadini, dove la partecipazione è ridotta a qualche affermazione generica, salvo poi elevare a rango statutario il principio neocorporativa del “partenariato”. Oppure, c’è la solita “sussidiarietà orizzontale”, intesa come privatizzazione dei servizi pubblici. O ancora, la parte dei principi generali, dove si elude il fatto che la Lombardia è ormai multietnica e che le famiglie non sono solo quelle fondate sul matrimonio, ma in cambio non si dimentica di citare la “cooperazione” con la Chiesa cattolica.
Insomma, siamo sicuramente riusciti a eliminare dalla proposta alcuni eccessi, come la tutela della vita “sin dal suo concepimento”, trasformato poi in un più ambiguo “in ogni sua fase”, ma lo statuto così come si presenta è l’apoteosi del continuismo.
Non siamo dei pazzi e non sogniamo uno statuto di sinistra nella Lombardia di oggi. Ma pensiamo che uno statuto che assomiglia al programma di governo della maggioranza sia un cattivo statuto. Ecco perché in commissione non abbiamo votato a favore e perché continueremo la nostra battaglia politica.
 
qui sotto puoi scaricare la proposta di Statuto in discussione in Consiglio

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