Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Abbiamo presentato oggi un’interpellanza all’Assessore regionale ai trasporti, Raffaele Cattaneo, affinché intervenga con urgenza per abbassare le tariffe ferroviarie tra Rho e Milano, considerato che risultano essere troppo alte rispetto al percorso effettivamente fatto dai pendolari della zona.
Riteniamo che vada chiarita la situazione in tutta l’area metropolitana e su tutto il territorio regionale, ma in particolare pensiamo che vada fatta in tempi brevissimi un po’ di giustizia a Rho, i cui pendolari hanno già pagato il prezzo dell’insensato e gratuito taglio della fermata di Rho centro e che ora subiscono oltre il danno anche la beffa.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
qui sotto puoi scaricare il testo integrale dell’interpellanza
 

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Ieri è stato concluso l’accordo sindacale tra il Gruppo Camozzi (la nuova proprietà dell’Innse) e le rappresentanze degli operai. Stamattina l’assemblea dei lavoratori dell’Innse lo ha confermato. Tutti gli operai dell’Innse saranno assunti dal nuovo gruppo, alle medesime condizioni contrattuali di prima, e i primi di loro dovrebbero riprendere il lavoro già all’inizio di ottobre.
A questo punto, dopo l’accordo sui macchinari del 15 settembre scorso e quello sindacale di ieri, manca soltanto l’intesa sull’area. A questo ultimo proposito è già stato convocato un incontro in Prefettura all’inizio di settimana prossima.
 
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Non ci siamo mai opposti, né mai ci opporremo, a qualsiasi provvedimento che comporti anche soltanto un euro di sostegno in più per i lavoratori costretti alla cassa integrazione o alla disoccupazione. Ciò vale anche per i 5 milioni di euro aggiuntivi, a integrazione del Fondo sostegno affitti, decisi oggi dalla Giunta regionale.
Tutt’altra faccenda, però, è spacciare questa e altre misure come una risposta alla crisi sufficiente e coerente, come ha fatto ancora una volta il Presidente Formigoni. Anzi, le ultime misure messe in campo da Regione Lombardia sono un vero e proprio inno all’improvvisazione e alla propaganda.
Improvvisazione è certamente mettere un po’ di milioni qua e là, prima introducendo il “quoziente familiare”, poi integrando il fondo sostegno affitti. E propaganda è senz’altro l’autocelebrazione per i 15 milioni di euro di co-finanziamento dell’accordo Gelmini-Formigoni, che servono a integrare il reddito di parte dei precari della scuola dopo che proprio la Gelmini li ha licenziati.
Anche in materia di contrasto delle crisi aziendali la musica non cambia e il bilancio degli interventi regionali si presenta fortemente negativo. Vi è, infatti, un unico caso in cui si intravede una soluzione positiva, cioè la ripresa della produzione: quello dell’Innse di Milano. Ma in quel caso, come tutti sanno, il nuovo imprenditore l’hanno trovato gli operai, salendo sul carroponte, mentre la Regione ha brillato per i lunghi mesi di assenza di iniziativa.
Siamo arrivati al punto che anche le due situazioni che ancora a luglio venivano presentate dal Vicepresidente Rossoni come prossime alla soluzione, cioè la ex Eutelia e la Ideal Standard, si trovano oggi sull’orlo del precipizio, con centinaia di posti di lavoro a rischio tra Pregnana Milanese e Brescia.
Per questo chiediamo ancora una volta alla Giunta regionale un deciso cambio di passo, facendo anzitutto due cose. Primo, si abbandoni la via delle misure frammentarie in fatto di ammortizzatori, per  sollecitare  invece formalmente al Governo nazionale la proroga generalizzata del periodo di cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga. Secondo,  si cambi  immediatamente politica di fronte alle crisi aziendali  e la Giunta regionale assuma un ruolo attivo nella ricerca di soluzioni imprenditoriali che possano salvaguardare attività produttive e posti di lavoro.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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Tutti quegli esponenti politici e istituzionali, anche di primissimo piano, che hanno solidarizzato con la provocazione della Santanché di domenica scorsa, dovrebbero chiedere pubblicamente scusa. E non solo alla comunità musulmana, ma a tutti cittadini milanesi.
Il rapporto che la Questura di Milano consegnerà in questi giorni alla Procura della Repubblica conferma infatti che davanti alla “Fabbrica del Vapore”, dove si svolgeva la festa per la fine del Ramadan, Daniela Santanché e i suoi “accompagnatori” hanno messo in atto una vera e propria provocazione, con l’intento di strappare il velo alle donne musulmane. Per quanto riguarda invece la presunta “aggressione” denunciata a gran voce dalla Santanché, mancherebbero tuttora i riscontri concreti.
In fondo, non era certo necessario attendere i rapporti di polizia per capire cos’è davvero successo domenica scorsa. Eppure, pesavano come pietre le parole pronunciate quel giorno con leggerezza e superficialità terribili da alte cariche istituzionali. Il Presidente lombardo Formigoni ha parlato di “vile agguato”, e il suo Assessore Maullu di “inaccettabile violenza”. Persino qiualche Ministro, dalla lontana Roma, ha sentito il dovere di partecipare al coro. La Gelmini, sentenziando che la ex deputata della destra era stata “aggredita”, e il solitamente più sobrio Frattini, ben oltre i confini del buon gusto, paragonando la Santanché a Sanaa, la ragazza di origini marocchine assassinata dal padre.
Insomma, tutti a difendere il personaggio squalificato che ha inscenato una provocazione ad uso e consumo esclusivamente personale, tutti a scagliare parole pesanti e non veritiere contro i cittadini di fede islamica tout court.
Ebbene, noi pensiamo che non debba e non possa finire a tarallucci e vino. Sui risvolti legali della vicenda non ci esprimiamo e, comunque, sono già in corso le indagini. Ieri è stata presentata anche una denuncia contro la Santanché da parte del Centro culturale islamico.
Tuttavia, da un punto di visto politico, e anche etico, riteniamo doveroso che quanti nei giorni scorsi avevano dichiarato e sentenziato con troppa disinvoltura riprendano ora la parola, chiedendo scusa e prendendo chiaramente le distanze dai metodi della Santanché.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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L’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha pubblicato il suo rapporto annuale sulle prospettive per l’occupazione, l’Employment Outlook 2009, e conferma il quadro negativo sul piano internazionale e, in particolare, per l’Italia, considerate le condizioni strutturali del nostro mercato del lavoro e la completa inadeguatezza della politica anticrisi italiana.
Una sintesi del Rapporto, anche in versione italiana, è reperibile sul sito dell’Ocse. Qui di seguito riproduciamo integralmente le considerazioni sulla situazione italiana da parte dell’Ocse (reperibile in pdf qui):
 
Employment Outlook 2009 – L'ITALIA a confronto con gli altri paesi.
 
L’impatto della crisi sul mercato del lavoro italiano è stato fino a oggi moderato rispetto a molti altri paesi OCSE. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 7,4% nel marzo 2009, con un incremento di 0,8 punti percentuali rispetto a un anno prima. Stime preliminari suggeriscono un ulteriore significativo incremento nel secondo trimestre. Tuttavia il tasso di disoccupazione sarebbe stato più alto se un gran numero di lavoratori non avesse rinunciato a cercare attivamente lavoro (il tasso di attività, infatti, è sceso di 0,4 punti percentuali in un anno, in particolare nel sud del paese). Di conseguenza la proporzione della popolazione in età lavorativa occupata, che era già la più bassa tra i paesi OCSE dopo Turchia e Ungheria, è caduta di ulteriori 0,9 punti percentuali ed ha raggiunto ora il 57,4%.
Nonostante alcuni primi segnali di rallentamento della recessione in Italia come in molti altri paesi OCSE, il Rapporto OCSE sull’occupazione 2009 suggerisce un peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro. Numerosi indicatori suggeriscono che il ritmo della ripresa sarà modesto per diversi mesi e, molto probabilmente, la disoccupazione continuerà ad aumentare anche dopo che la crescita sarà ripartita. Di conseguenza, il tasso di disoccupazione italiano è previsto aumentare ancora nel prossimo futuro e potrebbe anche avvicinarsi alla doppia cifra nel 2010 se la ripresa si dimostrasse priva di slancio.
Giovani e precari sono particolarmente colpiti dalla crisi. Come in molti altri paesi, i lavoratori con contratti temporanei ed atipici subiscono gran parte dell’aggiustamento occupazionale. Rispetto a un anno prima, nel marzo del 2009 l’Italia aveva perso 261.000 posti di lavoro temporanei o con contratti atipici (inclusi i collaboratori coordinati e continuativi e occasionali), un numero che da solo è superiore all’intera contrazione dell’occupazione registrata nello stesso periodo. Inoltre, i giovani che sono sovra rappresentati in questo tipo di contratti, sono specialmente colpiti. Il tasso di disoccupazione della fascia d’età compresa tra i 15 e i 24 anni è cresciuto di 5 punti percentuali in Italia nell’ultimo anno ed è ora pari al 26,3%. Traiettorie simili si notano in altre economie avanzate, dove i lavoratori che erano già svantaggiati prima della crisi, hanno sopportato gran parte del costo delle perdite occupazionali. La situazione dei giovani sul mercato del lavoro italiano, tuttavia, rimane particolarmente fragile rispetto agli altri paesi OCSE: i) il tasso di disoccupazione giovanile era già molto più alto della media OCSE prima della crisi economica, anche se era diminuito significativamente nel decennio precedente; ii) la percentuale dei giovani occupati è 20 punti percentuali sotto la media OCSE; iii) anche se si escludono coloro che proseguono gli studi, l’Italia ha una delle proporzioni più elevate di giovani senza lavoro e la condizione di non occupazione di questi giovani è particolarmente persistente; iv) la transizione scuola-lavoro è molto più lunga in Italia rispetto alla gran parte dei paesi OCSE, ed è spesso molto instabile, con periodi di disoccupazione alternati a impieghi temporanei.
La spesa pubblica a sostegno delle politiche occupazionali è aumentata poco rispetto agli altri paesi. Il rapporto OCSE sull’occupazione osserva che molti governi dell’area OCSE hanno risposto alla crisi con vigorose misure macroeconomiche, inclusi a volte imponenti pacchetti di stimolo fiscale. Maggiori risorse sono state rese disponibili per politiche sociali e occupazionali per ammortizzare gli effetti negativi della crisi sui lavoratori e le famiglie a basso reddito. Nei paesi con ampi stabilizzatori automatici, come i paesi nordici e gli altri grandi paesi dell’Europa continentale, la spesa legata alle politiche del lavoro (come sussidi di disoccupazione e programmi di attivazione) è cresciuta in maniera significativa con l’accelerazione delle soppressioni di posti di lavoro. In molti altri paesi, come Stati Uniti e Regno Unito, i governi si sono adoperati puntualmente per incrementare le risorse a sostegno del mercato del lavoro. In Italia, viceversa, l’aumento discrezionale della spesa per il mercato del lavoro è rimasto piuttosto moderato, in presenza di un elevato debito pubblico che riduce il margine di manovra durante la recessione. In particolare, l’azione del governo si è concentrata sul sostegno alla domanda di lavoro attraverso la messa a disposizione di fondi addizionale per la Cassa Integrazione Guadagni (CIG). Tuttavia il numero di lavoratori e imprese ad aver accesso alla Cassa Integrazione rimane limitato – anche se sono stati compiuti sforzi per estenderne la copertura. Alcune azioni sono state intraprese sia nel 2008 sia nel 2009 per estendere la copertura e la durata dell’indennità di disoccupazione, ma l’introduzione di un dispositivo generale non è stata considerata fino ad ora. Di conseguenza, rilevanti segmenti di popolazione restano sprovvisti di una protezione adeguata per aiutarli a superare la crisi. Se la ripresa non si rafforza rapidamente, la disoccupazione rischia non solo di aumentare ma anche di divenire più persistente, con un maggior numero di persone alla ricerca del lavoro per periodi lunghi. Anche prima dell’inizio della crisi, quasi la metà dei disoccupati italiani era rimasta senza lavoro per almeno 12 mesi, una proporzione doppia rispetto alla media OCSE. Inoltre, la maggior parte dei disoccupati di lungo periodo ha accesso a una rete di protezione molto limitata.
La recessione rischia di inasprire la povertà. Il rapporto OCSE mostra che, anche prima della recessione, l’11% della popolazione che viveva in famiglie con capofamiglia in età lavorativa era relativamente povera in Italia (ossia con un reddito disponibile inferiore al 50% del reddito mediano), una proporzione superiore alla media OCSE del 10%. Ma, aspetto più importante, più del 14% delle famiglie con bambini e capofamiglia in età lavorativa erano povere, un dato che piazza l’Italia al quintultimo posto dei paesi dell’area OCSE, seguita solo da Messico, Polonia, Stati Uniti e Spagna. Poiché queste cifre sono in gran parte dovute all’incidenza di famiglie senza lavoro, ci si può aspettare un aumento significativo della povertà come conseguenza della recessione. Infatti, il 36% delle famiglie italiane senza lavoro risulta povero. Nondimeno, con un tasso dell’8,2%, la povertà delle famiglie con almeno un lavoro è anch’essa superiore alla media OCSE, a causa di un sistema di trasferimenti sociali netti poco generosi con i lavoratori a basso reddito. Oltre che auspicare un adeguato sussidio di disoccupazione, il rapporto OCSE suggerisce che i governi rinforzino il sostegno alle famiglie e ai lavoratori a basso reddito durante la crisi economica.”
 
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Le parole rivolte oggi dal Prefetto Lombardi ai lavoratori delle aziende in crisi, cioè che “la protesta deve sostare” altrimenti non si tratta, sono inopportune e sbagliate. Così come è inopportuno e sbagliato che il tema delle crisi occupazionali sia stato affrontato dalla riunione del Comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico di Milano.
Le proteste, anche quelle clamorose e rumorose, non possono essere considerate in nessun caso un problema di ordine pubblico. Tanto meno, sono un ostacolo alla ricerca di soluzioni. Anzi, le proteste di queste settimane e giorni esprimono non solo la determinazione di volersi battere per il proprio posto di lavoro, ma anche la stanchezza per il troppo tempo passato senza che si vedessero trattative o impegni istituzionali seri e convincenti.
Gli operai della Metalli Preziosi di Paderno non sono saliti sul tetto per un capriccio, ma dopo nove mesi di paziente presidio, passati peraltro senza nemmeno gli ammortizzatori sociali. Anche i lavoratori dell’Esab di Mesero erano arrivati sul tetto dopo tanto tempo e considerato che nemmeno quanto concordato ai tavoli di trattativa era stato rispettato. E cosa dire di quei lavoratori in mobilitazione, come quelli dell’ex-Eutelia, in ballo da lunghissimo tempo tra tavoli e promesse, ma senza stipendio da più di tre mesi? Oppure di quelli dei centri di ricerca di Cinisello e Cassina della Nokia Siemens Network, il cui lavoro rischia di saltare perché la multinazionale vuole delocalizzare, in spregio a precisi accordi firmati e al fatto che in Italia nonostante la crisi i telefonini si vendono benissimo?
La lista potrebbe proseguire a lungo, ma in fondo basterebbe richiamare alla memoria la vicenda dell’Innse, che il Prefetto Lombardi conosce benissimo. La sera del 15 settembre in Prefettura è stato firmato il positivo accordo sui macchinari, che finalmente estromette dalla vicenda lo speculatore Genta. E se alla fine si supererà anche lo scoglio dell’accordo con la proprietà del terreno, e dunque il nuovo proprietario Camozzi potrà ricominciare la produzione, il merito sarà esclusivamente della tenacia e della determinazione degli operai.
E allora chiediamo al Prefetto e a tutte le istituzioni di non imboccare la strada della criminalizzazione della protesta, di non vederla come un problema, bensì come uno stimolo e un’opportunità per fare finalmente quello che finora non si è voluto fare.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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Ieri sera alle 22.00, dopo una giornata di trattative, è stato raggiunto in Prefettura l’accordo sui macchinari dell’Innse. In altre parole, i macchinari della fabbrica, inclusi quelli già venduti da Genta (tranne una), passano alla nuova proprietà, il gruppo Camozzi, e la Innse Iniziative Srl, cioè Genta, esce dunque definitivamente di scena.
È stato così superato il primo e più grosso scoglio sulla strada dell’attuazione dell’accordo dell’agosto scorso, conquistato dalla lotta degli operai. Ora manca ancora l’intesa sull’area, da raggiungere entro il 30 settembre. Cosa certamente complessa, ma intanto teniamoci questo primo passo e soprattutto l’uscita di scena dello speculatore Genta.
 
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Nell’esprimere la nostra completa solidarietà agli operai della Metalli Preziosi e della Lares di Paderno Dugnano, in particolare ai cinque che da ieri si trovano sul tetto, chiediamo a Regione Lombardia, che domani parteciperà a Roma all’incontro presso il Ministero, di non trincerarsi dietro la propria sfera di competenza, come troppo spesso è accaduto, ma di produrre una mobilitazione straordinaria del suo peso politico ed istituzionale.
Non siamo infatti per nulla in una situazione ordinaria, ma assolutamente straordinaria. E questo vale sia per la crisi in generale, che per il caso della Metalli e della Lares, a meno che non si voglia considerare normale che degli operai debbano ricorrere per lunghi mesi al sostegno della Caritas per poter campare.
Questa crisi e i tanti casi che compongono il quadro del disastro occupazionale hanno dimostrato nella concretezza dei fatti che il mercato lasciato da solo non ce la fa a fornire soluzioni, anzi, e che c’è bisogno che le istituzioni riprendano a giocare un ruolo forte. Nel caso della Metalli Preziosi e della Lares questo significa impegnarsi su alcuni punti chiari e decisivi in vista dell’incontro di domani.
Primo, vanno garantiti da subito gli ammortizzatori sociali a tutti gli operai. Secondo, va impedito ogni cambiamento della destinazione d’uso del terreno. Terzo, occorre un ruolo attivo delle istituzioni nella ricerca di un imprenditore interessato a rilanciare la produzione e quindi a salvaguardare i posti di lavoro.
E per favore, non si dica che ciò non è possibile. Nel caso dell’Innse il governo regionale aveva sostenuto che non si vedevano acquirenti all’orizzonte e che non poteva farci nulla, ma alla fine sono stati gli operai e la loro determinazione a dimostrare che di imprenditori interessati ce n’erano anche più di uno e che il problema era tutt’altro.
Ci auguriamo quindi che il governo regionale abbia imparato qualcosa dalla vicenda Innse e che d’ora in poi voglia cambiare registro.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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Questo blog aderisce e sostiene il mese di mobilitazione per Abba, iniziato nel fine settimana del 12/13 settembre con due giorni di iniziative a Cernusco sul Naviglio e che terminerà con il corteo nazionale antirazzista a Roma del 17 ottobre prossimo, mentre le prossimi iniziative centrali milanesi sono:
- oggi 14 settembre, a partire dalle ore 18.00, in via Zuretti, angolo via Zuccoli, per ricordare Abba a un anno dalla morte e lasciare un fiore o quello che volete;
- sabato 19 settembre, corteo, concentramento ore 15.00 in P.ta Venezia.
Per conoscere il calendario completo delle iniziative, in continuo aggiornamento, che si terranno nel quadro del mese per Abba, vai su http://abbavive.blogspot.com/
 
Qui di seguito puoi leggere il nostro comunicato stampa:
 
Un fiore, una parola, una poesia o quello che vi sentite per non dimenticare Abba. E portatelo in via Zuretti, angolo via Zuccoli, a Milano, stasera tra le ore 18.00 e le 20.00. Oppure fatelo nei prossimi giorni, perché quell’angolo maledetto, dove fu assassinato Abdoul Salam Guibre, detto “Abba”, si trasformi in un luogo di speranza e di ripudio di ogni razzismo.
Questo è l’appello che ci sentiamo di fare alle forze sociali e politiche milanesi e, soprattutto, ai cittadini e alle cittadine nel primo anniversario della morte di Abba, il giovane di 19 anni di Cernusco sul Naviglio, cittadino italiano originario del Burkina Faso.
In giro c’è tanta, troppa voglia di archiviare l’omicidio di Abba, consegnandolo all’oblio. In fondo, ci dicono, la giustizia ha lavorato celermente, condannando nel luglio scorso i due colpevoli a 15 anni e 4 mesi di reclusione per omicidio volontario aggravato da futili motivi. Insomma, caso chiuso, che bisogna c’è ancora di parlarne?
Invece ce n’è, eccome, perché ci sono domande e quesiti ai quali il tribunale non ha voluto o potuto rispondere, limitandosi alla formula dei “futili motivi”. Cioè, il colore della pelle di Abba e le grida “sporchi negri” di quella notte c’entravano qualcosa con la furia omicida? Oppure, il clima d’ostilità nei confronti di tutto ciò che sa di immigrazione, fomentato quotidianamente da Lega e Destre varie per motivi elettorali, spiega più cose di qualche biscotto o no?
Sono domande scomode, certo, perché non si rivolgono al passato, bensì al presente e al futuro. E sono domande che chiamano in causa delle responsabilità e il nostro modo di essere. Soprattutto, sono domande alle quali dobbiamo rispondere noi e non qualche tribunale, e noi non possiamo cavarcela con i “futili motivi”, che non spiegano mai nulla.
Ecco perché riteniamo necessario, anzi imprescindibile, che chiunque pensi che vada arrestata la deriva dei pacchetti sicurezza e della città governata con le paure, per investire invece su un futuro di convivenza e reciproco rispetto, faccia un gesto concreto. Lasciando un segno in via Zuretti e/o partecipando al corteo che si terrà a Milano sabato prossimo, 19 settembre, ore 15.00 in P.ta Venezia.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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Tolleranza zero è il grido di battaglia nella Milano dei vicesceriffi e degli aspiranti rondisti ed ecco che piovono divieti, controlli, multe e recinzioni. Sei particolarmente a rischio se sei giovane di età o sei ha idee troppe diverse dai governanti, per non parlare se frequenti un centro sociale o apri un circolo Arci, oppure se sembri straniero o semplicemente “diverso”. Allora devi fare attenzione, perché sei tra i bersagli preferiti.
Se invece non fai parte di quelle categorie e, soprattutto, se sei dotato di un certo benessere economico, ebbene, allora quel grido di battaglia non ti deve preoccupare più di tanto, perché nella Milano del terzo millennio l’antico principio dei due pesi e delle due misure è sempre valido.
È questa l’unica considerazione possibile di fronte a una vicenda come quella dei barconi del Naviglio pavese, trasformati a suo tempo in esercizi commerciali in attività permanente. Beninteso, qui e ora non ci interessa discutere di movida o simili, ma fa senz’altro specie –e merita certamente qualche riflessione- il fatto che De Corato e Maroni non avevano esitato un secondo quando si trattava di trasformare il quartiere in zona di guerra pur di tentare di cacciare il Conchetta (facente parte della categoria “nemico politico”), mentre per lunghi anni le istituzioni hanno praticato la politica delle tre scimmiette, ignorando le diffuse, palesi e continuative illegalità dei gestori di alcuni locali a due passi dal Conchetta, nonostante le proteste e denunce dei residenti fossero ripetute e sistematiche.
Anzi, per la precisione, Regione Lombardia ha impegnato ben 14 (quattordici) anni per accorgersi che la sua revoca della concessione e l’annesso divieto di ancorare i barconi in maniera continuativa sul naviglio, stabiliti con apposito delibera della Giunta regionale n. V/65499 del 22 marzo 1995, non erano stati mai rispettati. E peraltro nemmeno il Comune di Milano, diventato nel frattempo autorità demaniale in virtù della delega regionale (l.r. n. 22/1998 e successiva Convenzione tra Regione Lombardia e Comune di Milano del 27.05.2003), sembrava essersene accorto…
Ma poi succede che le proteste diventano troppe e la quantità di illeciti e imposte non pagate rischiano di mettere nei guai qualcuno, specie in un momento come questo, con la Procura della Repubblica che sta indagando su una ventina di funzionari della Polizia locale, tra cui anche il Comandante Bezzon (che proprio in questi giorni sarà dimissionato, ovviamente per ottenere un’altra ben retribuita carica in un’azienda pubblica), per un giro di mazzette finalizzato ad evitare ai gestori di una serie di discoteche meneghine il fastidio dei controlli dei vigili. E così, nel luglio scorso, il Comune di Milano ha cambiato completamente linea, decidendo che 4 (quattro) barconi del Naviglio pavese non potevano essere regolarizzati e che dunque i gestori dovevano pagare gli arretrati per occupazione di suolo pubblico e, soprattutto, rimuovere i barconi stessi entro la fine di settembre, pena lo sgombero coatto.
Orbene, il Comune è arrivato a questa decisione in seguito a una Conferenza dei Servizi, svoltasi il 23 giugno scorso con la partecipazione della Regione Lombardia. E sentite come il rappresentante della Regione ha motivato il niet lombardo alla regolarizzazione dei barconi: “la Regione che ha evidenziato la delibera regionale del 22 marzo 1995 la quale revocava i precedenti provvedimenti di rilascio delle concessioni adottati con delibere 54002 del 17 aprile 1990 e 51214 del 11 aprile 1994, consentendo concessioni solo provvisorie (solo in occasioni di manifestazioni e per periodi inferiori ad un mese, non più di 2 volte l’anno per la stessa unità di navigazione e per periodi non continuativi)”.
Incredibile! Come se fosse la cosa più normale del mondo, dopo 14 (quattordici) anni di clandestinità è tornata improvvisamente alla vita pubblica la delibera regionale del 1995! Ebbene, a questo punto si potrebbe dire “meglio tardi che mai” e passare oltre. Ma facendo così ci si renderebbe corresponsabili di una prolungata omissione di vigilanza e controllo.
Ecco perché abbiamo depositato un’interpellanza alla Giunta regionale in cui chiediamo conto dei 14 anni di silenzio e inattività e chiediamo di accertare tutte le responsabilità del caso.
 
qui sotto puoi scaricare il testo dell’interpellanza e quello della delibera regionale del 1995
 

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