Blog di Luciano Muhlbauer
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
di lucmu (del 09/09/2006, in Migranti&Razzismo, linkato 687 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 9 settembre 2006 (pag. Milano)
 
Oggi alle 17.00 si terrà presso il CPT milanese di Via Corelli un presidio per impedire l’espulsione di Amir Karrar, cittadino pakistano trattenuto nel centro. Il gruppo consiliare regionale di Rifondazione Comunista, nell’aderire al presidio, annuncia che alle 16.00 il consigliere regionale Luciano Muhlbauer, accompagnato dal consigliere provinciale Piero Maestri, farà visita al Cpt, incontrandovi altresì il signor Karrar.
I Centri di Permanenza Temporanea - afferma Luciano Muhlbauer - sono degli autentici buchi neri dove finiscono rinchiusi uomini e donne stranieri non in regola con il permesso di soggiorno, senza che fuori la cittadinanza sappia normalmente alcunché di loro. Cosa per cui un ampio arco di forze associative milanesi aveva chiesto, già nel mese di luglio, un atto di trasparenza, cioè la pubblicazione di tutti i dati relativi al Cpt di Via Corelli, senza per ora ricevere risposta.
Tuttavia, grazie all’impegno del Centro delle Culture di Arezzo, questa volta si è saputo di Amir Karrar, cittadino pakistano di 23 anni. Lunedì 4 settembre il signor Karrar è stato fermato dalla polizia ad Arezzo, dove viveva da due anni, e, essendo privo di permesso di soggiorno, è stato fatto oggetto di provvedimento di espulsione e poi tradotto nel Cpt di Via Corelli. Nella giornata di ieri, il giudice di pace di Milano ha convalidato il trattenimento, non prendendo in considerazione gli elementi esposti dall’avvocato difensore.
Infatti - prosegue Muhlbauer - il signor Karrar, qualora venisse espulso verso il Pakistan, correrebbe seri rischi per la sua vita. Appartenente alla minoranza religiosa sciita e attivista studentesco, nel suo Paese era stato minacciato e poi aggredito fisicamente da parte di gruppi militanti sunniti. Considerata la violenza che in questi anni colpisce gli sciiti pakistani, egli abbandonò il paese e si recò in Svizzera, dove soggiornava regolarmente. Ma anche in Svizzera le minacce lo raggiunsero e così decise di scappare di nuovo, questa volta senza lasciare tracce e attraversando dunque clandestinamente il confine con l’Italia.
I legali che assistono il signor Karrar hanno già richiesto che gli venga riconosciuto lo status di rifugiato. Tuttavia, anche se il nostro ordinamento costituzionale parla chiaro, l’effetto combinato dell’assenza di una legge organica sul diritto d’asilo e dei guasti della Bossi-Fini fanno sì che il signor Karrar rischi ora il rimpatrio e dunque una sorta di condanna a morte.

Invitiamo pertanto le organizzazioni sociali, le forze politiche e le istituzioni - conclude Muhlbauer - a non ignorare il destino di Amir Karrar e ad attivarsi immediatamente perché venga posta fine alla sua detenzione, venga bloccata l’espulsione e, soprattutto, perché possa rimanere legalmente nel nostro paese.

 
È passato più di un anno dalla rivolta nel Cpt di Via Corelli a Milano. Nel frattempo è cambiato il governo ed è stato messo all’ordine del giorno il “superamento” dei Centri di Permanenza Temporanea, cioè di quei luoghi dove vengono imprigionati fino a 60 giorni i cittadini stranieri non in regola con il permesso di soggiorno. Eppure, il dibattito politico sui Cpt stenta a diventare intelligibile per la grande maggioranza dei cittadini e delle cittadine, principalmente perché quelle strutture continuano ad essere circondate dalla segretezza.
Già un anno fa avevamo aperto un confronto con la Prefettura, sfociato poi in una bozza di intesa che prevedeva l’accesso regolare al Cpt di via Corelli delle associazioni. Tuttavia, una volta inviata al Ministero degli Interni per il nulla osta, non se ne seppe più nulla e tornò a regnare il silenzio più assordante.
Pensiamo che sia inaccettabile e intollerabile che continuino il silenzio e la segretezza. Per questo, a inizio luglio, abbiamo richiesto formalmente al Prefetto di Milano un incontro e la pubblicazione di tutti i dati relativi al Cpt di via Corelli, dai costi di gestione e di quelli delle convenzioni con soggetti privati fino al numero di trattenuti che transitano nella struttura.
La nostra opinione è risaputa, cioè che i Cpt vadano chiusi insieme alla stagione della Bossi-Fini e delle politiche incentrate sulla repressione, la quale assorbe peraltro oltre il 70% delle risorse pubbliche in materia di immigrazione. Vanno chiusi perché inutili, inumani e in palese contrasto con le più elementari norme dello stato di diritto. E il fatto che i Cpt siano oggi in Italia una specie di buco nero dell’informazione pubblica non fa che renderli ancora più preoccupanti.
Non abbiamo mai preteso che la nostra opinione venga condivisa a “scatola chiusa”, ma pretendiamo che i cittadini vengano messi in condizione di sapere, di poter partecipare ad un dibattito pubblico e democratico. Non ci sono motivi di sicurezza che impediscano di poter sapere cosa succede nei Cpt e quali siano le convenzioni economiche che li riguardano. Auspichiamo dunque vivamente che il Prefetto di Milano e il Ministero degli Interni, dopo lunghi anni di oscurità e segretezza, decidano finalmente di consegnare ai cittadini di Milano un po’ di trasparenza.
 
CittàPerTutti - AceA Onlus - Arci Milano - Arciragazzi Milano – Attac - Bastaguerra - Berretti Bianchi Lombardia - Centro delle Culture - Coordinamento Lombardo Nord/Sud del Mondo - C.S. Leoncavallo -Direttivo del Comitato Intercomunale per la Pace ex magentino - Fillea Lombardia - Fiom Milano – Naga - Newletter Ecumenici – SinCobas - Todo Cambia - UISP Milano - Associazione Sinistra Rossoverde - Rifondazione Comunista Milano - Partito Umanista
 
Comunicato stampa
 
cui puoi scaricare la lettera delle associazioni al Prefetto di Milano

Scarica Allegato
 
di lucmu (del 25/05/2006, in Migranti&Razzismo, linkato 708 volte)
Mentre a livello nazionale non accenna a placarsi il fuoco di fila scatenato dalla destra contro il neo-ministro Ferrero, reo di aver semplicemente annunciato la necessità di regolarizzare i lavoratori immigrati rimasti esclusi dall’ultima caotica sanatoria del governo Berlusconi, a Milano la campagna elettorale sembra dedicare ben poca attenzione al tema dell’immigrazione e del razzismo.
E così succede che la notizia -riportata oggi da alcuni importanti quotidiani- del pestaggio di un cittadino italiano di origine senegalese, Pap Khouma, ad opera di alcuni controllori dell’Atm, non abbia provocato nemmeno una dichiarazione da parte della solitamente prolissa compagine di centrodestra.
A noi pare che ci sia qualcosa di inquietante e colpevole in questo assordante silenzio. Il pestaggio di Khouma non è un fatto eccezionale, ma rappresenta purtroppo la punta di un iceberg, visto che ogni giorno a Milano si consuma ormai una miriade di piccole e grandi discriminazioni a sfondo xenofobo, se non razzista.
Basta essere riconoscibile come cittadino straniero per subire un surplus di controlli in metropolitana o sul tram, magari con quelle maniere un po’ spicce che farebbero giustamente imbestialire ogni milanese doc. Ma meccanismi simili, di disparità di trattamento, si riproducono regolarmente anche negli uffici pubblici, nell’accesso ai servizi o nella ricerca di un’abitazione.
In questi lunghi anni di governo di centrodestra della città, mai l’amministrazione si è preoccupata di monitorare la situazione, né di agire sul terreno della formazione dei funzionari pubblici. Anzi, gli unici messaggi lanciati andavano in direzione opposta, fomentando un’immagine dell’immigrato come un mero problema di ordine pubblico o peggio.
Ecco perché questo silenzio puzza di ipocrisia e perché lo riteniamo inaccettabile e irresponsabile. A Milano, dove vivono ormai quasi 200mila cittadini immigrati, serve una politica accogliente e includente, prima che i danni accumulati diventino irreversibili. E questo significa anzitutto non coprire con un complice silenzio gli atti di intolleranza e di xenofobia e avviare finalmente una politica attiva antidiscriminazione, mediante la formazione dei funzionari pubblici e con un monitoraggio permanente della situazione sul territorio.
 
Comunicato di Luciano Muhlbauer
 
Passata la giornata delle polemiche politiche, su via Triboniano sta di nuovo calando il silenzio. E soprattutto il campo e le famiglie rom sono stati riconsegnati all’abbandono, nonostante sia evidente a chiunque che siamo in pieno emergenza umanitaria.
Il Comune di Milano aveva annunciato di aver messo a disposizione posti letto di emergenza per i tanti rom che avevano perso la loro roulotte o baracca nell’incendio. Ebbene, questi posti letto esistono soltanto nelle dichiarazioni pubbliche, ma non sono reperibili nella realtà. Infatti, ieri notte, la Protezione Civile del Comune riusciva a mettere a disposizione la bellezza di 8 posti letto! Per il resto, erano a disposizione, nelle varie strutture del comune, soprattutto refettori e corridoi.
La ovvia conseguenza di questo stato di cose è stato ed è che i rom senzatetto, compresi molti bambini, si ammassano nelle roulotte sopravvissute all’incendio. Non si è visto nessuno intervento del Comune nemmeno da questo punto di vista. Anzi, le condizioni del campo, nella sua parte ancora integra, sono pessime e vi è il concreto rischio che possano scoppiare altri incendi, mentre non sono stati distribuiti nemmeno degli estintori. L’unico intervento concreto che si è visto finora è quello repressivo da parte della polizia, che nella giornata di ieri ha fermato ed espulso in modo coatto, con volo a Bucarest, circa 80 rom di via Triboniano non in regola con i documenti.
E’ davvero stucchevole dover assistere alle tante dichiarazioni e a qualche bella parola, salvo poi verificare che nella realtà prevale la politica di sempre. Cioè, quella dell’abbandono. Questa situazione non è accettabile, il Comune si assuma le sue responsabilità e intervenga almeno rispetto all’emergenza umanitaria.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
La scorsa notte è stata sfiorata la rivolta nei container di via di Breme, dove sono alloggiati i rifugiati etiopi di via Lecco. Avvisati verso le 21.00 di ieri sera da volontari del Naga, io e il consigliere provinciale del Prc, Piero Maestri, ci siamo recati sul posto.
Tutto ha avuto origine da un fatto marginale accaduto il pomeriggio, quando un rifugiato etiope ha perso la calma, danneggiando leggermente un vetro e imprecando contro i custodi. Per punizione, il Comune ha successivamente decretato l’allontanamento del rifugiato dai container per due giorni.
Data la situazione di tensione e nervosismo che vivono i rifugiati in questi giorni, il provvedimento di espulsione è stato come gettare benzina sul fuoco e ha suscitato la reazione di tutti gli ospiti di via di Breme. Quando siamo giunti sul luogo, vi era una situazione di stallo, con i rifugiati etiopi che non intendevano cedere sull’espulsione del loro compagno e con il comune che non intendeva modificare di una virgola il suo provvedimento. Presenti anche funzionari delle forze dell’ordine, impegnati a mediare tra le parti e a evitare il precipitare della situazione.
Verso l’una di notte, sembrava ristabilita la calma e la polizia si è allontanata. A questo punto, però, è accaduto qualcosa di preoccupante e inaccettabile. Il nutrito gruppo di responsabili della cooperativa, che ha in gestione i container per conto del Comune, ha tentato una sorta di espulsione fai da te, cercando di allontanare con la forza il rifugiato etiope. Hanno tolto la corrente elettrica a tutti i container e assaltato quello in cui il rifugiato si trovava. Il tutto con il contorno di grida da bullo di quartiere, tipo “se sei un uomo viene con noi” .Ovviamente, ne è nato un parapiglia generale, terminato soltanto con il ritorno sul posto di funzionari della questura, che hanno messo fine a questa situazione al confine estremo della legge e del buon senso.
Rimane aperta la domanda se i responsabili della cooperativa, indubbiamente privi dei requisiti minimi per poter gestire un luogo come quello di via di Breme, abbiano agito di spontanea iniziativa oppure su indicazione di qualche funzionario del comune. Quello che pare invece certo è che occorre porre fine al più presto al clima di tensione instaurato dal Comune nei confronti dei rifugiati di via Lecco, trattati come nemici politici da sconfiggere e non come persone portatrici di bisogni e diritti.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 12 genn. 2006 (pag. Milano)
 
Ieri sera i rifugiati sudanesi, alloggiati in viale Ortles, hanno lasciato il dormitorio comunale e si sono diretti a Como, dove hanno varcato il confine di Stato. Attualmente 62 di loro si trovano a Chiasso, nei centri competenti delle autorità elvetiche. Secondo quanto dichiarato dai profughi, l’intenzione è quella di raggiungere la sede Onu di Ginevra, per denunciare il trattamento che hanno subito da parte del Comune di Milano.
Il gesto disperato dei profughi del Sudan aggiunge una nuova vergogna ad una vicenda che ha dell’incredibile e rappresenta l’ultimo capolavoro dell’assessore Maiolo. Proprio ieri sera, insieme all’assessore comunale Manca, ha diffuso una dichiarazione stupefacente con la quale i difficili passi avanti realizzati negli ultimi giorni venivano praticamente vanificati. Non solo i due sono tornati ai toni polemici e sgradevoli di una settimana fa, ma hanno apertamente accusato il Presidente della Provincia, Penati, di parlare con tre rifugiati non rappresentativi, mentre il Comune avrebbe trovato un accordo con le tre comunità eritrea, etiope e sudanese. E l’assurdo è che già nei giorni precedenti la Maiolo aveva rivendicato ripetutamente di aver trovato un’intesa in particolare con i rifugiati sudanesi!
Una colossale bugia, visto che proprio i profughi sudanesi se ne sono andati ieri sera. La responsabilità di quanto accaduto è esclusivamente dell’assessore Maiolo, poiché ha rifiutato sistematicamente ogni dialogo con i rifugiati, tentando invece di creare insane divisioni e conflitti, ricorrendo persino all’arma della minaccia e del ricatto. Il risultato di questo atteggiamento irresponsabile e ingiustificabile è sotto gli occhi di tutti. Complimenti assessore Maiolo. Oggi c’è da vergognarsi di essere milanesi.
 
Articolo di Luciano Muhlbauer e Piero Maestri (cons. prov. Prc), pubblicato su il Manifesto del 12 genn. 2006 (pag. Milano)
 
Sulla vicenda dei profughi di via Lecco l’ultima settimana è stata costellata di polemiche, dai toni francamente eccessivi da parte di Albertini, mentre il prefetto Lombardi sembra aver rinunciato al suo ruolo istituzionale, praticando una sorta di sottrazione.
Una situazione tutt’altro che rassicurante in vista del 10 gennaio. Eppure, dietro le apparenze, qualcosa si muove. Infatti, se inizialmente il Comune aveva considerato le quattro sistemazioni di via Pucci, via Anfossi, via Di Breme e viale Ortles come definitive e incontestabili, dopo le denunce di Prc e associazioni e degli stessi profughi, dopo la pubblicazione delle fotografie dei luoghi della vergogna e dopo la visita dei rappresentanti dell’Acnur, l’assessore Maiolo ha messo progressivamente in discussione ben tre luoghi su quattro, indicando possibili alternative. Per i rifugiati di via Pucci si prospetta una ex-scuola di via Fulvio Testi, per quelli stipati in via Anfossi si parla di appartamenti a Gallarate e, infine, per quelli di viale Ortles viene indicato il convitto di viale Piceno, messo a disposizione dalla Provincia.
Vi sono dunque dei timidi segnali positivi, ma rimangono aperti problemi enormi che rischiano di far precipitare la situazione. In questi giorni, a dimostrazione del clima avvelenato, non c’è mai stata trattativa, né un luogo istituzionale di discussione. Tutto è avvenuto sulla stampa, trasformatasi per l’occasione in un sostituto del tavolo che non c’è. Conclusione? I rifugiati, che non padroneggiano l’italiano e che nel corso della loro odissea hanno imparato a diffidare, semplicemente non sanno quasi nulla di tutto ciò e aspettano ancora una risposta alla loro lettera del 4 gennaio scorso, in cui chiedevano un incontro a Comune, Prefetto, Provincia e Questura.
Insomma, dopo i segnali di fumo da parte del Comune e la messa a disposizione di due spazi da parte della Provincia, sembrano esserci gli ingredienti per una soluzione dignitosa e possibile. Quello che ancora manca è la volontà politica di mettere da parte la campagna elettorale.
Chiediamo dunque al Prefetto di convocare immediatamente il tavolo interistituzionale e all’assessore Maiolo di incontrare urgentemente i rifugiati. Gli interlocutori ci sono, poiché i profughi hanno da tempo dimostrato di poter esprimere propri delegati rappresentativi, e anche una soluzione alternativa ai poco decorosi container di via Di Breme, suggerita peraltro dalla stessa Acnur, si troverebbe senza troppe difficoltà.
 
 
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 4 genn. 2006 (pag. Milano)
 
Il Comune di Milano aveva motivato lo sgombero di natale degli oltre 200 rifugiati di via Lecco con il fatto di aver trovato delle soluzioni alternative. Secondo l’assessore Maiolo, queste sono da considerarsi addirittura “definitive” per i prossimi sei mesi. Insomma, tutto risolto e quanti continuano a criticare il comportamento degli amministratori milanesi, compreso il presidente della Provincia, Penati, sarebbero semplicemente dei sobillatori.
Oggi, su invito delle associazioni che sono sempre state vicine al dramma umano dei profughi, ho visitato tali “soluzioni definitive”, situate in via Pucci, via di Breme, via Ortles e via Anfossi. Da sottolineare che, su indicazione diretta dell’assessore Maiolo, come lei stessa mi ha confermato, mi è stato impedito fisicamente di accedere a tre luoghi su quattro, nonostante si trattasse di spazi di proprietà pubblica e gli stessi rifugiati ospiti mi invitassero ad entrare. Insomma, un consigliere regionale può visitare un carcere o un Cpt, ma non le strutture di accoglienza del Comune di Milano. La ragione di tale ostinata e apparentemente incomprensibile segregazione, denunciata già da giornalisti di diverse testate, si sarebbe presto scoperta.
In via Pucci, unico luogo che ho potuto visitare a fondo, una sessantina circa di rifugiati, uomini e donne, sono sistemati in una serie di container, in ognuno dei quali dormono tre o quattro persone. Ma la cosa più impressionante –anche dal punto di vista della sicurezza- è che questi container sono stati montati nello scantinato delle docce pubbliche!
In via de Breme, i 22 container che ospitano una settantina di rifugiati sono stati invece montati in un desolato spazio all’aperto, delimitato da un muretto e da un portone chiuso a chiave. Secondo quanto raccontato da alcuni ospiti, nel container adibito a mensa c’è anche un televisore, ma a loro viene permesso di vederlo soltanto durante di pasti.
Un po’ meglio va ai 67 rifugiati di via Ortles, poiché si tratta di un dormitorio comunale e dunque di uno spazio pensato e organizzato per ospitare essere umani.
Ma ora arriviamo a via Anfossi, dove la situazione riesce ad essere persino peggiore di quella di via Pucci. Si tratta di uno spazio comunale utilizzato nei mesi invernali per l’emergenza freddo, ma la cinquantina di rifugiati che vi si trovano sono stati stipati su una fila di brande nel corridoio davanti ai bagni e alle docce!
Definire questa situazione una “soluzione definitiva” non è soltanto cinismo, ma sfida il più elementare buon senso. Come si pensa che degli esseri umani possano vivere in queste condizioni per almeno sei mesi? E, soprattutto, che fine a ha fatto il milione di euro stanziato dal governo per l’accoglienza dei profughi? E’ servito per montare container negli scantinati e per sistemare brande nei corridoi?
Il Comune di Milano si sta comportando come un affittacamere abusivo e ogni giorno che passa alzo un po’ di più il livello della polemica politica. E questo lascia francamente sconcertati e pone degli interrogativi seri fino a dove vuole spingere questo scontro sulla pelle di uomini e donne che altro non hanno fatto che scappare dalla guerra.
Invece, soluzioni umane e possibili ci sarebbero. La Provincia, che non ha mai ricevuto fondi dal governo, ha avanzato delle proposte concrete e il Prefetto si è detto disponibile a convocare un tavolo interistituzionale, ma mancano all’appello gli amministratori milanesi, evidentemente accecati da una campagna elettorale senza quartiere.
 
 
di lucmu (del 03/12/2005, in Migranti&Razzismo, linkato 875 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 3 dic. 2005
 
Quanto è lontana Bari da Milano. Lì un sindaco si batte contro l’apertura del Cpt, invitando persino alla disobbedienza istituzionale. A Milano invece, città di fatto multietnica, dove il 14% della popolazione residente è immigrata e oltre un alunno su dieci nelle scuole cittadine è figlio di migranti, la giunta di centrodestra pratica una sorta di scontro di civiltà in salsa meneghina. E che dire dell’opposizione, cioè dello stesso schieramento politico del sindaco di Bari? Se escludiamo Rifondazione e qualche volta i Verdi e Comunisti italiani, sembrano prevalere perlopiù gli imbarazzi e i balbettii, per non parlare della vera e proprio sindrome bolognese che cova in casa DS.
Il risultato è che a Milano si è disegnata una sorta di geografia dei diritti negati, fatta di un lungo elenco di vie cittadine a simboleggiare il disastro della politica della “tolleranza zero”. Via Corelli, dove si trova il Cpt che a primavera ha visto la sacrosanta rivolta dei migranti reclusi. Via Capo Rizzuto, dove si trovava la baraccopoli abitata da rom e rasa al suolo senza troppi complimenti dalle ruspe del sindaco Albertini. Via Quaranta, sede di una scuola araba chiusa a settembre dal comune, in seguito alle parole scagliate dal signor Magdi Allam, che accusava i suoi oltre 300 studenti di essere niente di meno che dei futuri kamikaze.
E ora si è aggiunta all’elenco via Lecco, dove si trova lo stabile occupato da 250 rifugiati politici. Uomini e donne scappati dalle guerre che infestano i paesi del corno d’Africa e una volta arrivati in Italia hanno fatto la fine di molti altri come loro, cioè accolti perché profughi, ma poi abbandonati a loro stessi. Nel caso in questione erano finiti a sopravvivere in una ex-caserma sulla strada per l’aeroporto, tra immondizia, freddo e topi. Sono in realtà la punta di un iceberg, perché i rifugiati a Milano sono circa tremila. Non a caso, quella ex-caserma ha già iniziato a ripopolarsi con altri uomini e donne, disperati quanto loro.
La loro occupazione è un sorta di grido d’allarme, che ha sbattuto in faccia alla città la cruda realtà. E allora, apriti cielo! Politici di centrodestra e assessori a gridare allo scandalo e invocare lo sgombero. Ad esprimere subito solidarietà con i profughi e chiedere una soluzione, oltre ad Action che li accompagna nell’occupazione, soltanto Rifondazione, Verdi, Naga, Emergency e Arci, ai quali si sono aggiunti dopo una settimana Cgil e Casa della Carità. Per il resto è stato sufficiente che Dario Fo si recasse in via Lecco per scatenare l’ira dei dirigenti milanesi dei DS, fino a quel momento silenti, e far ripartire lo stucchevole ritornello della legalità.
E i profughi? Ebbene, continuano a stare in via Lecco, perché il comune si rifiuta di affrontare la situazione, ma nel frattempo il tempo passa e non c’è acqua, né riscaldamento e la situazione sanitaria si fa critica. I 250 di via Lecco non sono tuttavia una caso isolato in Italia. Anzi, come loro ci sono migliaia, vittime di una legge sul diritto d’asilo che non c’è.
In fondo Milano non è poi così diversa dal resto del paese. È semplicemente uno degli specchi possibili in cui leggere un presente pieno di nubi e un futuro tutto da costruire. Le aree metropolitane italiane stanno correndo velocemente verso un bivio. O si prosegue con una politica che esclude, clandestinizza e criminalizza, mentre contemporaneamente mette a disposizione delle imprese dei lavoratori ricattabili e sottopagati, per infilarsi così direttamente in un vicolo cieco per tutti e tutte, migranti o nativi che siano. Oppure si cambia strada, radicalmente.
A questo serve la manifestazione nazionale di oggi, a spingere dal basso, dai movimenti e dalla società civile verso un cambiamento radicale, le cui coordinate sono riassunte nella piattaforma del corteo. Serve a Milano e a Bologna, ma serve anche a Bari per rimanere meno sola. Serve a tutti noi, perché non vi può essere un progetto di società alternativo, laddove esiste un diritto speciale e non c’è uguaglianza di diritti di cittadinanza e sociali.
 
 
di lucmu (del 02/12/2005, in Migranti&Razzismo, linkato 1296 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Giorno Milano del 2 dic. 2005
 
I 250 rifugiati africani di via Lecco, dopo essere stati al centro di tante polemiche dal sapore pre-elettorale, rischiano ora di ripiombare nel dimenticatoio. E questo sarebbe davvero l’epilogo più tragico e inaccettabile dell’intera vicenda.
Ricordiamo ancora una volta chi sono i 250 cittadini stranieri di via Lecco. Sono tutti regolari in Italia, sono scappati dalle guerre che infestano i paesi del corno d’Africa. Alcuni provengono da quel Darfur sudanese, che tanto aveva commosso l’opinione pubblica italiana un po’ di tempo fa. Arrivati in Italia hanno fatto la fine di molti altri come loro, cioè accolti perché profughi, ma poi abbandonati a loro stessi. Nel caso in questione erano finiti a sopravvivere in una ex-caserma in zona Forlanini, tra immondizia, freddo e topi. Sono in realtà la punta di un iceberg, perché i rifugiati a Milano sono circa tremila. Non a caso, quella ex-caserma ha già iniziato a ripopolarsi con altri uomini e donne, disperati quanto loro.
Insomma, non siamo di fronte a un’emergenza passeggera che si possa affrontare con qualche mese di ospitalità notturna in dormitori sovraffollati e nemmeno sufficienti per tutti. Si tratta invece di una faccenda annosa, mai affrontato nella sua dimensione e nella sua drammaticità reali. E non basta tirare in ballo le gravi responsabilità della politica nazionale, cioè l’assenza di una legge organica sul diritto d’asilo e la conseguente confusione legislativa. Vi è una indubbia responsabilità locale, anzitutto nell’aver chiuso gli occhi per troppo tempo.
Ora serve un piano straordinario di intervento. E per fare questo bisogna sedersi attorno a un tavolo, con tutte le istituzioni e le associazioni, ed essere disponibili al confronto senza veti preventivi. Cioè, esattamente quello che finora è mancato, poiché il Comune si è arroccato in una sorta di autismo politico. Insomma, smettiamola di ripetere, come un disco rotto, il ritornello della legalità. Non c’entra proprio nulla. Affrontare finalmente il problema per quello che è sarebbe un ottimo servizio non soltanto alla solidarietà, ma anche alla città, poiché l’abbandono e il degrado sono maledettamente contagiosi.
Non dimentichiamoli dunque. La situazione in via Lecco si fa difficile. Non c’è acqua, né riscaldamento e la situazione sanitaria è preoccupante. Diverse associazioni si stanno muovendo, ma manca all’appello la politica. Occorre sbloccare urgentemente il confronto con il Comune e costruire una soluzione vera e duratura, ma nel frattempo si garantisca a questi profughi almeno l’assistenza primaria. Non si tratta di una gentile concessione, ma di un preciso dovere di civiltà.
 
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