Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
di lucmu (del 12/06/2014, in Movimenti, linkato 1052 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 12 giugno 2014
 
Ma cosa succede in città? Mentre il sistema dei controlli e protocolli di legalità sugli appalti Expo sta mostrando tutta la sua tragica inconsistenza, c’è invece una macchina che gira a pieno regime, anzi, che accelera pure: è quella degli sgomberi degli spazi sociali occupati. E così, dopo l’annuncio dello sgombero del Lambretta di alcune settimane fa, ora è arrivato a sorpresa anche quello relativo a Zam.
Insomma, a Milano c’è una vera e propria escalation, un uno-due capace di far vacillare chiunque. È una coincidenza? La pulizia in vista di Expo? Un complotto? Un ordine dall’alto? E da chi? Un sacco di domande e tutte importanti, anche perché stiamo parlando della città che tre anni fa scelse di voltare pagina. “Il vento è cambiato” si diceva e del cambiamento atteso faceva parte anche una nuova politica rispetto agli spazi, al riuso, alla socialità e un diverso rapporto con le esperienze di autogestione.
Certo, il clima è cambiato, non c’è più la politica dell’odio di De Corato, ma poi, appunto, come la mettiamo con gli sgomberi e con l’accelerata di queste settimane? Lasciamo perdere le teorie del complotto, che non hanno mai spiegato nulla. Zam e il Lambretta occupano spazi di due proprietari diversi e sono sotto sgombero con motivazioni formali differenti. Zam sta in una ex scuola di proprietà del Comune nel quartiere Ticinese ed è sotto sgombero a causa di una perizia tecnica che dice che l’ala inagibile e chiusa dello stabile renderebbe pericolosa anche la parte occupata. Un pericolo in realtà molto remoto: gli uffici comunali avevano detto la stessa cosa già un anno fa senza che accadesse nulla. Ma ora c’è una nuova perizia, sollecitata da un “comitato” vicino alla destra, che è finita sul tavolo del Questore.
Il Lambretta, invece, occupa delle ex case popolari nel quartiere Lambrate, che Regione e Aler tentano da anni di vendere a privati senza riuscirci. In questo caso non si capisce chi  o che cosa abbia spinto sull’acceleratore, si sa soltanto che la decisione era stata presa dal Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. No, il problema non sono i complotti, il problema è la politica, anzi, il vuoto di politica, che fa sì che gli eventi seguano il loro corso, magari con l’aiutino di una perizia o di un capriccio.
E in questo senso è più che sintomatico che in ambedue i casi, gli unici a contattare gli occupanti per avvisarli degli imminenti sgomberi sia stata la Questura. L’assenza della politica fa sì che siano le decisioni “tecniche” a dettare la linea, la mancanza di un indirizzo chiaro da parte del Comune consegna libertà di manovra a chi, magari stando nella stessa maggioranza, vorrebbe normalizzare anche Milano. Un Comune immobile e silente fa prevalere anche qui la tendenza nazionale che  individua nella repressione dei movimenti antagonisti e del conflitto la risposta alla crisi sociale.
C’è un solo modo per tentare di uscirne: il Sindaco Pisapia deve prendere in mano il bandolo della matassa e aprire un confronto cittadino. Anche perché quella delle aree vuote e abbandonate e quella degli spazi sociali occupati non sono un problema privato di qualcuno, ma una questione pubblica che riguarda tutta la città, anzi, che riguarda la stessa idea di città. Insomma, occorre una scelta politica.
Comunque sia, Zam e Lambretta dovranno affrontare giorni duri, forse vacilleranno, ma sicuramente non finiranno a tappeto, per il semplice fatto che sono realtà vive e non involucri vuoti. Ma hanno anche bisogno di non camminare da soli, che la parte più lungimirante della città si schieri al loro fianco.
 
 
di lucmu (del 11/06/2014, in Movimenti, linkato 1095 volte)
È ancora freschissimo l’annuncio che il Lambretta sarebbe stato sgomberato entro l’inizio dell’estate ed ecco che arriva già la prossima tegola, inattesa per praticamente tutti: verrà sgomberato anche Zam. E tra non molto, probabilmente prima del Lambretta.
Una vera e propria escalation di sgomberi a Milano, insomma.
Tornerò sull’argomento con qualche ragionamento più approfondito nei prossimi giorni. Per ora riproduco qui il comunicato di Zam sullo sgombero imminente. Per tenervi aggiornati sull’evolversi della situazione e sulle iniziative di sostegno a Zam e Lambretta, vi consiglio di consultare periodicamente il sito MilanoInMovimento.
 
Solidali e complici con Zam.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Il comunicato di Zam:
 
Il nostro amore va al di là di questi muri
 
Duro il risveglio del 9 Giugno, a un anno dallo sgombero di via Olgiati e dalla nuova occupazione in largo Don Gallo (ex-piazza S. Eustorgio), la notizia arriva e varca i cancelli della Zona Autonoma Milano: sgombero. Imminente.
Non più voci di precarietà, ma la certezza di un intervento nei prossimi giorni.
Uno sgombero che ci viene giustificato con motivazioni legate all’instabilità dell’edificio, con la pavida copertura dell’amministrazione che si nasconde dietro tecnicismi strumentali.
Quando decidemmo di entrare in questa scuola, ormai in disuso da anni, per la cura e la salvaguardia di noi tutti facemmo ispezionare l’edificio da diversi architetti e ingegneri strutturisti che ne decretarono la stabilità.
Certo la vostra burocrazia, fatta di carte e firme strumentalizzabili e modificabili a vostro piacimento, vi consegna l’arma dietro la quale come amministrazione potete nascondere tutta la vostra incapacità: quando non si sa parlare di politica si parla di crepe nei muri.
Questa scelta avviene in una Milano che si prepara ad EXPO e la grande macchina prosegue il suo percorso distruttivo.
In aggiunta a debito, cemento e precarietà si avvia una silenziosa e consensuale normalizzazione della città, basta ripercorrere i 3 anni di questa giunta per capire che più di 15 sgomberi di spazi sociali e decine di sfratti sono il “giusto” processo per creare una città a misura di EXPO, una città vetrina.
Le stesse logiche del governo Renzi ci mostrano che in tutt’Italia l’autorganizzazione e le lotte sociali sono sotto pesante attacco, partendo dalla repressione del movimento per il diritto all’abitare di Torino, fino all’ultimo sgombero del centro sociale Buridda a Genova: i tentacoli istituzionali stringono la presa.
Tutto questo per dirvi che la Zona Autonoma Milano resiste e resisterà ai vostri tentativi di normalizzazione, ai vostri sgomberi, alla vostra totale incapacità di gestione del nostro territorio.
Porteremo con noi il nostro guscio, le nostre idee, i nostri progetti e i nostri sogni. La bellezza e l’importanza di tutto ciò che siamo non si può sgomberare e sappiate,che il nostro amore va al di là di questi muri.
 
#crollateprimavoi
Zona Autonoma Milano
 
 
di lucmu (del 20/05/2014, in Movimenti, linkato 1001 volte)
Ci risiamo, un altro sgombero è in arrivo a Milano. Si tratta del Lambretta, cioè le cosiddette villette del Quartiere Del Sarto, zona piazza Ferravilla, occupate due anni fa da studenti e precari della zona e oggi uno degli spazi sociali più dinamici della città. Ovviamente, non si sa quando accadrà, ma pare che una volta passate le elezioni europee qualsiasi giorno sia buono.
La vera domanda non è dunque il quando, ma piuttosto il perché, considerato anche che fino a poco tempo fa tutto sembrava assai tranquillo. Infatti, il Lambretta non ha portato via la casa a nessuno e non ha neanche impedito progetti di riqualificazione. Ha semplicemente riempito un vuoto, occupando degli immobili abbandonati e tutt’al più utilizzati dagli spacciatori della zona.
L’Aler, proprietaria delle villette, le vuole vendere ai privati. Ci prova da anni. A tal fine erano state prima tolte dal patrimonio Erp (cioè, non sono più case popolari e pertanto non saranno assegnate alle famiglie che affollano le graduatorie) e poi messe in vendita mediante aste pubbliche. Ma tutte le aste erano andate deserte.
Secondo i proclami ufficiali di due anni fa da parte di Aler e Regione (assessore competente era quel Domenico Zambetti oggi sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa), le villette non si vendevano perché erano occupate. Ma era una balla, utile per ottenere dalla Questura lo sgombero forzato, che poi ci fu effettivamente nell’ottobre del 2012, la quale alcuni mesi più tardi, con il Lambretta rioccupato, sarebbe stata di fatto smentita dallo stesso allora Presidente dell’Aler di Milano, Loris Zaffra, con queste parole: “I primi due bandi, promossi da Infrastrutture Lombarde durante il periodo della convenzione, sono andati deserti. Adesso ci proviamo noi direttamente, senza grandi aspettative considerato l'andamento del mercato immobiliare” (vedi Corriere della Sera ed. Milano del 17.01.2013).
Già, il mercato immobiliare in crisi, al quale si aggiungono i molti vincoli architettonici, e non il Lambretta, neanche nominato. E in quell’intervista Zaffra spiegò anche come l’Aler intendeva procedere, cioè “se la gara andrà deserta anche stavolta, rivedremo tutta la procedura e proporremo una nuova vendita frazionata” (ibid.). E così hanno poi fatto, presumibilmente. Ma a questo punto entriamo nel regno delle ipotesi e dei condizionali, perché una volta esauriti i bandi e le gare e le relative procedure, si passa a trattative che non impongono più i medesimi obblighi di pubblicità e trasparenza. E quanto a trasparenza, l’Aler di Milano non ha mai brillato in questi anni…
Insomma, nessun soggetto istituzionale si è degnato di spiegare perché ora, all’improvviso, bisogna mandare polizia e carabinieri e cacciare via i ragazzi e le ragazze del Lambretta. L’Aler è riuscita a vendere qualche villetta? C’è un nuovo progetto immobiliare sull’area? Se sì, che lo dicano, perché nemmeno i residenti e le istituzioni della zona ne sanno alcunché e la prospettiva di riconsegnare quell’area all’abbandono e al vuoto, magari con qualche guardia giurata a presidiare il nulla, non è per nulla edificante.
Oppure ci sono altre ragioni, magari tutte politiche, legate a quella specie di campagna d’ordine, di cui i Ministri Alfano e Lupi sono alfieri e secondo la quale il dissenso e il conflitto sociale sono essenzialmente un problema di polizia?
Comunque sia, forse i silenzi sulle ragioni di questo sgombero sono la cosa meno importante in questo momento. Molto più importante è rompere il resto del silenzio. È mai possibile che l’eliminazione di un altro spazio sociale, con tutto quello che contiene e che ha costruito, sia un problema solo di quello spazio sociale e non di tutta la città o, almeno, di una parte di essa? Io credo di no, penso che il Lambretta ci riguardi tutti e tutte, cittadini e istituzioni. E penso che occorra schierarsi, con il Lambretta.
 
Luciano Muhlbauer
 
Per essere aggiornati sulle iniziative del Lambretta e sapere cosa succede, consultate il profilo fb del Collettivo Lambretta, la nuova pagina fb Il Lambretta Resiste e il sito Milano in Movimento.
 
 
Vi ricordate dell’occupazione della Torre Galfa a Milano di due anni fa? Fu una notizia che fece il giro del mondo, poiché per prima volta era stato occupato un grattacielo, ma soprattutto coinvolse un numero impressionante di giovani e meno giovani. Gli occupanti erano anzitutto lavoratori dello spettacolo, dell’arte, della ricerca e dell’immateriale.
L’occupazione del grattacielo fu l’inizio di una storia, quella di Macao, che dal giugno del 2012 abita all’ex Macello di Viale Molise, un altro spazio lasciato in stato di abbandono e poi risistemato dal collettivo.
Alcuni hanno perso un po’ di vista le attività di Macao dopo la vicenda della Torre Galfa, perché la stampa ormai se ne occupava raramente e perché Macao è sì uno spazio sociale occupato, ma non è un centro sociale classico. È, appunto, un Nuovo Centro per le Arti, la Cultura e la Ricerca, per dirla con le parole di Macao.
Ma Macao in questo tempo ha lavorato e prodotto e ha fatto rete con altre realtà simili, come il Teatro Valle di Roma. Ora, insieme a due di queste realtà, l’Ex Asilo Filangieri di Napoli e il S.a.L.E. Docks di Venezia, ha pensato di presentare un progetto e partecipare al bando CheFare2. Se vince il loro progetto, che si chiama alla maniera di Macao, cioè #Apparecchioper aprire dal disotto, ci sono 100mila euro di premio per realizzarlo.
Insomma, penso sia sempre un’ottima cosa quando si semina cultura, autogestione e partecipazione. E Macao lo ha fatto. Quindi credo valga la pena di sostenere anche questa nuova avventura. In altre parole, per far vincere il progetto #Apparecchioper bisogna votarlo on line. Io l’ho già fatto e ora, se vi va, tocca a voi. È semplicissimo: basta andare su www.che-fare.com/progetti-approvati/apparecchio-per-aprire-dal-di-sotto e seguire le istruzioni.
Ma dovreste farlo praticamente subito, perché ormai siamo in dirittura d’arrivo. Cioè, bisogna votare entro la mattina di giovedì 13 marzo.
Per sapere in cosa consiste esattamente il progetto, vi consiglio la lettura della presentazione scritta dal collettivo Macao, che trovate qui sotto. Il linguaggio è quello di  Macao, ovviamente, ma ce la farete.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Mancano due giorni alla chiusura del bando CheFare2, il premio di 100.000 euro per la cultura promosso dall'associazione culturale Doppiozero che anche quest'anno è riuscito a catalizzare molti progetti interessanti e di forte portata innovativa e che si basa sul voto online.
 
Ne costituisce un esempio il progetto di #Apparecchioper aprire dal disotto, presentato da Ex Asilo, Macao e Sale Docks , Ecco il link per votarlo: www.che-fare.com/progetti-approvati/apparecchio-per-aprire-dal-di-sotto
 
In questi ultimi tre anni di intensa mobilitazione di cui fanno parte in modo determinante le realtà che hanno scritto questo progetto, l’imprudenza si è fatta pratica diffusa, condivisa, relazionale: un’alleanza radicale di migliaia di corpi, di intelligenze e di desideri. La mobilitazione ha significato in primo luogo una serie di rifiuti: rifiuto delle relazioni esistenti, delle logiche dell’industria culturale, della privatizzazione (o dell’abbandono) degli spazi pubblici (e privati), della mortifera e avvilente narrazione del precariato, della speculazione edilizia che divora le città. Ma ha significato soprattutto una spinta esplosiva, costituente più che destituente, animata dalla volontà di ricreare con le proprie mani, letteralmente prima ancora che metaforicamente, un nuovo presente. I teatri chiusi, le palazzine abbandonate, gli edifici dismessi sono diventati i laboratori in cui è stato possibile tradurre il piano del conflitto e dell’immaginario in nuove forme di produzione culturale e, talvolta, di nuove istituzioni.
 
Il progetto #apparecchioper permette di leggere tre dimensioni che hanno caratterizzato questa fase dell’imprudenza: innovazionemessa in relazione e istituzionalizzazione. Ma prima di tutto, cos’è l’#apparecchioper?
 
“L’#Apparecchioper rappresenta il potenziamento delle pratiche di produzione culturale che in questi anni si sono attivate negli spazi autocostruiti del Sale, dell’Asilo e di Macao: una produzione fondata sul continuo intreccio di relazioni e di scambi di competenze. In particolare, il progetto prevede la messa a disposizione gratuita delle risorse dei tre soggetti proponenti (spazi, attrezzature, supporti tecnologici, competenze) al fine di permettere una maggiore accessibilità dei mezzi di produzione in ambito culturale. La relazione tra persone e spazi di produzione è agevolata dalla costruzione di una piattaforma online. Questa conterrà alcuni dei dispositivi fondamentali per concretare il progetto: una mappatura dei mezzi di produzione messi a disposizione dalla rete aderente, gli strumenti per renderli accessibili (calendari, mappe,…), l’area per la banca del tempo, uno spazio per il crowdfunding, la creazione di una moneta digitale comune, ambienti social di relazione, un’area per l’archivio digitale delle opere, liberamente scaricabili, con la possibilità di fare donazioni per sostenere l’autore permettendogli di proseguire il suo lavoro” (Estratti dal progetto).
La piattaforma rappresenta dunque lo strumento attraverso cui avviare, progettare e costruire una nuova produzione culturale. Il legame tra piattaforme digitali e innovazione culturale rappresenta anche il fulcro di un altro importante progetto all’interno di questo panorama: il progetto europeo Inherit, di cui Panspeech rappresenta la “piattaforma per la creazione distribuita e la condivisione di contenuti, fondata sui principi del crowdsourcing”. Inoltre, sono le pratiche accolte all’interno delle piattaforme digitali ad avere un carattere innovativo e trasformativo di per sé: basti pensare alla condivisione gratuita dei mezzi di produzione, o alla creazione di contenuti in modo condiviso basata su relazioni non gerarchiche e su monete alternative. Infine, a livello più eminentemente politico la forza trasformativa che questo tipo di sinergie offre è quello di radicare la nuova produzione culturale e materiale all’interno delle lotte sociali, sottraendosi sia alla retorica dell’impresa sociale che allo statalismo nostalgico.
 
La messa in relazione rappresenta un presupposto e un risultato delle azioni previste dal progetto. Nuove relazioni potranno essere costruite all’interno delle piattaforme digitali, ma quello che questo progetto segnala è anche una preliminare, e fondamentale, relazione tra gli spazi promotori. In questo senso, la rete dei teatri e degli spazi occupati è essa stessa prova di questa trasformazione nella misura in cui ha iniziato a fare un discorso condiviso sulle forme di produzione culturale. A fianco alla grande ricchezza di forme che i vari spazi stanno sperimentando all’interno dei loro territori si apre quindi una fase in cui mettere in comune, dapprima tra gli spazi stessi e poi aldilà di essi, le risorse di cui dispongono nel tentativo di dare corpo a una produzione culturale dal basso radicalmente condivisa.
 
Infine, una chiosa sull’istituzionalizzazione. Con questo termine non credo si debba necessariamente alludere ad una sussunzione nel regno del già detto, già fatto e della coazione a ripetere. Il “regolamento condiviso di uso civico” dall’Ex-Asilo Filangieri di Napoli, l’associazione culturale del S.a.L.e. Docks di Venezia, la Fondazione Teatro Valle Bene Comune e, ora, il comitato di scopo che Macao, Sale e Asilo hanno costituito per partecipare al bando CheFare2, rappresentano a vario titolo istituzioni che servono a garantire, tutelare e a proiettare queste esperienze all’interno di un orizzonte più vasto. Tuttavia, il campo su cui insiste questa evoluzione è innervato di tensioni politiche che muovono in direzioni diverse e, in quanto tale, estremamente scivoloso. Si procede per tentativi ed errori, in un costante avanzamento che è oggetto sia di sperimentazione pratica (ne è un esempio la Fondazione Teatro Valle Bene Comune che, pur avendo negli ultimi giorni subito una momentanea battuta d’arresto, ha tentato di scardinare dall’interno l’istituto giuridico della fondazione) che di riflessione condivisa a livello europeo (ne è un esempio il seminario che si terrà al Museo Reina Sofia di Madrid alla fine del mese in cui si discuterà della formazione di nuovi attori politici e culturali in risposta all’insufficienza della struttura istituzionale attuale).
Si tratta insomma di procedere all’identificazione – tramite prassi e teoria, tra diritto e conflitto – delle istituzioni e dei modelli economici atti a sostenere e tutelare i beni comuni. Anche su questi temi, che riteniamo più che mai urgenti all’interno del dibattito attuale, sollecitiamo gli spazi ad intervenire sulle nostre pagine.
 
 
I soggetti promotoriEx Asilo Filangieri / Macao  / S.a.L.E. Docks
 
by Macao
 
 
Ci sono cose che accadono esattamente nel momento giusto, o sbagliato, a seconda dei punti di vista. E il proclama dei “Nuclei operativi armati”, con le sue minacce di morte e il suo inneggiare alla lotta armata, fa senz’altro parte di quelle cose. Infatti, è stato recapitato alla stampa a soli tre giorni dalla giornata nazionale di mobilitazione del movimento No Tav del 22 febbraio, che ha al suo centro la richiesta di liberazione di quattro attivisti, incarcerati in regime di massima sicurezza e accusati incredibilmente di terrorismo.
Non ho la più pallida idea chi ci sia dietro la sigla Noa, anche se la storia recente del nostro paese potrebbe suggerirci qualche ipotesi. Ma è assolutamente certo che quel comunicato è contro il movimento No Tav, che infatti lo ha bollato come deliranti follie. Ed è altrettanto certo che danneggia la campagna contro l’escalation repressiva che sta colpendo il movimento.
Già, perché ci sono i quattro attivisti, Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, detenuti da più di due mesi e accusati di terrorismo. Il fatto a cui si riferisce l’accusa è un assalto a un cantiere dell’alta velocità in Val di Susa nella primavera dell’anno scorso. In quella occasione fu danneggiato un compressore, ma nessuna persona si era fatta male. Terrorismo?
Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò rischiano di pagare il conto, in termini di decine di anni di reclusione, di una campagna che tenta di delegittimare l’intero movimento No Tav, perché se è terrorista l’azione a cui avrebbero partecipato, allora tutto il movimento è di fatto connivente. O almeno questo è il messaggio che passa a livello di opinione pubblica.
Associarsi alla richiesta di liberazione di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò non significa sposare in toto tutte le pratiche che si danno in Val di Susa, ma vuol dire avere a cuore la democrazia, la libertà e la giustizia nel nostro paese. E significa anche non guardare da un’altra parte quando quattro giovani vite rischiano di essere ingiustamente stritolate.
Per questo vi propongo di raccogliere l’appello dei familiari di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, che potete leggere qui sotto.
E se vi va, sabato 22 febbraio ci sono anche le iniziative e le mobilitazioni, lanciate dal movimento No Tav. La lista degli appuntamenti su scala nazionale la trovate qui. A Milano l’appuntamento è alle 14 in piazza XXV Aprile.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Appello dei familiari dei 4 No Tav arrestati per terrorismo
 
In queste settimane avete sentito parlare di loro. Sono le persone arrestate il 9 dicembre con l’accusa, tutta da dimostrare, di aver assaltato il cantiere Tav di Chiomonte. In quell’assalto è stato danneggiato un compressore, non c’è stato un solo ferito. Ma l’accusa è di terrorismo perché “in quel contesto” e con le loro azioni presunte “avrebbero potuto” creare panico nella popolazione e un grave danno al Paese. Quale? Un danno d’immagine. Ripetiamo: d’immagine. L’accusa si basa sulla potenzialità di quei comportamenti, ma non esistendo nel nostro ordinamento il reato di terrorismo colposo, l’imputazione è quella di terrorismo vero e volontario. Quello, per intenderci, a cui la memoria di tutti corre spontanea: le stragi degli anni 70 e 80, le bombe sui treni e nelle piazze e, di recente, in aeroporti, metropolitane, grattacieli. Il terrorismo contro persone ignare e inconsapevoli, che uccideva, che, appunto, terrorizzava l’intera popolazione. Al contrario i nostri figli, fratelli, sorelle hanno sempre avuto rispetto della vita degli altri. Sono persone generose, hanno idee, vogliono un mondo migliore e lottano per averlo. Si sono battuti contro ogni forma di razzismo, denunciando gli orrori nei Cie, per cui oggi ci si indigna, prima ancora che li scoprissero organi di stampa e opinione pubblica. Hanno creato spazi e momenti di confronto. Hanno scelto di difendere la vita di un territorio, non di terrorizzarne la popolazione. Tutti i valsusini ve lo diranno, come stanno continuando a fare attraverso i loro siti. E’ forse questa la popolazione che sarebbe terrorizzata? E può un compressore incendiato creare un grave danno al Paese?
 
Le persone arrestate stanno pagando lo scotto di un Paese in crisi di credibilità. Ed ecco allora che diventano all’improvviso terroristi per danno d’immagine con le stesse pene, pesantissime, di chi ha ucciso, di chi voleva uccidere. E’ un passaggio inaccettabile in una democrazia. Se vincesse questa tesi, da domani, chiunque contesterà una scelta fatta dall’alto potrebbe essere accusato delle stesse cose perché, in teoria, potrebbe mettere in cattiva luce il Paese, potrebbe essere accusato di provocare, potenzialmente, un danno d’immagine. E’ la libertà di tutti che è in pericolo. E non è una libertà da dare per scontata.
 
Per il reato di terrorismo non sono previsti gli arresti domiciliari ma la detenzione in regime di alta sicurezza che comporta l’isolamento, due ore d’aria al giorno, quattro ore di colloqui al mese. Le lettere tutte controllate, inviate alla procura, protocollate, arrivano a loro e a noi con estrema lentezza, oppure non arrivano affatto. Ora sono stati trasferiti in un altro carcere di Alta Sorveglianza, lontano dalla loro città di origine. Una distanza che li separa ancora di più dagli affetti delle loro famiglie e dei loro cari, con ulteriori incomprensibili vessazioni come la sospensione dei colloqui, il divieto di incontro e in alcuni casi l’isolamento totale. Tutto questo prima ancora di un processo, perché sono “pericolosi” grazie a un’interpretazione giudiziaria che non trova riscontro nei fatti.
 
Questa lettera si rivolge:
 
Ai giornali, alle Tv, ai mass media, perché recuperino il loro compito di informare, perché valutino tutti gli aspetti, perché trobino il coraggio di indignarsi di fronte al paradosso di una persona che rischia una condanna durissima non per aver trucidato qualcuno ma perché, secondo l’accusa, avrebbe danneggiato una macchina o sarebbe stato presente quando è stato fatto..
 
Agli intellettuali, perché facciano sentire la loro voce. Perché agiscano prima che il nostro Paese diventi un posto invivibile in cui chi si oppone, chi pensa che una grande opera debba servire ai cittadini e non a racimolare qualche spicciolo dall’Ue, sia considerato una ricchezza e non un terrorista.
 
Alla società intera e in particolare alle famiglie come le nostre che stanno crescendo con grande preoccupazione e fatica i propri figli in questo Paese, insegnando loro a non voltare lo sguardo, a restare vicini a chi è nel giusto e ha bisogno di noi.
 
Grazie.
 
I familiari di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò
 
 
In democrazia, anche quando questa è un po’ malmessa, come nel nostro caso, non dovrebbe essere mai lecito ricercare una soluzione militare a un problema politico. E lo Stato non dovrebbe mai cedere alla tentazione di delegittimare il dissenso, criminalizzandolo. Invece, in Val di Susa tutto questo sta pericolosamente accadendo da un po’ di tempo e questa mattina, tirando in ballo accuse come “terrorismo” e “eversione”, è stato decisamente superato il livello di guardia.
La cronaca ci parla di dodici perquisizioni ai danni di altrettanti attivisti No Tav, in Val di Susa e a Torino, legate alle recenti mobilitazioni e motivate dalle ipotesi di reato di cui all’art. 280 del codice penale, cioè “attentato per finalità terroristiche o di eversione”…
Non si tratta semplicemente di un’accusa esagerata, anche se indubbiamente lo è,  ma di qualcosa di più grave e preoccupante. E il fatto che quella accusa sia saltato fuori proprio ora, a soli due giorni dalla marcia degli oltre 3mila No Tav, che ha visto la partecipazione di molti amministratori della Valle, la dice più lunga di mille parole sul senso, o il non senso, di scelte di questo tipo.
L’obiettivo dell’operazione non è colpire “i violenti”, bensì il movimento nel suo insieme, che è fatto di abitanti della Valle, anzitutto, ma anche di attivisti che vengono da fuori. In quel movimento puoi trovare l’antagonista, così come il Sindaco. E le cose non sono separabili, come ha peraltro ricordato la conferenza stampa dei Sindaci No Tav del 25 luglio scorso.
Quello che non si perdona alla Val di Susa e al movimento No Tav è il fatto che esista e resista ancora, che non si sia frantumato o diviso, che abbia mantenuto radicalità e consenso. Con la sua esistenza e resistenza ricorda quotidianamente a un paese colpito duramente dalla crisi e dall’austerity l’assurdità di una grande opera tanto inutile, quanto costosa per le casse pubbliche. E, così facendo, ricorda anche l’assurdità di una politica governativa, su questo da sempre attestata sulle larghe intese, che continua ad insistere, sorda alla voce del movimento e alla ragione, arrivando persino a compiere lo scempio della militarizzazione di una valle in tempo di pace.
Molto si dirà e si scriverà ancora sul provvedimento della Procura torinese di questa mattina, ma il senso di quello che sta accadendo mi pare chiaro e limpido sin d’ora.
Così come chiara e limpida deve essere da subito la solidarietà con il movimento No Tav, perché questo è il momento di non lasciarlo da solo, perché non possiamo e non dobbiamo permettere che gli venga appiccicato addosso l’etichetta del “terrorismo”.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
Su questo blog abbiamo denunciato ripetutamente l’uso sempre più spinto e sproporzionato di strumenti repressivi per contrastare e disincentivare le lotte sociali. Il caso più estremo ed eclatante è senz’altro il ricorso ad una figura di reato inventata dal fascismo e mai abolita in periodo democratico, cioè quella di “devastazione e saccheggio”, che sta generando degli autentici mostri, come dimostra l’esito complessivo dei processi sul G8 di Genova (vedi il mio articolo Marina, Alberto e Gimmy siamo noi). Ma appunto, è soltanto il caso più estremo, poiché esistono innumerevoli modi per criminalizzare il conflitto sociale:  per un precario o un operaio anche una multa salata per blocco stradale può risultare devastante.
Per questo, specie in questi tempi di crisi occupazionale e sociale, è maledettamente importante non sottovalutare quello che sta succedendo e non stare con le mani in mano. Occorre prendere un’iniziativa e quella avviata dall’Osservatorio sulla Repressione, insieme ad altre realtà, mi pare vada nella giusta direzione. Il Manifesto per un censimento delle denunce e l’amnistia per le lotte sociali pone il problema e vuole avviare un percorso.
Per quanto mi riguarda aderisco in pieno all’iniziativa e, quindi, vi propongo di fare altrettanto, qualora ovviamente ne condividiate il senso e l’obiettivo.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Manifesto per un censimento delle denunce e l’amnistia per le lotte sociali
 
Negli ultimi mesi, fra alcune realtà sociali, politiche e di movimento, ma anche singoli compagni e avvocati, è nato un dibattito sulla necessità di lanciare una campagna politica sull’amnistia sociale e per l’abrogazione del Codice Rocco. Da tempo l’Osservatorio sulla repressione ha iniziato un censimento sulle denunce penali contro militanti politici e attivisti di lotte sociali.
Ora abbiamo la necessità, per costruire la campagna, di un quadro quanto più possibile completo, che porterà alla creazione di un database consultabile on-line. Ad oggi sono state censite 17 mila denunce.
 
Il nuovo clima di effervescenza sociale degli ultimi anni, che non ha coinvolto solo i tradizionali settori dell’attivismo politico più radicale ma anche ampie realtà popolari, ha portato a una pesante rappresaglia repressiva, come già era accaduto nei precedenti cicli di lotte. Migliaia di persone che si trovavano a combattere con la mancanza di case, la disoccupazione, l’assenza di adeguate strutture sanitarie, la decadenza della scuola, il peggioramento delle condizioni di lavoro, il saccheggio e la devastazione di interi territori in nome del profitto, sono state sottoposte a procedimenti penali o colpite da misure di polizia. Così come sono stati condannati e denunciati militanti politici che hanno partecipato alle mobilitazioni di Napoli e Genova 2001 e alle manifestazioni del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 a Roma.
 
Il conflitto sociale viene ridotto a mera questione di ordine pubblico. Cittadini e militanti che lottano contro le discariche, le basi militari, le grandi opere di ferro e di cemento, come terremotati, pastori, disoccupati, studenti, lavoratori, sindacalisti, occupanti di case, si trovano a fare i conti con pestaggi, denunce e schedature di massa. Un “dispositivo” di governo che è stato portato all’estremo con l’occupazione militare della Val di Susa. Una delle conseguenze di questa gestione dell’ordine pubblico, applicato non solo alle lotte sociali ma anche ai comportamenti devianti, è il sovraffollamento delle carceri, additate dalla comunità internazionale come luoghi di afflizione dove i detenuti vivono privi delle più elementari garanzie civili e umane. Ad esse si affiancano i CIE, dove sono recluse persone private della libertà e di ogni diritto solo perché senza lavoro o permesso di permanenza in quanto migranti, e gli OPG, gli ospedali di reclusione psichiatrica più volte destinati alla chiusura, che rimangono a baluardo della volontà istituzionale di esclusione totale e emarginazione dei soggetti sociali più deboli.
 
Sempre più spesso dunque i magistrati dalle aule dei tribunali italiani motivano le loro accuse sulla base della pericolosità sociale dell’individuo che protesta: un diverso, un disadattato, un ribelle, a cui di volta in volta si applicano misure giuridiche straordinarie. Accentuando la funzione repressivo-preventiva (Fogli di via, Daspo, domicilio coatto), oppure sospendendo alcuni principi di garanzia (leggi di emergenza), fino a prevederne l’annientamento attraverso la negazione di diritti inderogabili. È ciò che alcuni giuristi denunciano come spostamento, sul piano del diritto penale, da un sistema giuridico basato sui diritti della persona a un sistema fondato prevalentemente sulla ragion di Stato.
 
Non è quindi un caso che dal 2001 a oggi, con l’avanzare della crisi economica e l’aumento delle lotte, si contano 11 sentenze definitive per i reati di devastazione e saccheggio, compresa quella per i fatti di Genova 2001, a cui vanno aggiunte 7 persone condannate in primo grado a 6 anni di reclusione per i fatti accaduti il 15 ottobre 2011 a Roma, mentre per la stessa manifestazione altre 18 sono ora imputate ed è in corso il processo.
 
Le lotte sociali hanno sempre marciato su un crinale sottile che anticipa legalità future urtando quelle presenti. Le organizzazioni della classe operaia, i movimenti sociali e i gruppi rivoluzionari hanno storicamente fatto ricorso alle campagne per l’amnistia per tutelare le proprie battaglie, salvaguardare i propri militanti, le proprie componenti sociali. Oggi sollevare il problema politico della legittimità delle lotte, anche nelle loro forme di resistenza, condurre una battaglia per la difesa e l’allargamento degli spazi di agibilità politica, può contribuire a sviluppare la solidarietà fra le varie lotte, a costruire la garanzia che possano riprodursi in futuro. Le amnistie sono un corollario del diritto di resistenza. Lanciare una campagna per l’amnistia sociale vuole dire salvaguardare l’azione collettiva e rilanciare una teoria della trasformazione, dove il conflitto, l’azione dal basso, anche nelle sue forme di rottura, di opposizione più dura, riveste una valenza positiva quale forza motrice del cambiamento.
 
In un’ottica riformatrice le amnistie politiche sono sempre state strumenti di governo del conflitto, un mezzo per sanare gli attriti tra costituzione legale e costituzione materiale, tra le fissità e i ritardi della prima e l’instabilità e il movimento della seconda. Sono servite a ridurre la discordanza di tempi tra conservazione e cambiamento, incidendo sulle politiche penali e rappresentando passaggi decisivi nel processo d’aggiornamento della giuridicità. È stato così per oltre un secolo, ma in Italia le ultime amnistie politiche risalgono al 1968 e al 1970.
 
Aprire un percorso di lotta e una vertenza per l’amnistia sociale – che copra reati, denunce e condanne utilizzati per reprimere lotte sociali, manifestazioni, battaglie sui territori, scontri di piazza – e per un indulto che incida anche su altre tipologie di reato, associativi per esempio, può contribuire a mettere in discussione la legittimità dell’arsenale emergenziale e fungere da vettore per un percorso verso una amnistia generale slegata da quegli atteggiamenti compassionevoli e paternalisti che muovono le campagne delegate agli specialisti dell’assistenzialismo carcerario, all’associazionismo di settore, agli imprenditori della politica. Riportando l’attenzione dei movimenti verso l’esercizio di una critica radicale della società penale che preveda anche l’abolizione dell’ergastolo e della tortura dell’art. 41 bis.
 
Chiediamo a tutti e tutte i singoli, le realtà sociali e politiche l’adesione a questo manifesto, per iniziare un percorso comune per l’avvio della campagna per l’amnistia sociale.
 
A coloro che hanno a disposizione dati per il censimento chiediamo inoltre di compilare la scheda che può essere scaricata qui.
 
Schede e/o adesioni vanno inviate a:
 
 
PRIME ADESIONI AL MANIFESTO
(per ulteriori aggiornamenti visita il sito www.osservatoriorepressione.org)
 
Adesioni collettive:
ACAD, Associazione contro abusi in divisa onlus
Acoustic Impact, gruppo musicale
Assalti Frontali, gruppo musicale
Associazione Solidarietà Proletaria (ASP)
ATTAC Italia
Azione antifascista Teramo
Banda Bassotti, gruppo musicale
BandaJorona, gruppo musicale
Baracca Sound, gruppo musicale
Blocchi Precari Metropolitani, Roma
Centro sociale 28 maggio, Rovato (BS)
Coordinamento regionale dei Comitati NoMuos
Comitato Amici e Familiari Davide Rosci
Comitato di Quartiere Torbellamonaca, Roma
Comitato Piazza Carlo Giuliani, Genova
Communia, Spazio di mutuo soccorso, Roma
Confederazione dei Comitati di Base (COBAS)
Confederazione COBAS Pisa
Confederazione COBAS Terni
Consiglio Metropolitano di Roma
Coordinamento Regionale USB Umbria
CPOA Rialzo, Cosenza
CSA Depistaggio, Benevento
CSA Germinal Cimarelli, Terni
CSOA Angelina Cartella, Reggio Calabria
Ginko (Villa Ada Posse) & Shanty Band, gruppo musicale
ISM – Italia
Ital Noiz Dub System, gruppo musicale
L@p Asilo 31- Laboratorio per l’Autorganizzazione Popolare Asilo 31, Benevento
Lavoratori Autorganizzati Ministero dell’Economia e delle Finanze
Legal Team Italia
LOA Acrobax, Roma
Madri per Roma città aperta
Movimento No Tav
Occupazioni Precari Studenti OPS area Castelli romani
Osservatorio sulla repressione
Radici nel cemento, gruppo musicale
Radio Maroon, gruppo musicale
RAT – Rete Antifascista Ternana
Redgoldgreen, gruppo musicale
Rete Bresciana Antifascista
Rete 28 aprile Fiom - opposizione Cgil
Spazio Popolare Occupato S. Ermete, Pisa
Terradunione, gruppo musicale
Tribù Acustica, gruppo musicale
Unione Sindacale di Base (USB)
USB Bergamo
Wu Ming - scrittori
99 Posse, gruppo musicale
 
Adesioni individuali:
Alessandro Dal Lago
Alessandra Magrini (AttriceContro), Roma
Alfredo Tradardi, coordinatore ISM – Italia
Alfonso Perrotta, Roma
Anna Balderi, Ladispoli
Andrea Bitonto
Antonino Campenni, ricercatore Università della Calabria
Antonio Musella, giornalista, Napoli
Assia Petricelli
Beppe Corioni
Bianca «la Jorona» Giovannini, musicista
Carlo Bachschmidt, consulente tecnico processi G8
Carlo Pellegrino, medico chirurgo
Carlo TompetriniCarmelo Eramo, insegnante
Caterina Calia, avvocato, Roma
Cesare Antetomaso, Giuristi Democratici
Checchino Antonini, giornalista di Liberazione
Claudia Urzi, insegnante
Claudio Dionesalvi, insegnante
Claudio Guidotti, Roma
Cosimo Maio, Benevento
Cristiano Armati, scrittore
Cristina Povoledo, Roma
Daniela Frascati, scrittrice
Daniele Catalano
Daniele Sepe, musicista
Dario Rossi, avvocato, Genova
Davide Rosci, detenuto per i fatti del 15 ottobre 2011
Davide Steccanella, avvocato, Milano
Demetrio Conte, Counselor ed educatore, Milano
Don Vitaliano Della Sala, parroco
Donatella Quattrone, blogger
Elena Giuliani, sorella di Carlo Giuliani
Emanuela Donat Cattin, Milano
Emidia Papi, USB
Enrico Contenti, ISM-Italia
Ermanno Gallo, scrittore, cittadino
Erri De Luca, scrittore
Fabio Giovannini, scrittore e autore televisivo
Federico Mariani, Roma
Federico Micali
Francesca Panarese, Benevento
Francesco Barilli, coordinatore reti-invisibili.net
Francesco Caruso, ricercatore Università della Calabria
Francesco Romeo, avvocato, Roma
Franco Coppoli, COBAS Terni
Franca Gareffa, Dipartimento sociologia Università della Calabria
Franco Piperno, docente di Fisica, Università della Calabria
Fulvia Alberti, regista
Gabriella Grasso, Milano
Gigi Malabarba
Gilberto Pagani, avvocato, presidente Legal Team Italia
Giovanni Russo Spena, responsabile giustizia PRC
Giulia Inverardi, scrittrice
Giulio Bass, musicista
Giulio Laurenti, scrittore
Giuseppina Massaiu, avvocato, Roma
Gualtiero Alunni, portavoce Comitato No Corridoio Roma-Latina
Guido Lutrario, USB, Roma
Haidi Gaggio Giuliani, Comitato Piazza Carlo Giuliani
Italo Di Sabato, Osservatorio sulla repressione
Laura Donati
Lello Voce, poeta
Lorenzo Guadagnucci, giornalista, Comitato Verità e Giustizia per Genova
Luciano Muhlbauer
Ludovica Formoso, praticante avvocato, Roma
Luigi Fucchi, coordinamento regionale USB Umbria
Manlio Calafrocampano, musicista
Marco Arturi, Rete 28 aprile, Torino
Marco Bersani, Attac Italia
Marco Clementi, storico
Marco Di Renzo, Roma
Marco Rovelli, scrittore e musicista
Marco Spezia, Tecnico della sicurezza su lavoro, Sarzana (SP)
Mario Battisti, Roma
Mario Pontillo, responsabile carceri PRC
Massimo Carlotto, scrittore
Mc Shark, Terradunione, musicista
Michele Baronio, attore
Michele Capuano, regista-scrittore
Michele Vollaro, storico e giornalista
Miriam Marino, scrittrice, Rete ECO, AMLRP
Nando Grassi, insegnante, Palermo
Nicoletta Crocella, responsabile edizioni Stelle Cadenti
Nunzio D’Erme, Roma
Paola Staccioli, Osservatorio sulla repressione
Paolo Caputo, ricercatore Università della Calabria
Paolo Di Vetta, Blocchi Precari Metropolitani
Paolo Persichetti, insorgenze.wordpress.com
Paolo “Pesce” Nanna, comico periferico
Pasquale Vilardo, avvocato, Toma
Pino Cacucci, scrittore
Rasta Blanco, musicista
Renato Rizzo, segreteria romana Unione Inquilini
Riccardo Infantino, insegnante
Roberto Ferrucci, scrittore
Roberto Vassallo, Direttivo CGIL Milano, RSU FIOM Almaviva Milano
Rodolfo Graziani, Terni
Salvatore Palidda, Università di Genova
Serge Gaggiotti (Rossomalpelo), cantautore
Sergio Bellavita, portavoce nazionale Rete 28 aprile Fiom
Sergio Bianchi, casa editrice DeriveApprodi
Sergio Riccardi, Roma
Silvia Baraldini, Roma
Simonetta Crisci, avvocato, Roma
Stefano Ciccantelli, coordinatore circolo SEL Pineto (TE)
Stefano Poloni, Milano
Tamara Bartolini, attrice
Tatiana Montella, avvocato
Tiziano Loreti, Bologna
Valentina Perniciaro, blogger baruda.net
Valerio Evangelisti, scrittore, Bologna
Valerio Mastandrea, attore
Valerio Monteventi, Bologna
Vincenzo Brandi, ingegnere, ISM-Italia
Vincenzo Miliucci, COBAS, Roma
Vittorio Agnoletto
Wsw Wufer, musicista
 
per aderire manda mail a amnistiasociale@gmail.com
 
 
di lucmu (del 20/06/2013, in Movimenti, linkato 1233 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto il 20 giugno 2013.
 
Con la sentenza definitiva su Bolzaneto si è concluso anche l’ultimo dei grandi processi simbolo sul G8 del 2001. Sarebbe dunque tempo di bilanci e di qualche ragionamento, ma in giro sembra esserci poca voglia di farlo. Anzi, paragonato al clamore mediatico che un anno fa aveva accompagnato la sentenza Diaz, quella su Bolzaneto è passata praticamente inosservata.
Nulla di sorprendente, in fondo, perché tutti sapevamo che quella sentenza non avrebbe aggiunto nulla di nuovo. E poi, sono passati parecchi anni, quel movimento non c’è più e i tempi sono cambiati. Tutto comprensibile, per carità, eppure c’è qualcosa che non quadra, che stona terribilmente.
Già, perché alla fine della fiera, dopo tante sentenze e l’accertamento di un numero impressionante di gravi reati contro la persona, gli unici che stanno in galera, peraltro con pene allucinanti fino a 14 anni, sono alcuni manifestanti di allora, presi a casaccio e colpevoli esclusivamente di aver danneggiato delle cose. Si chiamano Marina, Alberto e Gimmy.
Peraltro, il numero degli ex manifestanti carcerati potrebbe pure crescere, visto che i condannati in via definitiva per “devastazione e saccheggio” sono dieci. Degli altri, uno è ancora irreperibile, Ines è agli arresti domiciliari e per cinque è necessario un nuovo passaggio in appello, ma limitatamente a un singolo attenuante.
Penso che abbandonare quelle persone al loro destino sia inammissibile. Umanamente, moralmente e politicamente. L’esito complessivo dei processi genovesi, con la sua manifesta disparità di trattamento, è infatti destinato a fare da precedente, a rafforzare la sensazione di impunità tra il personale degli apparati di sicurezza e a legittimare l’uso di pene sproporzionate ed esemplari contro manifestanti.
Il reato di “devastazione e saccheggio”, risalente al periodo fascista, non è certo l’unico strumento giuridico a disposizione per fini repressivi, ma è senz’altro quello più estremo e discrezionale, poiché non ti punisce per quello che hai fatto, ma per averlo fatto in determinate circostanze. Ed è così che una bagatella, come una vetrina rotta, può trasformarsi in un reato paragonabile all’omicidio. Ebbene sì, perché la pena prevista per devastazione e saccheggio è tra 8 e 15 anni, mentre quella per omicidio preterintenzionale è tra 10 e 18 anni e quella per omicidio colposo non supera i 5 anni.
Quando giustamente ci indigniamo per la brutalità della repressione in Turchia, dovremmo ricordarci anche di questo, specie ora, visto che quel tipo di accusa viene utilizzato in maniera sempre più disinvolta, come sembrano indicare i processi per i fatti di Roma del 15 ottobre 2011.
L’altra faccia della medaglia, altrettanto grave, è l’impunità degli apparati repressivi. Nessuno pagherà per le violenze della Diaz e di Bolzaneto, mentre per l’omicidio di Carlo Giuliani non c’è stato nemmeno il processo. Beninteso, la questione non è invocare la galera per i poliziotti, ma comprendere che l’impunità genera mostri. Siamo sicuri che i casi Aldrovandi, Cucchi, Uva, Ferrulli eccetera non c’entrino con tutto questo? O che non c’entri il fatto che i reparti antisommossa italiani riescano a resistere al numero identificativo sul casco, quando persino i loro colleghi turchi ce l’hanno?
Insomma, qui non si tratta di dibattere sul passato, bensì di costruire ora e qui una battaglia politica per l’abrogazione del reato di “devastazione e saccheggio”, per l’introduzione di norme cogenti che pongano fine all’impunità, a partire da una legge sulla tortura, e per un’amnistia per i reati sociali, che possa restituire la libertà anche a Marina, Alberto e Gimmy.
 
 
Quando stamattina è arrivata la notizia, ho dovuta rileggerla più volte. Infatti, era di quelle che fatichi a prendere per buona subito: 7 arresti per i fatti del 6 maggio scorso, quando a Milano i reparti antisommossa avevano fatto irruzione in Università Statale per zittire la protesta contro lo sgombero della libreria autogestita ex Cuem.
Ma come? Quel giorno non ci fu certo una guerriglia urbana, ma soltanto cariche della polizia all’interno dell’ateneo, cosa che peraltro a Milano non succedeva da qualche decennio, contro studenti e giovani che protestavano. Eppure, oggi sette giovani sono stati messi agli arresti domiciliari e altri tre hanno subito delle perquisizioni. In totale, secondo la Questura, sarebbero 32 i giovani deferiti per varie ipotesi di reato (resistenza a pubblico ufficiale, violenza, danneggiamento, lesioni aggravate, istigazione a delinquere, travisamento, porto di oggetti atti a offendere). Da parte mia, esprimo solidarietà agli arrestati e denunciati.
Gli odierni provvedimenti di polizia appaiono di per sé eccessivi e sproporzionati, come peraltro lo era l’ingresso della celere in università il 6 maggio scorso, ma se poi paragoniamo la mano dura contro gli studenti della ex Cuem con la iper-tolleranza mostrata da Questura e Prefettura nei confronti del raduno neonazista di sabato scorso, allora cascano proprio le braccia!
Già, perché sabato scorso a Milano il giro degli Hammerskins, di orientamento dichiaratamente nazista, aveva organizzato un raduno internazionale. La notizia del raduno nazi non era trapelata, il Sindaco ha denunciato che Questore e Prefetto l’avevano tenuto all’oscuro e questi ultimi hanno dichiarato che non c’era problema con quel raduno, che secondo loro si poteva tranquillamente tenere (ma l’apologia di fascismo non era reato?). Morale della storia: il raduno neonazista si è effettivamente svolto, nella città Medaglia d’Oro della Resistenza.
Insomma, il Questore Savina non era mai riuscito a conquistarsi le simpatie dei movimenti e della sinistra milanese, considerato anche che aveva esordito in città con l’irresponsabile intervento al rave di Cusago. Ma lo strabismo mostrato in questi giorni, con gli eccessi repressivi contro l’ex Cuem e con l’accondiscendente tolleranza nei confronti del peggio del peggio del neonazismo nostrano, è la goccia che fa traboccare il vaso. In altre parole, in via Fatebenefratelli c’è un problema grosso come una casa!
 
Luciano Muhlbauer
 
 
Stop alla repressione poliziesca del governo Erdogan e solidarietà con il movimento che da quasi due settimane riempie le piazze e  le strade delle città turche. Sono queste le ragioni del presidio che si terrà oggi, mercoledì 12 giugno, dalle ore 18.00, davanti al Consolato della Turchia di Milano, in via Larga 19 (praticamente di fronte agli uffici comunali).
Il presidio è stato convocato in seguito alla drammatizzazione della situazione di ieri, con la scelta del governo turco di sgomberare piazza Taksim e, più in generale, di stroncare il movimento con la forza, compresi l’arresto di molti avvocati e l’imposizione di una censura ancora più rigida sul sistema informativo.
È decisamente giunto il momento di fare sentire anche a Milano la solidarietà con i giovani turchi in movimento e il nostro ripudio totale nei confronti della scelta repressiva e autoritaria del governo Erdogan. Già, perché nella nostra città gli unici a farsi vivi con la loro solidarietà sono stati finora i collettivi e le reti degli studenti.
A piazza Taksim e in tutta la Turchia i giovani si stanno battendo per la laicità e la democrazia, contro l’autoritarismo e contro la mercificazione degli spazi urbani, per appropriarsi del loro futuro. Sono cose che ci riguardano, o no?
Il presidio è stato lanciato dai soli Arci, Cgil, Sel e Rifondazione (sotto potete trovare il comunicato), non per limitare le adesioni, ma semplicemente per accelerare al massimo i tempi e riuscire a realizzare l’iniziativa ancora oggi.
Pertanto, invito tutte le realtà solidali con il movimento turco, che vogliono esprimere il ripudio per la brutale repressione, a partecipare a far circolare le loro adesioni in rete e con propri comunicati.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Solidarietà ai manifestanti e ai movimenti di Gezi Park
 
Le drammatiche notizie che giungono dalla Turchia, la feroce repressione messa in atto dal governo contro i cittadini che manifestano pacificamente, ci impongono di rompere il silenzio per chiedere:
  • la fine delle violenze contro i manifestanti;
  • la fine degli arresti di massa e il rilascio di tutti i manifestanti arrestati e la garanzia che contro di loro non vengano avviati procedimenti amministrativi o giudiziari;
  • il pieno rispetto del diritto alla libertà di espressione, di manifestazione e assemblea per tutti i cittadini;
  • la garanzia della libertà di stampa e di espressione per giornalisti, bloggers, attivisti dei social media;
Per chiedere questo ci troveremo tutti alle ore 18 sotto il consolato turco di Milano, in via Larga 19.
In quell'occasione chiederemo un incontro al Console Generale Turco a Milano per esprimere la nostra condanna della politica repressiva messa in atto dalle autorità di Ankara nei confronti dei loro cittadini.
 
Arci, Cgil, Prc, Sel
 
 
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