Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
di lucmu (del 22/01/2011, in Lavoro, linkato 895 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 22 gennaio 2011 con il titolo “Mirafiori, un no che pesa”.
 
Nella politica e nella vita esistono meteore e fatti costituenti. Pomigliano e Mirafiori appartengono indubbiamente alla seconda fattispecie. Con essi, molto semplicemente, è cambiato il quadro entro il quale dobbiamo ragionare, progettare ed agire.
Certo, per molti versi è piovuto sul bagnato, perché una moltitudine di lavoratori e lavoratrici, tra precarietà, outsourcing e polverizzazione dell’impresa, sta vivendo da molto tempo quanto Marchionne pretende oggi dagli operai. Ma, come insegnano i classici, ci sono dei momenti in cui l’accumulo di quantità si traduce in un salto di qualità e quanto sta avvenendo in Fiat rappresenta e incarna esattamente questo.
Mettere in discussione l’insieme dei diritti e delle libertà conquistati dai lavoratori negli anni ’60-’70, o persino quelli codificati nella Costituzione repubblicana, non in un qualche sottoscala di periferia, ma al centro, in un luogo simbolico e sfidando sulla pubblica piazza la più combattiva categoria sindacale, significa innescare una valanga che tende a travolgere e ridisegnare tutto.
Infatti, a soli sei mesi dal referendum di Pomigliano, la cosiddetta “eccezione” è sbarcata a Mirafiori e domani toccherà, come ha subito chiarito Marchionne, anche a Cassino e Melfi. Peraltro, nel frattempo l’accordo capestro è pure peggiorato, considerato che ora l’abolizione dell’elezione dei delegati sindacali e l’espulsione dalla fabbrica dei dissidenti, cioè di Fiom e sindacati di base, sono norma contrattuale.
L’operazione di Marchionne, inoltre, era fuoriuscita quasi subito dai confini Fiat, trasformandosi in richieste sempre più diffuse di derogare al contratto nazionale e sfociando il 29 settembre scorso in un apposito accordo nazionale tra i ligi Fim e Uilm e Federmeccanica. Ma non era che l’inizio.
E così, all’indomani del referendum-ricatto di Mirafiori, il Ministro Sacconi ha precisato che il contratto aziendale “non è tanto deroga al contratto nazionale, ma legittima uscita da esso”. Poi, il giorno dopo, Federmeccanica, in accordo con Confindustria, ha chiesto pubblicamente ai sindacati di introdurre il principio della “alternatività” tra contratto aziendale e nazionale.
In altre parole, la valanga sta travolgendo anche i contratti separati di chi, come Cisl e Uil, ha pensato di poter cavalcare la tigre. A meno che, ovviamente, Bonanni non fosse sin dall’inizio pienamente consenziente rispetto alla riduzione dei sindacati a semplici strutture di vigilanza dell’azienda. Ma in tal caso, dovrebbe spiegarlo ai suoi iscritti.
Insomma, siamo all’idea della tabula rasa. Niente più diritti e libertà sul luogo di lavoro e niente contrattazione collettiva, ma soltanto contratti individuali e comando esclusivo del padrone. Una concezione totalitaria dell’impresa, che non tollera rappresentanza autonoma del lavoro, conflitto e democrazia, e che gode del tifo militante del Governo Berlusconi, il quale si appresta a varare la revisione dello Statuto dei Lavoratori.
Con quella concezione non si può trattare o mediare. In gioco è il modello sociale - e non solo - per il dopo-crisi e, pertanto, il pareggio non è previsto. Così stanno le cose, altro che la lotta di classe non c’è più, e far finta di non capirlo è di una miopia tremenda.
Eppure, sebbene il fronte sociale e politico pro-referendum fosse talmente ampio e trasversale da sembrare invincibile, l’offensiva di Marchionne ha trovato una resistenza straordinaria e sorprendente proprio nei soggetti più ricattati, perché in cassa integrazione e minacciati di chiusura della fabbrica, cioè gli operai e le operaie di Pomigliano e Mirafiori. Anzi, nonostante la pistola puntata e una campagna mediatica senza precedenti, il “no” di Mirafiori è stato ancora più rumoroso di quello di Pomigliano.
Ed è stata quella resistenza operaia, con il suo carico di dignità e determinazione, ad aver cambiato a sua volta il quadro generale. Non solo ha rimesso al centro del dibattito politico il lavoro e la questione sociale, diradando per un attimo i fumi tossici del bunga bunga, ma ha anche provocato, anzitutto grazie all’azione limpida ed intelligente della Fiom, una convergenza di lotte e movimenti, a partire da quello degli studenti. Insomma, ha agito da centro di gravità, favorendo l’emergenza di un possibile fronte sociale alternativo.
Oggi e qui la possibilità di definire un modello, un percorso e una pratica alternativi passa necessariamente da lì. E, aggiungiamo, da lì passano anche le strade per rifare una sinistra politica all’altezza della situazione.
Per questo è importante e prezioso il seminario/meeting nazionale di “Uniti contro la crisi” che inizia oggi al Cso Rivolta di Marghera (Ve). Ma soprattutto è fondamentale e decisivo lavorare per la riuscita e la generalizzazione dello sciopero nazionale dei metalmeccanici del 28 gennaio, proclamato dalla Fiom, utilizzando a questo fine anche le proclamazioni di sciopero di tutte le categorie promosse dai sindacati di base.
 
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Marchionne ha vinto, ma non ha stravinto e tanto meno convinto. Niente plebiscito, niente trionfi. Nonostante il referendum fosse un ricatto bello e buono (o fai come dico io oppure ti chiudo la fabbrica), nonostante il tifo per il sì di governo, mezza opposizione e buona parte del sistema mediatico e, infine, nonostante una partecipazione al voto massiccia, di oltre il 94% degli aventi diritto, il sì ha prevalso soltanto di misura, cioè con uno striminzito 54%, e grazie all’apporto determinante del voto degli impiegati.
Infatti, quel 54% andrebbe depurato dal voto degli impiegati, il cui seggio ha visto un’affermazione bulgara dei sì (421 sì, 20 no), anche in considerazione del fatto che a Mirafiori gli impiegati sono toccati soltanto marginalmente dalle “innovazioni” di Marchionne e, soprattutto, che svolgono spesso mansioni di capi.
Ebbene, senza quel plebiscito nel seggio degli impiegati, il sì non ce l’avrebbe fatta, come dimostrano i numeri: hanno votato 5.119 lavoratori (il 94,2% degli aventi diritto), i sì sono  stati 2.735 (54,05%), i no 2.325 (45,95%) e le schede bianche e nulle 59.
In particolare, il no ha vinto in tutti i quattro seggi del reparto montaggio (complessivamente 1.576 no e 1.382 sì) e in uno dei due seggi del reparto lastratura. In altre parole, il voto negativo è stato più forte proprio laddove l’intensità del lavoro è maggiore e dove l’accordo incide maggiormente sulle condizioni di lavoro.
Insomma, sette mesi dopo il primo referendum-ricatto di Pomigliano, quando i sì prevalsero con il 62%, anche in quel caso con il contributo decisivo del seggio di impiegati e capi, l’offensiva degli amerikani Marchionne ed Elkann sembra perdere vigore persuasivo, mentre continua invece in piedi la resistenza di quella Fiom -e dei sindacati di base presenti nel gruppo Fiat-, data per spacciata già tante volte, derisa dai “modernizzatori” del Pd, attaccata e insultata dai Sacconi e dai Bonanni e messa sul banco degli accusati persino nella stessa Cgil.
Con questo non vogliamo ovviamente cantare vittoria, che sarebbe una sciocchezza da apprendisti stregoni. La crisi picchia duro, la precarietà, la cassa integrazione e la disoccupazione sono in agguato dappertutto e il fronte di quelli che pensano che questo sia il momento per poter osare il tutto e subito, cioè la cancellazione dei diritti e delle libertà dei lavoratori e delle lavoratrici, è ampio, potente e trasversale.
Ma guardare alla realtà per quella che è, prendere atto che delle volte dire di no ai ricatti non è solo necessario e giusto, ma anche e soprattutto possibile, è un esercizio di sano realismo, che deve animarci a moltiplicare i nostri sforzi per generalizzare lo sciopero dei metalmeccanici del 28 gennaio.
Infatti, quella di Mirafiori è stata una battaglia fondamentale, che peralto ha pesato integralmente sulle spalle degli operai e delle operaie della Fiat di Mirafiori, ma in fondo, in un senso o nell’altro, non è che un inizio. Insomma, la strada è ancora lunga e faticosa, ma Pomigliano prima e Mirafiori ora ci dicono che possiamo e dobbiamo percorrerla.
 
Luciano Muhlbauer
 
Cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo integrale dell’accordo separato su Mirafiori, oggetto del referendum-ricatto del 13-14 gennaio e firmato il 23 dicembre scorso tra Fiat Group Automobiles S.p.A. e Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Associazione Capi e Quadri Fiat.
 

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Abbiamo già argomentato su questo blog la necessità di generalizzare lo sciopero dei metalmeccanici di venerdì 28 gennaio, proclamato dalla Fiom. E sicuramente lo faremo ancora, comunque vada il referendum-ricatto di Mirafiori di questi giorni. Ma per poter generalizzare lo sciopero ci vuole anche e anzitutto la possibilità materiale e giuridica di poter scioperare nelle altre categorie.
E, premetto subito, che questa possibilità c’è, sia nel settore privato, che in quello pubblico. Ma ecco il riepilogo della situazione ad oggi, perché tutti quelli e tutte quelle che vogliono partecipare anche individualmente allo sciopero (diritto peraltro previsto dalla Costituzione) e/o promuovere lo sciopero sul proprio posto di lavoro abbiano a disposizione almeno le informazioni essenziali.
 
Allo stato, risulta proclamato lo sciopero generale nazionale - cioè per tutte le categorie pubbliche e private - per l’intera giornata del 28 gennaio da parte della Confederazione Cobas e dell’Usi-Ait (vedi anche l’allegato).
Inoltre, per completezza di informazione, segnalo che esistono per il 28 anche delle specifiche proclamazioni di sciopero per il comparto Scuola (Cobas Scuola e Cub) e per il comparto Università (Cub), nonché delle proclamazioni territoriali (valide sempre per tutte le categorie sul territorio provinciale), come quella dell’Usb di Livorno.
Per quanto riguarda invece le varie categorie della Cgil, non risulta al momento indetto alcuno sciopero e, visti i tempi tecnici e procedurali necessari, specie nel pubblico impiego, è assai improbabile che questo scenario cambi.
Comunque, per essere aggiornati quasi in tempo reale sugli scioperi e per informarvi su eventuali interventi limitativi nei confronti degli scioperi proclamati -che ad oggi tuttavia non risultano-, per quanto riguarda i settori, gli enti e le aziende sottoposte alla regolamentazione di cui alla legge n. 146/2000, vi consiglio vivamente il sito della Commissione di garanzia dell'attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali (nell’elenco che troverete lì ci sono anche degli scioperi nelle ferrovie promossi dalle oo.ss. confederali, ma si tratta di coincidenze temporali e non c’entrano nulla con la generalizzazione dello sciopero della Fiom e delle sue motivazioni).
 
Da un punto di vista formale e giuridico, tutti i lavoratori e le lavoratrici dipendenti sono dunque “coperti” da proclamazioni di scioperi nelle categorie pubbliche e private. Tuttavia, attenzione, perché quest’affermazione generale va poi rapportata alla realtà concreta.
 
Quindi, eccovi alcune avvertenze e sottolineature:
 
- le proclamazioni di sciopero generale per il 28 gennaio prevedono l’esclusione delle aziende del trasporto locale e ferroviario. Questo è dovuto al fatto che la normativa in materia di limitazione del diritto di sciopero è particolarmente complessa ed incisiva nel settore trasporti. Quindi, i lavoratori di quei settori NON sono coperti dalle proclamazioni di sciopero già effettuate;
 
- se lavorate in un ente o in un’azienda dove ci sono dei servizi o attività classificate come servizi minimi essenziali, ai sensi della 146, informatevi prima sulle modalità dello sciopero;
 
- in tutti i comparti del pubblico impiego, fermo restando quanto detto sui servizi minimi essenziali, siete coperti anche individualmente dalle proclamazioni generali.
Tuttavia, anche qui, abbiate cura anzitutto che la vostra amministrazione sia a conoscenza delle proclamazioni (vedi allegato), cosa che dovrebbe in teoria essere, ma la realtà è a volte diversa, specie nelle realtà più piccole o periferiche.
E, in secondo luogo, laddove ci sono delegati sindacali o sindacati interni, anche diversi da quelli che hanno proclamato lo sciopero generale, che però sostengono lo sciopero del 28, è utile che questi facciano una comunicazione formale di adesione all’amministrazione, anche al fine di comunicare un’eventuale specifica articolazione dello sciopero. Questo è importante perché, ad esempio, la proclamazione nazionale dice “per l’intera giornata” e quindi l’amministrazione potrebbe trattenervi in busta paga 8 ore, anche nel caso che il vostro orario normale di venerdì è di sole 4 ore, come in diversi enti pubblici. E questa comunicazione sindacale interna va inviata alla direzione del personale 10 giorni prima dello sciopero, cioè entro lunedì 17 gennaio;
 
- come detto, lo sciopero generale copre tutte le categorie del privato, ma siccome la situazione è quella che è dal punto di vista dei diritti (in fondo con Marchionne piove un po’ sul bagnato) e la precarietà è ovunque, informatevi, verificate e, se avete qualche dubbio, contattate qualche delegato o sindacato di cui vi fidate e/o che ha proclamato lo sciopero per il 28.
 
Insomma, generalizzare lo sciopero si può, perché ci sono le proclamazioni e la copertura formale e giuridica. E lo possono fare anche i lavoratori, delegati o settori sindacali della Cgil che pensano davvero che la Fiom non vada lasciata da sola.
 
In allegato, cliccando sull’icona qui sotto, potete scaricare le proclamazioni dello sciopero generale della Confederazione Cobas e dell’Usi-Ait.
 
Ci vediamo il 28 gennaio!
 
Luciano Muhlbauer
 

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Il rilancio ufficiale dell’Accordo di programma sull’area ex Alfa Romeo, già bocciato dal Consiglio comunale rhodense, non rappresenta solo uno schiaffo alla cittadinanza di Rho, ma getta un’ombra inquietante sul comportamento dell’insieme del centrodestra lombardo e, in modo particolare, della Lega Nord.
Infatti, mentre a Rho la Lega rivendica a parole la sua opposizione al piano Alfa e la sua vicinanza alle ragioni dei commercianti locali, al Pirellone è stata invece tra i protagonisti della riproposizione di quello stesso piano, compresa la contestatissima ipotesi del mega centro commerciale, e dell’esclusione dall’accordo del Comune di Rho.
Ma riepiloghiamo anzitutto i fatti. Il 22 dicembre scorso, senza dare troppa pubblicità alla cosa, si è riunito il Comitato dei rappresentanti dei soggetti coinvolti nell’Accordo di programma (Regione, Provincia di Milano, Comuni di Arese e Lainate, nonché le società private Abp s.r.l., Aglar s.p.a. e Zaffiro 2000 s.r.l.) e ha deciso di escludere il Comune di Rho, rifiutando dunque di confrontarsi con le proposte di modifiche al piano che stavano alla base della bocciatura, e di promuovere un nuovo Accordo.
La strada di un nuovo AdP era obbligata, vista la bocciatura rhodense, ma basta leggere il testo della conseguente delibera della Giunta regionale, la n. 1156 approvata in tempo record il 29 dicembre, per capire che prevale il principio del non cambiare praticamente nulla, se non i confini, lasciando appunto fuori il territorio di Rho.
Infatti, si ribadisce a chiare lettere la “necessità di consentire ai Comuni … e alle proprietà interessate di portare a compimento gli interventi già avviati e le iniziative progettate, a livello pubblico e privato, senza ulteriori ritardi”.
E se non è ancora chiaro il messaggio, basta ricordare che si stabiliscono tempi talmente stretti per la conclusione dell’intera procedura, cioè entro la fine del 2011, da rendere ogni ipotetica modifica sostanziale semplicemente velleitaria e che tra i firmatari dell’Accordo troviamo anche quei soggetti privati (Aglar e Zaffiro) che prima di natale avevano chiesto incredibilmente al Comune di Rho un risarcimento danni, causa non approvazione dell’AdP, di oltre 50 milioni di euro.
Insomma, niente dialogo con il territorio e con le organizzazioni del lavoratori, ma riproposizione brutale di un piano che prevede pochissima reindustrializzazione, ma tanta edilizia e, soprattutto, un mega centro commerciale.
E tutto questo è avvenuto sotto le feste, senza informare la cittadinanza e con la piena collaborazione della Lega, cioè di quella forza politica che a Rho fa finta di non essere d’accordo con Cl e di essere totalmente estranea alla fallimentare esperienza amministrativa dell’ex Sindaco Zucchetti.
Infatti, non solo la Lega è rappresentata più che bene in quella Giunta regionale che prima di andare a festeggiare il capodanno ha approvato il rilancio dell’AdP, avendo diversi assessori e il vicepresidente, cioè Gibelli, ma la delibera in questione era stata addirittura proposta da un gruppo di assessori, tra cui figura anche Daniele Belotti, l’assessore leghista al territorio.
In altre parole, la Lega deve chiarire immediatamente a che gioco sta giocando, perché quella storia del partito di lotta e di governo, a seconda delle convenienze, non è più accettabile, specie quando parliamo di una vicenda che riguarda la più grande area dismessa della Lombardia e interessi economici enormi, come dimostrano peraltro i due incendi dolosi all’ex-Alfa di questi ultimi giorni, guarda caso avvenuti nelle immediate vicinanze di una delle possibili localizzazione del centro commerciale.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
qui sotto puoi scaricare il nuovo AdP, cioè la delibera della Giunta regionale n. 1156, approvata il 29 dicembre 2010
 

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di lucmu (del 09/01/2011, in Lavoro, linkato 1011 volte)
E dopo l’Epifania, che tutte le feste le porta via, ricominciamo da dove abbiamo lasciato. Anzi, riprendiamo un po’ peggio, perché qualcuno, cioè Marchionne & C., non si è fermato nemmeno durante le feste, utilizzando le vigilie di natale e capodanno per proseguire sulla strada tracciata sin dal referendum-ricatto di Pomigliano e per firmare nel giro di una sola settimana gli accordi di Mirafiori (23 dicembre) e di Pomigliano (29 dicembre).
Voglio qui evitarci l’analisi dettagliata dei due contratti, perché in questi giorni se ne riescono a recuperare a volontà sulla stampa o nella rete, ma soprattutto perché è utile concentrarci su alcune considerazioni.
Primo, vi è una differenza, un salto di qualità tra l’accordo separato di Pomigliano del giugno scorso e i due accordi separati firmati ora. Quello di sei mesi fa contava poco più di 20 pagine e nella sua forma non si configurava come un contratto di lavoro, mentre gli accordi attuali, ben più corposi e dettagliati, si configurano invece come contratti di lavoro a tutti gli effetti, con l’aggravante che non derogano più al contratto nazionale, ma molto più banalmente lo disapplicano, lo sostituiscono e lo cancellano.
Secondo, per quanto riguarda gli effetti sulle condizioni di lavoro per gli operai e le operaie, sostanzialmente si conferma quanto già contenuto nell’accordo di Pomigliano di sei mesi fa, cioè ritmi intensificati, pause ancora più ridotte, aumento dell’orario di lavoro e dello straordinario obbligatorio, assenze per malattie non necessariamente retribuite ecc.
Terzo, in relazione ai diritti sindacali e democratici dei lavoratori, invece, si registra un’ulteriore e gravissima stretta, già presente allo stato embrionale nell’accordo di giugno, ma ora esplicitata e formalizzata, sia per Pomigliano, che per Mirafiori. Infatti, oltre a confermare l’incredibile principio che un lavoratore che sciopera può essere sanzionato, si è aggiunta addirittura l’abolizione tout court delle elezioni dei rappresentanti sindacali e l’espulsione dall’azienda di quei sindacati (leggi: Fiom e sindacati di base) che non firmano il contratto di Marchionne.
In altre parole, secondo quei due accordi (vedi accordo Mirafiori e accordo Pomigliano), gli operai non potranno più scegliere i loro “rappresentanti” mediante il voto, ma questi verranno nominati dalle organizzazioni sindacali scelti da Marchionne. Insomma, democrazia abolita e sindacato trasformato in guardiano del padrone. Né più, né meno.
Quarto, il fatto che siamo passati nel giro di soli sei mesi da Pomigliano a Mirafiori, cuore anche simbolico della Fiat in Italia, e che in questi giorni si sia scatenata una campagna mediatica e d’opinione senza precedenti a favore dell’approccio Marchionne-Bonanni-Governo, dimostra definitivamente che Pomigliano non era un’eccezione alla regola, ma l’inizio dell’assalto alle regole stesse. In Fiat, nelle relazioni sindacali di tutto il paese e nella legislazione del lavoro.
Beninteso, lo ribadiamo ancora una volta, non si tratta di un complotto, bensì di una convergenza di interessi, diversi tra di loro, attorno un obiettivo ritenuto capace di scardinare l’insieme di quel sistema di diritti e regole conquistato dai lavoratori nel passato recente.
Ebbene, stando così le cose, appaiono ancora più gravi i balbettii, se non le posizioni apertamente favorevoli ai progetti di Marchionne & C., che si registrano in diversi e non indifferenti settori dell’opposizione, a partire dal Pd e nella stessa Cgil.
Il 13 e il 14 gennaio prossimi gli operai e le operaie di Mirafiori voteranno nel referendum-ricatto imposto da Marchionne, il quale ha già fatto sapere che o votano come vuole lui oppure chiude la fabbrica. E, ovviamente, in omaggio allo spirito dell’accordo sottoposto a referendum, i lavoratori appena rientrati dall’ennesimo periodo di cassa integrazione non potranno fare neanche mezza assemblea prima del voto, giusto per informarsi e discutere con i colleghi. No, niente assemblee in fabbrica, sono cose inutili. Così hanno deciso Fim, Uilm e Fismic di comune accordo con la Fiat.
Insomma, un referendum che assomiglia maledettamente a una pistola puntata alla tempia e che non potrà certo essere nobilitato da “firme tecniche” ex post, come aveva chiesto Susanna Camusso.
Da parte mia, ritengo che attorno alla battaglia della Fiom, che è appunto questione generale, debba svilupparsi il massimo di convergenza di interessi nostra, cioè di quei movimenti e quelle forze sindacali e politiche che ritengono che l’uscita dalla crisi non stia nella svendita dei diritti e delle libertà di chi lavora.
E questo significa, anzitutto, mobilitarsi subito, non lasciare da soli gli operai e le operaie che non si vogliono far imbavagliare e, molto concretamente, lavorare sin da subito per la piena riuscita della giornata di mobilitazione del 28 gennaio prossimo, giorno per il quale la Fiom ha proclamato lo sciopero generale di otto ore dei metalmeccanici.
Ci saranno manifestazioni regionali in tutta Italia il 28 (in Lombardia a Milano) e c’è anche l’appello rivolto dalla Fiom a tutto lo schieramento del 16 ottobre scorso di esserci. I primi riscontri positivi ci sono già (sindacalismo di base, Uniti contro la crisi, appelli vari ecc.), ma il tempo è poco e l’avversario è potente.
Quindi, molto semplicemente, non stiamo a guardare e diamoci una mossa.
 
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La Fornace sgomberata era risorta già ieri notte, ma il Sindaco ciellino Zucchetti, principale istigatore di quello sgombero, non si rialzerà più dalla sua caduta di questa mattina. È questa la morale di quanto accaduto nella città di Rho in questi primi giorni del 2011 e, nel contempo, anche un augurio per il futuro.
In pochi a Rho rimpiangeranno Zucchetti, uno dei peggiori Sindaci che la città abbia mai avuto.
Incapace di amministrare, molto attento alle esigenze dei capi di Comunione e Liberazione, specie di quello che siede all’ultimo piano del Pirellone, ma totalmente insensibile alle esigenze dei cittadini del suo territorio, come aveva dimostrato la vicenda del piano Alfa.
Sempre interessato a seguire con tenacità gli affari suoi, come il tentativo incessante di trasformare la destinazione d’uso dei terreni agricoli di sua proprietà, ma poi addirittura platealmente assente, sebbene ufficialmente invitato, quando in Regione Lombardia si discuteva del taglio dei treni pendolari da Rho.
La lista potrebbe continuare a lungo, ma la conclusione sarebbe sempre la medesima: un’esperienza amministrativa fallimentare su tutta la linea e pesantemente inquinata dal conflitto di interessi di Zucchetti.
Un’esperienza talmente negativa che stamattina a Rho a firmare congiuntamente le dimissioni non erano soltanto i 13 consiglieri comunali di opposizione, ma anche 4 della maggioranza. Cioè, anche una parte del suo partito, il Pdl, non ha più retto Zucchetti, contribuendo dunque alla sua caduta, al commissariamento del Comune e al ricorso alle elezioni anticipate.
Zucchetti non c’è più, ma la Fornace c’è ancora, nel nuovo spazio di via Moscova 5, una ex-fabbrica abbandonata. Ed è giusto così, perché alla faccia delle tante sciocchezze che si sono lette ancora oggi sulle ragioni dello sgombero, l’unico vero e autentico motivo dell’insensata azione di forza di ieri mattina era la volontà di zittire e punire una delle più serie voci di opposizione e denuncia del malgoverno di Zucchetti.
Alla Fornace auguriamo lunga vita, all’ormai ex-Sindaco che debba rispondere dei suoi intrallazzi nelle sedi opportune e alla cittadinanza di Rho che con le elezioni anticipate torni ad amministrare il territorio una coalizione che guardi in basso e a sinistra e non semplicemente agli affari suoi e degli amici.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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Lo sgombero del centro sociale Sos Fornace di Rho (MI), eseguito questa mattina da un ingente spiegamento di forze di polizia, è un atto osceno che non trova giustificazione alcuna, se non nell’interesse politico di voler eliminare una voce di denuncia delle speculazioni legate ad Expo 2015 e negli interessi personali e privati di Roberto Zucchetti, che non è soltanto il traballante Sindaco di Rho, ma anche proprietario di diversi terreni coinvolti in operazioni speculative.
Ma se sospetti sono i motivi di questo sgombero, ancora più sospetti lo sono i tempi. Infatti, il Sindaco ciellino, protagonista di un’esperienza amministrativa fallimentare e fortemente segnata dal suo conflitto di interessi, rischia concretamente di non arrivare alla fine di gennaio, considerato che allo stato non dispone più di una maggioranza in Consiglio comunale.
Insomma, quella strana fretta di sgomberare durante le feste sembra dovuta proprio all’esigenza di mettere in sicurezza alcuni affari del Sindaco, prima che questi torni a fare il privato cittadino. Infatti, con questo sgombero Zucchetti non solo si vendica di uno dei suoi più determinati oppositori politici, ma en passant allontana anche la fastidiosa presenza dei ragazzi e delle ragazze della Fornace dai confini di una sua proprietà personale.
Ebbene sì, perché il Sindaco Zucchetti a quel terreno che si trova a soli 10 metri dalla Fornace ci tiene proprio tanto, visto che aveva tentato già in precedenza di trasformalo da agricolo in edificabile nel progetto di Pgt (Piano di governo del territorio) di Rho. Tentativo per ora arenato, perché l’intera procedura urbanistica è da rifare, a causa delle tante, troppe irregolarità e illegittimità, denunciate a suo tempo anche dalla Fornace con esposto ai Carabinieri.
Peraltro, la vicenda del terreno vicino alla Fornace non è nemmeno un caso isolato, visto che il Sindaco è proprietario anche di un altro terreno agricolo, che ora dovrebbe cambiare destinazione d’uso, grazie a una convenzione tra Comune di Rho e Provincia di Milano sulla nuova sede del Liceo Rebora.
Anche in questo secondo caso è la fretta a farla da padrona, visto che la Giunta provinciale ha deliberato il nulla osta alla convenzione pochi giorni prima di natale e che il Consiglio provinciale, con un’efficienza procedurale senza precedenti, sarà chiamato a ratificarlo a metà gennaio.
Tuttavia, a questo punto qualcuno potrebbe obiettare che tutto questo è certamente uno schifo, ma che la Fornace era pur sempre uno spazio occupato e che la proprietà reclamava la sua restituzione. Ebbene, tralasciando qui tutti i ragionamenti sulle aree dismesse e sugli spazi sociali, a questo proposito andrebbe ricordato che la Fornace ha da tempo formalizzato la sua volontà e il suo interesse di trovare delle soluzioni condivise e che questa disponibilità al dialogo aveva trovato degli interlocutori persino in alcuni esponenti della maggioranza di centrodestra.
Ma il Sindaco Zucchetti si era sempre opposto a ogni forma di dialogo, continuando invece ad esercitare pressioni sulla Prefettura per un intervento di forza. Evidentemente, questa volta il Sindaco ciellino, sebbene i suoi conflitti di interessi fossero più che noti, ha trovato ascolto e complicità, perché in fondo nell’Italia della compravendita di parlamentari un affaruccio non si nega a nessuno e, poi, fa tanto comodo zittire quei rompiballe che parlano di speculazioni.
Da parte nostra, esprimiamo la nostra completa solidarietà ai ragazzi e alle ragazze della Fornace, invitando tutti a partecipare al presidio con corteo davanti al Comune di Rho che la Fornace ha convocato per le 20.30 di stasera.
E, infine, ci auguriamo vivamente che presto la Fornace trovi un nuovo spazio, dove continuare quell’attività di denuncia e di opposizione che è un valore aggiunto per Rho e per tutto il nordovest milanese.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 23/12/2010, in Movimenti, linkato 733 volte)
Quest’anno non è facile fare gli auguri.
le nubi si ostinano a stazionare sulle nostre teste,
i viandanti temono il viaggio e i navigatori la traversata.
eppure, qualche raggio di luce ha osato sfidare il buio, i falsi profeti e i guardiani dell’immutabilità delle cose.
qualche raggio di luce ha infranto il silenzio dell’oscurità.
di qui un operaio che con antica fierezza esclama no signore, di là uno studente che si ribella al furto del suo futuro.
non è ancora l’alba di un nuovo giorno, of course, ma senz’altro è la prova lampante che questa arriverà, prima o poi. basta crederci.
e allora, auguriamoci un 2011 illuminato da tanti raggi di luce.
 
Auguri! Buone feste.
Luciano Muhlbauer
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Game over. Dopo una giornata convulsa e tesa, i neonazisti di Forza Nuova sono costretti a gettare la spugna. In serata i capi di Fn hanno annunciato che sabato pomeriggio in corso Buenos Aires non ci sarà alcuna inaugurazione e/o iniziativa. Si troveranno, invece, nella loro solita sede di piazza Aspromonte, in compagnia dei loro protettori del Pdl.
Un’indubbia vittoria degli antifascisti e delle antifasciste, ma fa riflettete che a Milano ci siano volute settimane di mobilitazioni e proteste, da parte di un fronte molto ampio, per ottenere quello che dovrebbe essere la cosa più normale del mondo in una repubblica nata dal sacrificio di chi aveva lottato per la liberazione dal nazifascismo.
Infatti, il problema non sono tanto i gruppuscoli di nazi e razzisti in sé, bensì il fatto che questi a Milano godano di appoggi e complicità consistenti nella destra di governo. Sostegni, favori, sedi e coperture vengono forniti da anni, in un crescendo preoccupante, in particolare dai settori ex-missini del Pdl, ma non solo. Lì sta il problema da affrontare e lì sta la fotografia del piano inclinato sul quale ci troviamo.
Abbiamo impedito ancora una volta che si consumasse un’offesa e una provocazione. Il ringraziamento va a tutti quelli e tutte quelle, nessuno/a escluso/a, che in queste settimane si sono mossi, rumorosamente o in silenzio, per salvaguardare la memoria e la dignità della nostra città, anche se sappiamo che molto resta ancora da fare.
Sabato, 18 dicembre, comunque, ci troviamo alle 14.30 in piazza Oberdan, per il presidio antifascista e per ribadire che i fascisti, i nazisti e i razzisti non possono avere cittadinanza a Milano.
 
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I neonazisti di Forza Nuova diffidano formalmente la Questura di Milano dal presentarsi domani sabato prima di mezzanotte al civico n. 19/20 di corso Buenos Aires e la Questura diffida verbalmente i democratici e gli antifascisti, tra cui le associazioni degli ex- partigiani ed ex-deportati, dal presentarsi domani pomeriggio in piazza Oberdan e così disturbare la gazzarra dell’estremismo nero.
E tutto questo con l’aggravante dello spalleggiamento attivo dei neonazisti da parte di uomini e donne della cerchia del Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, e del Vicesindaco, Riccardo De Corato, cioè il consigliere comunale del Pdl, Marco Osnato, e la consigliera provinciale del Pdl, Roberta Capotosti.
Se non intervengono delle novità nelle prossime ore, sarà questo il quadro pazzesco e insostenibile che si presenterà domani ai milanesi. E ci mancano ormai le parole per definire questa situazione, che sta ben al di là e al di fuori del patto costitutivo che regge la nostra democrazia e convivenza.
Siamo allibiti di fronte al silenzio del Prefetto e all’assenza di iniziativa del Sindaco, che aveva imposto quella revoca degli spazi ai neonazisti, della quale ora gli ex-missini del suo partito si fanno apertamente beffe.
Domani il presidio democratico ed antifascista si terrà dunque come annunciato, alle ore 14.30 in piazza Oberdan, e in queste ore tutti i promotori stanno, anzi, intensificando i loro sforzi organizzativi.
Tuttavia, non vogliamo rassegnarci all’esistente e, quindi, chiediamo ancora una volta al Sindaco Moratti e al Prefetto di intervenire in extremis, evitando a Milano lo sfregio della festa neonazista, e di impedire che domani Forza Nuova possa inaugurare una sede che non avrebbe mai dovuto ottenere.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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