Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Il 20 febbraio scorso il Presidente Formigoni ha annunciato alla stampa di aver raggiunto un accordo con il Ministro Fioroni e che, pertanto, il Governo avrebbe ritirato il ricorso, giacente presso la Corte Costituzionale, contro la legge regionale n. 19/2007 sull’istruzione e dato il via libera all’attuazione della riforma del centrodestra. E l’accordo comprenderebbe persino la “chiamata diretta” del personale docente e non docente da parte degli istituti, aggirando così le graduatorie e i concorsi pubblici previsti dalla legge.
Una notizia che, qualora confermata, rappresenterebbe un capovolgimento secco delle posizioni del Ministero della Pubblica Istruzione, che nell’autunno scorso aveva impugnato la legge regionale su molti punti centrali. Ecco perché abbiamo sollecitato, per giorni, il Ministero a chiarire se tale accordo esista e cosa preveda. Ebbene, è passata una settimana e dal Ministero non è arrivato altro che silenzio.
Chiediamo dunque pubblicamente al Ministro Fioroni di precisare formalmente se esiste un accordo con il Presidente Formigoni e se intende ritirare il ricorso contro la legge 19.
Non si tratta di una questione di dettaglio, ma di sostanza politica e istituzionale. Come, infatti, aveva riconosciuto lo stesso Ministero, all’atto della formulazione del ricorso, la legge del centrodestra lombardo viola numerose leggi e precetti costituzionali, invadendo pesantemente le competenze dello stato in una materia delicata e di primaria importanza, come la scuola.
La ratio della riforma formigoniana dell’istruzione ripropone pari pari quanto avvenuto già nella sanità lombarda. Cioè, non si tratta soltanto di accentrare più poteri nelle mani dell’esecutivo regionale, a scapito dello Stato e degli enti locali, ma anzitutto di aprire anche l’istruzione alla privatizzazione.
Non a caso, in uno dei decreti applicativi della l.r. 19/2007, la Giunta lombarda ha trasformato il “buono scuola”, che ogni anno gira 45 milioni di euro alla scuola privata, in “dote per la libertà di scelta”, mutando l’esclusione de facto delle famiglie della scuola pubblica in un’esclusione de iure, cioè spavaldamente rivendicata in spregio alla legalità costituzionale.
Quella legge è una vera e propria bomba a orologeria contro la scuola pubblica e laica, non solo lombarda. Riteniamo che il governo avesse fatto semplicemente il suo dovere istituzionale quando l’aveva impugnata. Ritirare il ricorso in piena campagna elettorale, e scoprire un’improvvisa passione per i disegni formigoniani, significherebbe invece ben altro, cioè l’ennesimo mercanteggiamento politico tra il PD e il PdL.
Per tutti questi motivi, riteniamo doveroso e urgente che il Ministero chiarisca immediatamente la sua posizione.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer (Prc), Bebo Storti (PdCI) e Arturo Squassina (Sd)
 
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Periodicamente, il Presidente Formigoni annuncia alla stampa che lui è più bravo dei suoi colleghi delle altre Regioni, perché avrebbe ridotto in questi anni il personale dell’amministrazione regionale. Purtroppo si dimentica sempre di ricordare che il suo è un gioco di prestigio, cioè che i numeri da lui esibiti riguardano soltanto i lavoratori con un contratto di lavoro diretto con il Pirellone e non già quelli che effettivamente lavorano per la Regione Lombardia, ma dipendono formalmente da enti del “sistema regionale” o da aziende private.
In altre parole, in questi anni il Governo regionale non ha ridotto il personale, ma piuttosto trasferito ed esternalizzato, il più delle volte comprimendo ulteriormente i già magri stipendi. A tutto ciò si aggiunga che questi processi avvengono in un quadro di trasparenza fortemente deficitaria, nei confronti sia del Consiglio sia, soprattutto, dei lavoratori e delle lavoratrici dell’ente.
È dunque paradigmatico e preoccupante allo stesso tempo che i vertici dell’amministrazione si siano ora inventati un nuovo premio di produttività per i dirigenti regionali: la “incentivazione della mobilità” dei dipendenti. Detto altrimenti, più trasferimenti un dirigente riesce a ottenere nel 2008, più alta sarà la sua retribuzione di risultato.
E non si tratta tanto di spostamenti di lavoratori e funzionari da un ufficio all’altro, per valorizzare maggiormente le competenze professionali presenti, quanto invece di “interscambio di personale fra Direzioni e Enti del sistema regionale” e di “favorire le mobilità in uscita”.
Ci pare alquanto bizzarro che si dica ai dirigenti, in cambio di un premio in denaro contante, di “incentivare” i propri dipendenti ad andarsene, senza chiarire come dovrebbero farlo e senza esplicitarne finalità e obiettivi. Insomma, pare proprio che sotto mentite spoglie si annunci un’ulteriore ondata di trasferimenti e di esternalizzazioni dei servizi.
Per questo abbiamo presentato oggi un’interrogazione alla Giunta, perché la si smetta di giocare sulla pelle dei lavoratori e si dica invece pubblicamente cosa si intende fare.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
qui puoi scaricare il testo dell’interrogazione
 

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di lucmu (del 24/02/2008, in Casa, linkato 1415 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 24 febbr. 2008 (pag. Milano)
 
Che il senso ultimo della decisione del Partito Democratico di “correre da solo” fosse essenzialmente quello di eliminare dalla scena politica italiana ogni forza di sinistra, politica e sociale, lo sapevamo. Dall’altra parte, già le svolte filo-securitarie del 2007 raccontavano la medesima storia. Ciononostante, riesce ancora a stupire il livello di cinismo e di degrado politico a cui ricorrono in questi giorni alcuni esponenti milanesi del Pd.
Infatti, contestualmente all’avvio della campagna elettorale, il Sunia, cioè il sindacato inquilini il cui gruppo dirigente milanese è legato strettamente al Pd, ha iniziato a diffondere la seguente favola: grazie a un emendamento di Rifondazione alla legge regionale n. 27/2007, quella dell’aumento generalizzato degli affitti nelle case popolari, anche gli inquilini delle case del demanio dovranno pagare di più e tanti di loro avranno pure lo sfratto.
L’effetto di tali annunci, ripetuti fino all’ossessione nelle assemblee, è scontato, a partire dalla diffusione del panico tra tante famiglie. Peccato però, che la storia vera e completa sia un po’ diversa da quella diffusa dai dirigenti sindacali del Pd.
Infatti, l’emendamento in questione, uno dei pochissimi a firma Prc, Verdi, Pdci e Sd che l’assessore ha accolto, stabilisce semplicemente che le case di proprietà comunale costruite in virtù di leggi speciali per gli sfrattati vengano equiparate alle case popolari e che si applichi dunque il canone sociale. Inoltre, va ricordato che l’emendamento non era un capriccio di qualche consigliere regionale, bensì una rivendicazione storica di una parte significativa dei sindacati che si battono per il diritto alla casa, in particolare di Sicet e Unione Inquilini.
Attualmente, nelle case costruite con le leggi speciali vige ancora l’equo canone, ma si tratta di un residuo del passato, poiché l’attuale quadro normativo prevede soltanto due destini possibili: il canone sociale oppure i contratti privati previsti dalla legge 431/98. Non a caso, il Comune di Milano, dopo averci già provato in passato, era tornato alla carica con i suoi tentativi di privatizzazione. Ebbene, ci risulta che il Sunia era disponibile a trattare sull’introduzione dell’affitto privato. Noi riteniamo invece che gli inquilini di quelle case siano maggiormente tutelati in regime pubblico.
Per quanto riguarda, poi, i presunti pericoli di sfratti, va semplicemente ricordato che la “decadenza”, cioè il limite di reddito oltre il quale si perde il diritto ad un alloggio popolare, non è regolato dalla legge n. 27, bensì dal preesistente Regolamento regionale n. 1/2004, che peraltro non si applica tuttora alle case costruite con le leggi speciali.
Pensiamo che sia un bene che le divergenze politiche vengano esplicitate, ma allora bisogna dirla tutta e fino in fondo, invece di mistificare e omettere. Da parte nostra, sosteniamo una battaglia trasparente contro lo smantellamento dell’edilizia residenziale pubblica che Formigoni persegue con grande linearità. Per questo, in Consiglio regionale, abbiamo contrastato e votato contro tutti i provvedimenti presentati negli ultimi due anni dal centrodestra. Riteniamo che la questione casa nelle aree metropolitane lombarde non possa essere affrontata bloccando la costruzione di case popolari, vendendo il patrimonio esistente, spostando le politiche pubbliche verso l’edilizia convenzionata e privata, facendo demagogia sugli “abusivi” e aumentando gli affitti agli assegnatari. Di fronte a una realtà fatta di affitti e mutui alle stelle sul mercato privato e di un patrimonio pubblico che riesce malapena a soddisfare il 5% delle graduatorie, occorre invece una grande rilancio dell’edilizia pubblica.
Il Pd la pensa diversamente e spesso si è astenuto o ha votato a favore dei provvedimenti di Formigoni. E così, alla fine del 2006, si è astenuto anche sul provvedimento che ha tagliato brutalmente, di 500 milioni di euro, i fondi triennali per la costruzione e la manutenzione di case popolari, mentre il punto centrale della sua battaglia emendativa sulla legge 27 era l’aumento della quota di alloggi popolari da mettere in vendita. Cioè, il 20% del patrimonio pubblico complessivo da vendere, come previsto dalla legge, gli sembrava troppo poco. Beninteso, qui il problema non è opporsi alla vendite tout court, bensì fare due conti. Cioè, se non costruisci più, ma vendi tanto, alla fine non rimane più niente, se non l’edilizia privata. Queste cose il gruppo dirigente del Sunia le ha raccontate agli inquilini?
Infine, una veloce riflessione sul futuro immediato. Oggi si pone concretamente il problema di costruire la mobilitazione per impedire l’applicazione dell’aumento degli affitti. E il fatto che, a Milano, la nuova linea del Sunia abbia già provocato la rottura dell’unità sindacale è un brutto segnale. Pertanto, il nostro auspicio sincero è che venga messa in primo piano la necessità della mobilitazione contro la legge di Formigoni e non più la campagna elettorale con ogni mezzo del Pd.
 
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E’ una brutta sentenza, quella della Corte costituzionale che respinge il ricorso contro la norma regolamentare lombarda, sui cinque anni di residenza necessari per poter fare anche semplicemente domanda di una casa popolare.
Ed è una sentenza preoccupante, perché potrebbe aprire la strada a una differenziazione regionalistica nella disciplina dell’accesso alle case popolari, seppellendo così il principio che l’edilizia residenziale pubblica debba rispondere anzitutto alla funzione sociale di garantire il diritto alla casa alle persone e alle famiglie economicamente e socialmente più svantaggiate.
Il criterio discriminatorio della residenza agisce in Lombardia a diversi livelli. Anzitutto, vi sono i cinque anni per poter fare domanda, ma poi gli anni di residenza continuano a fare punteggio anche in graduatoria. In altre parole, anche dopo 10 anni le condizioni economiche dei soggetti contano di meno degli anni di residenza.
Ora Formigoni e la Lega esultano, ma per la Lombardia c’è poco da gioire. La nostra regione concentra oltre un quarto dell’immigrazione totale a livello nazionale e l’area metropolitana di Milano è segnata da una grande mobilità in ingresso e in uscita, anche di cittadini italiani. Insomma, quella norma discriminatoria non serve per affrontare le questioni sociali, ma soltanto per nascondere il fatto che in Lombardia non si costruiscono più case popolari, perché si preferisce fare l’affare con i privati.
Infatti, attualmente soltanto il 5% di coloro che riescono ad accedere alle graduatorie ottengono poi anche l’assegnazione di una casa popolare. E allora, è molto più comodo indicare nello straniero il “nemico” da battere, piuttosto che assumersi pubblicamente le proprio responsabilità di fronte ai cittadini.
Esprimiamo tutto il nostro sostegno alle organizzazioni dei lavoratori e degli inquilini, promotori del ricorso, che continueranno la loro battaglia, forse anche a livello dell’Ue. A questo proposito giova ricordare che il Commissario europeo Frattini, soltanto due giorni fa, aveva risposto a un’interrogazione di europarlamentari italiani, affermando che qualsiasi discriminazione in base alla nazionalità per la concessione dell'accesso a benefici sociali, come ad esempio ad alloggi sociali” è in contrasto con le direttive europee.
Ma, appunto, i governanti della regione italiana che si vorrebbe la più europea di tutte, dimostrano ogni giorno di più il loro provincialismo e la loro miopia.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
qui puoi scaricare il testo completo dell’ordinanza della Corte Costituzionale
 

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La maggioranza di centrodestra ha approvato oggi in commissione territorio l'emendamento alla legge sull'urbanistica (legge regionale n. 12/2005) che può segnare la fine dei parchi lombardi, a cominciare dal Parco Sud Milano, sul quale da tempo incombono gli interessi dei costruttori sostenuti dal Comune di Milano.
La Cdl ha fatto carta straccia degli emendamenti dell'opposizione, che comunque si è duramente opposta all'emendamento 'ammazzaparchi', e dei pareri contrari di urbanisti, Federparchi, Fai, Fondo per l'ambiente italiano, associazioni ambientaliste, tra cui Wwf, Italia Nostra, Legambiente, ascoltate oggi durante la seduta della Commissione territorio.
L'emendamento consente alla Regione di dare o meno l'assenso ai progetti edificatori dei comuni all'interno dei parchi, anche se questi esprimono parere negativo. Un provvedimento inaccettabile, contro il quale ci opporremo con decisione al momento del voto in aula.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer (Prc), Carlo Monguzzi (Verdi) e Marco Cipriano (Sd)
 
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di lucmu (del 20/02/2008, in Casa, linkato 835 volte)
Rifondazione Comunista e le altre forze politiche della Sinistra sostengono e aderiscono alla mobilitazione dei sindacati inquilini Sicet e Unione Inquilini, che si terrà oggi pomeriggio alle ore 16.00 davanti alla sede dell’Aler di Milano.
In Consiglio regionale, insieme alle rappresentanze degli inquilini, ci eravamo battuti fino in fondo per contrastare lo scempio della legge regionale n. 27, approvata alla fine di ottobre dell’anno scorso, che rappresenta un ulteriore e pericoloso passo verso lo smantellamento dell’edilizia residenziale pubblica in Lombardia.
Infatti, si  prevede non soltanto un sostanzioso e generalizzato aumento degli affitti nelle case popolari, senza che agli enti gestori venga imposto alcun obbligo rispetto ai diffusi sprechi, ma altresì la vendita del 20% del patrimonio pubblico regionale, cioè 34mila alloggi sui 170mila totali. Se a ciò aggiungiamo che alla fine del 2006 sono stati tagliati drasticamente, nell’ordine di 500 milioni di euro, i fondi triennali per la costruzione e manutenzione di case popolari, si capisce bene che l’obiettivo finale di Formigoni sia la fuoriuscita da ogni politica pubblica per la casa, degna di questo nome.
La legge regionale e i conseguenti aumenti degli affitti sono entrati in vigore il 1° gennaio 2008, ma gli enti gestori ne hanno già rinviato l'applicazione. E all’incertezza circa il momento in cui scatteranno concretamente, va sommata quella sull’entità effettiva degli aumenti, poiché le ottimistiche stime del governo regionale risalgono al periodo precedente l’aggiornamento dell’anagrafe dell’utenza e del patrimonio.
Insomma, al danno degli aumenti spropositati dei canoni si aggiunge pure la beffa dell’assenza di trasparenza e certezza. Per questo chiediamo ancora una volta che la Giunta Formigoni sospenda gli aumenti e riapra immediatamente il confronto con le rappresentanze degli inquilini.
In secondo luogo, ribadiamo la nostra totale contrarietà alla dismissione del patrimonio pubblico, perseguita con un’operazione politica a tenaglia, che da una parte taglia gli investimenti e dall’altra svende il patrimonio esistente.
Infine, non possiamo che esprimere la nostra viva preoccupazione circa il fatto che il Partito Democratico abbia imposto la rottura dell’unità sindacale degli inquilini e che sponsorizzi ormai apertamente la politica della dismissione di Formigoni, chiedendo persino un aumento del numero di alloggi pubblici da mettere in vendita.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 16/02/2008, in Movimenti, linkato 823 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 16 febbr. 2008 (pag. Milano)
 
Era la notte tra il 16 e il 17 marzo di cinque anni fa. Davide Cesare, detto Dax, militante del centro sociale O.r.So., era stato appena assassinato da un gruppo di neofascisti. Amici e compagni di Dax e degli altri due feriti si recarono all’ospedale San Paolo per avere notizie. Ma trovarono soprattutto agenti delle forze dell’ordine che diedero vita a violente cariche, persino all’interno del pronto soccorso, e altri ragazzi rimasero feriti.
Ebbene, ieri la seconda Corte d’appello di Milano ha emesso il suo verdetto sui fatti del San Paolo, modificando in un solo punto la sentenza di primo grado. Cioè, assolvendo il militare dell’arma dei Carabinieri, a suo tempo condannato a sette mesi di reclusione. Morale della storia: ora gli unici colpevoli di quanto avvenuto quella notte al San Paolo risultano essere due ragazzi del centro sociale, condannati entrambi a un anno e otto mesi di carcere, mentre tutti gli imputati appartenenti alle forze dell’ordine sono da considerarsi innocenti.
Noi non siamo inquirenti, né magistrati e tanto meno vogliamo rubare il mestiere a qualcuno. Ma dobbiamo prendere atto che la verità che ci consegna quella sentenza stona terribilmente. È come se raccontasse un’altra storia. Com’è possibile che sia le vittime che i colpevoli stiano tutti dalla stessa parte? Che fine hanno fatto le violenze, ampiamente documentate e conosciute, degli agenti delle forze dell’ordine?
No, quella sentenza non restituisce la verità e non fa giustizia. E, soprattutto, non fa bene a Milano. Beninteso, noi non vogliamo spedire nessuno in galera, non siamo giustizialisti, ma pensiamo che l’impunità non serva  a nessuno. Quella notte si consumò una violenza inaccettabile da parte delle forze dell’ordine contro gli amici di Dax. E per questo qualcuno deve assumersi le proprie responsabilità.
 
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di lucmu (del 16/02/2008, in Scuola e formazione, linkato 700 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 16 febbr. 2008 (pag. Lombardia)
 
Formigoni vorrebbe fare il ministro nel governo che verrà e portare anche a Roma il “modello Lombardia”. E, per capire di che modella si tratta, non c’è modo migliore che raccontare la storia del finanziamento pubblico alla scuola privata.
Il cosiddetto “buono scuola”, cioè un sussidio regionale alle famiglie degli studenti, fu erogato per prima volta nel 2001 e, da allora in poi, viene finanziato ogni anno con oltre 40 milioni di euro. Gli obiettivi di Formigoni erano chiari sin dall’inizio, cioè drenare risorse pubbliche a favore della scuola privata, settore dove, peraltro, la sua area politico-religiosa di riferimento è molto presente.
Ma, siccome a suo tempo intervenne il governo, contestando come costituzionalmente illegittimo il finanziamento esclusivo a favore degli alunni delle private, la legge regionale n. 1/2000 dovette poi stabilire che il buono scuola era accessibile agli studenti sia della scuola statale, che di quella non statale. E così, Formigoni ricorse a un trucco e i decreti applicativi istituirono un tetto di spesa per la retta scolastica, al di sotto del quale non si poteva fare domanda per il sussidio. E, guarda a caso, quel tetto escludeva esattamente la quasi totalità delle scuole pubbliche.
Di conseguenza, le famiglie degli alunni delle scuole pubbliche, cioè del 91,45% degli studenti lombardi, non hanno mai potuto accedervi. Infatti, prendendo l’anno scolastico 2006-2007, il 99,67% dei 45 milioni di euro assegnati è andato agli studenti delle private e, aggiungendo scandalo allo scandalo, buona parte dei sussidi è stata assegnata a famiglie che non ne avrebbero alcun bisogno. Cioè, il 47% è stato erogato a favore di famiglie che dichiarano al fisco un reddito annuo tra 47mila e 200mila euro. Per la cronaca, è utile ricordare che gli stanziamenti regionali per l’attuazione del diritto allo studio, destinati alla totalità degli studenti, raggiungono appena la misera cifra di 7 milioni di euro annui.  (per i dati completi vedi su questo blog la news del 12 febbraio scorso).
Tuttavia, la nostra storia non finisce qui, perché quello che finora era un finanziamento pubblico della scuola privata nei fatti, in futuro lo sarà anche di nome. Ebbene sì, perché nel quadro dell’attuazione della legge regionale n. 19/2007 sull’istruzione, approvata con la benevola astensione del Pd e attualmente impugnata su molti punti davanti alla Corte Costituzionale, la disciplina dell’erogazione del buono scuola è cambiata in un particolare molto significante. Anzitutto, la legge 19 ha abrogato la norma del 2000, rinviando la regolamentazione di “buoni e contributi” ad atti amministrativi dell’esecutivo. Quindi, nel silenzio e senza dover nemmeno più informare il Consiglio, il 12 dicembre scorso la Giunta Formigoni ha licenziato la delibera n. 6114, dove afferma in modo esplicito che il buono scuola non vale per la scuola pubblica.
Inoltre, d’ora in poi, il sussidio cambierà nome, diventando “dote per la libertà di scelta”, e, dal prossimo anno scolastico, non verrà più erogato a posteriori, in quanto rimborso, bensì come “contributo preventivo”.
Qualcuno potrà obiettare che tanto non cambia nulla, visto che i soldi andavano alle private anche prima. Verissimo. Tuttavia, sarebbe un tragico errore non vedere il salto di qualità politico nella mossa di Formigoni. Cioè, è un chiaro segnale che il sistema di potere formigoniano ritiene che i tempi siano maturi per mettere in discussione apertamente e sfacciatamente il dettato costituzionale.
E Formigoni rischia pure di avere ragione, visto che l’unica voce che si è levata per denunciare il misfatto era la nostra, mentre il Pd è rimasto nel silenzio più totale. Ma, in fondo, anche questo fa parte del “modello Lombardia”.
 
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di lucmu (del 15/02/2008, in Politica, linkato 765 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 15 febbr. 2008
 
Quello che maggiormente colpisce nell’attuale confronto e dibattito nella sinistra, compreso nel nostro partito, è l’evidente impreparazione di fronte alla situazione. Certo, i tempi esatti e le modalità concrete non sono mai prevedibili, ma le tendenze di fondo che si esplicitano nell’odierna accelerazione erano e sono conosciute.
Eppure, di fronte all’annuncio veltroniano che il PD avrebbe corso da solo e che nella prossima legislatura intende concordare con Berlusconi le riforme elettorali e istituzionali, il disorientamento in ampie parti dei gruppi dirigenti delle sinistre era palese. Le dichiarazioni in stile “per favore non lasciarci”, salvo poi reagire da fidanzato respinto e offeso, erano paradigmatiche.
Tuttavia, qui il punto non è sparare sul quartier generale e neppure disquisire se in astratto era preferibile avere un centrosinistra unito per contrastare l’ascesa delle destre, bensì essere consapevoli del fatto che oggi prendono corpo politico e culturale quelle tendenze epocali che affondano le loro radici nelle sconfitte del movimento operaio dei decenni passati e nelle trasformazioni strutturali e sociali dell’epoca neoliberista. Insomma, i nodi vengono al pettine e con essi l’irrisolta questione della crisi della sinistra.
L’ex sinistra moderata, in realtà, una risposta al problema la sta dando, dichiarando storicamente superata l’ipotesi stessa di un progetto alternativo di società e impegnandosi in una prospettiva di ridisegno in chiave “americana” del sistema politico e istituzionale. Un progetto di medio periodo, che spiega perché nella presente campagna elettorale l’obiettivo primario del PD non sia la competizione con le destre per il governo, bensì l’eliminazione o la marginalizzazione –che sono poi quasi la stessa cosa- della sinistra. In fondo, anche le svolte filo-securitarie del 2007 e la lucida ostinazione nel disapplicare i punti qualificanti del programma di governo dell’Unione, con il conseguente logoramento delle sinistre, raccontavano già la medesima storia.
Ebbene, il progetto del PD non è campato per aria e non è privo di efficacia politica e fascino elettorale. Sottovalutarlo o pensare che sia sufficiente denunciarne ad altra voce la natura regressiva, sarebbe un errore madornale. No, dobbiamo urgentemente fare i conti con noi stessi, con i nostri ritardi e le nostre involuzioni, perché mentre il PD una strategia e un progetto ce li ha, noi non abbiamo più né l’una né l’altro.
E forse dovremmo partire proprio da una piccola operazione verità, cioè iniziare finalmente a chiamare le cose con il loro nome. In questo senso, non servono reticenze rispetto all’esperienza di governo e alla nostra linea politica di allora. Servono invece chiarezza e capacità autocritica. E questa non è certo una richiesta di qualcuno che ai tempi del congresso di Venezia era in disaccordo con l’impianto strategico maggioritario, ma piuttosto un’impellente necessità rispetto ai nostri tanti militanti ed elettori delusi e demotivati. Oggi, il problema principale di Rifondazione e di tutta la sinistra è quello di riuscire a riconquistare la credibilità perduta. E parlare chiaro e rimettere in sintonia le parole con i fatti è un punto di partenza obbligato.
La stessa chiarezza ci vuole anche per il futuro. Cioè, la scelta dell’autonomia della sinistra non può essere una mossa tattica o una furbizia elettoralistica, magari nell’illusione che, passata la bufera, tutto tornerà come prima. Sarebbe un po’ come vincolare l’esistenza della sinistra alla benevolenza del PD. In altre parole, sarebbe semplicemente un altro modo per suicidarsi.
Ecco perché il nuovo soggetto della sinistra non dovrà essere né un semplice assemblaggio dell’esistente, né una mera creatura dei vertici politico-istituzionali. Seppure nel quadro imposto dalle incombenti elezioni, occorre lavorare sin d’ora nella giusta direzione, nella consapevolezza che si tratta di un processo che deve proiettarsi verso l’avvenire.
Una nuova soggettività della sinistra, degna di questo nome, potrà avere linfa vitale, cioè consenso e partecipazione popolare, soltanto nella misura in cui segna delle discontinuità. Essa dovrà essere, nelle parole e nella pratica, un fatto nuovo, aperto ai movimenti sociali e alle giovani generazioni, e, soprattutto, spostare il baricentro politico dalle istituzioni alla società, immergendosi nelle condizioni di vita reali dei lavoratori e dei ceti popolari e sperimentandosi al calore dei conflitti sociali.
Questa ci pare sia la vera posta in gioco per cui vale la pena investire ancora energie, dibattere e anche scontrarsi nelle riunioni politiche. Ed è per questo che non riesco ad appassionarmi fino in fondo al nostro dibattito sul simbolo, che, beninteso, è di enorme importanza e dignità, ma che rischia, così com’è, di non centrare il bersaglio. Ovvero, oggi il problema non è tanto il simbolo, quanto invece la sostanza politica e sociale che esso pretende rappresentare.
 
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di lucmu (del 14/02/2008, in Diritti, linkato 829 volte)
La vicenda dell’irruzione delle forze dell’ordine al Policlinico di Napoli è di gravità inaudita ed evidenzia, più di ogni altra cosa, quali siano le conseguenze nefaste sul clima politico e culturale delle continue campagne contro la 194 e le libertà delle donne.
Aderiamo pertanto con convinzione al presidio promosso per oggi alle ore 17.30, in piazza San Babila a Milano, dalla Rete regionale lombarda “194 ragioni”, nel quadro delle mobilitazioni che oggi si tengono in tutto il paese.
Proprio in Lombardia è più che mai urgente e necessario ricostruire un tessuto di mobilitazione civile e politico, poiché la Giunta regionale di Formigoni persegue da anni, con determinazione e ostinazione degne di miglior causa, una politica di graduale smantellamento della 194.
La vicenda degli “indirizzi” regionali di qualche settimana fa, con i quali Formigoni pretende di imporre ai medici il tempo massimo entro cui può essere praticata l’interruzione volontaria di gravidanza, non è che l’ultima puntata e nemmeno la più grave. Basti qui ricordare l’introduzione del funerale per i feti di anno fa oppure l’inserimento del principio della tutela della vita fin dal suo concepimento in un progetto di legge che andrà in consiglio settimana prossima.
Ma l’aggressione più grave alle libertà e all’autodeterminazione delle donne è sicuramente il consapevole e continuo boicottaggio dell’applicazione di una legge, cioè della 194. Ebbene sì, perché negli ospedali lombardi i medici “obiettori di coscienza”, per convinzione o per convenienza, sono ormai la grandissima maggioranza. E Regione Lombardia non solo non interviene al fine di garantire il servizio pubblico in tutte le strutture, ma fa di peggio, permettendo ai consultori familiari privati accreditati di poter “obiettare” in toto.
Bisogna essere consapevoli che oggi in Italia e, in particolare, in Lombardia non è in gioco “semplicemente” il rispetto di una legge dello stato, bensì il ruolo della donna nella società. Ovvero, la sua libertà e il suo diritto di poter decidere in autonomia del suo corpo e del suo futuro.
 
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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