Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
di lucmu (del 15/02/2011, in Lavoro, linkato 1000 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale online Paneacqua il 15 febbraio 2011
 
In casa Bonanni c’è un po’ di nervosismo a proposito dell’intesa separata sul pubblico impiego, firmata il 4 febbraio scorso da Cisl, Uil, Ugl e alcune sigle autonome con il Governo Berlusconi. Infatti, in questi giorni le postazioni di lavoro dei dipendenti pubblici vengono letteralmente inondate da comunicati, in cui la Cisl lamenta che “si sta facendo un gran polverone” invece di apprezzare il “grande risultato”.
La colpa di tutto questo trambusto sarebbe, ovviamente, di quelle organizzazioni sindacali (Cgil, Usb, Cisal ed altre) che non hanno firmato il testo predisposto da Brunetta e non certo di un accordo di cui praticamente nessuno ha capito la presunta bontà, tranne un Presidente del Consiglio in piena crisi bunga bunga.
Dall’altra parte, mettetevi nei panni di uno dei 3,5 milioni di dipendenti pubblici, al quale era stato spiegato poco più di sei mesi fa che il suo stipendio (base ed accessorio) sarebbe rimasto bloccato per tre anni (in realtà, quattro), senza che Cisl e Uil abbiano mosso anche solo mezzo dito, e ora si sente dire che Cisl e Uil hanno realizzato una grande conquista, firmando un accordo che “impedisce la diminuzione dello stipendio”. Ammetterete che quel lavoratore, per lo meno, rimane un po’ perplesso e disorientato.
Ma cosa c’è scritto -e cosa non c’è scritto- in quella paginetta di accordo? Anzitutto, c’è una dichiarazione di condivisione piena da parte dei firmatari del decreto legislativo n. 150/2009, meglio conosciuto come “riforma Brunetta”, compreso il suo famigerato articolo 19, secondo il quale in ogni ente il 25% dei dipendenti è da considerarsi a priori e a prescindere come di “merito basso” e dunque da privare completamente del salario accessorio.
Ma subito dopo aver affermato questo, si passa al comma 2. e 3., dove si dice che l’applicazione dell’articolo 19 non deve portare ad una diminuzione della retribuzione complessiva e pertanto dovrà essere finanziato “esclusivamente” da risorse aggiuntive (che però Tremonti allo stato non mette a disposizione).
Chiaro? La storiella dello stipendio bloccato, ma che non si riduce, sparso a piene mani da Governo e sindacati complici fino a ieri, non era affatto vera. Anzi, applicando la riforma Brunetta in tutte le sue parti subito, come avevano detto da sempre i sindacati indipendenti dal governo, ci sarebbero stati dei tagli drastici per una parte significativa di lavoratori pubblici, a prescindere dal merito, beninteso. E questo in pieno clima pre-elettorale. Ecco quindi la ragione per cui Bonanni e Brunetta si sono dati una mano.
Tuttavia, non è vero comunque che non ci saranno perdite salariali in questi anni di blocco delle retribuzioni e della contrattazione, alla faccia di quello che raccontano i sindacati complici. Anzitutto, la riforma Brunetta, con l’attiva collaborazione di Cisl e Uil e, molte volte, anche della Cgil, ha già provocato nel 2010 la ridefinizione in senso peggiorativo dei sistemi premianti in molti enti. E, soprattutto, per il solo effetto del blocco delle retribuzioni ci sarà mediamente un perdita in termini di potere d’acquisto di circa 1.600 euro per dipendente, secondo le stime più caute della Cgil.
A quanto c’è scritto nell’intesa del 4 febbraio va però aggiunto anche quello che non c’è scritto, quello che drammaticamente manca. Anzitutto manca un qualsiasi accenno ai tanti precari e alle tante precarie che popolano la pubblica amministrazione e che spesso garantiscono il funzionamento dei servizi, ma ai quali viene negata una prospettiva di stabilizzazione e che ora rischiano il posto di lavoro. E non è soltanto questione di equità e giustizia, ma anche di efficienza dei servizi, considerato che la stretta sul pubblico impiego, contenuta nella legge n. 122 del 30 luglio 2010 (ex dl 78/2010), prevede altresì il blocco del turn over, per cui nei prossimi due anni su 300mila uscite potranno essere fatte al massimo 60mila assunzioni.
Infine, arriviamo al silenzio più assordante in quella intesa: nemmeno una parola sulle elezioni dei rappresentanti sindacali (Rsu)! Infatti, in tutto il pubblico impiego le Rsu sono scadute a novembre dell’anno scorso, ma non state convocate ancora nuove elezioni, a causa principalmente del veto di Bonanni. Alla luce di questo fatto le considerazioni della Cisl, per cui l’accordo “dà più voce ai rappresentanti dei lavoratori”, suonano davvero come una presa per i fondelli.
Ma proprio con la vicenda del mancato rinnovo delle Rsu si chiude il cerchio con quanto Cisl e Uil fanno nel resto del mondo del lavoro. A Mirafiori l’accordo separato tra Marchionne e Bonanni & Co., infatti, ha abolito tout court le elezioni dei rappresentanti dei lavoratori.
In altre parole, non siamo di fronte a tante storie diverse, ma a diversi episodi della medesima storia. Ecco perché non è giustificabile che si continui, da parte della Cgil, ad eludere il tema dello sciopero generale e che si punti invece, ancora una volta, a un semplice sciopero di categoria, come quello del pubblico impiego proclamato per il 25 marzo prossimo.
 
P.S. segnalo inoltre che per l’11 marzo prossimo è già stato proclamato lo sciopero generale di tutte le categorie da parte dell’Usb, che avrà come una delle questioni centrali proprio il pubblico impiego.
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare l’intesa separata del 4 febbraio scorso, la legge 122/2010 e il d.lgs 150/2009
 
 

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I precari e le precarie potranno impugnare il loro licenziamento ancora per tutto il 2011. Quindi, quanti non lo avevano fatto entro il 23 gennaio u.s. avranno ora un’altra possibilità.
Infatti, nel maxiemendamento al decreto-legge n. 225 del 29 dicembre 2010 -meglio conosciuto come “Milleproroghe”-, approvato dal Senato il 16 febbraio, è contenuta anche la proroga del termine per l’impugnativa del licenziamento da parte dei lavoratori e delle lavoratrici il cui contratto a tempo determinato era cessato prima dell’entrato in vigore del “collegato lavoro” (legge 183 del 24 novembre 2010).
Quel collegato lavoro, fortemente voluto dal Ministro Sacconi, è un vero e proprio minestrone di fregature, ma la norma ammazza-ricorsi (art. 32), che di fatto sana tutti i licenziamenti illegittimi di precari, è senz’altro quella più vile e ignobile. Beninteso, quella norma contro i precari e le precarie rimane interamente in piedi, ma la sua entrata in vigore viene posticipata al 2012.
In altre parole, se prima c’erano soltanto 60 giorni, dal 24 novembre al 23 gennaio, per impugnare in sede legale un contratto a tempo determinato, prima che arrivasse il colpo di spugna, ora ci sarà tempo fino al 31 dicembre 2011. Insomma, non si tratta di una vittoria, ma sicuramente di un po’ di tempo guadagnato da utilizzare bene, anzitutto estendendo le campagne già in atto, da parte di diversi soggetti sindacali e di movimento, per far conoscere ai lavoratori e alle lavoratrici interessati la possibilità di ricorrere e offrire loro conseguentemente la necessaria assistenza legale.
Politicamente parlando, questa proroga, inserita nel maxiemendamento su proposta del Pd e con il consenso della maggioranza di destra, nonostante la pubblica opposizione da parte del solito Sacconi, è la definitiva dimostrazione, se ce ne fosse ancora bisogna, che quella norma è esattamente quello che avevamo detto che fosse: cioè, una porcheria.
Segnalo, infine, per chiarezza, che tecnicamente quella proroga non è ancora operativa, perché il Milleproroghe, così come modificato dal maxiemendamento, passa ora alla Camera, che dovrà approvarlo a sua volta. Teoricamente, dunque, ci potranno essere ancora delle modifiche e dei passi indietro, ma visto che ogni modifica comporterebbe un ritorno del testo al Senato e considerata la situazione politica, questa ci pare una prospettiva assai improbabile.
 
Luciano Muhlbauer
 
Cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare la pagina del maxiemendamento approvato dal Senato, contenente la proroga (vedi comma 10. evidenziato in rosso)
 

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di lucmu (del 21/02/2011, in Politica, linkato 1105 volte)
Siamo di nuovo alla Baggina, a quel Pio Albergo Trivulzio da dove era partito nel 1992 il terremoto di Tangentopoli. Ora si chiama Affittopoli e, ironia della sorte, è esplosa proprio nei giorni in cui Berlusconi ha annunciato al mondo che intende reintrodurre quell’immunità parlamentare che fu eliminata all’indomani di Tangentopoli.
Coincidenze simboliche che la dicono lunga sul quasi ventennio che ci separa dai giorni che spazzarono via il sistema politico del dopoguerra. Insomma, tutto è cambiato, ma non troppo. Anzi, la logica privatistica con la quale si affronta il governo della cosa pubblica è diventata, semmai, ancora più spudorata. Insomma, o privatizzo o ci metto su le mani direttamente, oppure faccio tutte e due le cose insieme. Certo, non è ancora l’arraffare dei Ben Ali, però…
Questione morale? Sì, certamente, perché è immorale, nel senso più proprio della parola, che quelli che pubblicamente si vantano di sgomberare dalle case popolari qualche famiglia squattrinata e priva di protezioni (perché quelli del racket meglio non toccarli) e che hanno deriso gli inquilini delle case popolari quando protestavano per l’aumento generalizzato degli affitti, siano gli stessi che hanno protetto ed favorito il sistema di concessione di case di proprietà pubblica, in affitto o in proprietà, a prezzi agevolati e a persone nemmeno bisognose.
Ebbene sì, perché il punto è questo: i vertici degli enti pubblici che gestiscono i patrimoni immobiliari vengono nominati dalle istituzioni, che hanno anche l’obbligo di esercitare la funzione di controllo. Nel caso del Pio Alberto Trivulzio il Comune e la Regione, ambedue governati dalla destra, Lega compresa, da tempo immemorabile.
Quello che sta emergendo con Affittopoli e con tutto quello che seguirà (oggi è il turno degli elenchi del Policlinico ed è già saltato fuori il nome del corrotto ex-assessore regionale Prosperini…) non è che l’ennesima dimostrazione, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, che la fuoriuscita dal prolungato dominio della destra è una questione urgente ed improcrastinabile. E, che sia chiaro, non si esce cambiando soltanto il nome di chi amministra la città, bensì anche e soprattutto quel putrefatto sistema di potere che avvantaggia soltanto furbetti e speculatori.
Per questo stupiscono e colpiscono ancora di più le strane priorità individuate da alcuni pezzi del principale partito dell’opposizione, cioè il Pd, che in questi giorni si esercitano al tiro al segno contro il candidato sindaco del centrosinistra, Giuliano Pisapia.
Ma che c’entra Pisapia con Affittopoli? Nulla, lui non c’entra proprio nulla. Non ha mai abitato in una casa di proprietà del Pat o di un altro ente pubblico, né ha mai fatto l’intermediario perché qualcuno ci andasse a vivere. E, infatti, nessuno lo accusa di questo.
Ma, la sua colpa consisterebbe nel fatto che la sua attuale compagna, Cinzia Sasso, giornalista di La Repubblica, è intestataria di un contratto d’affitto, scaduto nel 2008 e non rinnovato, di un appartamento di proprietà del Pat. Lei ci era entrata nel 1990 con il suo allora marito. Più tardi, dopo la separazione, è subentrata come intestataria del contratto (maggiori dettagli sul sito di Pisapia).
Beninteso, queste cose andavano giustamente spiegate pubblicamente, come peraltro la stessa Cinzia Sasso aveva fatto da subito. E chissà, forse ha pure ragione chi ha sostenuto che all’inizio ci fosse un po’ di sottovalutazione rispetto alle implicazioni politiche della vicenda. Infine, non ci stupisce nemmeno che da destra abbiano approfittato alla grande della circostanza, che gli deve essere apparsa come la manna da cielo, viste le responsabilità politiche ed amministrative immani di Pdl e Lega e la prospettiva concreta di perdere le elezioni.
Ma quello che proprio non riusciamo a comprendere è l’ostinazione del fuoco amico. Anzi, consultando i giornali di oggi, a partire da Corsera e Repubblica, sembra quasi che sia diventato il principale dei fuochi.
Orbene, conosciamo tutti il taffazzismo che a volte alberga dalle nostre parti –e che rappresenta uno dei nostri problemi-, ma sparare sul proprio candidato Sindaco proprio quando l’avversario è in difficoltà, chiedere ancora e ancora “chiarimenti” già ampiamente forniti e gonfiare oltremisura un fatto in realtà piuttosto irrilevante, è irresponsabile e miope.
Sappiamo bene che nel principale partito dell’opposizione c’è chi non ha ancora accettato l’esito delle primarie, sebbene, pensiamo, si tratti di una piccolo minoranza, e che forse si illude ancora che i giochi di palazzo portino da qualche parte, ma è bene che tutti quanti ci diciamo in faccia la verità che tutti conosciamo: l’unica alternativa a Giuliano Pisapia si chiama Letizia Moratti.
Così stanno le cose e l’auspicio è, pertanto, che cessi immediatamente il fuoco amico e che ci si concentri a costruire l’alternativa alla destra a Milano.
 
Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 24/02/2011, in Lavoro, linkato 1243 volte)
Tanto tuonò che… non successe nulla. Infatti, dopo i roboanti annunci del vicepresidente ed assessore regionale, il leghista Andrea Gibelli, e del presidente del Consiglio regionale, il leghista Davide Boni, che dicevano di voler costringere i circa 3mila dipendenti regionali a presentarsi al lavoro e a tenere aperti gli uffici il 17 marzo prossimo, giorno festivo causa 150° anniversario dell’unità d’Italia, il tutto finirà, forse, con l’apertura al pubblico dell’aula consiliare e con la conseguente presenza al lavoro di qualche pugno di lavoratori, retribuiti per l’occasione con la maggiorazione da straordinario festivo.
In realtà, era ovvio e giusto che finisse così, perché ogni altra soluzione sarebbe stata non solo illegale, ma anche un autentico furto ai danni dei lavoratori e delle lavoratrici, tirati in ballo, loro malgrado, sin dalla prime avvisaglie di questa stucchevole polemica sul 17 marzo festivo.
Ma riepiloghiamo velocemente i contorni di questa assurda vicenda, tralasciando in questa sede ogni considerazione sull’opportunità o meno di scatenare una gazzarra secessionista nel 150° anniversario dell’unità d’Italia. E sorvoliamo pure sul piccolo particolare che è la Lega a tenere in vita quel Governo Berlusconi che ha deciso in autonomia di dichiarare il 17 marzo giornata festiva.
Orbene, nonostante le quisquilie di cui sopra e il fatto che a nessuno sia passato per la testa di chiedere un parere ai lavoratori, questi ultimi si sono ritrovati da subito in mezzo alla bufera politico-mediatica, facendo la figura di quelli che in piena crisi vogliono fare il ponte invece che lavorare.
A dare il via era stata l’immancabile presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che di fronte all’annuncio berlusconiano di proclamare festa il 17 marzo aveva gridato allo scandalo, sottolineando che in piena crisi non era possibile togliere giorni alla produzione (perché si sa che quei fannulloni di lavoratori avrebbero poi pure saltato il venerdì 18 marzo) e gravare le imprese con nuovi costi.
Una Marcegaglia in pieno stile Marchionne, insomma, improvvisamente dimentica dei tanti giorni di inattività a cui sono costretti moltitudini di lavoratori e lavoratrici a causa della disoccupazione giovanile e della cassaintegrazione oppure del fatto che quest’anno ben due festività, cioè il 25 aprile e il 1° Maggio, coincidono con dei giorni festivi e quindi sono “guadagnati” per la produzione.
Infine, va aggiunto che lo stesso decreto del Governo Berlusconi (vedi allegato) non regala un bel niente ai lavoratori, poiché prevede sì l’introduzione, limitatamente all’anno 2011, del giorno festivo del 17 marzo, ma eliminando contestualmente la “festività soppressa” del 4 novembre. In altre parole, nessun onere finanziario per gli imprenditori privati e la pubblica amministrazione e nessun guadagno per i lavoratori dipendenti.
Ciononostante, la Marcegaglia aveva da subito incassato l’appoggio del capo della Cisl, Bonanni, che nemmeno in questa occasione si era ricordato che sulla carta risulta ancora essere un sindacalista. Ma soprattutto ha suonato la carica la Lega, in primis Calderoli, alla quale non era sembrato vero di poter spostare l’attenzione dallo stato pietoso in cui versa il suo Governo e riproporre l’evergreen della secessione.
E con l’offensiva leghista sono finiti nel mirino in particolare i lavoratori pubblici, chiamati a festeggiare lavorando in un giorno festivo. Nel Consiglio regionale lombardo il presidente Boni, che da tempo pratica un’interpretazione tutta sua del ruolo di presidente dell’assemblea legislativa, grazie anche all’assenza di contrasto da parte di chi dovrebbe fare opposizione, ha fatto partire persino delle strampalate circolari interne con le quali intimava ai dipendenti di recarsi al lavoro il 17 marzo.
Alla fine, comunque, ha dovuto fare una poco gloriosa retromarcia, smentito pubblicamente da Formigoni e, soprattutto, dalla lettera del decreto-legge del Governo di cui la Lega fa parte.
Insomma, il tutto era iniziato come un triste teatrino ad uso e consumo di una Lega che sta al governo da una vita, ma fa finta di stare su Marte ed è finito come meritava di finire, cioè con una farsa. Tuttavia, chissà perché non riusciamo a ridere e perché abbiamo la sensazione che ancora una volta il prezzo della farsa, in termini di immagine, non la pagheranno i responsabili, ma quelli che l’hanno involontariamente subita, cioè i lavoratori.
Quindi, almeno proviamo a raccontare e diffondere la storia vera che si cela dietro la farsa, perché una volta tanto, finalmente, inizino a pagare i responsabili.
 
Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il decreto-legge del Governo sulla festività del 17 marzo 2011
 
 

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“Labor Blues”, rubrica a cura di Luciano Muhlbauer, su MilanoX n° xxiv del 3 marzo 2011, la free press eretica in distribuzione a Milano.
 
Tutto il mondo è paese, specie in tempi di globalizzazione. E così, invece di parlare di Milano, Torino o Pomigliano, questa volta parliamo degli States, del Wisconsin per la precisione. Tanto, come vedrete, fa lo stesso.
Ebbene, succede che da due settimane Madison e le altre città del Wisconsin siano attraversate da un’ondata di scioperi e manifestazioni senza precedenti da parte dei dipendenti pubblici, dagli impiegati fino agli insegnanti. I lavoratori hanno persino occupato il campidoglio, mentre i deputati dei democrats sono scappati nel vicino Illinois per far mancare il numero legale nel parlamento locale e non farsi intercettare dalla polizia di Stato sguinzagliata dal Governatore.
La ragione di questo scontro sta nel fatto che il neo-eletto Governatore Scott Walker, i cui grandi sponsor sono gli straricchi fratelli Koch, tra i principali finanziatori dell’estrema destra repubblicana dei Tea-Party, cerca di far approvare una legge che sopprime senza troppi complimenti la contrattazione collettiva nel pubblico impiego, aumentando en passant brutalmente i contributi previdenziali.
Ma quanto sta avvenendo nel Wisconsin non è che la punta dell’iceberg, poiché disegni di legge simili sono sul tavolo in diversi altri Stati, in particolare dopo l’avanzata repubblicana nelle elezioni di metà mandato dell’anno scorso. Il denominatore comune è quello dell’assalto al salario, ai diritti e, soprattutto, alla contrattazione collettiva nel pubblico impiego, ma non mancano nemmeno le iniziative che puntano a rendere ancora più difficoltosa la sindacalizzazione nel settore privato, come nel caso dell’Indiana.
Per il movimento sindacale statunitense siamo di fronte a una “final offensive”, cioè al tentativo di liquidare definitivamente un sindacato già indebolito da anni di liberismo sfrenato.
Ebbene, vi ricordate i tempi di Pomigliano, quando ci raccontavano la frottola dell’eccezione? Dopo sono arrivate le favole delle deroghe e, infine, la cruda realtà del contratto aziendale in sostituzione di quello nazionale. Ma attenzione, non è finita qui, perché l’obiettivo finale è quello del contratto individuale: ogni lavoratore da solo di fronte al padrone. Insomma, Pomigliano è più vicina a Madison di quanto non si creda e forse dovremmo trarne le dovute conseguenze.
 
link consigliati:
archivio MilanoX: www.milanox.eu/archivio/
blog dell’Afl-Cio del Wisconsin: http://wisaflcio.typepad.com/
sito di The Nation: www.thenation.com/
 
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Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale online Paneacqua il 3 marzo 2011
 
Torna lo spettro dell’intervento umanitario con l’elmetto. Lo evocano quelle potenze occidentali che fino a ieri hanno sostenuto, protetto e coccolato i dittatori e i monarchi assoluti nel Maghreb e nel Medio Oriente. E laddove ciò è ancora possibile, si continua a farlo.
Un sostegno motivato dal business, dalla politica di contrasto dei flussi migratori e dalla lotta al terrorismo di matrice islamica. Del primo si parla relativamente poco, ma in cambio pesa parecchio. Nel nome degli altri due si giustifica un po’ di tutto, anche l’ingiustificabile e l’infame.
Affari a parte, la tesi di fondo suona più o meno così: per poter difendere la nostra democrazia, la nostra libertà e i nostri diritti umani bisogna sostenere regimi che negano la democrazia, la libertà e i diritti umani, poiché gli arabi e gli islamici sono geneticamente incapaci di comprendere questi concetti.
È la solita vecchia storia, si dirà. Certo che è così, ma c’è di più questa volta, perché il colonialismo e l’imperialismo storici avevano pur sempre una visione, mentre l’Occidente di oggi, in particolare l’Europa, sembra non vedere più oltre il proprio naso.
Com’è possibile che a Washington e nelle capitali europee nessun governo abbia previsto o annusato quanto stava per avvenire? Che persino, a rivolta già iniziata, il Ministro degli esteri di un’importante ex potenza coloniale del Nord Africa, cioè la Francia, abbia prima trascorso le sue vacanze in Tunisia, ospite degli uomini di Ben Ali, e poi addirittura offerto la cooperazione della Francia per reprimere le manifestazioni di piazza?
Insomma, le classi dirigenti degli Usa e dell’Europa sono stati colti di sorpresa. E quello che è peggio, anche chi dovrebbe e vorrebbe incarnare delle alternative, cioè la sinistra, è stato colto di sorpresa.
Da tutto questo deriva un giudizio impietoso sull’Europa e le molte tesi sul declino del vecchio continente ne escono senz’altro rafforzate. Ma non è di questo che vogliamo parlare in questa sede. Qui ci interessa ragionare su di noi, sulla sinistra politica e sui movimenti, su quello che oggi dovremmo fare di fronte agli avvenimenti.
Anzitutto, c’è una cosa che non dovremmo fare, cioè aggrapparci alle voglie interventiste di Usa e Nato per nobilitare l’ignobile, per riesumare la stantia e deleteria tesi del nemico del mio nemico è mio amico. Ghedaffi non è un campione dell’antimperialismo e dell’autodeterminazione dei popoli. Chissà, forse un tempo lontano ci assomigliava, ma oggi non è che un tiranno, abbagliato dal suo potere e dalle sue ricchezze e persino disponibile a fare da aguzzino di migranti e profughi per conto di Berlusconi e della Lega.
No, non si può essere ambigui, tra Ghedaffi e chi si ribella al suo regime bisogna stare con i secondi. A Tripoli e a Bengasi, esattamente come a Tunisi, il Cairo, Algeri, Sanaa o Teheran, noi stiamo con chi insorge.
I potenti del mondo non solo non hanno previsto la rivolta, ma nemmeno i suoi contorni e i suoi protagonisti. Certo, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio: la Libia non è la Tunisia o l’Egitto, l’Algeria è cosa diversa dallo Yemen, per non parlare dei paesi del Golfo o dell’Iran, che è un discorso a parte. Tuttavia, bisogna mettersi le fette di salame sugli occhi per non vedere che c’è qualcosa che accomuna i rivoltosi al di là dei confini e delle specificità. I protagonisti sono soprattutto giovani e scolarizzati, usano internet, ma non trovano un posto nel presente e non vedono un futuro. Sono schiacciati dagli effetti della crisi globale e da regimi corrotti e sclerotizzati. Non sono fondamentalisti religiosi, non chiedono la sharia, bensì democrazia e  libertà di parola, lavoro e un futuro.
Quei giovani, in fondo, assomigliano molto di più ai loro coetanei europei che nell’autunno scorso inondarono le strade di Roma e Londra, che non ai miliziani della jihad, che i propagandisti nostrani dello scontro di civiltà vorrebbero vendere come l’unica espressione politica di cui sono capaci le società a prevalenza islamica.
Beninteso, non sappiamo se quelle rivolte si tramuteranno in rivoluzioni compiute, in un “1848 arabo”, come sostiene Tariq Ali. Né sappiamo se sia giustificato l’ottimismo sfrenato di Hardt e Negri, che intravedono per il mondo arabo un ruolo da laboratorio politico paragonabile a quello svolto dall’America Latina nel decennio scorso. E non dobbiamo nemmeno sottovalutare la potenza delle forze normalizzatrici, peraltro già all’opera, come gli eserciti, le strutture politiche e sociali conservatrici e le stesse ingerenze occidentali.
Eppure, saremmo dei folli a non capire che nulla sarà più come prima e che si sta affacciando una nuova generazione non riducibile alla falsa alternativa tra dittatura filo-occidentale ed islamismo militante. D’altronde, andrebbe sempre ricordato che tra le prime vittime del predominio di queste false alternative, di questa vera e proprio tenaglia troviamo anche le aspirazioni e i diritti del popolo palestinese.
La rivolta dei giovani maghrebini e arabi è una boccata d’ossigeno e una possibilità. E quando si presenta una possibilità del genere, quando in campo ci sono dei movimenti reali, allora non bisogna ritirarsi nelle sale riunioni a disquisire su quanto sono potenti i nemici e su quanto sono fragili, disorganizzate e incerte quelle insorgenze, ma occorre uscire di casa ed agire.
Anzitutto, schierandosi senza esitazione con le rivolte, con i ragazzi e le ragazze che si battono per il loro futuro. In secondo luogo, costruendo dialogo, solidarietà e cooperazione tra la sinistra e i movimenti nostri e quelli maghrebini e arabi. In terzo luogo, opponendosi a tutti i tentativi di normalizzare, ingabbiare e invertire i processi in atto, a partire da ogni ipotesi di intervento militare Usa o Nato. Infine, promuovendo l’accoglienza dei profughi e contrastando la criminalizzazione berlusconiano-leghista dei migranti maghrebini.
L’esito del nostro schieramento è garantito? No, tutt’altro. Ma è l’unica cosa giusta da fare per una sinistra che vuole guardare al futuro e, così facendo, magari ci ricordiamo anche come si fa a cambiare le cose a casa nostra.
 
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“Labor Blues”, rubrica a cura di Luciano Muhlbauer, su MilanoX n° xxv del 10 marzo 2011, la free press eretica in distribuzione a Milano
 
Fa tristezza e rabbia vedere decine di lavoratori e lavoratrici trattati come un fastidio e spintonati da guardie private e poliziotti. È successo domenica scorsa agli ingressi della Fiera di Rho-Pero. Dentro c’era un’esposizione di calzature, pelletteria e… pellicce, fuori sono rimasti i 62 licenziati dall’Innova Service, una società di servizi, e chi sosteneva la loro protesta, a partire dal centro sociale Fornace.
62 uomini e donne, la cui sorte non sembra interessare più di tanto quanti avrebbero invece il compito istituzionale di interessarsene. Un disinteresse, beninteso, che non può essere attribuito all’ignoranza, perché il caso è noto.
Anzi, il Prefetto Lombardi, tanto per fare un esempio, un anno fa aveva persino incontrato i lavoratori. Era finita con la promessa di grandi impegni, ma dopo un inizio promettente, all’improvviso era calato il silenzio. Si dirà che il Prefetto è molto impegnato, ma poi si viene a sapere che aveva trovato il tempo per ricevere nel suo ufficio una delle ragazze del bunga bunga bisognosa di un aiutino o per stendere un ricorso a se stesso, pur di non dover pagare una multa di poco conto.
Ma, in fondo, per conoscere il caso non c’era bisogno di incontri specifici, visto che i capi dell’Innova Service sono vecchie conoscenze della giustizia. E poi, l’azienda è attiva sull’area dell’ex-Alfa Romeo, oggetto delle attenzioni molto particolari del Presidente della Regione, il capo ciellino Roberto Formigoni.
Insomma, tutti sanno tutto, compreso il fatto che i licenziamenti non trovano alcuna giustificazione nella crisi. O per dirla con lo Slai Cobas, il loro sindacato, all’ex Alfa “ci vorrà sempre qualcuno che sta alle portinerie, fa manutenzione e pulisce i cessi”.
Appunto, ci vorrà sempre qualcuno, ma evidentemente non quei lavoratori ex-operai cassintegrati dell’Alfa, che hanno il brutto vizio di non stare zitti quando ci sono delle cose che non vanno. Specie ora, con il “Piano Alfa” nuovo di zecca in arrivo, dove la reindustrializzazione è desaparecida, ma in cambio c’è un mega centro commerciale e tanta speculazione.
Insomma, quel silenzio delle istituzioni è poco innocente e questo fa ancora più rabbia. E quindi, se vi capita, sostenete la lotta dei lavoratori dell’Innova.
 
link consigliati:
archivio MilanoX: www.milanox.eu/archivio/
comunicati Slai Cobas Alfa Romeo: http://www.slaicobas.it/fiat-alfa-romeo-arese.html
 
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Ce la possiamo giocare! Dopo 18 anni di governo ininterrotto della città, per prima volta la destra mostra segni di preoccupazione e, sondaggio dopo sondaggio, arriva la conferma che Giuliano Pisapia è in partita e che lady Letizia non riesce a prendere il volo, nonostante i tanti milioni di euro gettati nella campagna elettorale.
Certo, la Moratti e la sua coalizione berlusconian-postfascista-leghista sono ancora avanti, ma allo stato la prospettiva più probabile è che si vada a quel ballottaggio, che la destra teme come la peste.
Tutto bene quindi? Ma neanche per sogno, perché non basta stare alle calcagna dell’avversario, bisogna invece superarlo, e poi, considerato lo schifo dilagante, anche l’astensionismo e il voto di protesta sono dati in crescita. Anzi, si ha nettamente l’impressione che a destra stiano lavorando proprio per far aumentare l’astensionismo, cioè per allontanare i milanesi e le milanesi dalle urne per mezzo del ritornello del tutti colpevoli, quindi nessuno colpevole, che finisce poi per assolvere esattamente chi da un ventennio fa il bello (poco) e il cattivo (tanto) tempo in città.
Ce la possiamo giocare, ma per vincere e portare la primavera a Milano occorre che tra due mesi quelli e quelle che non ne possono più di Moratti, De Corato e leghisti rampanti partecipino, che vadano a votare e che non si facciano spingere nell’astensionismo.
Di tutto questo ero convinto da tempo, ma ora lo sono sempre di più. Anche per questo avevo già dichiarato, quando avevo motivato la mia decisione di non candidarmi a consigliere comunale, che avrei fatto tutto il possibile per sostenere l’elezione di Giuliano Pisapia.
Ieri Giuliano mi ha scritto, proponendomi formalmente di collaborare con lui e la sua campagna elettorale, in particolare per quanto riguarda le relazioni con i movimenti e l’associazionismo, cioè con quella ampia parte di Milano che questa amministrazione, in primis il suo Vicesindaco, considera un nemico da eliminare manu militari, come ha dimostrato, peraltro, ancora una volta nei giorni scorsi con la chiusura del circolo Arci La Casa 139.
Ecco la lettera di Pisapia:
 
Caro Luciano,
come ti ho già detto a voce, ho molto apprezzato e mi ha fatto particolarmente piacere, la tua decisione di continuare a impegnarti per la mia elezione a sindaco, dopo la tua decisione di non candidarti alle prossime elezioni comunali.
Considero la tua figura e il tuo impegno a Milano decisivi per battere il centrodestra e ridare alla nostra città una dimensione aperta, partecipativa, democratica.
Ti propongo quindi di collaborare con me e di dare il tuo contributo, nel quadro della mia campagna elettorale, nei rapporti e nelle iniziative con quelle realtà e quelle esperienze di movimenti sociali e associativi che rappresentano un patrimonio importante di partecipazione, proposte e innovazioni di questa città.
Un abbraccio
Giuliano
 
Ebbene, attraverso queste righe rispondo dunque a Giuliano che accetto con piacere e convinzione la sua proposta. Ce la possiamo giocare!
 
Luciano Muhlbauer
 
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Sabato 12 marzo sarà un altro giorno di mobilitazioni a Milano. E come già avvenuto altri sabati precedenti, le iniziative, sebbene non siano in contrapposizione tra di loro, si svolgono in contemporanea e in luoghi diversi della città. Insomma, siamo di fronte a una perfetta metafora della situazione generale, fatta da tante persone che si muovono, che esprimono opposizione e voglia di cambiamento, ma senza un centro di gravità e una meta condivisi.
Comunque sia, guardiamo al bicchiere mezzo pieno e, quindi, elenco brevemente le iniziative in campo (scusandomi per eventuali dimenticanze). Poi, fermo restando che a casa non si rimane, pioggia o non pioggia, scegliete voi dove andare.
Anzitutto c’è l’appuntamento più conosciuto e pubblicizzato, poiché ha carattere nazionale e il suo epicentro si trova a Roma. Si tratta della mobilitazione A difesa della Costituzione, che a Milano si svolgerà in largo Cairoli, dove verrà allestito un palco, dalle ore 15.00 alle 19.00. Per info: www.adifesadellacostituzione.it
Strada facendo, anche grazie alle edificanti esternazioni sulla scuola pubblica da parte di Berlusconi, alla parola d’ordine della difesa della Costituzione si è aggiunta con forza anche quella della difesa della scuola pubblica, provocando peraltro il manifestarsi di qualche contraddizione.
Infatti, come già quella del 13 febbraio scorso, anche la piazza del 12 marzo si caratterizza per essere molto ampia e così si prevede, almeno a Roma, anche la presenza di esponenti finiani. Orbene, è risaputo che i deputati e i senatori di Fli hanno votato a favore dei tagli alla scuola pubblica e della riforma Gelmini. Contraddizioni delle larghe intese in chiave antiberlusconiana, si dirà, ma intanto ha fatto sì che a Roma la maggioranza del movimento degli studenti universitari si è data appuntamento in un piazza diversa (e, per quello che vale, sono d’accordo con loro). Per info: www.ateneinrivolta.org - www.uniriot.org - www.unionedeglistudenti.net/sito
A Milano, divisioni spaziali di questo tipo non si sono verificate, ma il problema politico ovviamente rimane e anche le ripercussioni. Comunque, in largo Cairoli ci sarà Rete Scuole, che garantirà parole chiare in tema di scuola pubblica. Per info: www.retescuole.net
Alle ore 14.30, in piazza Duca d’Aosta (stazione Centrale), c’è invece l’appuntamento per il Samedi Gras – il carnevale antirazzista di Milano, alla sua seconda edizione, dopo l’esperienza positiva dell’anno scorso. Ci sarà una parata in maschera, con carri allegorici e giochi per bambini di ogni età e cultura, ma soprattutto è un’occasione per ricordarci che milanesi non si nasce ma si diventa e per mandare un abbraccio a chi in Tunisia, Egitto, Libia ecc. è insorto per la libertà. Per info: www.milanomovida.tk
Alle ore 15.00, presso il circolo LO-FI, in via Pietro e Giuseppe Pestagalli 27, c’è poi un’assemblea, organizzata dall’Arci Milano, per iniziare a rispondere alla politica di chiusura degli spazi di socialità dell’amministrazione milanese, che una settimana fa ha provocato la sua ultima vittima in ordine di tempo: il circolo La Casa 139. Vi segnalo questa iniziativa non tanto perché ci sia bisogno di una presenza di massa, ma soprattutto perché iniziate a segnarvi sull’agenda la mobilitazione di piazza che quell’assemblea è chiamata a preparare e che si terrà sabato prossimo. E nel frattempo, firmate anche l’appello Liberiamo la musica! Per info: www.arcimilano.it
Infine, visto che ci siamo e che il 25 aprile si avvicina, vi segnalo anche la tre giorni di iniziative di Partigiani in Ogni Quartiere, che inizia oggi venerdì e si conclude domenica 13 marzo. Per info: http://poq.noblogs.org
Buon week end di lotta e speranza!
 
Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 15/03/2011, in Politica, linkato 1071 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale online Paneacqua il 15 marzo 2011
 
Il Sindaco Moratti e il suo vice, l’ex-capo missino De Corato, non smettono di stupire. Infatti, proprio quando la campagna elettorale inizia ad entrare nel vivo, ne hanno inventata un’altra: è temporaneamente sospeso il diritto dei cittadini milanesi di manifestare davanti alla sede del Comune, cioè in piazza della Scala.
Persino i Re di Francia ammettevano che i sudditi potessero presentargli le loro lamentale (doléances), ma il democratico potere municipale della moderna Milano non può tollerare che i cittadini si riuniscano davanti a Palazzo Marino? Ci sarebbe da ridere, se non fosse roba seria.
Beninteso, non ci sorprende l’avversione del vicesindaco per la libertà di espressione, specie di quelli e di quelle che non la pensano come lui, bensì che egli abbia trovato complicità nelle istituzioni preposte alla tutela dell’ordine pubblico e delle libertà costituzionali.
In realtà, le avvisaglie c’erano tutte, perché da un po’ di tempo in Questura stavano diventando estremamente rigidi di fronte a comunicazioni di presidi o manifestazioni in piazza della Scala, ma il salto di qualità era arrivato settimana scorsa, quando all’Arci di Milano era stata negata piazza della Scala. Non c’era niente da fare e l’Arci ha dovuto spostare la sua iniziativa, prevista per sabato prossimo, in piazza Fontana.
Per capire ancora meglio di cosa stiamo parlando, occorre ricordare che la protesta dell’Arci è rivolta espressamente contro alcuni atti dell’amministrazione comunale, considerato che all’inizio del mese la Polizia Locale, che riceve gli input direttamente dal vicesindaco con delega alla sicurezza, ha chiuso l’ennesimo circolo Arci, La Casa 139.
Insomma, siamo di fronte a un divieto che nulla c’entra con l’ordine pubblico, ma molto invece con la politica. E, come se non bastasse, ieri pomeriggio è arrivato pure un lancio di agenzia dell’Ansa che ha annunciato quello che tutti intuivano: “a Piazza della Scala non si può più manifestare: a quanto si è appreso la questura, la prefettura e l’amministrazione avrebbero stretto un’intesa per evitare assembramenti nella famosa piazza di fronte all’amministrazione comunale”.
L’Ansa non ha citato la fonte, ma si sa, quell’agenzia difficilmente lancia un sasso se prima non ha fatto le sue verifiche. Ma a questo punto c’era un problema, visto che l’ancién regime non c’è più e vietare ai cittadini una piazza pubblica per non infastidire Moratti e De Corato è palesemente illegale e incostituzionale. E così, passate alcune ore, è arrivato il comunicato stampa della Questura che diceva che non c’è alcun divieto di manifestare in piazza della Scala, che “non esiste alcun accordo preventivo tra le istituzioni citate” e che il Questore valuta caso per caso “in relazione ad eventuali, possibili problematiche che possano influire, in generale, sull’ordine e sulla sicurezza pubblica”.
Tutto bene, quindi? Per niente, visto che gli altri protagonisti della vicenda sono rimasti in assordante silenzio. Neanche mezza smentita, ovviamente, da De Corato e Moratti, ma soprattutto non ha smentito il Prefetto, che è pur sempre la massima autorità sul territorio in materia di ordine pubblico. Inoltre, rimane la questione dell’iniziativa dell’Arci in programma per sabato prossimo, per la quale piazza della Scala risulta tuttora off-limits.
Insomma, azzardiamo un’ipotesi. L’accordo l’hanno fatto davvero, soprattutto tra l’amministrazione comunale e il Prefetto Lombardi, il quale si è sempre contraddistinto per la sua sensibilità verso le sollecitazioni politiche provenienti dal centrodestra, tant’è vero che aveva persino ricevuto nel suo ufficio Marysthell Polanco, una delle papi-girls bisognosa di un aiutino. La Questura, da parte sua, non fosse altro perché vi era consapevolezza dell’illegalità di accordi del genere, ha cercato di prendere le distanze una volta che la cosa era finita sulla pubblica piazza.
Tuttavia, a parte i comunicati stampa, tutto è rimasto esattamente come prima, a partire dal divieto per l’Arci di poter manifestare davanti al Comune. Ecco perché riteniamo che debba essere fatta chiarezza in tempi stretti. Cioè, il Questore ritiene davvero che l’Arci sia un problema per l’ordine e la sicurezza pubblica? Se non lo pensa, allora deve revocare immediatamente ogni divieto.
Comunque sia, noi pensiamo che divieti di questa natura siano estremamente preoccupanti ed estranei alla legalità costituzionale e che sia, pertanto, un dovere civico non accettarli e non legittimarli e, se necessario, disobbedire ad essi.
 
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