Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Non siamo mai stati forcaioli e, pertanto, ci auguriamo che il Presidente del Consiglio regionale lombardo, il leghista Davide Boni, possa dimostrare la sua totale estraneità rispetto all’accusa di corruzione, contestatagli oggi dalla Procura di Milano.
Tuttavia, da un punto di vista politico non possiamo che sottolineare, con vivissima preoccupazione, che ormai la situazione in Regione Lombardia sia diventata definitivamente insostenibile e che occorra fare l’unica cosa responsabile rimasta da fare, cioè portare la Regione ad elezioni anticipate, da tenersi in autunno oppure in concomitanza con le elezioni politiche dell’anno prossimo. A meno che, ovviamente, non si voglia aspettare il big bang giudiziario, che però spazzerebbe via anche la residua credibilità dell’istituzione regionale.
Come si fa a non vedere che l’odierno avviso di garanzia nei confronti dell’esponente leghista, che fa di quello lombardo l’Ufficio di Presidenza più indagato e meno presentabile d’Italia, e la contestuale pubblicazione, da parte del Corriere della Sera, delle lettere riservate tra Formigoni e Don Verzé, che dimostrano che il Presidente lombardo sapeva da un decennio del buco di bilancio del San Raffaele e che riservava all’ospedale privato un prolungato trattamento di favore, a nostro modo di vedere illecito, rappresentano due ulteriori  e pesanti tegole lanciate sulla già malmessa credibilità di Regione Lombardia?
Riteniamo, dunque, irresponsabile, da un punto di visto istituzionale, politico e morale, insistere ulteriormente. Il Presidente Formigoni prenda atto che questa legislatura è politicamente finita, che non può più dare nulla alla Lombardia, se non altri guai e scandali. Si dimetta dunque, perché questo è l’unico modo per arrivare alle elezioni anticipate in maniera politica e non costretti dal big bang giudiziario.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
P.S. nella foto che accompagna questo comunicato, si vede l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale della Lombardia, così come fu eletto all’inizio della legislatura, nel 2010. Ebbene, a questo punto, a parte Carlo Spreafico (Pd), in alto a sinistra, tutti gli altri, cioè 4 su 5, sono indagati e due di loro erano finiti addirittura in carcere (Nicoli Cristiani e Ponzoni).
 
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di lucmu (del 07/03/2012, in Lavoro, linkato 2519 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale on line Paneacqua.eu il 7 marzo 2012
 
Lo sciopero generale proclamato dalla Fiom il 9 marzo prossimo non riguarda soltanto la Fiom. E nemmeno i soli metalmeccanici o gli operai in generale. No, riguarda l’insieme del mondo del lavoro, così come oggi concretamente esiste, e riguarda la condizione presente e futura della nostra democrazia.
Da alcuni anni, ormai, la Fiom si trova nell’occhio del ciclone. Sulla sua pelle e su quella dei lavoratori metalmeccanici si gioca una partita dura e pesante, che va ben al di là delle sorti di qualche transnazionale dell’automobile o della stessa industria manifatturiera italiana. È una partita che individua nei metalmeccanici e nella Fiom l’anello forte da spezzare, anche simbolicamente. Insomma, un po’ come ai tempi fece la Thatcher con i minatori, la cui sconfitta spalancò le porte al dilagare delle politiche neoliberiste.
Pomigliano, giugno 2010. Vi ricordate? Dicevano che era un’eccezione, perché la fabbrica era proprio vecchia e perché gli operai campani erano un po’ strani e molto assenteisti, e che dunque occorrevano misure eccezionali, che furono poi scritte in un contratto eccezionale. In seguito, dopo aver ottenuto il via libera con un referendum, dove gli operai potevano democraticamente scegliere se accettare le regole eccezionali o finire disoccupati in una terra dove il lavoro è merce rara, l’eccezione si generalizzò fino a far diventare eccezionale il contratto nazionale.
Infatti, dopo Pomigliano arrivò Mirafiori, poi tutto il gruppo Fiat e il settore automotive eccetera. Ovviamente, dopo Mirafiori, di referendum, seppure con la pistola puntata alla tempia, non se ne sono più visti. In cambio, il governo Berlusconi-Lega si è inventato il famigerato articolo 8 della legge n. 148/2011, che non si limitava a legittimare ex post le eccezioni di Marchionne, ma operava un nuovo salto di qualità, di carattere generale: cioè, i contratti aziendali avrebbero potuto derogare non soltanto ai contratti nazionali, ma anche alle norme di legge, compreso l’articolo 18 e altri dello Statuto dei Lavoratori.
Berlusconi non c’è più, ma l’articolo 8 non solo è vivo e vegeto, ma il governo Monti sembra ormai puntare dritto al cuore delle vicenda, con la “riforma del mercato del lavoro”. Peraltro “ce lo chiede anche l’Europa” di togliere di mezzo l’articolo 18 e di valorizzare i contratti aziendali e/o individuali a scapito del contratto nazionale.
Ma perché ce l’hanno tanto con questo articolo 18? In fondo, vieta semplicemente i licenziamenti discriminatori, ma per tutto il resto, come purtroppo ci ricordano i tragici numeri della crisi e della recessione, i licenziamenti vengono fatti a getto continuo. E poi, l’articolo 18, che ha valenza effettiva e dissuasiva soltanto in presenza di un contratto a tempo indeterminato e di un’azienda con più di 15 dipendenti, è già di fatto disapplicato per una fetta molto ampia del mondo del lavoro. Cioè, per tutte le tipologie di lavoro precario e per tutte le piccole aziende, per non parlare del sommerso, ovviamente.
La risposta alla domanda non la troviamo di certo in quell’irritante ritornello che dice che l’art. 18 impedirebbe l’assunzione dei giovani, perché se dovessimo prenderlo sul serio, dovremmo concludere che si pensa di licenziare gli over 40 e 50, per assumere al loro posto dei ventenni. No, la risposta giusta la troviamo nelle dichiarazioni rese di continuo da coloro che appartengono al mondo che conta davvero, nel senso che decide le politiche che vengono effettivamente attuate.
Ne scegliamo alcune a caso. La prima appartiene a Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea, che in una recente intervista ha affermato a chiare lettere di ritenere finito e superato il modello sociale europeo. La seconda è del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che in uno dei suoi interventi più programmatici ha motivato la centralità della riforma del mercato del lavoro con la necessità di reggere la competizione internazionale con le economie emergenti. L’ultima, invece, è del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che proprio oggi ha dichiarato che in Italia bisogna “lavorare di più, in più e più a lungo”.
Insomma, il futuro modello sociale che si immagina per l’Italia e per l’Europa è molto cinese o serbo o tunisino o quello che volete voi. Comunque sia, la posta in gioco è la riduzione della massa salariale, diretta e indiretta e differita. Cioè, si aumenta l’età pensionabile (allungando la vita lavorativa), si allunga l’orario di lavoro medio e si intensificano i ritmi di lavoro. E tutto questo, ovviamente, a parità di salario o addirittura diminuendo gli stipendi.
Questi obiettivi hanno un presupposto necessario, cioè la disarticolazione del potere negoziale dei lavoratori, che altrimenti difficilmente accetterebbero senza colpo ferire un forte peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita. A questo serve lo smantellamento dei diritti e delle tutele, così come la manomissione dell’articolo 18, che in realtà non può far altro che arginare, laddove può, l’assoluto arbitrio padronale.
Ma, per essere più concreti, torniamo a Pomigliano, 20 mesi dopo quel referendum. Nel frattempo la fabbrica è stata ristrutturata e anche la proprietà è nominalmente cambiata. Cioè, è sempre roba della Fiat e di Marchionne, ma gli operai erano stati messi tutti in cassa e ora, che riprende la produzione, devono essere riassunti dalla newco per poter rientrare nella fabbrica dove già lavoravano. Ebbene, dei 5mila operai per ora ne sono stati riassunti 2mila e nessuno di loro è un tesserato Fiom! Cioè, se sei della Fiom non puoi lavorare.
Peraltro, a partire dal 1° gennaio, in tutto il gruppo Fiat è stata tolta l’agibilità sindacale alla Fiom. Le Rsu, elette dai lavoratori, sono state abolite ed esistono soltanto “delegati” nominati dalle sigle che sono d’accordo con Marchionne. In altre parole, nel gruppo Fiat la Fiom è stata messa in clandestinità e gli operai sono stati privati dei più elementari diritti e libertà sindacali, peraltro costituzionalmente tutelati.
E qui la questione del modello sociale e quella della democrazia si incontrano di nuovo. Infatti è impossibile che un modello sociale regressivo, dove le differenziazioni sociali si estremizzano, una parte crescente della società viene esclusa e il welfare si scioglie come neve al sole, possa reggere un tasso significativo di democrazia e partecipazione. Anzi, Pomigliano docet.
Ecco perché non dare il giusto peso alla battaglia della Fiom e magari girare la testa da un’altra parte, perché non si è della Fiom o non si è metalmeccanici, è un grave errore. Ed ecco perché è un pessimo e preoccupante segnale politico che alcuni esponenti di primo piano del Pd abbiano rinunciato alla loro presenza al corteo del 9 marzo, con il pretesto, davvero inconsistente, che dal palco interverrà il Presidente della Comunità Montana della Valle Susa, Sandro Plano, peraltro iscritto al Pd.
Oggi la Fiom, lottando per i diritti dei metalmeccanici e per quelli, più che legittimi, della propria organizzazione, sta conducendo una battaglia dalla valenza generale per un modello sociale equo e giusto e per la democrazia, in un paese che tende ad oscillare pericolosamente tra gli scatti d’ira e il consenso rassegnato ai governi cosiddetti tecnici.
Insomma, la Fiom, piaccia o non piaccia, siamo tutti e tutte noi. Ne dovremmo prendere semplicemente atto ed agire di conseguenza, a partire dal 9 marzo.
 
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di lucmu (del 15/03/2012, in Regione, linkato 2802 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 15 marzo 2012 e sui giornali on line MilanoX e Paneacqua
 
Ormai è uno stillicidio e non ha nemmeno più senso commentare le singole vicende. E questo vale a maggiore ragione per l’ultimo degli inquisiti in ordine di tempo, il consigliere regionale del Pdl, Giammario, ora indagato per corruzione, ma il cui nome si trovava già nell’inchiesta “Infinito” contro la ‘ndrangheta in Lombardia.
No, il punto è un altro, cioè il lungo ciclo formigoniano, che ha dominato in Lombardia per 17 anni consecutivi, segnando, deviando e corrompendo, anzitutto moralmente, il sistema regionale, è arrivato al capolinea. Il potente sistema di potere costruito attorno a Cl, il movimento politico-confessionale che in Lombardia agisce da partito-stato, e all’ultradecennale ed organica alleanza con la Lega Nord, scricchiola come mai era accaduto prima d’ora.
Beninteso, l’esistenza di una questione morale al Pirellone non è certo una novità, anzi era palese già nella scorsa legislatura. Vi ricordate, ad esempio, l’arresto in diretta tv dell’allora assessore regionale Prosperini oppure lo scandalo bonifiche, che aveva portato in carcere Rosanna Gariboldi, moglie di Giancarlo Abelli, assessore e signore delle nomine nella sanità lombarda?
Ma non era che l’inizio, poiché Formigoni trascinò i corrotti direttamente nella sua quarta legislatura. Tutto quello che succede ora era ampiamente annunciato, tant’è vero che lo stesso Formigoni si era adoperato per ricollocare gli ex-assessori più a rischio in posti privilegiati in Consiglio. Ci riferiamo ai due esponenti Pdl Nicoli Cristiani e Ponzoni, ambedue finiti di recente in carcere. A questi due va poi aggiunto il leghista Davide Boni, ex assessore e tuttora Presidente del Consiglio regionale, indagato pure lui per corruzione.
Di recente, poi, Formigoni ha estromesso dalla sua Giunta il Pdl Massimo Buscemi, perché considerato a rischio, ma in cambio ha pagato un vecchio debito, dando un incarico da 150mila euro a Monica Guarischi, sorella di Luca Guarischi, ex consigliere regionale vicino a Formigoni, decaduto nel 2009 causa condanna definitiva per tangenti. Ovviamente, potremmo andare avanti all’infinito, con il caso Minetti, le firme false per il listino o il crac del San Raffaele, ma lasciamo perdere.
Insomma, difficile presentare Roberto Formigoni come un immacolato circondato a sua insaputa da tante mele marce. Qui si tratta di un sistema che è marcio. Il tanto acclamato modello Lombardia è anche questo e, forse, soprattutto questo.
17 anni di governo ininterrotto sono decisamente troppi, portano a confondere la cosa pubblica con la cosa privata. Persino Putin aveva dovuto inventarsi un’interruzione prima del terzo mandato presidenziale. Formigoni invece no, lui è al quarto di fila, senza colpo ferire.
Ora però, finito il ventennio berlusconiano, sta per crollare anche quello formigoniano. Il problema, dunque, non è sapere se finisce, bensì come finisce. Già, perché non è la politica, l’opposizione o la mobilitazione dal basso a scuotere il palazzo, bensì la magistratura.
I magistrati, ovviamente, fanno il loro mestiere, così come lo fecero vent’anni fa, ma è la politica che finora non l’ha fatto. L’opposizione appare troppo debole e timida e nel passato recente c’è stato pure qualche inciucio di troppo.
Occorre, quindi, avviare da subito un percorso unitario per un’alternativa, che parta dal coinvolgimento dei cittadini e preveda le primarie. Insomma, la Lombardia non sarà come Milano, ma la primavera milanese ci offre un esempio concreto e vicino su come far rientrare in campo la partecipazione popolare e democratica e vincere. Altrimenti rischiamo di ripetere la via romana, dove siamo usciti dal berlusconismo non con un’alternativa politica, bensì con una politica commissariato e delegittimata.
 
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di lucmu (del 21/03/2012, in Lavoro, linkato 2656 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale on line Paneacqua il 21 marzo 2012
 
Non si tratta più, su nulla e con nessuno, che sia un sindacato, una comunità locale o uno Stato sovrano. È questo uno dei tratti distintivi del governo tecnocratico in epoca di crisi globale, dove la fonte di legittimazione dichiarata di ogni decisione sta nello stato di necessità, per definizione non discutibile, e nella volontà dei mercati finanziari, dell’Europa, della Bce e del Fondo monetario.
Quando Mario Monti, ieri sera, ha dichiarato che il Governo sull’articolo 18 non tratta più, ha detto soltanto una mezza verità, perché in realtà non c’è mai stata alcuna trattativa. La conclusione del confronto sul mercato del lavoro è, infatti, identica al suo punto di partenza, se consideriamo le cose che contano davvero. E l’unica differenza con la vicenda del brusco e brutale innalzamento dell’età pensionabile del dicembre scorso sta unicamente nella forma.
Beninteso, il Governo Monti non si sta comportando in maniera eccentrica, ma piuttosto in piena sintonia con lo spirito dei tempi. Sarà anche per questo che il suo stile è molto apprezzato a Berlino o nella City di Londra e che lo spread ha smesso improvvisamente di essere un problema.
Come Monti fanno un po’ tutti i poteri che contano e messi insieme fanno una tendenza generale. Marchionne ha fatto da battistrada, stabilendo che lui non trattava più e che si poteva scegliere se adeguarsi o andare fuori dai piedi. E per chiarire il concetto, con la gentile collaborazione di Fim e Uilm, per dire la verità, ha abolito l’elezione dei delegati e dichiarato illegale il principale sindacato metalmeccanico, la Fiom.
Ma il non-tratto-più è un metodo universale, non limitato al lavoro. Ne sanno qualcosa le comunità locali dalla Val di Susa e chiunque, come peraltro anche il sottoscritto, ritenga il Tav Torino-Lione un’opera sbagliata e inutile. A loro viene offerto il dialogo, a patto che la conclusione sia identica alla relazione introduttiva, cioè l’opera si fa comunque. E se non ti sta bene e continui a rompere, allora ci sono sempre le legnate.
Anche agli Stati europei messi peggio da un punto di vista debitorio viene riservato il medesimo trattamento. I greci o i portoghesi decidano pure chi votare alle elezioni, tanto il governo reale della nazione viene esercitato da altri. Peraltro, la stessa famosa lettera della Bce al Governo italiano dell’estate scorsa non era un insieme di suggerimenti, bensì un dettagliato programma di governo da applicare senza fiatare, compresa la manomissione dell’articolo 18.
La situazione è peggio di quello che sembra, perché vi sono alcuni fatti che spesso sfuggono all’attenzione dell’opinione pubblica a causa del loro apparente buon senso. Ci riferiamo all’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, che probabilmente già domani verrà licenziato dalla competente commissione in Senato, e al trattato europeo sulle politiche fiscali, il cosiddetto “fiscal compact”, firmato dagli Stati membri il 2 marzo scorso. Ebbene, quelle norme vincoleranno le politiche degli Stati europei -e degli enti locali- per molti anni, impedendo delle politiche espansive ed imponendo una politica permanente dei tagli. In altre parole, a prescindere dalle scelte degli elettori e delle elettrici, viene imposto lo smantellamento definitivo del modello sociale europeo.
Insomma, il vuoto lasciata da un sistema politico dilaniato dalla corruzione materiale e morale e da una pesante crisi di legittimità, è stato riempito dal potere finanziario e dalle istituzioni internazionali con esso intrecciato. In un certo senso è un paradosso, poiché ad imporre oggi il loro comando sono i medesimi che in larga misura hanno provocato l’attuale crisi. Ma tant’è.
Comunque sia, siamo di fronte a un disastro politico di dimensione epocale, perché questo stato di cose significa uno svuotamento progressivo, sebbene in modo incruento, della democrazia, finanche nella sua accezione puramente liberale. La sovranità popolare è di fatto elusa, ridotta a platea che periodicamente può scegliere chi applaudire tra i tanti attori che si presentano sul palcoscenico. Ma la fonte di legittimazione e di formazione delle decisioni, vabbé, quella sta da tutt’altra parte.
E qui torniamo alla riforma del mercato del lavoro e alla manomissione dell’articolo 18. Non è una buona riforma, è una cattiva riforma, anche se ormai molti cittadini sono convinti del contrario, perché letteralmente bombardati da una propaganda bipartisan che ha imposto delle equazioni che in realtà non stanno né in cielo né in terra.  
Ad esempio, nessuno ha ancora spiegato perché si dovrebbe creare nuova occupazione giovanile se si facilita il licenziamento dei cinquantenni, a meno che non si intende che il giovane apprendista, meno costoso, prenderà il posto del cinquantenne (ex) “garantito”. Oppure, non si capisce proprio dove stia la bontà per gli over 40 e 50 di una riforma degli ammortizzatori sociali che, in piena crisi, elimina la mobilità e la cassa straordinaria e la sostituisce con un’indennità di durata temporale inferiore, mentre contemporaneamente l’età pensionabile si allontana. Cioè, uno o una come cavolo fa ad arrivare alla pensione? O, ancora, non si capisce perché i giovani precari –e i precari meno giovani- dovrebbero esultare di fronte a una riforma che non abolisce affatto i tanti contratti precari e che esclude dalle nuove tutele alcune delle forme più odiose di precarietà ed abuso, come le collaborazioni a progetto o le finte partite Iva.
In altre parole, la strada da seguire sarebbe l’opposta, perché il sistema degli ammortizzatori ha sì un gran bisogno di riforma, ma nel senso di fornire una tutela a chi oggi ne è sprovvisto e di abolire le forme contrattuali precarie, il cui unico senso è quello far lavorare le persone più tempo per meno salario e senza alcun diritto. Insomma, il tanto citato dualismo del mercato del lavoro andrebbe eliminato livellando la situazione verso l’alto, estendendo l’art. 18 e le tutele, invece il Governo Monti ha scelto la strada del livellamento verso il basso. Cioè, i precari rimangano precari e quelli che non lo erano lo diventino pure loro.
Per quanto riguarda l’articolo 18, poi, vi è un ulteriore elemento che aggrava la situazione. Ma, prima di tutto, togliamo di mezzo le tante chiacchiere di queste ore che dicono più o meno così: “sì, ma in fondo la modifica è solo per i licenziamenti economici, mentre per quelli discriminatori rimarrà il reintegro e quindi di che cosa vi lamentate?”. Ci mancherebbe pure che si toccassero anche i licenziamenti discriminatori! Persino negli Stati Uniti, dove c’è ampia libertà di licenziamento, di fronte a un licenziamento discriminatorio accertato c’è un pesante intervento del giudice sull’azienda. Il problema è che è maledettamente difficile dimostrare il carattere discriminatorio (mi ha licenziato perché gay, perché ho invitato i colleghi a partecipare allo sciopero, perché ho chiesto il pagamento degli straordinari, perché non sono andata a letto con lui eccetera), perché l’onere della prova spetta comunque al lavoratore.
No, a chi vuole più libertà di licenziare interessa il licenziamento economico. Basta e avanza. Un esempio? Voglio liberarmi di un lavoratore che insiste un po’ troppo con le regole contrattuali e con le misure di sicurezza e, quindi, mi invento una riorganizzazione di qualche ufficio o reparto e lo dichiaro oggettivamente non più necessario. Se il giudice mi crede, allora me ne sono liberato a gratis, se invece ritiene che io abbia fatto un licenziamento illegittimo, allora mi fa pagare un indennizzo, ma conferma comunque il licenziamento. Insomma, un buon affare e, infatti, Il Sole 24 Ore, il quotidiano di Confindustria, oggi non aveva dubbi e ha titolato in prima pagina: “Articolo 18, addio per tutti”.
No, la manomissione dell’articolo 18 non serve a produrre occupazione o investimenti, serve a spezzare la schiena al sindacato, anzi, all’idea stessa di organizzazione collettiva dei lavoratori per negoziare le condizioni salariali e di lavoro. Appunto, non si negozia più niente e si ristabilisce il comando, a livello aziendale e a livello generale.
Ecco perché è proprio sull’articolo 18 che non si può accettare l’ennesimo ricatto e che vanno messe in campo tutte le forme di mobilitazione democratica dei lavoratori e delle lavoratrici e dei movimenti.
Ieri la Cgil non ha accettato il ricatto e oggi ha proclamato lo sciopero generale. Pensiamo sia una buona notizia, frutto anche della mobilitazione e della giusta ostinazione della Fiom di queste settimane e di questi giorni, e auspichiamo sia l’inizio di una fase nuova e non soltanto un fuoco di paglia.
Il 31 marzo prossimo, a Milano, ci sarà la mobilitazione già convocata dall’appello “Occupyamo Piazza Affari” e sarà sicuramente un appuntamento che si farà carico anche della lotta per l’articolo 18.
Occorre però che tutti si mobilitino, dai sindacati di base, che lo stanno già facendo, ai movimenti e alle associazioni, passando per le forze politiche e gli uomini e le donne della sinistra che stanno fuori dalla Grande Coalizione, Pdl-Udc-Pd, che in ultima analisi sarà chiamata a decidere, con il proprio voto, se quella riforma diventerà realtà oppure no.
L’articolo 18 è una questione di lavoro, di diritti e di democrazia, è una questione generale ed è uno spartiacque per tutti e tutte!
 
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di lucmu (del 29/03/2012, in Movimenti, linkato 769 volte)
Sabato 31 marzo, a Milano, ci sarà la manifestazione nazionale “Occupyamo Piazza Affari”. L’appuntamento è alle ore 14.00 in Piazza Medaglie d’Oro (P.ta Romana), da dove partirà il corteo che raggiungerà Piazza Affari. Se pensate che i diritti sociali e la dignità non siano una variabile dipendente dai capricci dei mercati finanziari, allora vi invito a partecipare.
L’idea di una mobilitazione di piazza su una piattaforma chiaramente alternativa alle politiche sociali del Governo Monti e della Bce viene dal Comitato No Debito, che l’aveva lanciata già mesi fa. Tuttavia, quanto avvenuto nelle ultime settimane con il varo del progetto governativo di riforma del mercato del lavoro e di sostanziale svuotamento dell’articolo 18, assegna alla manifestazione indubbiamente una nuova e maggiore valenza politica.
Per saperne di più sui contenuti della manifestazione, rinvio anzitutto alla lettura dell’appello “Occupyamo Piazza Affari” e agli altri materiali reperibili sul sito del Comitato No Debito. Vi segnalo, inoltre, che negli ultimi giorni si sono aggiunti appelli specifici, spesso su iniziativa di realtà milanesi, come ad esempio Blockupy Milano! o Ri/generazione precaria, con i quali vengono comunicate nuove adesioni al corteo.
Sebbene l’appuntamento di sabato stia crescendo, il corteo continua però a mantenere una forte caratterizzazione militante. Ci sono i sindacati di base, come Usb o Cub, la Rete 28 aprile nella Cgil, alcune Rsu, vari settori di movimento e dei centri sociali, forze politiche come Rifondazione Comunista, Sinistra Critica ed altri, alcuni esponenti di Sel e IdV, eccetera.
Ovviamente, come ci ricorda anche la virulenza dell’offensivo sull’articolo 18, per reggere lo scontro che si è aperto in Italia e in Europa sul welfare e sul lavoro ci vorrà ben altra massa critica. Ma oggi il corteo del 31 marzo è uno dei punti di passaggio obbligati, dopo l’ondata di scioperi, soprattutto dei metalmeccanici, e in vista dello sciopero generale, ancora tutto da costruire, per dire la verità. Anche perché indica e ribadisce il centro del problema, cioè la necessità impellente di costruire un’alternativa alle politiche dell’austerity e dello smantellamento del modello sociale europeo.
 
di Luciano Muhlbauer
 
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Formigoni dovrebbe semplicemente dimettersi, visto il carattere sempre più eclatante della questione morale a Palazzo Lombardia, e consentire così ai lombardi e alle lombarde di poter scegliere liberamente, mediante il voto, chi e come deve governare la Regione. Ma Formigoni, ormai al 17° anno consecutivo di mandato presidenziale, non ci pensa nemmeno. Anzi, fa finta di niente e rilancia con un provvedimento da lui pomposamente chiamato “Cresci Lombardia”, che verrà discusso e sottoposto ad approvazione martedì prossimo, 3 aprile, in un Consiglio regionale presieduto dal leghista Davide Boni, indagato per corruzione.
In realtà, il progetto di legge regionale n. 146 (“Misura per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione”), di iniziativa del Presidente ed approvato in Commissione il 28 marzo scorso, è il solito provvedimento omnibus, cioè un testo tutti frutti dove si interviene un po’ su tutto, che non produrrà alcun effetto benefico sulla crescita economica ed occupazionale in Lombardia. Anzi, qualora venisse approvato così com’è, comporterà alcuni cambiamenti fortemente negativi, specie per quanto riguarda il lavoro, la scuola e l’ambiente.
Ma andiamo con ordine. Anzitutto vi è l’articolo 6 del progetto di legge, che aveva suscita rumorose e giuste polemiche nella sua formulazione iniziale, poiché interveniva a gambe tese proprio sull’articolo 18, ipotizzando, per mezzo del famigerato art. 8 del decreto-legge n. 138/2011 di sacconiana memoria, la sostituzione del reintegro con una “indennità di terminazione” (non stiamo scherzando, l’avevano chiamata proprio così!). Ma era evidentemente un po’ troppo provocatorio e così, sebbene Cisl e Uil fossero disponibili a tenersi anche la versione iniziale, la norma fu riscritta.
Da allora non se n’è più sentito parlare, un po’ perché la nuova formulazione aveva ridotto notevolmente le critiche della Cgil regionale e un po’ perché l’intervento del Governo Monti sul mercato del lavoro e sull’art. 18 ha, ovviamente, monopolizzato l’attenzione e lo scontro. Tuttavia, quell’articolo 6 è ancora lì e anche nella sua versione attenuata è una brutta cosa, perché continua a prevedere lo stanziamento di importanti risorse regionali, cioè denaro del contribuente, per favorire la stipulazione di contratti aziendali ai sensi dell’art. 8 del decreto n. 138, cioè in deroga ai contratti nazionali e allo Statuto dei Lavoratori.
Beninteso, sappiamo anche noi che lo scontro decisivo in materia di lavoro si gioca a livello nazionale, ma questa non ci pare una buona ragione per considerare digeribili le mosse di Formigoni e della Lega per svuotare la vigenza dei contratti nazionali e delle leggi.
In secondo luogo, c’è da segnalare l’articolo 8, che intende introdurre una nuova norma in materia di Reclutamento del personale docente da parte delle istituzioni scolastiche”. Cioè, le destre lombarde pretendono di intervenire con una legge regionale su una materia di chiara competenza statale, stabilendo che i singoli istituti scolastici statali non debbano più assumere personale docente mediante le graduatorie, bensì che possano passare a una sorta di chiamata diretta, con concorsi fatti ad hoc, istituto per istituto.
Insomma, si tratta di un altro tema caro a Formigoni e a Cl, cioè l’attacco alla scuola pubblica e lo stimolo al processo di privatizzazione. Già, perché prima ancora di rappresentare una bandiera federalista o leghista, questa mossa si colloca in piena continuità e coerenza con la politica formigoniana in materia scolastica dell’ultimo decennio. E non è certo un caso che due mesi fa Formigoni abbia chiamato a ricoprire la carica di Assessore regionale all’Istruzione proprio Valentina Aprea, già sottosegretario al Ministero dell’Istruzione e pasdaran della privatizzazione del sistema scolastico italiano.
Comunque sia, ad oggi l’articolo 8 è forse il più conosciuto, visto che ha suscito molte proteste è mobilitazioni, come l’appello per il suo ritiro, promosso dall’Associazione NonUnodiMeno, o il presidio davanti al Pirellone del 27 marzo, organizzato dal Coordinamento Lavoratori della Scuola e dalla Flc Cgil. Quest’ultima, peraltro, si mobiliterà ancora martedì 3 aprile, in concomitanza con la discussione in Consiglio regionale del Pdl n. 146.
Infine, riteniamo necessario richiamare l’attenzione sull’articolo 36, di cui praticamente nessuno parla, a parte Legambiente Lombardia. Anche in questo caso siamo di fronte a un classico del formigonismo e dell’affarismo che lo circonda, perché parliamo di grandi infrastrutture e, in particolare, di autostrade. Con l’articolo in questione si interviene, infatti, sulla legge regionale n. 15 del 2008, cioè quella legge che ha favorito grandemente le colate di asfalto, facilitando le speculazioni e riducendo le tutele per il territorio, e che a suo tempo avevamo aspramente combattuto in Consiglio.
Ebbene, l’art. 36 prevede una cosa incredibile: riduce le compensazioni ambientali nel caso delle grandi opere autostradali, come la BreBeMi o la Tem! Non solo stabilisce per le compensazioni un tetto massimo del 5% del costo dell’intera opera, collocandosi così nettamente sotto la media europea che si aggira sul 7-8%, ma introduce persino il principio che tale percentuale è “inversamente proporzionale all’intero costo dell’opera”. In altre parole, più l’opera è grossa e devastante per il territorio, meno compensazioni ambientali devo pagare!
 
Insomma, anche se qui abbiamo affrontato soltanto tre punti critici del Pdl n. 146, pensiamo che sia ampiamente sufficiente per sostenere che questo provvedimento, che martedì 3 aprile andrà in Consiglio regionale per la sua approvazione definitiva, merita il massimo di opposizione possibile, dentro e fuori l’Aula.
 
di Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull’icona qui sotto, puoi scaricare il testo integrale del Pdl n. 146 (“Misura per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione”), nella versione che andrà in Aula martedì 3 aprile
 

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Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale on line Paneacqua il 5 aprile 2012
 
Ma il reintegro è davvero tornato, come oggi scrivono alcuni importanti quotidiani in prima pagina? E dovremmo dunque dichiararci soddisfatti di fronte alla versione definitiva del disegno di legge sul mercato del lavoro, che il Governo Monti ha trasmesso al Parlamento con l’ok della sua maggioranza politica e il via libera del Presidente della Repubblica?
A noi pare che ci sia proprio nulla da festeggiare e lo stesso reintegro, in realtà, è tornato più come ipotesi di scuola, che come possibilità pratica. Cioè, per dirla con le parole dello stesso Monti, il reintegro è riferito a "fattispecie molto estreme e improbabili".
D’altronde, è sufficiente leggersi la riscrittura dell’articolo 18, contenuta nel ddl, per rendersi conto che c’è la fregatura: un fiume di parole eccessivo, praticamente incomprensibile per chi è sprovvisto di laurea in giurisprudenza, che definisce procedure e meccanismi talmente farraginosi e contorti che viene il mal di testa al solo pensiero di dover far ricorso contro un licenziamento illegittimo.
Finora l’articolo 18 diceva una cosa molto semplice e logica: se il giudice del lavoro accerta che sei stato licenziato in maniera illegittima, allora viene annullato il licenziamento illegittimo e tu ritorni sul tuo posto di lavoro, salvo tua scelta di optare per l’indennizzo. Se, invece, il giudice valuta che il licenziamento sia giustificato e legittimo, allora tu rimani licenziato.
Con la nuova versione cambia tutto. Anzitutto, ci saranno tre procedure diverse a seconda del tipo di licenziamento: discriminatorio, disciplinare o economico. Lasciamo stare qui i primi due e concentriamoci su quello economico. Nella versione precedente del ddl, quella che aveva suscitato lo scandalo, il reintegro veniva semplicemente abolito e anche in caso di accertata illegittimità c’era soltanto l’indennizzo. Insomma, una sorta di libertà di licenziamento dietro pagamento di una determinata somma. Nella versione definitiva, trasmessa oggi al Parlamento, si reintroduce la possibilità per il giudice di disporre il reintegro, ma unicamente nella fattispecie della “manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento”, mentre per tutte le altre fattispecie di illegittimità rimane il solo indennizzo (peraltro ridotto nella versione definitiva alla fascia da 12 a 24 mensilità).
Se a tutto questo aggiungiamo che la nuova versione dell’art. 18 limita fortemente l’autonomia del giudice, impedendogli ad esempio di entrare nel merito delle ragioni economiche avanzate dall’impresa, e che il ricorso al tribunale viene preceduta da un tentativo obbligatorio di conciliazione in sede di Direzione territoriale del lavoro (dove magari viene offerto al lavoratore un indennizzo che poi rischierebbe di perdere se un’eventuale causa andasse male), si capisce bene che sarà estremamente arduo per un lavoratore ottenere il reintegro.
Insomma, alla fin della fiera, l’unica novità della versione definitiva è la “manifesta insussistenza”. Davvero un po’ poco per dichiararsi soddisfatti, specie se poi consideriamo l’insieme del provvedimento. Già, perché non vi è alcunché di significativo in materia di lotta alla precarietà, poiché non viene abolita alcuna delle forme contrattuali precarie e lo stesso aumento del costo di alcuni contratti precari, come le co.co.pro., potrebbe risolversi facilmente in una riduzione della retribuzione del lavoratore, visto che in Italia continua a mancare la definizione del salario minimo. Inoltre, il contratto di ingresso per eccellenza voluto dal Governo, cioè l’apprendistato, sarà fortemente incentivato, visto che ora le imprese potranno assumerne tre ogni due lavoratori a tempo indeterminato, mentre fino ad oggi il rapporto era uno a uno.
Infine, la stessa riforma degli ammortizzatori sociali, con la creazione dell’Aspi, non fornirà ai precari alcuna nuova protezione e nemmeno un’estensione della platea, a causa dei requisiti estremamente restrittivi per potervi accedere, cioè 52 settimane di contributi versati nell’ultimo biennio… In cambio, però, vengono ridotte fortemente le tutele per i lavoratori che perdono il lavoro a causa di crisi aziendali, visto che la cassa integrazione per cessazione d’attività e la mobilità sono destinate a scomparire e verranno sostituite con l’Aspi, che però prevede un periodo di copertura significativamente più corto. Inutile dire che i più penalizzati saranno i lavoratori over 50, difficilmente ricollocabili, specie nella situazione economica di questi anni, e con un’età pensionabile che ormai si è allontanata di molto. Insomma, si toglie ai lavoratori più anziani, senza dare alcunché a quelli più giovani. Complimenti, davvero!
Infine, è importante sottolineare che il ddl, all’articolo 2, prevede espressamente che le disposizioni della  legge “per quanto da esse non espressamente previsto, costituiscono principi e criteri per la regolazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni”. E con questo si pone anche formalmente fine all’interessata ipocrisia, alimentata in fase di “confronto” da Bonanni ed altri, secondo la quale la riforma e l’articolo 18 non valevano per i dipendenti pubblici. Era una tesi infondata già ieri, visto il quadro legislativo, ma oggi il ddl spazza via anche gli ultimi dubbi.
                                                                     
Per concludere, non riusciamo proprio a capire come si possa considerare questo ddl, che peraltro si occupa di “crescita” soltanto nel suo titolo, un passo avanti o la base di un accordo. Ci pare piuttosto, che le modifiche introdotte servano unicamente a salvaguardare la tenuta della Grande Coalizione, Pd-Pdl-Udc, e quella dello stesso Pd.
Da questo punto di vista capiamo sicuramente le parole di Bersani, anche se non ne condividiamo il merito, ma l’apertura di credito arrivata già oggi dalla Cgil, che definisce l’introduzione della manifesta insussistenza un “risultato positivo che rispristina un principio di civiltà”, va considerata senz’altro del tutto fuori luogo.
Per quanto ci riguarda, riteniamo che questo ddl meriti il massimo di opposizione possibile e che, pertanto, vadano sostenute tutte le mobilitazioni, compreso lo sciopero generale, come oggi giustamente ribadisce la Fiom, che si porranno l’obiettivo di ottenere sostanziali modifiche al testo, a partire dal no alla manomissione dell’art. 18.
 
di Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo definitivo del “Disegno di legge recante disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”
 

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Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale on line Paneacqua il 13 aprile 2012
 
Avreste mai pensato che si potesse commissariare, oltre il presente, anche il futuro delle persone e dei popoli, magari per il tempo di una o più generazioni? E che si potesse farlo nel silenzio generale, senza dibattito pubblico e senza nemmeno consentire ai diretti interessati di esprimere un parere? No? E allora siete indubbiamente degli inguaribili ottimisti, perché non solo è possibile, ma è esattamente quello che sta succedendo, qui ed ora.
Infatti, proprio ieri il Senato della Repubblica ha concluso il dibattito generale sull’inserimento nella Carta costituzionale del principio del pareggio di bilancio e, dunque, settimana prossima, salvo emergenze o incidenti, procederà al voto del provvedimento che modificherà gli articoli 81, 97, 117 e 119 della nostra Costituzione. E non si tratta del primo voto, beninteso, ma dell’ultimo, cioè di quello definitivo. E se i senatori faranno come i loro colleghi della Camera dei deputati il 6 marzo scorso, approvando il disegno di legge costituzionale in seconda lettura con una maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti, allora, come stabilisce l’art. 138 della Costituzione, non sarà nemmeno possibile sottoporre la modifica costituzionale a referendum popolare.
Insomma, siamo alla quarta votazione parlamentare dal novembre scorso, eppure gran parte dei cittadini ne sa ben poco. Al massimo qualcuno ricorderà qualche Tg, dove si dicevano cose di buon senso, come “i conti pubblici devono essere in ordine” o “non si può spendere più di quello che si incassa”. Già, perché in assenza di un’informazione corretta e di un dibattito pubblico è difficile cogliere la natura deleteria e  devastante di questa modifica costituzionale, che di fatto comporta l’impossibilità di promuovere politiche espansive nei momenti di crisi e recessione, visto che il pareggio di bilancio viene calcolato su base annua e non pluriennale, e il taglio continuo e permanente della spesa sociale. Per non parlare, poi, degli enti locali, i cui bilanci verrebbero sottoposti ai medesimi vincoli e ad un ferreo controllo dall’alto, spingendoli così definitivamente a svendere tutti i loro averi e servizi.
Non a caso, in altri paesi l’ipotesi di inserire in Costituzione il pareggio di bilancio ha provocato un grande dibattito pubblico. Persino il premier britannico, David Cameron, uomo di destra e sostenitore dell’austerity, l’ha criticata, parlando di “proibire Keynes per legge”, mentre negli Stati Uniti sono scesi in campo ben cinque premi Nobel per l’economia, considerandola “estremamente improvvida” e destinata “peggiorare le cose” (vedi Lettera dei premi Nobel). Alla fine, la stessa Amministrazione Obama ha cestinato la proposta, sostenuta invece dai Repubblicani.
Ma appunto, qui da noi non solo mancano l’informazione e il dibattito, ma se il Senato dovesse approvare la modifica costituzionale con una maggioranza dei due terzi, come ahinoi è probabile, nonostante i diversi appelli a non farlo (Prc, rivista Micromega ecc.), non sarà nemmeno possibile far esprime sull’argomento gli elettori e le elettrici. E così, un bel giorno di settimana prossima, gli italiani e le italiane, senza peraltro averci capito un granché, si potrebbero svegliare con il futuro commissariato.
Ma la cosa non finisce qui, poiché l’obbligo del pareggio di bilancio è figlio di un accordo a livello europeo. Anzi, si tratta di un vero e proprio trattato, firmato il 2 marzo scorso da 25 dei 27 Stati membri dell’Unione Europea, ed è conosciuto come “Fiscal compact” o patto fiscale. Insomma, se l’italiano medio sa poco del pareggio di bilancio, del fiscal compact sa praticamente nulla. E non per colpa sua, beninteso, ma perché nessuno si è preoccupato di fornire un minimo di informazione e di trasparenza.
Eppure, quel trattato è un’altra tegolata sulla nostra testa, perché non si limita a stabilire il principio del pareggio di bilancio, ma introduce anche altri vincoli, che chiariscono ulteriormente cosa vuol dire avere il futuro commissariato. Cioè, a partire da un inasprimento dei vincoli di Maastricht, definisce al suo articolo 4 il seguente meccanismo: il debito pubblico va ridotto fino al 60% in rapporto al Prodotto interno lordo (Pil), con un ritmo di un ventesimo all’anno. Tradotto in italiano, visto che da noi il rapporto debito/Pil è del 120%, questo significa prepararsi a delle manovre annue dell’entità di 40-50 miliardi di euro. Beninteso, nelle condizioni date, perché in caso di peggioramento della recessione, come indicherebbero le tendenze in atto, queste cifre sono destinate ad aggravarsi. Altro che “non ci saranno altre manovre”, come ha dichiarato l’altro giorno Monti, ce ne saranno a raffica!
Voi direte, almeno su questo ci chiederanno la nostra opinione? Ma figuriamoci. Primo, perché la nostra Costituzione non consente il referendum in caso di ratifica di trattati internazionali. Secondo, perché vi è un ampio e sconfortante consenso tra i partiti presenti in Parlamento, che aveva salutato la firma del fiscal compact in maniera praticamente unanime.
E così, in Italia –e non solo- rischiamo molto concretamente di fare la fine della Grecia, dove qualsiasi cosa decidessimo di fare o scegliere nelle urne o fuori dalle urne, nella realtà le decisioni saranno già state prese da altri e da altre parti. Insomma, commissariati per decenni e con lo smantellamento del welfare scritto nella Costituzione.
Cioè, una cura antidemocratica, nel senso più autentico della parola, e con tutte le carte in regola per non portare alla guarigione del paziente. Anzi, la costituzionalizzazione di quelle politiche già dimostratesi fallimentari, incentrate unicamente sul pareggio di bilancio e sul rifiuto delle politiche espansive per la crescita e l’occupazione, accontenterà forse la Merkel e la Bce, ma rischia molto concretamente di trascinare a fondo il nostro presente e il nostro futuro.
Ecco perché, sebbene la Grande Coalizione funga da potente anestetico, va fatto di tutto, anche in questi giorni, per esercitare la massima pressione sui Senatori, perché non approvino con una maggioranza dei due terzi la modifica costituzionale, e per far circolare il più possibile l’informazione su quello che sta succedendo.
 
Cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare i seguenti documenti:
  • il disegno di legge costituzionale “Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta Costituzionale”, nella sua versione definitiva sottoposta a voto in Senato;
  • il “Fiscal compact” (“Treaty on Stability, Coordination and Governance in the Economic and Monetary Union”), firmato a Bruxelles il 2 marzo 2012, nella versione originale in lingua inglese.
 

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A Milano ci sono troppi spazi vuoti e abbandonati, lasciati all’incuria e spesso al degrado, un po’ come conseguenza dei processi di deindustrializzazione, ma soprattutto a causa di una speculazione immobiliare che si concepisce come padrona della città. E così, quando uno di questi spazi vuoti viene occupato, per riempirlo di attività, socialità e creatività, allora penso che non siamo di fronte a un “gesto da barbari”, come oggi titola l’edizione milanese de “il Giornale”, bensì a un atto socialmente responsabile e meritevole.
Quindi, benvenuto a Macao, l’esperienza nata sabato 5 maggio con l’occupazione del primo piano (per ora) della Torre Galfa, un palazzo da 31 piani, situato all’angolo tra via Galvani e via Fara, di proprietà del gruppo Ligresti e, ovviamente, vuoto e abbandonato da oltre un decennio.
Per alcuni versi si tratta di un’occupazione di nuovo tipo per Milano. Anzitutto, i protagonisti dell’occupazione sono lavoratori (precari) dell’arte, che dunque mettono al centro dell’occupazione proprio l’arte e la cultura. Non a caso, infatti, si riconoscono in esperienze come il Teatro Valle Occupato di Roma o il Teatro Garibaldi Aperto di Palermo. In secondo luogo, mai nessuno aveva osato l’occupazione di un intero grattacielo, ma probabilmente è giusto così, perché proprio oggi è necessario ricominciare a pensare in grande.
Comunque sia, per saperne di più, date un occhio al loro blog (http://wmacao.tumblr.com), leggete il loro comunicato stampa, che troverete qui sotto, e soprattutto andate a trovarli direttamente.
Per quanto mi riguarda, auguro a Macao lunga vita, perché Milano ha bisogno che i vuoti si riempiano ed i tempi che corrono necessitano che la partecipazione diretta dal basso ridiventi la cifra della politica.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Comunicato stampa MACAO - 5 maggio 2012
 
EÌ con piacere che dichiariamo aperto MACAO, il nuovo centro per le arti di Milano, un grande esperimento di costruzione dal basso di uno spazio dove produrre arte e cultura. Un luogo in cui gli artisti e i cittadini possono riunirsi per inventare un nuovo sistema di regole per una gestione condivisa e partecipata che, in totale autonomia, ridefinisca tempi e priorità del proprio lavoro e sperimenti nuovi linguaggi comuni. Siamo artisti, curatori, critici, guardia sala, grafici, performer, attori, danzatori, musicisti, scrittori, giornalisti, insegnanti d’arte, ricercatori, studenti, tutti coloro che operano nel mondo dell’arte e della cultura.
Da un anno ci stiamo mobilitando, riunendoci in assemblee dove discutere della nostra situazione di lavoratori precari nell’ambito della produzione artistica, dello spettacolo, dei media, dell’industria dell’entertainment, dei festival e della cosiddetta economia dell’evento. A questa logica per cui la cultura eÌ sempre più condannata ad essere servile e funzionale ai meccanismi di finanziarizzazione, noi proponiamo un’idea di cultura come soggetto attivo di trasformazione sociale, attraverso la messa al servizio delle nostre competenze, per la costruzione del comune. Rappresentiamo una fetta consistente della forza lavoro di questa cittaÌ che per sua vocazione eÌ da sempre un avamposto economico del terziario avanzato. Siamo quella moltitudine di lavoratori delle industrie creative che troppo spesso deve sottostare a condizioni umilianti di accesso al reddito, senza tutela, senza alcuna copertura in termini di welfare e senza essere nemmeno considerati interlocutori validi per l’attuale riforma del lavoro, tutta concentrata sullo strumentale dibattito intorno all’articolo 18. Siamo nati precari, siamo il cuore pulsante dell’economia del futuro, e non intendiamo continuare ad assecondare meccanismi di mancata redistribuzione e di sfruttamento. Apriamo MACAO perché la cultura si riprenda con forza un pezzo di Milano, in risposta a una storia che troppo spesso ha visto la cittaÌ devastata per mano di professionisti di appalti pubblici, di spregiudicate concessioni edilizie, in una logica neo liberista che da sempre ha umiliato noi abitanti perseguendo un unico obiettivo: fare il profitto di pochi per escludere i molti. Oggi vogliamo restituire alla cittadinanza questo grattacielo, simbolo di quel sogno economico capitanato da grossi gruppi finanziari e tutt’ora nelle mani di uno dei più arricchiti e collusi burattinai della speculazione edilizia milanese.
Dalla primavera scorsa molti cittadini, artisti e operatori culturali hanno dato vita a esperienze inedite, attraverso pratiche di occupazione di spazi dismessi dal pubblico e dal privato, esperienze che stanno dimostrando di poter durare nel tempo occupandosi di cultura, territori, lavoro, nuove forme di economia e nuove forme di espressione dell’intelligenza collettiva.
Crediamo che la produzione artistica vada del tutto ripensata: dobbiamo prenderci questo tempo e questo diritto in modo serio e radicale, occupandoci direttamente di cioÌ che eÌ nostro. Macao eÌ questo, uno spazio di tutti, che deve diventare un laboratorio attivo in cui sono invitati i lavoratori dell’arte, dello spettacolo, della cultura, della formazione e dell’informazione. Qui artisti, intellettuali, esperiti del diritto, della legge e della costituzione, attivisti, scrittori, film maker, filosofi, economisti, architetti e urbanisti, abitanti del quartiere e della cittaÌ, devono prendersi il tempo necessario per costruire una dimensione sociale, comune e cooperante. Abbiamo un sacco di lavoro da fare, dobbiamo trasformare queste parole in pratiche reali sempre più efficaci e costituenti di modelli alternativi a quelli in cui viviamo, e tutto dipende da noi. Occorre non dare per scontato nulla producendo inchieste competenti, dibattiti, analisi e momenti di confronto riguardo tutti i territori che producono disuguaglianze ed espropriazione di valore, non tralasciando le nuove forme con cui l’ideologia capitalista si sta travestendo. Occorre avere gioia e umorismo per trasformare questo impegno in un momento umano, collettivo e liberato. Occorre aver cura di questo spazio perché possa essere adatto a ospitare tutti. Occorre che in questo spazio l’arte e la comunicazione smettano di essere attività fini a se stesse, ma esplodano e trovino le loro motivazioni all’interno di questa lotta, costruendo nuovi immaginari ed esplicitando quale mondo vediamo. Viva Macao e buon lavoro a tutti.
Siamo una rete di soggetti che stanno operando fianco a fianco all’interno di questa lotta: Lavoratori dell’arte, Cinema Palazzo di Roma, Teatro Valle Occupato di Roma, Sale Docks di Venezia, Teatro Coppola di Catania, Asilo della CreativitaÌ e della Conoscenza di Napoli, Teatro Garibaldi Aperto di Palermo.
 
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Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale on line Paneacqua il 10 maggio 2012
 
L’esito delle recenti tornate elettorali in Italia e in Europa permette e, anzi, impone una seria ed urgente riflessione sullo stato di salute delle forze della sinistra, cioè sulla loro capacità di interpretare la crescente ostilità sociale verso le politiche di austerità e di delineare delle alternative convincenti al diktat della finanza e al vuoto di rappresentanza politica degli interessi popolari. E, da questo punto di vista, va premesso subito che la sinistra italiana, intesa come l’insieme di forze che si muovono alla sinistra del Pd, appare allo stato ben lontana da quella greca o da quella francese, registrando invece una situazione di sostanziale stallo. Ma andiamo con ordine.
Primo. Sebbene qui da noi si trattasse di elezioni amministrative parziali, è tuttavia possibile trarne delle valutazioni politiche generali, sia per il numero significativo di elettori interessati (oltre 9 milioni), spalmati sull’intero territorio nazionale, che soprattutto per il particolare momento politico e sociale. In questo senso, vi è un dato di primaria importanza politica: il governo Monti e le sue politiche non dispongono più di una maggioranza politica. Già, perché Monti è certamente una sorta di commissario che risponde anzitutto alla Bce, alla Merkel, ai vertici dell’Ue e ai mercati finanziari, ma i provvedimenti del suo governo hanno pur sempre bisogno di una maggioranza parlamentare che li approvi. E stando alle indicazioni che sono uscite dalle urne, quella maggioranza parlamentare, cioè il famoso “ABC”, non corrisponde alla maggioranza del paese.
Secondo. Se quanto sopra evidenziato pone l’Italia in sintonia con il messaggio proveniente dalle urne francesi, greche ed inglesi, tutto il resto è però diverso. Infatti, seppure nelle forti diversità tra Francia e Grecia, visto che il primo è tra quelli che contano in Europa, mentre il secondo è ridotto a prendere ordini, in ambedue i paesi il crescente dissenso sociale verso le politiche depressive, oltre ad aprire nuovi e preoccupanti spazi alla destra fascista e persino nazista, ha premiato soprattutto le forze di sinistra. In Francia, al primo turno il Front de Gauche di Mélenchon ha ottenuto un significativo 11,1% e al secondo turno è stato eletto Presidente il socialista Hollande. In Grecia, la coalizione di sinistra Syriza, aderente alla Sinistra Europea, con il suo 16.78% è diventato il secondo partito del paese (il primo nell’area di Atene) e l’insieme delle forze alla sinistra del Pasok (Syriza, Kke, Dimar) oltrepassa il 31%.
In Italia, invece, la sinistra non è stata per nulla premiata, se consideriamo il voto di lista e mettiamo per un attimo da parte il discorso sui candidati sindaci in alcune grandi realtà metropolitane (Doria e Orlando, per capirci). Federazione della Sinistra e Sel rimangono sostanzialmente ferme sulle loro posizioni, registrando soltanto una piccola perdita di voti, in termini di voti assoluti, rispetto alle regionali del 2010 (-16% come media nazionale). Si tratta indubbiamente di un risultato di tenuta, ma, appunto, in una situazione di crisi e di tempesta rimanere fermi su dimensioni tutto sommato modeste (2-3% la FdS e 3-4% Sel, sempre come medie nazionali) equivale al rischio concreto di finire nella marginalità e/o subalternità. A questi dati va, inoltre, aggiunto quello certamente non positivo dell’IdV (-58% di voti persi rispetto al 2010), che pur non potendo essere considerato un partito di sinistra tout court, svolge però in questa fase un chiaro ruolo di opposizione di sinistra.
L’unica forza che ha guadagnato voti in termini assoluti, nell’ordine di 200mila, nonostante fosse presente soltanto in 101 dei 941 Comuni che sono andati al voto, e che ha realizzato degli autentici exploit in alcuni Comuni, raccogliendo anche molti voti in uscita dal centrodestra, principalmente dalla Lega, è il Movimento 5 Stelle di Grillo. Tutti gli altri perdono, soprattutto a destra. Sempre in termini di calo di voti assoluti, la situazione rispetto al 2010 è questa: Lega Nord -67%, Pdl -44,8%, Pd -29%, Udc -6,5%.
Insomma, in estrema sintesi il quadro d’insieme pare questo: 1. si intensifica la crisi di credibilità e di legittimità del sistema politico nel suo complesso, come indicano l’aumento dell’astensionismo (affluenza al 66,9%, rispetto al 73,7% del 2007), particolarmente accentuato al Nord (-8,9% in Lombardia, -10,9% in Emilia-Romagna), la frammentazione del quadro politico ben oltre la soglia fisiologica delle elezioni amministrative e la rilevante affermazione del M5S, cioè di quella forza politica percepita come più nuova e più estranea al sistema partitico esistente; 2. l’era della cosiddetta Seconda Repubblica si chiude definitivamente, azzerando di fatto il centrodestra così come l’abbiamo conosciuto nell’ultimo ventennio ed aprendo quindi una fase di ridefinizione e riorganizzazione a destra, cioè su quel lato che continua ad essere culturalmente egemone nel paese; 3. l’Udc non perde, ma nemmeno guadagna alcunché dalla diaspora dell’elettorato berlusconiano e questo significa che l’ipotesi politica sulla quale era nato il Terzo Polo ne esce disintegrata; 4. anche il Pd perde molti consensi, ma non subisce alcun tracollo e uscirà istituzionalmente rafforzato dal secondo turno delle amministrative, sia rispetto a un centrodestra a pezzi, che rispetto a una sinistra ferma.
 
Ma per tornare al punto che ci interessa: come mai in Italia la sinistra non è stata percepita come un’alternativa? A me pare che possiamo individuare almeno due ordini di problemi. Uno che possiamo definire di natura “oggettiva” e uno che ha un carattere indubbiamente soggettivo.
Il primo problema mi pare essere che in Italia, diversamente da quello che accade in altri paesi europei, il dissenso, le tensioni sociali e la rabbia, originati dalla recessione e dalla brutalità e iniquità sociale delle politiche anticrisi, tendono ad indirizzarsi quasi esclusivamente contro “i privilegi dei politici”, “la casta”, “i partiti” eccetera.
Beninteso, nulla di strano, vista la diffusa corruzione, il rintanarsi della politica nei giochi di palazzo e negli affarismi e, last but non least, il discredito senza precedenti in cui il berlusconismo ha gettato le istituzioni democratiche, inondandole infine di farabutti, maitresse, cialtroni e leccapiedi. Insomma, per trovare delle analogie nella nostra storia bisognerebbe tornare ai tempi di Caligola e al suo cavallo senatore.
Tutto ciò non basta però come spiegazione, perché altrimenti i greci cosa dovrebbero dire? No, c’è anche un secondo elemento, tutto italiano. Cioè, il livello basso di conflittualità sociale o, meglio, l’ingabbiamento e l'anestetizzazione della conflittualità sociale da parte di un movimento sindacale maggioritario, i cui gruppi dirigenti centrali sono strettamente legati ai partiti che sostengono il governo. E non mi riferisco tanto e soltanto alla Cisl, già molto vicina al governo Berlusconi e disposta persino a collaborare attivamente alla proibizione della libera associazione sindacale nel gruppo Fiat, ma soprattutto alla Cgil, che sembra calibrare le proprie azioni più sulle esigenze di un Pd impegnato a sostenere il governo Monti, che sulla difesa degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici.
Dite che esagero? Allora guardate al resto dell’Europa e, ad esempio, alle mobilitazioni contro l’innalzamento dell’età pensionabile, promosse da sindacati a volte anche molto meno radicali della Cgil. La riforma delle pensioni in senso peggiorativo l’hanno fatta o tentano di farla un po’ dappertutto, ma quasi ovunque i governi devono confrontarsi con una forte opposizione sindacale e sociale. In Inghilterra lo sciopero del pubblico impiego ha visto adesioni da record, in Francia Sarkozy non è riuscito ad andare oltre l’innalzamento a 62 anni e il neopresidente Hollande, che non è un iscritto Fiom, bensì un socialista europeo, aveva messo nel suo programma elettorale l’impegno a riportare l’età pensionabile a 60 anni.
In Italia, invece, nulla di tutto ciò! Di fronte a una riforma delle pensioni da record (negativo) europeo, che ha portato l’età pensionabile a 67 anni, ridotto ulteriormente il valore delle pensioni da erogare e provocato una vera e propria truffa di Stato ai danni degli esodati, non c’è stata alcuna azione di contrasto degna di nota. A meno che, ovviamente, non si voglia considerare tale le tre ore di sciopero simbolico, delle quali la maggioranza dei lavoratori non era stata nemmeno avvisata. E che dire dell’art. 18? Prima il direttivo Cgil vota pacchetti di ore di sciopero contro la manomissione dell’art. 18, poi il Governo manomette l’art. 18 e, infine, il tutto finisce con un corteo in un giorno festivo, il 2 giugno, insieme a Cisl e Uil, dove si parlerà d’altro.
Comunque sia, tutte queste peculiarità italiane non sono un alibi sufficiente per il risultato elettorale non esaltante delle sinistre, che appunto non crescono, non sfondano e non emergono come alternativa. No, ci sono anche i limiti soggettivi, cioè quelli tutti nostri, tra cui c’è anche quello, ahinoi presente in molta parte delle sinistre, di non aver voluto capire la profondità della crisi di legittimità dell’insieme del sistema dei partiti esistente e, pertanto, di non aver capito nemmeno il M5S, che è sì una forza anti-partiti –e qui sta la sua fortuna elettorale-, ma che non è per nulla espressione della cosiddetta antipolitica. Anzi, nel voto ai “grillini” troviamo una forte richiesta di politica e di cambiamento.
Ma le sinistre non si possono certo limitare ad assumere fino in fondo il tema della democratizzazione e moralizzazione del sistema politico, anche se dovranno/dovremo senz’altro farlo, liberandosi anche di alcune residue pratiche e abitudini che tuttora persistono nel suo perimetro. No, le sinistre hanno il compito prioritario di dare rappresentanza ai soggetti sociali colpiti dalla crisi e dalle politiche anticrisi, di assumere il conflitto sociale come motore del cambiamento, di mettere al centro gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici e il punto di vista del lavoro, in tutte le sue accezioni e declinazioni, e di delineare un programma alternativo per l’uscita dalla crisi economica e democratica. Questo è il compito della sinistra e questo giustifica politicamente e storicamente l’esistenza di una sinistra.
Non ci sono ricette facili su questa strada, ma c’è una cosa da fare prima di tutte le altre e più importante delle altre: costruire un polo di mobilitazione e di opposizione al governo Monti e alle politiche di austerità e promuovere una convergenza tra tutte le forze di sinistra su alcuni punti programmatici di alternativa. Solo così, peraltro, la sinistra politica potrà ambire seriamente ad interloquire con i movimenti sociali e diventare alternativa credibile e convincente.
Ovviamente, in questo quadro, torna anche e inevitabilmente il tema dell’unità. Non è mia intenzione dire e ridire cose già dette, ma i fatti hanno la testa dura e dalle urne di domenica e lunedì è uscito un messaggio netto: l’idea di poter risolvere le divisioni a sinistra mediante la vittoria sul campo di una parte sull’altra si è rivelata un’illusione. Per dirla brutalmente: Sel non ha sfondato e dilagato e la FdS non è sparita. Anzi, in alcuni territori, come ad esempio in provincia di Milano (visto che scrivo da Milano), in queste elezioni vi è stato persino un riequilibrio, con una crescita in termini di voti assoluti dei consensi alla FdS rispetto al 2010, che fa sì che ora Sel e FdS sostanzialmente si equivalgono.
Ho parlato soltanto di Sel e di FdS, per evidenti motivi, ma ovviamente il discorso si può allargare. C’è l’idea di lista civica nazionale del Sindaco di Napoli, De Magistris, c’è Alba (il nuovo soggetto politico, per intenderci), ci sono altre forze solitamente più caute su ipotesi come quelle di cui parliamo qui, come Sinistra Critica, c’è l’IdV, ci sono i movimenti e le associazioni eccetera. Insomma, che nessuno pensi di potere risolvere la questione della sinistra mediante la guerra di uno contro l’altro. Non funziona. E non si può nemmeno aggirare l’ostacolo, magari con qualche accordino in condizioni subalterne con il Pd, che potrà forse portare qualche poltrona, ma non certo dare rilevanza politica alla nostra agenda e ai nostri obiettivi.
Insomma, facciamo di necessità virtù e chissà che non venga fuori qualcosa di buono. Come sempre sta a noi, ma il tempo stringe e la pazienza della nostra gente mi sa che non è più molta.
 
 
P.S. i dati sui flussi elettorali citati nell’articolo sono dell’Istituto Carlo Cattaneo e sono disponibili sul loro sito.
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