Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Dopo l’approvazione al Senato il 31 maggio scorso, a colpi di voti di fiducia, il ddl sul mercato del lavoro sembrava destinato a un corsa velocissima alla Camera. Il Governo aveva persino annunciato di poter arrivare al voto in questi giorni. Ma poi le cose si sono dimostrate più complicate e i tempi sono slittati, un po’ per i pasticci sul ddl anticorruzione e un po’ per lo scandalo della truffa di Stato ai danni degli “esodati”, ma anche perché manomettere l’articolo 18 e tagliare gli ammortizzatori sociali, come prevede il ddl lavoro, nel bel mezzo di una devastante crisi occupazionale risulta né popolare, né particolarmente comprensibile.
Allo stato è difficile dire quando il ddl lavoro, ora fermo in Commissione, andrà al voto alla Camera, ma sicuramente questo non avverrà in questa settimana. E questo significa che ogni giorno guadagnato è utile per costruire opposizione e contrasto e per fare il possibile perché la (contro)riforma non venga approvata.
Ovviamente siamo tutti e tutte consapevoli che non sarà facile ottenere un risultato, anzi. La maggioranza parlamentare a favore del ddl è ampia e bipartisan (Pdl-Pd-Udc) e le tre grandi confederazioni sindacali, al di là delle parole di fuoco, si sono sostanzialmente astenute da azioni concrete che potessero contrastare il percorso del ddl, così come era già accaduto in occasione dell’aumento brutale dell’età pensionabile (che peraltro aveva provocato tutta la vicenda “esodati”). Lo stesso sciopero generale di otto ore deciso a suo tempo dal direttivo della Cgil è rimasto lettera morta, perché la segretaria non l’ha mai proclamato.
Eppure, nonostante tutto ciò, non riescono ad andare veloci come vorrebbero. E noi, da parte nostra, abbiamo non soltanto la possibilità, ma anche il dovere, di produrre conflitto e contrasto. E se qualcuno dovesse ancora nutrire dei dubbi circa la posta in gioco, allora basterebbe richiamare alla mente quanto avvenuto ieri a Basiano, che altro non è che la tragica normalità in un mondo del lavoro dove diritti e regole sono stati aboliti.
 
Comunque, per farla breve, queste sono le mobilitazioni in programma a Milano e sul piano nazionale:
 
Mercoledì 13 giugno - Milano
 
mattina: nel quadro delle giornate nazionali di mobilitazione del 13, 14 e 15 giugno promosse dalla Fiom, a Milano sono state proclamate 4 ore di sciopero nel comparto metalmeccanico, con tre di diverse manifestazioni a Milano-Rogoredo, Rho e Sesto San Giovanni. Per più info clicca QUI.
 
ore 18.00: presidio contro il ddl Fornero presso la Prefettura di corso Monforte, promosso da una serie di realtà di movimento (Collettivo Lab.Out, Collettivo Lambretta, Rete San Precario Milano, Rete Studenti Medi Milano, ZAM). Per info clicca QUI, per adesioni manda mail a blockupymilano@gmail.com
 
 
Giovedì 14 giugno – Roma
 
Anche a Roma la mobilitazione parte il 13, ma nel pomeriggio del 14 assumerà un carattere nazionale. L’appuntamento è in piazza del Pantheon. Questo appuntamento è stato promosso da un arco di forze largo ed ha carattere unitario. Per info andate sul blog dedicato Blockupy DDL Fornero.
 
 
Infine, vi segnalo sin d’ora lo sciopero generale del sindacalismo di base, con manifestazioni a Roma e Milano, proclamato per tutta la giornata di venerdì 22 giugno. Per info Usb o Cub oppure i siti degli altri sindacati di base.
 
 
Luciano Muhlbauer
 
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Articolo di Luciano Muhlbauer pubblicato sul giornale on line MilanoX il 15 giugno e su il Manifesto il 16 giugno 2012
 
Sabato a Milano c’è un corteo con e per i lavoratori di Basiano. Bisogna andarci e invitare altri ed altre a fare altrettanto. Punto e a capo, senza le nostre solite questioni di sigle, annessi e connessi. Ebbene sì, questa volta c’è una sola cosa da fare: prendere parte e schierarsi, perché tra l’operaio licenziato e il padrone che lo fa manganellare non esiste una terza via.
Bisogna schierarsi con chi ha subito un sopruso in nome della solidarietà, certo, ma anche nell’interesse dell’insieme del mondo del lavoro. Basiano non riguarda soltanto quei 90 operai licenziati, in maggioranza di origine egiziana e pachistana, ma noi tutti. Oggi è toccato a loro, ma sarebbe una grave ingenuità pensare che si tratti di un fatto inedito o di una storia che non si possa riprodurre anche altrove.
Infatti, il significato ultimo della vicenda di Basiano non sta nel suo epilogo temporaneo, cioè nel violento intervento dei carabinieri, nei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, nei tanti feriti e nei 19 arresti, bensì in quello che è avvenuto prima, nella dinamica che ha portato a quel lunedì mattina.
I lavoratori picchettavano quell’azienda perché gli era stato comunicato il loro licenziamento. E non perché il loro lavoro non servisse più, anzi, ma molto più banalmente perché al loro posto vorrebbero mettere altri operai, sempre immigrati, ma pagati ancora meno. “Non si può fare”, penserete voi, ma vi sbagliereste, perché non solo si può fare, ma in alcuni settori economici lo si fa persino abitualmente. E uno di questi settori è, appunto, quello della logistica.
Funziona così: un importante gruppo della grande distribuzione, nel nostro caso “il Gigante”, appalta alcuni processi lavorativi ad alta intensità di manodopera, tipo la movimentazione merci e il magazzinaggio, a una società esterna, la quale a sua volta evita di assumere direttamente personale e procede a uno o più subappalti. Comunque sia, alla fine di questo gioco di scatole cinesi troviamo le cooperative, una delle forme d’impresa più micidiali per quanto riguarda l’elusione di norme e contratti. Se poi l’azienda madre, nel nostro caso “il Gigante”, decide di risparmiare ulteriormente sul costo del lavoro, allora è sufficiente sostituire un appalto con un altro e voilà il gioco è fatto, senza procedure, trattative sindacali, statuti dei lavoratori o altre fastidiose perdite di tempo.
Un meccanismo infernale, spacciato per modernità, ma che in realtà ci porta indietro di cent’anni, a quel clima che molti pensavano appartenesse ormai soltanto a quei film in bianco e nero, dove il padrone licenzia gli operai per sostituirli con altri operai e se poi qualcuno protesta, allora arrivano le botte. Almeno, a quei tempi le cose erano chiare, il padrone rivendicava il suo diritto di fare così, mentre oggi siamo impantanati nella palude dell’ipocrisia e della menzogna.
Comunque, a questo punto vi sarà suonato qualche campanello d’allarme. Già, perché la storia di appaltare il lavoro a delle cooperative, invece che assumere, la troviamo ormai un po’ dappertutto, nel privato e nel pubblico, nelle ferrovie e negli ospedali, nell’industria e nell’edilizia. E le cooperative, insieme ad altre forme di lavoro una volta dette “atipiche” (interinale, somministrato, a chiamata ecc.), altro non sono che il modo concreto in cui si sta smantellando quel sistema di regole e diritti conquistato in lunghi decenni di aspro conflitto sociale.
Ora, come tutti sappiamo, in nome della crisi e dello stato di necessità, si tenta l’assalto finale al nucleo duro dei diritti e delle regole che ancora resiste. Dalla vicenda Fiat fino al ddl sul mercato del lavoro, passando per il pubblico impiego, il punto è sempre e soltanto questo e Monti, durante nella sua recente visita a Berlino, l’ha ribadito a chiare lettere, parlando di “eccessiva protezione” dei lavoratori italiani e rassicurando Confindustria, perché vedrà “quanto potente sarà l’impatto di aver ora la libertà di procedere con licenziamenti individuali senza passare dal giudice”.
Insomma, pensare che Basiano riguardi soltanto gli operai pestati lunedì mattina o il mondo della logistica o al massimo i lavoratori immigrati, sarebbe un errore imperdonabile. Basiano oggi, come Pomigliano ieri, raccontano la medesima storia, quella di noi tutti. Ecco perché non si devono lasciare da soli gli operai di Basiano.
 
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Appello di convocazione della manifestazione:
 
NO AI LICENZIAMENTI! BASTA SFRUTTAMENTO E CAPORALATO!
UNITI CONTRO LA REPRESSIONE DELLO STATO E DEI PADRONI
LA LOTTA DEGLI OPERAI DI BASIANO E’ LA NOSTRA LOTTA
 
 
Le immagini delle cariche e della mattanza davanti ai magazzini del “Gigante” di Basiano, da parte dei carabinieri di Monza, hanno fatto il giro di tutta Italia. E con esse sono emerse tutte le ragioni degli operai e della loro resistenza.
L’accanimento contro gli operai prima licenziati, poi pestati e infine arrestati in ospedale, mostra il vero volto della “crisi”: una guerra aperta ai lavoratori (ben simboleggiato dall’attacco all’art.18, e quindi a ogni garanzia sui posti di lavoro), per far strada ad una nuova forma di schiavitù necessaria a salvaguardare i profitti.
Di fronte a tutto questo noi rivendichiamo con forza la strada dell’autodifesa, del rifiuto di qualsiasi logica di competizione fra lavoratori per praticare, invece, la strada della lotta e dell’unità che cresce dal basso.
Opponiamoci ai licenziamenti di massa, respingiamo la repressione dello stato, sosteniamo senza condizioni la lotta degli operai di Basiano e di tutti gli operai immigrati delle cooperative, nella prospettiva di un’unità più ampia contro i piani padronali e governativi.
Su questi obiettivi chiamiamo urgentemente ad una mobilitazione generale
 
Sabato 16 giugno - manifestazione con corteo
concentramento a Milano, alle ore 16.00, in piazzale Loreto
 
 
Promuovono, aderiscono, partecipano:
 
SI. Cobas (Milano-Piacenza-Lodi-Parma-Bologna); Presidio permanente Esselunga Pioltello; CSA Vittoria; CUB; USI-AIT;  USB; ADL; SLAI Cobas per il Sindacato di Classe; Comitato No-debito; Resistenze metropolitane; Coll. “La sciloria” Rho; Spazio popolare “La forgia”-Crema; Presidio Martesana-Comitato No Tem;  Centro d’iniziativa proletaria “G.B.Tagarelli”-Sesto S.G.; Sin.Base Genova, GCR (Roma-Milano-Genova), Movimento di lotta “Banchi nuovi”-Napoli; Coll. Red Link-Napoli; Cobas-Pisa, Collettivo 25 aprile-Pisa; Gruppo discussione su crisi e repressione-Pisa; Collettivo “aula r”-Pisa; Comunisti per l'organizzazione di classe Combat; Sinistra Critica-Milano e provincia; Piattaforma comunista; Coord. Regionale PCL-Piemonte; Pdac Bergamo; CARC-Milano; PRC Milano; Sinistra critica-Milano e provincia; Sindacato intercategoriale Lavoro Ambiente Solidarietà; Assemblea antifascista-antirazzista Massa Carrara; Gruppo consigliare “un'altra provincia” Prc-PdcI provincia Milano; Comitato immigrati; Cobas scuola
 
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di lucmu (del 19/06/2012, in Lavoro, linkato 737 volte)
La richiesta del Governo Monti di accelerare l’approvazione del ddl lavoro, che manomette l’articolo 18 e taglia gli ammortizzatori sociali, l’incredibile truffa ai danni degli “esodati”, il forte aumento della pressione fiscale sui lavoratori e sui ceti medi e la contestuale assenza di interventi fiscali sui redditi alti e sulla rendita finanziaria e, infine, le pesanti nubi che si addensano sulla testa dei lavoratori pubblici con l’arrivo della “spending review”, sono tutti fatti che meriterebbero una forte e decisa iniziativa da parte del mondo del lavoro, cioè lo sciopero generale. E, infatti, in molti altri paesi europei succede proprio così, ma non in Italia, dove invece si fa l’esatto contrario.
Non si era ancora spento l’eco delle parole di Monti e Fornero, che ieri avevano spiegato alla loro maggioranza parlamentare che bisognava fare in fretta ed approvare il ddl sul mercato del lavoro prima del Consiglio europeo del 28 giugno, quando il Direttivo della Cgil ha votato a maggioranza, con la contrarietà di “La Cgil che vogliamo” che ha abbandonato la sala, di cancellare le 8 ore di sciopero generale decise nel marzo scorso, ma mai proclamate dalla Segretaria. In loro vece si farà, invece, una mobilitazione con Cisl e Uil in autunno, cioè fuori tempo massimo.
Ebbene, non facciamo parte di quanti assegnano allo sciopero generale poteri quasi soprannaturali, specie di questi tempi, quando scioperare rappresenta un costo economico non indifferente per molti lavoratori, ma da qui a sostenere che non bisogna nemmeno tentare di contrastare la controriforma sociale ce ne passa. Peraltro, c’è pure un precedente, cioè la riforma delle pensioni, che dimostra quanto sia deleterio non opporsi a certi provvedimenti, considerato che la truffa contro i lavoratori “esodati” è nata proprio da lì.
No, lo sciopero generale andava fatto, già molto prima e seriamente. E l’unico motivo per cui non è stato fatto e che era stata persino accreditata la favola che l’articolo 18 fosse salvo, sta nell’assoluta mancanza di autonomia dal quadro politico e dal governo da parte dei gruppi dirigenti non solo di Cisl e Uil, ma anche della Cgil. Ne dovrebbero prendere atto anzitutto quanti ultimamente si sono esercitati nel puntare il dito contro la Fiom, perché “fa politica”.
A questo punto, ci sarà ovviamente molto da ragionare e discutere, perché decisioni come queste, anche se non sorprendono, sono destinate a lasciare il segno. Comunque sia, non è solo l’ora del ragionamento, ma anche e soprattutto quello dell’azione.
Per quanto mi riguarda ritengo necessario sostenere tutte le mobilitazioni dei lavoratori e delle lavoratrici che si pongono l’obiettivo di contrastare la controriforma sociale e di costruire un’opposizione che assuma il punto di vista del lavoro come bussola. E una prima occasione c’è già venerdì, 22 giugno, con lo sciopero generale proclamata dal sindacalismo di base (a Milano, corteo con partenza alle 9.30, da L.go Cairoli).
 
Luciano Muhlbauer
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A Pomigliano la Fiat discrimina e puoi essere anche l’operaio più bravo del mondo, ma se hai in tasca la tessera della Fiom o dei Cobas, allora in fabbrica non puoi lavorare. Nulla che non si sapesse già, per carità, anche se mezzo mondo faceva ipocritamente finta di niente. Ma ora lo dice anche la magistratura, con la sentenza del Tribunale di Roma che accoglie il ricorso della Fiom e di 19 operai, imponendo a Fabbrica Italia Pomigliano S.p.a. di assumere da subito 145 operai iscritti alla Fiom.
Insomma, legge italiana alla mano, ha ragione la Fiom e ha torto Marchionne, sebbene quest’ultimo, fedele alla sua personale visione del mondo e alla lunga tradizione Fiat, difficilmente si adeguerà e preferirà le battaglie legali ed i ricatti politici. Tuttavia, questa sentenza è una buona notizia e una boccata d’ossigeno, poiché chiama le cose con il loro nome (“discriminazione collettiva”) e toglie ogni alibi a quelli che guardavano dall’altra parte o negavano l’evidenza.
Già, perché a guardare bene non è solo la Fiat ad uscire condannata, ma anche l’assenteismo delle istituzioni, il menefreghismo di gran parte delle forze politiche e, soprattutto, la complicità di Cisl e Uil, che con le loro firme e le loro azioni avevano legittimato l’eliminazione delle libertà sindacali dei lavoratori Fiat.
Ora, come sempre accade, in molti saliranno sul carro di questa sentenza, dicendo di stare con gli operai e contro le discriminazioni, anche se diversi di loro fino a ieri non avevano mosso un dito.
Anche in Cgil in tanti dovranno interrogarsi e chiarire le loro intenzioni, visto che, al di là delle dichiarazioni e dei comunicati di oggi, il suo Comitato Direttivo del 18 giugno, quello che ha cancellato le otto ore di sciopero generale contro la manomissione dell’art. 18, ha indicato nella ricostruzione dell’unità con Cisl e Uil la priorità della fase, senza però porre alcuna condizione rispetto alla situazione in Fiat e tra i metalmeccanici.
In altre parole, non basta applaudire una sentenza, bisogna che ognuno, per quello che gli compete, faccia quello che deve fare per ristabilire i diritti e le libertà sindacali in Fiat.
 
Luciano Muhlbauer
 
per il testo integrale dell’ordinanza del Tribunale di Roma clicca qui
 
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di lucmu (del 27/06/2012, in Lavoro, linkato 856 volte)
Hanno ucciso l’articolo 18 e dicono che non è successo nulla. Hanno esteso la precarietà e blaterano di opportunità per i giovani. Hanno tagliato drasticamente gli ammortizzatori sociali e lo chiamano modernizzazione del welfare. Hanno fatto una “riforma del mercato del lavoro” che toglie molto a molti, ma perché suonasse meglio hanno aggiunto nel titolo “in una prospettiva di crescita”. Insomma, da oggi il ddl Fornero è legge dello Stato.
Come già successo in Senato un mese fa, anche alla Camera si è fatto ricorso al voto di fiducia, che garantisce i tempi celeri chiesti da Monti e, soprattutto, evita imbarazzanti dibattiti pubblici sul merito. E così, una legge, le cui conseguenze non verranno vissute nemmeno da uno dei 393 deputati che l’hanno votata, è stata approvata a larghissima maggioranza.
Beninteso, non c’è alcuna sorpresa in questo esito, né vi è mai stato un minimo di suspense, anzi, tutto era talmente preannunciato e scontato che oggi la notizia fatica persino a conquistarsi un posto in prima fila nell’informazione mainstream. Già, un contrasto immenso tra le grida d’allarme che avevano giustificato il provvedimento e l’ordinarietà che accompagna oggi la sua approvazione.
Tuttavia, questa disattenzione non è dovuta solo al fatto che ormai si corre di emergenza in emergenza, per cui si invocano sempre nuove e più drastiche misure, senza peraltro indicare mai uno straccio di prospettiva, ma anche -e forse soprattutto- ai troppi scheletri in troppi armadi. Ebbene sì, perché quella diffusa voglia di parlare d’altro o di minimizzare non trova giustificazione alcuna nel merito del provvedimento, che anzi rappresenta un salto di qualità nel processo di smantellamento di tutele, regole e diritti nel mondo del lavoro.
Certo, la legge è scritta in maniera contorta in diverse parti e ci sono delle incoerenze formali, ma dal punto di vista degli obiettivi che intende perseguire e dell’idea di società a cui si ispira, essa è di una chiarezza esemplare. Infatti, tre sono gli obiettivi di fondo e tutti i tre ci paiono ampiamente garantiti dal testo approvato: 1) estensione della possibilità di ricorrere a rapporti di lavoro precari; 2) taglio drastico degli ammortizzatori sociali e 3) abolizione de facto del divieto di licenziamento individuale senza giusta causa, mediante la riduzione a ipotesi puramente scolastica del reintegro previsto dall’articolo 18. In altre parole, piena continuità con le misure in materia di mercato del lavoro dei precedenti governi e assoluta aderenza ai precetti dell’ideologia neoliberista, cioè una vera e propria controriforma sociale.
Un’enormità, insomma, che avrebbe meritato una sollevazione sociale e politica o almeno uno scontro aspro e serio, ma invece non è successo nulla di tutto ciò. O meglio, qualcuno si è opposto davvero, ha lottato, si è mobilitato e ha scioperato (che significa rinunciare a una parte di salario), come la Fiom ed i sindacati base, settori di movimento, giuristi del lavoro e intellettuali, partiti della sinistra, singoli lavoratori e delegati. E possiamo essere anche ragionevolmente certi che la combattiva minoranza che si è opposta fosse più in sintonia con il sentire diffuso nella società che la maggioranza di parlamentari che ha approvato la controriforma.
Ma alla fine tutto questo, ovviamente, non è stato sufficiente, non poteva esserlo. E non solo perché il Governo, la finanza, il capitale, le banche, il Fmi, la Bce, la Ue e chi più ne ha più ne metta esprimono un potere enorme, ma soprattutto perché i lavoratori e le lavoratrici, il loro punto di vista e il loro interesse, sono stati lasciati troppo soli e hanno subito una delle molte anomalie italiane. Ed eccoci agli scheletri negli armadi, alla principale forza di centrosinistra del paese, il Pd, che vota compatto la controriforma, a Cisl e Uil che non hanno fatto nemmeno finta di opporsi, alla Cgil che, nella sua maggioranza, prima ha spacciato la bufala della manifesta insussistenza come “risultato positivo” e, poi, ha revocato anche formalmente le ore di sciopero generale contro la manomissione dell’art. 18. Eccetera eccetera.
L’approvazione del ddl Fornero è una sconfitta per i lavoratori. Bisogna chiamare le cose con il loro nome. Non per autoflagellarci, per carità, ma per non partecipare al deleterio gioco del “non è successo niente, tanto non cambia nulla”, che diffonde soltanto rassegnazione, e per, invece, pensare da subito a come riconquistare quello che ci hanno tolto, a partire dal diritto di non essere licenziati se qualche volta ci permettiamo di dire “no”.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Nello scorso aprile il Collettivo Lambretta aveva occupato le “villette” di piazza Ferravilla (Milano), in stato di abbandono e degrado da ormai lunghi anni. L’Aler, proprietaria degli immobili, aveva preferito lasciarli marcire, piuttosto che ristrutturarli e rimetterli a disposizione dei tanti cittadini in attesa di una casa popolare. Le villette si erano pure trasformate in un luogo di spaccio, ma anche questo fatto non aveva impressionato l’Aler di Milano, sebbene la sua sede centrale si trovasse a soli 200 metri.
Non c’è dunque da meravigliarsi che questa occupazione non abbia provocato scandalo nel quartiere, suscitando anzi curiosità e momenti di partecipazione. Già, perché i giovani del Lambretta, perlopiù studenti e lavoratori precari, hanno ripulito le villette e hanno iniziato a riempirle di attività, aprendole da subito al quartiere. Insomma, tutto sembrava andare per il meglio.
Ma poi, settimana scorsa, è arrivata all’improvviso la notizia che sarebbe imminente lo sgombero delle villette. “Strano”, hanno pensato in molti, visti i tanti anni di menefreghismo da parte dell’Aler. Vuoi che un gruppo di giovani che restituisce le villette al quartiere susciti più preoccupazione di una banda di spacciatori?
Tante domande, non solo da parte degli occupanti, ma anche dei residenti. Infatti, all’Aler non era mai passato per la testa di confrontarsi con il quartiere o di esplicitare cosa intendeva fare con quegli immobili, che fanno pur sempre parte dell’edilizia pubblica. Nemmeno il Consiglio di Zona 3 era stato ritenuto degno di un’interlocuzione.
E così, per scoprire cosa avesse in mente l’Aler, c’è stato bisogno di una piccola ricerca. La sostanza è questa: nel quadro dei programmi di vendita ai privati di una quota di edilizia residenziale pubblica, fortemente voluta da Regione Lombardia, è stata disposta anche un’asta pubblica per la vendita in blocco delle 9 villette della zona del Sarto, comprese quelle di piazza Ferravilla. La gestione dell’asta è stata affidata Infrastrutture Lombarde S.p.A., una società controllata da Regione Lombardia, che risponde direttamente al Presidente della Regione e che ha tra le sue funzioni anche quella della gestione e della valorizzazione delle proprietà regionali. Ebbene, per farla breve, l’asta pubblica, dopo due rinvii, si è tenuta il 22 maggio scorso. E qui si fermano le nostre informazioni, perché qui si fermano gli atti pubblici che si possono rintracciare.
Quindi, vediamo quello che sappiamo. Anzitutto, il testo dell’Avviso di asta pubblica per la vendita di beni immobili di proprietà di ALER del 2 dicembre 2011 ci informa che ci sono dei vincoli di carattere architettonico ed edilizio. Cioè, i lavori di ristrutturazione non potranno portare ad ampliamenti ed elevazioni degli edifici. In secondo luogo, non ci sono invece vincoli di carattere sociale, poiché il complesso è da considerarsi “edilizia residenziale libera”. Cioè, puoi farci anche degli appartamenti di lusso. Infine, interventi edilizi di qualsiasi tipo non sono imminenti, poiché l’eventuale vincitore dell’asta del 22 maggio avrebbe soltanto un “aggiudicazione provvisoria” e quella definitiva non avverrebbe prima di “un periodo di tempo non inferiore a 150 giorni successivi”. Cioè, contando anche altri tempi burocratici necessari per perfezionare la vendita, stiamo parlando, nella migliore delle ipotesi, del prossimo Natale.
Insomma, gli occupanti delle villette non rappresentano un fastidio per il quartiere, anzi, e non costituiscono un problema di ordine pubblico, hanno sempre ribadito che sono aperti al dialogo e, infine, non c’è alcuna impresa edile che sta bussando alle porte. E quindi, rifacciamo la nostra domanda: come mai tutta questa improvvisa pressione sulla Questura da parte degli enti regionali per sgomberare immeditatamente il Lambretta?
Una risposta ce l’avrei. Cioè, quello che dà fastidio è che qualcuno ha fatto vedere che il degrado non è una scelta obbligata e che si può coinvolgere il quartiere in un ragionamento sull’uso degli spazi. Già, esattamente quello che gli enti regionali non hanno mai voluto fare, tant’è vero che nessuno in zona sapeva di questa vendita e che ancora oggi nessuno sa cosa accadrà nel futuro, né se qualcuno si degnerà di confrontarsi con i residenti.
Quindi, penso che oggi bisogna difendere il Lambretta e la sua esperienza e fermare lo sgombero, che peraltro non farebbe altro che riconsegnare le villette a quello che c’era prima. Non c’è alcuna fretta, appunto, non ci sono lavori di ristrutturazioni in arrivo, ma in cambio c’è un grande bisogno di costruire da subito un dialogo nel quartiere sul futuro di quell’area.
Ma per fermare lo sgombero e conquistare il dialogo occorre costruire la necessaria pressione dal basso. E la prima cosa da fare, peraltro semplice, è firmare l’appello per il Lambretta che in poco tempo ha già raccolto tantissime firme.
 
Luciano Muhlbauer
 
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APPELLO AL QUARTIERE E ALLA CITTADINANZA
 
Lo scorso aprile un gruppo di giovani del Collettivo Lambretta ha restituito alla città quattro villette dell’Aler abbandonate in stato di degrado da diversi anni.
Fino a quel momento alla mercé di spacciatori, lo spazio di via Apollodoro si è trasformato grazie all’impegno di tutti in un luogo di aggregazione, di condivisione, di progettazione per il quartiere.
Sono nate una palestra popolare, aule studio per giovani studenti, case per lavoratori precari, una redazione, una falegnameria, orti per l’autoproduzione, laboratori costruiti in collaborazione con associazioni della città. Molto altro è pronto a decollare.
Abbiamo raccolto l’appoggio e l’entusiasmo dei nostri vicini di casa, dell’Associazione Fausto e Iaio, di alcuni consiglieri di Zona, del Comitato Milano per Pisapia, dei negozianti del quartiere, di tanti cittadini disposti a mettere in gioco le proprie energie per far crescere un progetto collettivo, utile e condiviso.
In poco tempo questo luogo è diventato un punto di riferimento dove hanno trovato spazio il Gruppo di Acquisto Solidale della zona, corsi culturali, di autoproduzione e molto altro.
Oggi questo percorso rischia di essere bruscamente interrotto perché il Lambretta è sotto sgombero.
È il momento che ci aiutiate a far capire a tutti il valore del nostro progetto.
Il Lambretta siamo tutti noi!
Per la tutela dei beni comuni, per difendere ciò che è nostro, per portare avanti questo percorso con il quartiere e la città tutta, firma a sostegno del Lambretta!
 
 
FIRME
 
Massimo Carlotto (scrittore)
Pino Cacucci (scrittore)
Maria Iannucci (Associazione familiari e amici di fausto e Iaio)
Rosa Piro – Associazione Dax
Ilaria Cucchi
Emanuele Patti (presidente di Arci Milano)
Luciano Muhlbauer, Prc Milano (già consigliere regionale Prc-Fds)
Roberto Giudici (Fiom Milano)
Davide Steccanella (avvocato)
Vittorio Agnoletto
Zerocalcare (fumettista)
Gionata Gesi Ozmo
Iacopo Ceccarelli (Urban artist)
GGT (artista underground)
Ivan il poeta
Daniele Biacchessi (Giornalista, scrittore, autore e interprete di teatro civile – Associazione familiari e amici di Fausto e Iaio – Associazione Ponti di memoria)
Marco Philopat (editore – scrittore)
Renato Sarti (regista tetrale)
Punkreas
Bonnot – Walter Buonanno (Compositore, produttore, Bergamo)
Junior Sprea
Ginko Villadaposse
UNK Sound Milano
 
Arci MilanoX
Arci Bitte
Arci Metromondo
Teatro della Cooperativa
Associazione Pernondimenticare Varalli e Zibecchi
Salaam – I Ragazzi dell’Olivo
Agenzia X (Casa editrice)
POQ – Partigiani in Ogni Quartiere
Spazio Baluardo (Q.Oggiaro)
Zam – Zona Autonoma Milano
Ambrosia Milano
Labout
Rete Studenti Milano
MACAO
Polisportiva Popolare Zam
Sos Fornace Rho
CSA Baraonda Segrate
FOA Bocaccio (monza)
CSOA Zapata Genova
Lab. Sancho Panza di Ferrara
Lokomotiv Zapata polisportiva popolare
Point Break – Studentato Autogestito Occupato, Roma
CSA Pacì Paciana Bergamo
Collettivo Off-Topic
C.S.A. La talpa e l’orologio Genova
AutAut 357 Genova – Unicommon Genova
Folletto 25603 Abbiategrasso
Redazione MilanoInMovimento
Telefono Viola Milano
Outofline photo collective
Tijuana Project – Unicommon Pisa
La Terra Trema
Reality Shock Padova
Lab CraCk – Unicommon Padova
Astra 19 Spa Roma
Anomalia Sapienza – Unicommon Roma
Lab! Puzzle
Horus Project Roma
Dimensione Autonoma Studentesca ( Collettivo studentesco autorganizzato Siena)
Officina Multimediale (Videomakers)
Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito Milano
Link-Sindacato Universitario Milanese
Unione Inquilini di Milano
Sel Zona 3 Milano
 
Andrea Lazzarotti (Capogruppo SeL Consiglio di Zona 3)
Patrizia Cavallotti – ultima inquilina di Ferravilla, 11 – fino al 1980
Titti Benvenuto (Consigliera di zona 3)
Paola Pollaroli Pardi (Comitato per Milano, Zona 3)
Giancarlo Pagani (Comitato per Milano, Zona 3)
……     ……          ……
le firme sono tantissime, già oltre 1.000, e sono in continuo aggiornamento. Quindi qui trovi solo le primissime di una lunga lista. Per l’elenco completo ed aggiornato consulta il sito di Milano in Movimento.
 
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Nokia Siemens si appresta ad abbandonare l’Italia. Questo è il messaggio inequivocabile che arriva dall’annuncio di 445 licenziamenti contro i quali i lavoratori della multinazionale stanno scioperando ormai per il secondo giorno consecutivo.
E così, Milano e la Lombardia rischiano di perdere un altro pezzo di telecomunicazioni, con relative professionalità ed occupazione, senza che le istituzioni nazionali e regionali mostrino qualche segno di reazione che vada oltre alle dichiarazioni di rito, a convocazioni di tavoli e, forse, agli ammortizzatori sociali.
Oggi c’è una crisi brutale su scala internazionale, certo, ma il processo di desertificazione produttiva della nostra regione, che comprende in maniera sempre più virulenta anche i settori avanzati, come quello delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, era iniziato anni fa. Agile-Eutelia, Itatel, Alcatel, Jabil, Sirti eccetera, la lista è lunga. E ora, appunto, sembra che anche la vicenda Nokia Siemens Networks arrivi al suo epilogo.
Nokia Siemens è una multinazionale che non aveva mai dato molto peso alla propria parola, né mostrato troppo rispetto per gli accordi, anche se firmati ai massimi livelli. Basterebbe, a tal proposito, ricordare l’intesa con il Ministero del 2007, quando il gruppo si impegnò a mantenere tutti i siti produttivi italiani. Ebbene, qualche anno più tardi chiuse lo stabilimento di Cinisello Balsamo e alla fine del 2011 la Jabil, ramo d'azienda di Nokia Siemens ceduto proprio nel 2007, chiuse il sito di Cassina de’ Pecchi, licenziando 325 lavoratori, eccetera eccetera.
Ma se la multinazionale ha potuto comportarsi in questa maniera, questo era dovuto anche all’atteggiamento remissivo di Governo e Regione, che non solo non hanno mai alzato seriamente la voce, ma nemmeno mai definito un straccio di politica industriale che tentasse di contrastare o arginare la desertificazione produttiva.
Se oggi, ancora una volta, si assisterà passivamente ai 445 licenziamenti di Nokia Siemens, occupandosi se va bene degli ammortizzatori sociali, domani anche quello che rimane sparirà E qui non si tratta di fare gli uccelli del malaugurio, ma semplicemente di fare due conti: il gruppo ha 1104 dipendenti in Italia, di cui quasi tre quarti a Cassina de’ Pecchi, e l’attuale procedura di mobilità, oltre a prevedere la chiusura delle sedi di Palermo e Catania, concentra 367 esuberi a Cassina, cioè lo stabilimento principale. Qualcuno può seriamente pensare che una Cassina dimezzata e senza piano industriale possa promettere un futuro?
Da parte nostra, esprimiamo la massima solidarietà ai lavoratori e alla lavoratrici di Nokia Siemens e sosteniamo la loro mobilitazione, che oggi assume per il nostro territorio un'indubbia valenza generale.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
per seguire la lotta dei lavoratori Nokia Siemens visita il blog delle Rsu di NSN e il sito della Fiom Milano.
 
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La chiamano spending review e magari, en passant, taglierà pure qualche spreco, ma in realtà non è che un altro tassello nel processo di smantellamento dell’assetto sociale, economico e politico del secondo dopoguerra. Già, perché di questo si tratta, in Italia e in tutta Europa, di fare a pezzi il welfare, i servizi pubblici, le regole e i diritti nel mondo del lavoro, per liberare risorse e denaro vero da redistribuire verso i mercati finanziari, drogati da attività finanziarie derivate e fuori bilancio e dominati da una speculazione sostanzialmente libera da vincoli o regole.
Non c’è giorno che l’Europa, la Bce, il Fondo Monetario, il Governo e la sua grande coalizione non ci spieghino che bisogna fare così e senza discutere troppo, perché altrimenti lo spread vola e finiamo come la Grecia. Qualche volta capita pure che ci raccontino delle balle clamorose, come nel caso della truffa ai danni degli esodati oppure in quello della nuova assicurazione sociale (Aspi), contenuta nella riforma del mercato del lavoro e presentata da alcuni come un’estensione delle tutele, salvo poi chiedere il rinvio della sua entrata in vigore al 2014, perché “i nuovi ammortizzatori forniscono una tutela inferiore rispetto ai vecchi” (parole di Cesare Damiano, uno dei relatori della riforma Fornero, oggi su il Manifesto).
Insomma, la stessa storia che ora si ripete con la spending review, esibita come un’operazione di semplice razionalizzazione della spesa. Una mistificazione bella e buona, come peraltro l’aggiunta “con invarianza dei servizi ai cittadini” al titolo del decreto  legge, poiché sarebbe un autentico miracolo mantenere la qualità e la quantità dei servizi in presenza di tagli così drastici e in larga parte lineari ed orizzontali.
Infatti, le Regioni ed i Comuni, che non hanno ancora finito di assorbire i tagli delle manovre precedenti, subiranno un ulteriore taglio dei trasferimenti di 7,5 mld di euro tra il 2012 e il 2013, con conseguenze inevitabili sui servizi, a partire dal trasporto pubblico locale, già ora gravemente deficitario. Saranno tagliati ancora una volta i fondi per la ricerca, mentre gli atenei potranno aumentare le tasse universitarie. Pesantissimo è l’intervento sulla Sanità, con la riduzione forzata di 18mila posti letto, per raggiungere il nuovo standard di 3,7 posti letto per ogni 1000 abitanti. Per capire meglio cosa significa questo, basti ricordare che attualmente siamo a 4,1 come media nazionale e che ad oggi soltanto quattro Regioni (Basilicata, Campania, Valle d’Aosta e Umbria) hanno un rapporto inferiore a 3,7. In altre parole, se oggi le liste d’attesa per un ricovero sono lunghe, domani si allungheranno ancora di più.
Un discorso a parte va fatto sul pubblico impiego, dove l’intervento è dirompente, soprattutto in prospettiva, e si cerca di capitalizzare anni di propaganda contro i lavoratori pubblici, presentati in toto come fannulloni e privilegiati, magari pure in una di quelle versioni caricaturali che ignorano deliberatamente l’odierna realtà lavorativa per insistere, invece, su un racconto immaginario ambientato in un film in bianco e nero. Insomma, il solito gioco, giovani contro vecchi, precari contro fissi, italiani contro immigrati, dipendenti privati contro dipendenti pubblici e alla fine tutti quanti cornuti e mazziati.
In primo luogo, i dipendenti pubblici subiranno una riduzione dello stipendio. E non solo per effetto della proroga del blocco degli stipendi, in atto già da anni, ma anche a causa della norma che prevede che i buoni pasto (l’indennità sostitutiva di mensa), sempre più spesso usati per fare la spesa, non possano superare il valore di 7 euro al giorno. E questo significa che laddove è superiore, per esempio 10 euro, questo vada ridotto d’ufficio a partire da ottobre.
In secondo luogo, dopo la manomissione dell’articolo 18, che peraltro vale anche per i dipendenti pubblici, arrivano gli esuberi e la mobilità nel pubblico impiego, con la riduzione del 10% del personale (esclusi alcuni comparti, come scuola o sicurezza), ai quali va aggiunta la riduzione del 20% dei dirigenti. Secondo la relazione tecnica del decreto legge stiamo parlando di 24mila esuberi tra il personale (escluse le Regioni), di cui soltanto 8mila avrebbero i requisiti per il prepensionamento. Per gli altri c’è la mobilità, cioè l’applicazione di quel famigerato art. 16 della legge stabilità (L. 183/2011) del Governo Berlusconi-Lega, che introduce la mobilità per i dipendenti pubblici: “collocamento in disponibilità” per un massimo di 24 mesi, all’80% dello stipendio base, che poi significa il 60% circa dello stipendio effettivamente percepito, e se in quel periodo di tempo non c’è ricollocazione scatta il licenziamento.
Forse il numero di 24mila andrà ridimensionato, perché il decreto legge parla di dotazioni organiche, che spesso volte non sono più coperte da tempo, a causa dei ripetuti blocchi delle assunzioni degli ultimi anni, ma il vero fatto dirompente sta nell’apertura di una diga, cioè dell’applicazione della mobilità per licenziamenti collettivi anche nella pubblica amministrazione. Per esempio, cosa succederà con i dipendenti delle Province nella misura in cui queste verranno smantellate o accorpate?
Ma fermiamoci qui con la spending review. Vi invito a leggere il testo del decreto legge e la relativa relazione tecnica (vedi allegato) e a seguire gli approfondimenti tecnici proposti da numerosi siti.
Un’ultima cosa, però, ma non certo meno importante, anzi. Come avevamo detto, ci raccontano che bisogna fare così, che non c’è alternativa, ma poi mai nessuno si degna di dire dove intende andare a parare, cioè cosa verrà dopo, che società uscirà da questa devastazione del vecchio ordine.
Il dubbio legittimo è che non lo sappiano bene nemmeno loro e che siano sorretti anzitutto dall’ideologia, da una fede cieca e granitica nei dogmi del neoliberismo, esattamente come lo furono quei “tecnici” del Fondo Monetario che un decennio fa spinsero l’Argentina alla bancarotta o quelli che ancora prima enunciarono le ricette della globalizzazione liberista e della liberalizzazione dei mercati finanziari. Cioè, quelle ricette che prima portarono all’arricchimento senza precedenti di una piccolo minoranza e, infine, all’attuale devastante crisi di sistema.
E rieccoci al punto di sempre. La manovra denominata “revisione della spesa” è sbagliata e dannosa e bisogna costruire l’opposizione e il contrasto, ma temo che rischiamo di rivivere un film già visto. Prima tutti gridano allo sciopero, col tempo si abbassa un po’ la voce e alla fine non succede più niente, magari con il contorno di qualche balla clamorosa. Insomma, non c’è opposizione reale possibile a questi provvedimenti, senza una rottura con l’impianto ideologico e strategico che li genera e senza la costruzione di un’alternativa. Questo mi pare il tema di fondo, che è poi quello della sinistra in questo paese…
 
di Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo della spending review, cioè il decreto legge n. 95 del 6 luglio 2012 (“Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini”), la Relazione tecnica che l’accompagna e il testo dell’art. 16 della legge di stabilità (L. 183/2011)
 

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Ieri il Senato ha approvato la ratifica del fiscal compact, ma oggi faticherete terribilmente a trovare la notizia su qualche organo d’informazione. Anzi, c’è silenzio totale, quasi fossimo tornati ai tempi bui della diplomazia segreta. Invece è peggio, perché di segreto non c’era proprio nulla, visto che il Senato ha agito alla luce del sole e ha regolarmente votato ed approvato, peraltro a stragrande maggioranza (presenti: 266; votanti 261; favorevoli: 216; contrari: 24; astenuti: 21), ma poi nessuno ha voluto raccontarlo ai diretti interessati, cioè ai cittadini e alle cittadine.
Senatori, capi e colonnelli dei partiti di maggioranza, opinion makers, giornalisti eccetera, solitamente loquaci all’inverosimile, questa volta hanno scelto in massa di parlare d’altro, come se si trattasse di un fatto irrilevante o di un banale adempimento burocratico e non di un vero proprio commissariamento del futuro, che imporrà all’Italia delle manovre annue dell’entità di 40-50 miliardi di euro, cioè praticamente di doppio della spending review.
Non a caso il  “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria”, come si chiama per esteso il fiscal compact, negli altri paesi europei aveva suscitato intensi dibattiti pubbliche, in Francia era entrato con forza nella recente campagna elettorale per le presidenziali e in Irlanda hanno fatto persino un referendum. Qui da noi, invece, la guerra di Mario Monti sembra avere il potere di anestetizzare persino un minimo di informazione decente.
Ebbene, non voglio farla più lunga. Questo vuole essere semplicemente un atto di insubordinazione alla consegna del silenzio e vi invito a fare altrettanto, perché tra una settimana o due voterà anche alla Camera dei Deputati. Poi, dovremo anche decidere che fare rispetto al fiscal compact, ma intanto non collaboriamo con il silenzio.
 
Per il merito della questione, rinvio al mio articolo dell’aprile scorso ARRIVA IL COMMISSARIAMENTO DEL FUTURO – TRA PAREGGIO DI BILANCIO IN COSTITUZIONE E FISCAL COMPACT
 
Cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il DDL di ratifica ed esecuzione del trattato fiscal compact e la legge di autorizzazione alla ratifica approvata il 12 luglio 2012.
 
Luciano Muhlbauer
 

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di lucmu (del 18/07/2012, in Movimenti, linkato 1135 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer pubblicato su il Manifesto del 18 luglio 2012
 
Il 20 luglio è vicino ed è ormai tempo di bilanci. Undici anni dopo il luglio genovese, con un processo mai celebrato, quello per l'omicidio di Carlo Giuliani, e con tre sentenze di Cassazione alle spalle, è giunto inevitabilmente il momento di fare i conti con la verità ufficiale che lo Stato ci consegna e chiarirci se la riteniamo compatibile con quanto effettivamente avvenuto nel 2001.
Si tratta di una questione decisiva, perché da essa dipende se possiamo parlare di giustizia e perché, da che mondo è mondo, il racconto e la memoria dei fatti politicamente e socialmente rilevanti costituisce per il potere un campo di battaglia irrinunciabile. E noi, qui in Italia, terra di stragi impunite, ma che tutti sanno essere di Stato, dovremmo saperlo meglio di chiunque altro.
Ebbene, il racconto pubblico che ora va per la maggiore propone una sorta di pareggio, basato sulla tesi che da ambedue le parti, forze dell'ordine e manifestanti, ci fossero delle mele marce e degli errori, ma che questi costituissero comunque delle eccezioni. Insomma, ora che le sentenze definitive hanno individuato i cattivi, cioè i poliziotti erranti della Diaz ed i black block devastatori, si può chiudere il capitolo Genova e passare oltre.
Peccato però che in questa storia i conti non tornino per niente. Primo, l'omicidio di Carlo dove lo mettiamo? Secondo, avete mai visto un “pareggio” dove chi ha spaccato degli oggetti finisce in carcere per moltissimi anni, mentre chi ha spaccato teste e ossa il carcere non lo vede nemmeno con il binocolo? Terzo, cosa facciamo con i grandi assenti da questo racconto, cioè con i livelli massimi, i capi di polizia e carabinieri ed i Ministri, dai tempi di Genova fino ad arrivare ai giorni nostri, che hanno deciso, coperto, omesso, ostacolato, insabbiato e sistematicamente premiato e promosso i dirigenti di polizia coinvolti nella repressione, fino all'atto finale della nomina di Gianni De Gennaro a sottosegretario di Stato?
No, la verità ufficiale non solo non racconta la storia di quei giorni, ma la sua palese asimmetria offende il buon senso. Non avvicina la giustizia, ma la allontana, e non rappresenta certamente un'occasione per chiudere una ferita, ma piuttosto un inganno. Siamo all'autoassoluzione dello Stato e alla riduzione delle giornate di Genova a una storia di disordini e casini sfuggita di mano un po' a tutti.
Genova è stato ben altro. Lo sa chi c'era e chi non c’era. E, soprattutto, lo sa benissimo chi allora sospese l’ordinamento democratico ed organizzò la repressione contro il movimento antiliberista, nell'intento di stroncarlo sul nascere. L'operazione Diaz di undici anni fa doveva coprire tutto ciò, legittimando ex post la bestiale repressione, e da quel punto di vista fu un fallimento. Oggi c’è il teorema che sostiene che a Genova ci fu una situazione di “devastazione e saccheggio” e che quindi gli “errori” delle forze dell’ordine vanno letti in quel contesto. E quel che è peggio -e moralmente ripugnante- è che sull’altare di quel teorema sono state sacrificate dieci persone.
Sarebbe però un errore grossolano pensare che qui si tratti soltanto di mettere in sicurezza gruppi di potere, cricche e uomini politici ancora in vista. Certo, si tratta anche di questo, ma c’è dell’altro, perché riscrivere il passato serve sempre per preparare il futuro. Non è, infatti, un caso che alle parole del Ministro Cancellieri e alle scuse del Capo della Polizia Manganelli non sia seguito alcun fatto degno di nota, mentre la conferma in sede di Cassazione del reato di “devastazione e saccheggio” è densa di concretissime implicazioni presenti e future.
Negare la politicità di Genova, oscurare le centinaia di migliaia di persone che allora scesero in piazza e ridurre il tutto a fatto di ordine pubblico è pienamente coerente con quello sta succedendo ora, in tempi di crisi e governi tecnici, dalla Val di Susa alle cariche contro gli operai delle cooperative di Basiano. Anche per questo, non è possibile scendere a compromessi con una verità ufficiale che non è compatibile con quello che avvenne undici anni fa, che non fa giustizia e che getta più di un’ombra sul futuro.
 
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