Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Massima solidarietà con i lavoratori che stamattina hanno occupato la sede della direzione regionale lombarda dell’Inps, in via Gonzaga a Milano. E un pressante e urgente invito alla direzione dell’Inps di intervenire, al fine di tutelare il diritto al lavoro di questi operai, licenziati da una ditta appaltatrice dell’Inps perché avevano denunciato irregolarità e si erano organizzati sindacalmente.
Incredibile, ma vero. La piaga di quel sistema di appalti, subappalti e cooperative, sempre più diffuso sia nel settore privato che in quello pubblico, che riproduce un regime da fine ‘800 e che aggira allegramente e quotidianamente la sostanza della legislazione sul lavoro, si è fatto largo persino nell’Inps. Cioè, in quel ente pubblico finanziato dai contributi dei lavoratori ed esso stesso impegnato in un dura battaglia contro l’evasione contributiva.
Nella fattispecie stiamo parlando dei servizi di facchinaggio dell’Inps, esternalizzati e affidati mediante appalti al massimo ribasso. E come sempre accade in questi casi, domina il gioco dei subappalti e delle scatole cinesi, dove alla fine la trasparenza si trasforma in una chimera e i lavoratori vengono trattati peggio degli scatoloni che dovrebbero movimentare.
I lavoratori che oggi hanno occupato la direzione lombarda dell’Inps hanno pagato con la perdita del proprio posto di lavoro il semplice fatto di aver denunciato delle irregolarità e di essersi iscritto a un sindacato. Cioè, di aver esercitato i loro diritti e di non aver accettato il silenzio.
Quel sistema degli appalti e subappalti è una vera e proprio calamità per il mondo del lavoro italiano e il fatto che certe cose possano accadere addirittura all’Inps la dice lunga sul grado di degenerazione raggiunto. Occorre porvi fine e, soprattutto, occorre porre fine allo scaricabarile, per cui chi affida l’appalto non deve rispondere del comportamento dell’appaltatore e l’appaltatore non risponde del comportamento del subappaltatore.
Oggi l’Inps ha il dovere di intervenire direttamente, anzitutto per garantire il lavoro agli operai licenziati, ma anche per fare pulizia nei suoi appalti. Anche perché, se non lo fa l’Inps, chi altri dovrebbe farlo?
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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Il testo del comunicato dei lavoratori dell’appalto Inps che stamattina hanno occupato:
 
#OccupyINPS
LICENZIATI DALL’APPALTO DI FACCHINAGGIO INPS OCCUPANO SEDE INPS LOMBARDIA
L’INFINITA E “SPORCA” CATENA DEI SUBAPPALTI IN “CASA” DI CHI AVREBBE IL COMPITO DI VIGILARE CONTRO LE IRREGOLARITA’
 
Questa mattina attorno alle 9:30 una decina di lavoratori licenziati dall’appalto logistica e facchinaggio INPS ha occupato la direzione regionale dell’INPS (a Milano in via Maurizio Gonzaga 6) per denunciare l’insostenibile situazione in cui si trovano, risultato di una lunga storia di sfruttamento e irregolarità perpetuate proprio sotto gli occhi dell’ente preposto al controllo.
Da tempo infatti INPS Lombardia ha esternalizzato i servizi di pulizia e facchinaggio attraverso un appalto pubblico al massimo ribasso.
Così è partita la catena dei subappalti, caratterizzata da gravi irregolarità, che ha visto susseguirsi: Siram e Consorzio Stabile Miles, poi Generale Servizi Srl e Irbis Società Cooperativa, infine Romeo Gestioni e, nuovamente, Generale Servizi Srl (che, insieme a Irbis, la stessa INPS cinque mesi fa aveva escluso dall’esecuzione dell’appalto proprio per le irregolarità nella sua gestione denunciate dai lavoratori).
Ora Generale Servizi si rifiuta di riaffidare le mansioni a quei lavoratori che avevano denunciato le irregolarità e ne ha contattato alcuni intimando loro di firmare nuove lettere di assunzione con condizioni ulteriormente peggiorative rispetto alle precedenti, pena l’esclusione perpetua dal rapporto di lavoro.
In questo “gioco” al massacro, INPS Lombardia si è progressivamente sottratta al confronto con i lavoratori e le rappresentanze sindacali, lavandosene le mani e ignorando bellamente le gravissime irregolarità, a tutti i livelli.
I lavoratori hanno occupato gli uffici della direzione regionale INPS Lombardia, da cui dipende direttamente l’appalto di logistica e facchinaggio, perché vogliono sia riconosciuto il loro diritto al lavoro e perché siano interrotti questi atroci meccanismi di sfruttamento, mercificazione e ricatto perpetrati sotto gli occhi di un soggetto come l’INPS, ente finanziato direttamente dai contributi dei lavoratori, che proprio su tali temi dovrebbe essere oltremodo vigile e attento.
 
I lavoratori dell’appalto logistica e facchinaggio INPS Lombardia
 
Milano, 23 maggio 2013
 
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di lucmu (del 24/05/2013, in Movimenti, linkato 1191 volte)
Come promesso nel momento dello sgombero di mercoledì scorso, Zam è ritornato. Ora ha preso casa nell'ex-scuola di Sant'Eustorgio, in via Santa Croce 19, vuota da tempo.
È un bene che Zam sia tornato, perché l’ultima cosa di cui Milano ha bisogno è l’eliminazione di spazi sociali e di esperienze collettive. A Milano, semmai, gli spazi di aggregazione e di autogestione mancano, sono troppo pochi.
A Milano si continua a costruire e cementificare, ma sono sempre di più gli spazi lasciati vuoti e consegnati all’abbandono. Beninteso, erano troppi anche prima, tra case sfitte e aree dismesse, ma ora con la crisi tendono ad aumentare a dismisura. Insomma, c’è o non c’è un problema di uso e riuso degli spazi, a fini abitativi, culturali e sociali?
La precarietà diffusa, la crisi e le politiche d’austerità hanno spezzato molte relazioni sociali e le solitudini urbane dilagano. Insomma, c’è o non c’è un problema di costruire e ricostruire spazi di aggregazione, di socialità e, perché no, di cittadinanza attiva?
Io penso che bisogna rispondere affermativamente a queste domande e per questo ritengo che i ragazzi e le ragazze di Zam abbiano fatto bene a rioccupare senza perdere tempo. Non perché Zam sia o possa essere la risposta a tutte le domande, ma perché Zam, insieme agli altri spazi sociali e alle altre esperienze associative o autogestite della città, non necessariamente occupate, è sicuramente una parte fondamentale della risposta.
E per questo penso anche che l’amministrazione comunale abbia fatto male a fermarsi allo strumento del bando, che non può essere la miracolosa soluzione onnicomprensiva, invece di dare seguito con coraggio e determinazione agli impegni assunti in campagna elettorale sul tema degli spazi.
Nei prossimi giorni vedremo cosa succederà in città, se questa settimana avrà insegnato qualcosa. Per oggi plaudiamo alla buona nuova. Bentornato Zam!
 
Luciano Muhlbauer
 
P.S. sabato 25 maggio, corteo cittadino RECLAIM THE SPACE, ore 15.00, Piazza Cavour, Milano
 
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A Bologna ha vinto il all’abrogazione del finanziamento comunale delle scuole materne private. Il 59% dei votanti al referendum comunale ha infatti dato ragione ai referendari, che ritenevano che il milione di euro girato annualmente dal bilancio comunale alle materne private dovesse invece andare alle materne pubbliche.
Certo, l’affluenza alle urne non è stata oceanica e si è fermata al 29% (85.934 elettori) degli aventi diritto. E per giunta, il referendum non aveva carattere vincolante, ma soltanto consultivo. Ma da qui a parlare di “flop”, come fa oggi il quotidiano La Repubblica, oppure a cambiare le carte in tavola e sostenere che gli astenuti equivarrebbero in realtà a dei “no”, come fanno i sostenitori del no, francamente ce ne passa.
Infatti, lo schieramento che si era opposto all’iniziativa referendaria del Comitato art. 33 non aveva invitato all’astensione, anzi, aveva invitato ad andare alle urne e a votare “no”. E, soprattutto, si trattava di uno schieramento addirittura più largo di quello che sostiene il governo delle larghe intese, poiché comprendeva Pd, Pdl, Scelta Civica, Lega e lo stesso Sindaco Merola, e che coinvolgeva anche soggetti di forte peso nazionale, come il Ministro ciellino Maurzio Lupi o il cardinale Bagnasco, presidente della Cei. Infine, si dovrebbe aggiungere l’osservazoine, come fa oggi Wu Ming, che i 50mila “sono esattamente la metà dei voti che Virginio Merola ha preso nel 2010, quando è stato eletto sindaco”.
Non c’è dubbio, dunque, che da Bologna arriva una notizia positiva, che non parla soltanto a Bologna, anzi (e questo i Lupi e i Bagnasco lo avevano senz’altro intuito). Golia non è riuscito a schiacciare Davide e il risultato del referendum bolognese segna indubbiamente un fatto nuovo: cioè, è forse la prima volta da quando la legge n. 62/2000, varata dal Governo D’Alema (…), aveva integrato le scuole private nel sistema nazionale d’istruzione, definendole “paritarie”, e quindi aperto le porte a massicci flussi di denaro pubblico verso gli istituti privati, che una consultazione formale di cittadini mettesse in discussione il finanziamento pubblico alla scuola privata.
Per questo il messaggio che ci arriva da Bologna è così importante. Ci dice che forse è possibile, oltreché giusto e opportuno, mettere in discussione lo scandalo del finanziamento pubblico della scuola privata, mentre si fa a pezzi la scuola pubblica a suon di tagli.
E questo messaggio dovrebbe essere particolarmente importante qui in Lombardia, dove il sistema di drenaggio di soldi pubblici verso interessi privati, introdotto da Formigoni e ora proseguito da Maroni, ha assunto caratteristiche particolarmente odiose e discriminatorie. Certo, l’entità dello scandalo in Regione Lombardia è oggi un po’ mitigata, causa tagli dei trasferimenti dallo Stato alla Regione, e la spesa regionale annuale per finanziare gli amici della scuola privata si attesta oggi a “soli” 30 milioni di euro (nel a.s. 2010/2011 erano ancora 50 mln), ma l’ignobile modalità di assegnazione di questi fondi è rimasta assolutamente invariata (per conoscere in dettaglio il sistema rinviamo al nostro Rapporto Buono Scuola 2009).
E, dulcis in fundo, va sempre ricordato che uno degli impegni presi da Roberto Maroni in campagna elettorale era quello di proseguire con il sistema formigoniano di finanziamento delle private e di ri-aumentare le quantità erogate. Peraltro, l’unico assessore della precedente giunta Formigoni rimasto al suo posto (Assessorato all'Istruzione, Formazione e Lavoro) è proprio la pasdaran della privatizzazione della scuola pubblica, Valentina Aprea.
Lo so e lo sappiamo, non è facile aprire questa battaglia dalle nostre parti, ma Bologna ci insegna che è possibile. Magari ragioniamoci, senza illusioni e velleità, ma sul serio. Intanto, vi segnalo che da qualche mese in Lombardia esiste una petizione per l’abrogazione del buono scuola, promossa dall’Associazione NonUnodiMeno. Usiamola.
 
Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 31/05/2013, in Politica, linkato 777 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto il 31 maggio 2013, con il titolo “La Giunta Pisapia ha compiuto due anni: la ‘primavera’ al palo”.
 
Sono passati due anni ed è tempo di bilanci. Bilanci severi, perché tra l’entusiasmo e gli arcobaleni di allora e il freddo e il grigio di oggi non sembrano essere trascorsi soltanto 730 giorni, bensì un’epoca intera. Quel 30 maggio del 2011, infatti, da Milano, ma anche da Napoli o da Cagliari, sembrava alzarsi un’onda, una brezza di speranza, una riappropriazione dal basso della politica. Non avevamo vinto un’elezione, avevamo “liberato” Milano e presto, pensavamo, sarebbe toccato anche al resto del paese. Oggi, invece, abbiamo di fronte il deprimente quadro disegnato da anni di crisi e austerity, da una politica desolata e desolante, da una democrazia in manifesta crisi di credibilità e da sindaci eletti dalla metà della metà dell’elettorato.
In questi due anni a Milano sono cambiate troppo poche cose, ma in compenso il mondo che la circonda si è fatto vieppiù ostile. La recessione ha eroso margini e imposto emergenze, il patto di stabilità sta strangolando il bilancio comunale e, invece del cambiamento, sono arrivati Monti e Letta, le larghe intese Pd-Pdl e la disastrosa ri-vittoria delle destre alle elezioni regionali lombarde. Insomma, le peggiori condizioni immaginabili.
Tutto questo è bene ricordarlo, per correttezza e per realismo, ma è altrettanto bene non usare queste considerazioni come un alibi per le cose che non vanno, che sono tante. Beninteso, non siamo alla fine di un’esperienza, ma siamo senz’altro a un punto critico, in uno di quei momenti in cui i mormorii rischiano di trasformarsi in rumore di fondo, in crepe insanabili, in incantesimo rotto. In altre parole, i nodi stanno venendo al pettine, come hanno confermato in modo lampante una serie di fatti di queste ultime settimane.
Anzitutto, la destra ha rialzato la testa. L’ha fatto riproponendo tutto il suo armamentario securitario e xenofobo, in seguito al triplice omicidio commesso da Mada Kabobo. Per ora la furibonda campagna di Lega e Pdl non ha portato risultati e la città non è ripiombata nel cupo clima decoratiano, ma il punto è che la destra è uscita dall’angolo ed è passata all’offensiva.
Negli stessi giorni Marco Vitale, autorevole esponente del “Gruppo 51”, cioè quella  borghesia illuminata milanese che si era schierata con Pisapia, ha pubblicato un pungente articolo in cui accusava il governo cittadino di non avere strategia e visione e di continuare la “politica dell’amministrazione del condominio”.
Le parole di Vitale hanno sollevato un vespaio. Il Corsera ha rilanciato le critiche e ipotizzato la fine del modello Milano, mentre l’assessore D’Alfonso, ex socialista e autoproclamato ideologo arancione, è intervenuto a modo suo, dando ragione a Vitale, ma dicendo che la colpa era di tutti gli altri, in primis dei consiglieri comunali di maggioranza che sarebbero sostanzialmente degli inetti.
Infine, gli scricchioli sono diventati rumore assordante anche sul lato sinistro, con lo sgombero del centro sociale Zam e le manganellate sulle teste dei manifestanti davanti al portone chiuso di Palazzo Marino. Beninteso, non era il primo conflitto tra centri sociali e amministrazione comunale, ma in questo caso l’elemento simbolico era forte, anche perché ha coinvolto una delle realtà di movimento finora più aperte nei confronti del Sindaco.
Insomma, quella ampia coalizione di forze e cittadini che aveva reso possibile la liberazione di Milano e che lo stesso Sindaco considera “il nostro patrimonio più prezioso” sta scricchiolando alla grande, su un lato e sull’altro. E non basta ribadire l’elenco delle cose fatte, perché risulta troppo insipido in assenza di prospettiva e progetto. O, peggio ancora, se l’unica prospettiva è quella dell’Expo, che ad oggi offre soltanto buchi di bilancio e affari immobiliari.
E non basta nemmeno rispondere al solo Corriere, perché il problema non è il dialogo con i poteri forti, ma anzitutto il recupero di un confronto con quella fondamentale parte della città impegnata nella cittadinanza attiva, nell’associazionismo, nell’attivismo sociale, nelle esperienze di autogestione.
Nulla è ancora perso o disperso, ma occorrono parole e fatti nuovi per ridare slancio a una primavera che oggi assomiglia un po’ troppo all’autunno.
 
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Non merita sicuramente l’appellativo epocale, ma l’accordo sulla rappresentanza, firmato il 31 maggio scorso da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, certifica indubbiamente un cambiamento di fase. Cioè, si chiude il periodo delle divisioni tra la Cgil e Cisl-Uil e si apre una nuova fase all’insegna della ricostituzione del quadro unitario tra le tre confederazioni, del restringimento della sfera di autonomia di lavoratori, delegati e categorie e della compressione della conflittualità sociale.
Insomma, in sintonia con il clima di larghe intese politiche, si ripropone, o si tenta di riproporre, lo schema neocorporativo e concertativo degli anni ’90 del secolo scorso, ma con la significativa differenza che oggi i rapporti di forza sono immensamente peggiori e i margini di manovra vengono continuamente erosi dalle politiche d’austerità. In altre parole, a queste condizioni il massimo che si può concertare è la resa e non è nemmeno detto che sia onorevole.
Molto difficile pensare che i vertici di Cgil, Cisl e Uil non avessero piena coscienza di ciò e ne è dimostrazione il fatto che il terreno concreto dell’accordo fosse proprio la questione della rappresentanza e della democrazia, cioè del chi e del come decide. Peraltro anche un altro accordo “storico”, quello del 23 luglio 1993, conteneva un nucleo duro dedicato alla questione. Infatti, lo scempio antidemocratico del 33% dei delegati RSU assegnati d’ufficio a Cgil-Cisl-Uil, a prescindere dal voto dei lavoratori, fu introdotto proprio allora.
L’accordo del 31 maggio va dunque valutato per quello che è e per quello che produrrà, da un punto di vista politico e da un punto di vista sostanziale.
 
La subalternità al quadro politico
Sembra quasi un controsenso parlare di subalternità al quadro politico nel momento storico in cui i partiti attraversano una crisi di credibilità e di legittimità senza precedenti e la politica appare più che mai ininfluente, anzi irrilevante, rispetto agli interessi sociali ed economici dominanti. Eppure, è proprio così. Anzi, fa sempre impressione constatare il basso livello di autonomia degli organismi dirigenti confederali dai partiti e dai governi. Beninteso, non tutte le grandi scelte sindacali si spiegano così, ci mancherebbe altro, ma è praticamente impossibile fare la storia recente delle divisioni e delle ricomposizioni dei gruppi dirigenti confederali senza tenere conto dell’evoluzione del quadro politico.
Il decennio di conflitti tra la Cgil e la Cisl, con la Uil di solito schierata con la seconda, è iniziato grosso modo nel 2003, con le grandi mobilitazioni della Cgil in difesa dell’art. 18. Erano gli anni del secondo governo Berlusconi e della riforma liberista del mercato del lavoro, ma anche dei movimenti no global e contro la guerra. I DS erano stretti tra i movimenti, la critica della base e un Berlusconi saldamente in sella e avevano necessità di fare opposizione. Nessuno invitava la Cgil a fermarsi, mentre la Cisl, fedele alla sua impostazione corporativa e collaborazionista, iniziava a rafforzare i rapporti con il centrodestra. Bonanni e il Ministro Sacconi facevano praticamente squadra e alla fine del decennio al Ministero del Lavoro c’era il pieno di dirigenti e funzionari targati Cisl.
L’esperienza del governo Prodi (2006-2008) era stata troppo breve e precaria per poter modificare il quadro, anche se in quella fase la Cgil aveva ovviamente abbassato parecchio la conflittualità. Poi era tornato Berlusconi e quindi anche l’antiberlusconismo, compreso quello sindacale.
La svolta iniziava a prendere corpo lentamente, ma inesorabilmente, a partire dal primo governo delle larghe intese, che vedeva il Pd in maggioranza. Già ai tempi di Monti il tasso di conflittualità espresso dalla Cgil era scandalosamente basso. Per intenderci, basso non rispetto alle aspettative di qualche estremista, bensì rispetto a quello che succedeva nel resto d’Europa. Persino il sindacato democristiano belga era più combattivo! Da noi invece, neanche uno sciopero generale, nemmeno contro la scandalosa riforma delle pensioni, e la stessa manomissione dell’articolo 18 da parte della riforma Fornero passò in maniera piuttosto indolore. Infine, è arrivato il governo Letta e con esso anche l’accordo del 31 maggio.
Certo, non tutto si spiega con il quadro politico ed è anche vero che la segreteria Camusso, nata prima dei governi delle larghe intese, aveva sin dall’inizio la mission strategica della ricostruzione dell’unità confederale e del rientro nei ranghi dei riottosi, a partire dalla Fiom. Tuttavia, è lampante che il quadro politico e, in particolare, il posizionamento del Pd eserciti un condizionamento determinante sui gruppi dirigenti della Cgil e, in ultima analisi, inibisca la costruzione di una battaglia sociale contro le politiche d’austerità.
 
Una democrazia escludente
Ma arriviamo al merito dell’accordo del 31 maggio. A suo favore si è detto che finalmente, dopo il pubblico impiego, anche nel settore privato sia stata regolata la rappresentanza sindacale, cioè che in qualche maniera sia stato attuato l’articolo 39 della Costituzione. Già, ma qui sta anche il primo enorme problema, cioè il primo vulnus. Se i titolari dei diritti e delle libertà sindacali sono i lavoratori, tutti i lavoratori, come si fa a ritenere soddisfacente, da un punto di vista democratico e costituzionale, una soluzione che assegna la regolamentazione dell’esercizio di tali diritti e libertà non a una legge, bensì a un accordo tra Confindustria e alcune organizzazioni sindacali, sebbene maggioritarie?
Non a caso, infatti, diversi giuslavoristi, come ad esempio Piergiovanni Alleva (vedi il Manifesto del 2 giugno scorso), pur valutando positivamente l’accordo, ritengono che un intervento legislativo sia tuttora necessario. Peccato però che a questo punto, con l’accordo del 31 maggio vigente, la speranza di vedere prima o poi una legge sia nel migliore dei casi una pia illusione.
Il fatto che siano delle parti in causa a scrivere le regole del gioco produce di per sé una distorsione e se, poi, questo avviene in un quadro segnato dalla recessione e dalla prospettiva di firmare contratti a ribasso per i lavoratori, allora eccoci di fronte alla realtà di una democrazia sotto tutela ed escludente, dominata anzitutto dalla preoccupazione di non perdere il controllo. E così, si realizza l’apparente paradosso di una situazione dove i contratti nazionali continuano a perdere forza e importanza rispetto ai contratti aziendali, ma contestualmente le organizzazioni sindacali tendono ad accentuare il controllo centrale e burocratico, riducendo l’autonomia e la forza dei livelli aziendali, Rsu e lavoratori, e delle categorie.
L’accordo del 31 maggio disegna un sistema escludente e autoreferenziale. Anzitutto esclude a monte tutte le organizzazioni sindacali diverse da Cgil, Cisl e Uil o che comunque, in un secondo momento, non accetteranno la linea dettata dalle tre confederazioni. Cioè, se non condividi l’accordo del 31 maggio, sei fuori.
Vi è poi la cosiddetta “soglia anti-Cobas”, per dirla con le parole di Alberto Orioli, vicedirettore del Sole 24 Ore. Il sistema prevede la misurazione della rappresentatività facendo una media tra la percentuale degli iscritti al sindacato e la percentuale di voti ottenuti nelle elezioni RSU, su base nazionale e per comparto contrattuale. Se superi il 5% allora puoi sederti al tavolo delle trattativa per il contratto nazionale, altrimenti sei fuori.
In linea di massima è lo stesso sistema già vigente nel Pubblico Impiego, ma con qualche significativa differenza. Anzitutto, nel privato il datore di lavoro non ha alcun obbligo di fare la trattenuta della quota sindacale in busta paga per un lavoratore iscritto a un sindacato non firmatario di contratti nazionali, come di solito sono i sindacati di base. E quindi, la certificazione del numero degli iscritti da parte dell’Inps, così come previsto dall’accordo del 31 maggio, semplicemente non è possibile in molti casi. In secondo luogo, al fine del calcolo della percentuale di voti ottenuti alle elezioni RSU non valgono tutti i voti dei lavoratori, ma “esclusivamente i voti assoluti espressi per ogni Organizzazione Sindacale aderente alle Confederazioni firmatarie della presente intesa”.
In conclusione, il sistema non soltanto riproduce nel privato l’esclusione de facto dei sindacati conflittuali e di base, che spesso sono molto radicati e rappresentativi in alcuni luoghi ma che difficilmente raggiungono il 5% su scala nazionale, ma è persino peggiorativo. In questo senso, lascia aperto moltissime preoccupazioni per quello che potrà succedere a livello aziendale, in tema di diritti e libertà sindacali, man mano che gli effetti dell’accordo ricadranno sui livelli inferiori.
 
Delegati sotto tutela
Sarebbe tuttavia un grande errore pensare che l’accordo prenda di mira soltanto le organizzazioni sindacali di base, che negli ultimi due decenni hanno dimostrato di poter organizzare o sostenere lotte straordinarie (la vertenza dell’ospedale San Raffaele di Milano è l’ultimo caso in ordine di tempo), ma che complessivamente non sono riusciti a raggiungere l’obiettivo di fondo, cioè la rottura del monopolio di Cgil-Cisl-Uil e il rinnovamento democratico e conflittuale del movimento sindacale italiano. Insomma, che sono rimasti troppo spesso ostaggio dei propri limiti e delle proprie divisioni.
No, l’accordo del 31 maggio si preoccupa anzitutto e soprattutto di disciplinare e mettere sotto controllo le realtà aziendali e categoriali che eventualmente non dovessero attenersi alle indicazioni del centro. E non importa che siano Cobas, delegati della Cgil o della Cisl, gruppi autorganizzati di lavoratori eccetera, importa evitare che si possano organizzare focolai di resistenza e di conflitto, laddove il centro ha invece deciso che deve regnare la calma.
Lo so, a qualcuno questo giudizio può sembrare eccessivo e a sostegno della sua critica potrebbe citare il fatto che l’accordo del 31 maggio abolisce la vergogna del 33% garantito a Cgil, Cisl e Uil e prevede l’elezione con voto proporzionale dei delegati RSU. Verissimo, l’abolizione del 33% è una cosa buona e, aggiungerei, anche sacrosanta dopo 20 anni (sic), ma in fondo il 33% ha perso anche la sua utilità in presenza di un sistema di per sé escludente.
Che non ci sia, da parte delle segreterie di Cgil, Cisl e Uil, una grande voglia di rendere protagonisti i lavoratori e i delegati è poi dimostrato da altre due clausole contenute nell’accordo. La prima prevede che laddove non siano già costituite delle RSU elette, “il passaggio alle elezioni delle RSU potrà avvenire solo se definito unitariamente dalle Federazioni aderenti alle Confederazioni firmatarie il presente accordo”. La seconda, che rappresenta un’autentica new entry, stabilisce una sorta di mandato imperativo per i delegati RSU. Cioè, “il cambiamento di appartenenza sindacale da parte di un componente la RSU ne determina la decadenza dalla carica”. Certo, si tratta della solita norma anti-Cobas, ma non solo, perché funzionerebbe egregiamente anche per un delegato eventualmente espulso dall’organizzazione, tanto per fare un esempio. In altre parole, una spada di Damocle e un monito perenne, per non dimenticare mai che alla fin della fiera devi rispondere all’organizzazione sindacale e non certo ai lavoratori che ti hanno eletto.
 
Il referendum che non c’è più
Chi decide sui contratti? Una domanda sempre decisiva, come è giusto che sia, poiché i contratti nazionali, una volta firmati, anche se soltanto da una parte minoritaria del sindacato, hanno efficacia erga omnes. Cioè, valgono per tutti i lavoratori e le lavoratrici del comparto contrattuale.
È quindi una questione di democrazia e di autonomia del sindacato dal padrone, perché la logica dei contratti separati consegna alla parte padronale la libertà di scegliersi il sindacato più accomodante e il contratto più corrispondente ai propri interessi o capricci.
Bene dunque che si abbia voluto porre fine alla pratica dei contratti separati, tanto cara al sindacalismo collaborazionista della Cisl di Bonanni. È stato quindi introdotto il principio che i contratti nazionali sono validi soltanto se firmati da organizzazioni sindacali che abbiano nel loro insieme un livello di rappresentatività di almeno il 50%+1 e se validati dai lavoratori. Ma qui iniziano i problemi, perché la parte decisiva (decisiva almeno per chi scrive), cioè la validazione da parte dei lavoratori, è di un’ambiguità disarmante e, soprattutto, è sparito del tutto il referendum.
L’accordo del 31 maggio parla, infatti, di “consultazione certificata delle lavoratrici e dei lavoratori”, “le cui modalità saranno stabilite dalle categorie per ogni singolo contratto”. Insomma, un po’ pochino, mi pare. Non solo è sparito il referendum, ma le modalità sono incerte e demandate alle categorie. E alla fine, come dice Alleva, “qualcuno potrebbe essere tentato di mettere su semplici assemblee senza un voto realmente certificato”.
 
Il mantra dell’esigibilità e il conflitto sanzionabile
Una parola sconosciuta ai più, compresi molti attivisti sindacali: esigibilità. Eppure, è una parola che oggi sembra un mantra e che dobbiamo imparare. Vuol dire che i contratti, cioè quanto scritto e previsto dal contratto, debba trovare effettiva applicazione e che le parti che firmano il contratto sono in questo senso vincolati. Ovviamente, perché l’esigibilità possa funzionare, occorre prevedere anche delle sanzioni per chi è inadempiente.
A questo punto tutti quanti avranno capito perché fino a poco tempo fa il tema dell’esigibilità non faceva parte del dibattito pubblico. A dir la verità, qualche sindacalista nel passato ne aveva parlato, ma i padroni non avevano mai accettato un regime sanzionatorio e così, dopo aver conquistato il contratto, dovevi conquistare anche l’applicazione del contratto. Oggi le cose sono cambiate, con i contratti non arriva più maggior salario e maggiori diritti, ma i contratti portano generalmente sacrifici, meno diritti e salario e più orario. E con le cose sono cambiate anche le opinioni dei padroni: ora vogliono l’esigibilità e le sanzioni, da applicarsi a sindacalisti e lavoratori disobbedienti.
Aveva iniziato Marchionne, che anche in questo caso ha fatto da apripista. Il contratto di Pomigliano prevede sanzioni anche contro i lavoratori e non solo contro i delegati e le organizzazioni sindacali. Ovviamente, aggiungerei, perché puoi buttare fuori dalla fabbrica la Fiom e i Cobas, ma non è detto che poi qualche operaio, magari neanche tesserato, non possa disobbedire ai sindacati complici.
Comunque, la storia di sanzionare il lavoratore se sciopera o protesta dev’essere sembrata un po’ eccessiva a tutti nel mondo sindacale e così, l’accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria del 28 giugno 2011 aveva accolto il principio dell’esigibilità, ma escluso che le sanzioni potessero essere applicate ai “singoli lavoratori”.
L’accordo del 31 maggio, che si richiama a quello del 28 giugno 2011, ritorna sull’argomento dell’esigibilità e formalizza la sua applicazione, ma curiosamente (o forse no) si dimentica di riaffermare l’esclusione dalle sanzioni dei singoli lavoratori.
D’ora in poi, vi sarà “la piena esigibilità per tutte le organizzazioni aderenti alle parti firmatarie della presente intesa” e l’impegno “a non promuovere iniziative di contrasto agli accordi”. Anche in questo caso, la definizione delle “clausole e/o procedure di raffreddamento” , cioè del regime sanzionatorio, è demandata alla contrattazione di categoria, ma sin d’ora si chiarisce che “le parti firmatarie della presente intesa si impegnano … affinché le rispettive strutture ad esse aderenti e le rispettive articolazioni a livello territoriale e aziendale si attengano a quanto concordato”. Insomma, messaggio chiaro e, a questo punto, non poteva essere diversamente.
 
La questione Fiom
Già, la Fiom. Al sindacato metalmeccanico e, in particolare, al suo segretario, Maurizio Landini, è piovuto addosso di tutto in termini di accuse, compresa quella terribile di “tradimento”. Infatti, all’indomani della firma dell’accordo del 31 maggio, Landini aveva espresso un giudizio positivo e questo, inutile e sbagliato negarlo, ha prodotto non poco disorientamento tra quanti e quante in questi anni avevano condiviso battaglie, lotte, difficoltà, gioie e speranze con i metalmeccanici della Fiom.
Capisco l’asprezza dei toni e conosco le leggi della competizione sindacale e politica, ma non condivido per nulla l’introduzione della categoria del tradimento in questo dibattito. E non per una questione di bon ton, ma per il semplice motivo che credo che questa categoria non spieghi assolutamente nulla e non sia utile per guardare avanti. Anzi quella categoria ha qualcosa di troppo rassicurante, permette di individuare facilmente i buoni e i cattivi e, soprattutto, consegna l’illusione che tutto si riduca a una semplice questione di posizionamento nel dibattito. Invece, purtroppo, le cose sono meno semplici.
Non mi sono piaciuti gli applausi acritici della Fiom e penso che il via libera all’accordo, di cui le dichiarazione pubbliche fanno parte, sia il prezzo che i metalmeccanici hanno dovuto pagare alla maggioranza Cgil, per tenersi aperti alcuni spazi nella categoria. Infatti, se leggiamo l’accordo dal punto di vista della Fiom, inteso come sindacato di categoria, anche la serie di rinvii alla contrattazione di categoria assume una valenza diversa, poiché facendo leva sui rapporti di forza tra i metalmeccanici, la Fiom può pensare legittimamente di avere ora qualche carta in più da giocare.
Ma se quanto detto ha un senso, allora dobbiamo aggiungere subito un’altra considerazione. Cioè, la Fiom ha fatto una scelta tattica che è frutto di una debolezza, di una difficoltà, di un arretramento. Beninteso, non sto parlando di arretramenti politico-ideologici-eccetera di qualche dirigente, bensì di rapporti di forza sociali e politici con i quali la Fiom, come tutti noi, si trova a fare i conti.
La Fiom ha combattuto in questi anni una battaglia controcorrente in una situazione sociale difficilissima. Tra gli iscritti dilagava la cassaintegrazione e le fabbriche chiudevano, non doveva sostenere soltanto il conflitto con Federmeccanica e Marchionne, ma anche con Fim e Uilm, mentre la stessa Cgil si è mostrata vieppiù ostile alla linea Fiom. In un certo senso è quasi un miracolo che la Fiom stia ancora in piedi.
C’era un'unica maniera per reggere questa situazione e conquistare una prospettiva: allargare il campo, generalizzare la lotta e il discorso. Penso che sia ciò che la Fiom ha effettivamente tentato di fare in questi anni, conquistandosi un ruolo, un’autorevolezza e un’interlocuzione ben oltre la categoria e il mero terreno sindacale. Ma alla fine non si è determinato un movimento generale in crescita e anche le tante attenzioni ricevute dalla politica non si sono mai tradotte in qualcosa di sostanziale. Forse l’immagine più chiara della situazione l’ha fornita la manifestazione nazionale del 18 maggio scorso: nonostante la difficile situazione, ancora una volta gli operai della Fiom hanno riempito la piazza, ma erano soli, attorno alla Fiom c’era poco o nulla, in termini sindacali e di movimento, e le numerose delegazioni politiche presenti hanno fatto soltanto passerella. Insomma, il 19 maggio era uguale al 17 maggio, cioè non era cambiato nulla da nessuna parte.
Questo credo sia il dato di realtà da cui partire. Certo, forse la Fiom poteva fare meglio in questi anni, forse c’erano alcune scelte da non fare e altre che invece andavano fatte. Forse anche altri avrebbero potuto fare meglio, di più o diversamente, invece di chiedere alla Fiom di fare, magari anche al posto loro. Tutto questo è importante, ma forse non decisivo, perché c’è una situazione più generale e alla lunga nessuno può reggere in solitudine lo scontro. Questo è l’insegnamento di fondo e su questo, forse, dovremmo ragionare.
 
Ebbene, se avete avuto la pazienza di leggere fino a qui, allora avrete capito che penso che questo accordo sia altamente negativo e che renderà più difficile la vita dei lavoratori e degli attivisti sindacali che vogliono continuare a battersi per un salario dignitoso, i diritti e per una fuoriuscita dall’austerità. E ancora più difficile sarà la lotta per quei lavoratori, sempre di più, che sono esclusi strutturalmente da accordi del genere, perché precari, perché impiegati da cooperative che lavorano in appalto eccetera e pertanto privi dei più elementari diritti sindacali, come accade per esempio ai lavoratori della logistica. Tuttavia, il fatto che dall’alto continuino a piovere restringimenti di diritti e libertà, sui luoghi di lavoro e nella società, significa anche che non sono poi così tranquilli e sereni, che anzi sono inquieti al solo pensiero che ci possa essere una lotta, un’insubordinazione, un conflitto. Ricordiamocelo.
 
Luciano Muhlbauer
 
aggiornamento: il 6 giugno l’accordo è stato sottoscritto anche dalla confederazione sindacale di destra UGL
 
in allegato il testo dell’accordo del 31 maggio 2013
 

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Stop alla repressione poliziesca del governo Erdogan e solidarietà con il movimento che da quasi due settimane riempie le piazze e  le strade delle città turche. Sono queste le ragioni del presidio che si terrà oggi, mercoledì 12 giugno, dalle ore 18.00, davanti al Consolato della Turchia di Milano, in via Larga 19 (praticamente di fronte agli uffici comunali).
Il presidio è stato convocato in seguito alla drammatizzazione della situazione di ieri, con la scelta del governo turco di sgomberare piazza Taksim e, più in generale, di stroncare il movimento con la forza, compresi l’arresto di molti avvocati e l’imposizione di una censura ancora più rigida sul sistema informativo.
È decisamente giunto il momento di fare sentire anche a Milano la solidarietà con i giovani turchi in movimento e il nostro ripudio totale nei confronti della scelta repressiva e autoritaria del governo Erdogan. Già, perché nella nostra città gli unici a farsi vivi con la loro solidarietà sono stati finora i collettivi e le reti degli studenti.
A piazza Taksim e in tutta la Turchia i giovani si stanno battendo per la laicità e la democrazia, contro l’autoritarismo e contro la mercificazione degli spazi urbani, per appropriarsi del loro futuro. Sono cose che ci riguardano, o no?
Il presidio è stato lanciato dai soli Arci, Cgil, Sel e Rifondazione (sotto potete trovare il comunicato), non per limitare le adesioni, ma semplicemente per accelerare al massimo i tempi e riuscire a realizzare l’iniziativa ancora oggi.
Pertanto, invito tutte le realtà solidali con il movimento turco, che vogliono esprimere il ripudio per la brutale repressione, a partecipare a far circolare le loro adesioni in rete e con propri comunicati.
 
Luciano Muhlbauer
 
----------------------
 
Solidarietà ai manifestanti e ai movimenti di Gezi Park
 
Le drammatiche notizie che giungono dalla Turchia, la feroce repressione messa in atto dal governo contro i cittadini che manifestano pacificamente, ci impongono di rompere il silenzio per chiedere:
  • la fine delle violenze contro i manifestanti;
  • la fine degli arresti di massa e il rilascio di tutti i manifestanti arrestati e la garanzia che contro di loro non vengano avviati procedimenti amministrativi o giudiziari;
  • il pieno rispetto del diritto alla libertà di espressione, di manifestazione e assemblea per tutti i cittadini;
  • la garanzia della libertà di stampa e di espressione per giornalisti, bloggers, attivisti dei social media;
Per chiedere questo ci troveremo tutti alle ore 18 sotto il consolato turco di Milano, in via Larga 19.
In quell'occasione chiederemo un incontro al Console Generale Turco a Milano per esprimere la nostra condanna della politica repressiva messa in atto dalle autorità di Ankara nei confronti dei loro cittadini.
 
Arci, Cgil, Prc, Sel
 
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Quando stamattina è arrivata la notizia, ho dovuta rileggerla più volte. Infatti, era di quelle che fatichi a prendere per buona subito: 7 arresti per i fatti del 6 maggio scorso, quando a Milano i reparti antisommossa avevano fatto irruzione in Università Statale per zittire la protesta contro lo sgombero della libreria autogestita ex Cuem.
Ma come? Quel giorno non ci fu certo una guerriglia urbana, ma soltanto cariche della polizia all’interno dell’ateneo, cosa che peraltro a Milano non succedeva da qualche decennio, contro studenti e giovani che protestavano. Eppure, oggi sette giovani sono stati messi agli arresti domiciliari e altri tre hanno subito delle perquisizioni. In totale, secondo la Questura, sarebbero 32 i giovani deferiti per varie ipotesi di reato (resistenza a pubblico ufficiale, violenza, danneggiamento, lesioni aggravate, istigazione a delinquere, travisamento, porto di oggetti atti a offendere). Da parte mia, esprimo solidarietà agli arrestati e denunciati.
Gli odierni provvedimenti di polizia appaiono di per sé eccessivi e sproporzionati, come peraltro lo era l’ingresso della celere in università il 6 maggio scorso, ma se poi paragoniamo la mano dura contro gli studenti della ex Cuem con la iper-tolleranza mostrata da Questura e Prefettura nei confronti del raduno neonazista di sabato scorso, allora cascano proprio le braccia!
Già, perché sabato scorso a Milano il giro degli Hammerskins, di orientamento dichiaratamente nazista, aveva organizzato un raduno internazionale. La notizia del raduno nazi non era trapelata, il Sindaco ha denunciato che Questore e Prefetto l’avevano tenuto all’oscuro e questi ultimi hanno dichiarato che non c’era problema con quel raduno, che secondo loro si poteva tranquillamente tenere (ma l’apologia di fascismo non era reato?). Morale della storia: il raduno neonazista si è effettivamente svolto, nella città Medaglia d’Oro della Resistenza.
Insomma, il Questore Savina non era mai riuscito a conquistarsi le simpatie dei movimenti e della sinistra milanese, considerato anche che aveva esordito in città con l’irresponsabile intervento al rave di Cusago. Ma lo strabismo mostrato in questi giorni, con gli eccessi repressivi contro l’ex Cuem e con l’accondiscendente tolleranza nei confronti del peggio del peggio del neonazismo nostrano, è la goccia che fa traboccare il vaso. In altre parole, in via Fatebenefratelli c’è un problema grosso come una casa!
 
Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 20/06/2013, in Movimenti, linkato 1241 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto il 20 giugno 2013.
 
Con la sentenza definitiva su Bolzaneto si è concluso anche l’ultimo dei grandi processi simbolo sul G8 del 2001. Sarebbe dunque tempo di bilanci e di qualche ragionamento, ma in giro sembra esserci poca voglia di farlo. Anzi, paragonato al clamore mediatico che un anno fa aveva accompagnato la sentenza Diaz, quella su Bolzaneto è passata praticamente inosservata.
Nulla di sorprendente, in fondo, perché tutti sapevamo che quella sentenza non avrebbe aggiunto nulla di nuovo. E poi, sono passati parecchi anni, quel movimento non c’è più e i tempi sono cambiati. Tutto comprensibile, per carità, eppure c’è qualcosa che non quadra, che stona terribilmente.
Già, perché alla fine della fiera, dopo tante sentenze e l’accertamento di un numero impressionante di gravi reati contro la persona, gli unici che stanno in galera, peraltro con pene allucinanti fino a 14 anni, sono alcuni manifestanti di allora, presi a casaccio e colpevoli esclusivamente di aver danneggiato delle cose. Si chiamano Marina, Alberto e Gimmy.
Peraltro, il numero degli ex manifestanti carcerati potrebbe pure crescere, visto che i condannati in via definitiva per “devastazione e saccheggio” sono dieci. Degli altri, uno è ancora irreperibile, Ines è agli arresti domiciliari e per cinque è necessario un nuovo passaggio in appello, ma limitatamente a un singolo attenuante.
Penso che abbandonare quelle persone al loro destino sia inammissibile. Umanamente, moralmente e politicamente. L’esito complessivo dei processi genovesi, con la sua manifesta disparità di trattamento, è infatti destinato a fare da precedente, a rafforzare la sensazione di impunità tra il personale degli apparati di sicurezza e a legittimare l’uso di pene sproporzionate ed esemplari contro manifestanti.
Il reato di “devastazione e saccheggio”, risalente al periodo fascista, non è certo l’unico strumento giuridico a disposizione per fini repressivi, ma è senz’altro quello più estremo e discrezionale, poiché non ti punisce per quello che hai fatto, ma per averlo fatto in determinate circostanze. Ed è così che una bagatella, come una vetrina rotta, può trasformarsi in un reato paragonabile all’omicidio. Ebbene sì, perché la pena prevista per devastazione e saccheggio è tra 8 e 15 anni, mentre quella per omicidio preterintenzionale è tra 10 e 18 anni e quella per omicidio colposo non supera i 5 anni.
Quando giustamente ci indigniamo per la brutalità della repressione in Turchia, dovremmo ricordarci anche di questo, specie ora, visto che quel tipo di accusa viene utilizzato in maniera sempre più disinvolta, come sembrano indicare i processi per i fatti di Roma del 15 ottobre 2011.
L’altra faccia della medaglia, altrettanto grave, è l’impunità degli apparati repressivi. Nessuno pagherà per le violenze della Diaz e di Bolzaneto, mentre per l’omicidio di Carlo Giuliani non c’è stato nemmeno il processo. Beninteso, la questione non è invocare la galera per i poliziotti, ma comprendere che l’impunità genera mostri. Siamo sicuri che i casi Aldrovandi, Cucchi, Uva, Ferrulli eccetera non c’entrino con tutto questo? O che non c’entri il fatto che i reparti antisommossa italiani riescano a resistere al numero identificativo sul casco, quando persino i loro colleghi turchi ce l’hanno?
Insomma, qui non si tratta di dibattere sul passato, bensì di costruire ora e qui una battaglia politica per l’abrogazione del reato di “devastazione e saccheggio”, per l’introduzione di norme cogenti che pongano fine all’impunità, a partire da una legge sulla tortura, e per un’amnistia per i reati sociali, che possa restituire la libertà anche a Marina, Alberto e Gimmy.
 
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La lotta paga! Un tempo queste parole si sentivano spesso, non per una questione ideologica, ma perché l’esperienza concreta e la vita insegnavano che era così. Poi arrivarono le sconfitte, gli arretramenti e anche le rese. I tempi stavano cambiando. Oggi moltissimi lavoratori, precari, studenti e disoccupati non ci credono più a quelle parole, perché non le hanno vissute. Anzi, in molti luoghi è andata persino persa la memoria del fatto che i diritti non sono delle gentili concessioni, ma il frutto di dure lotte.
Anche per questo è importante far conoscere le esperienze concrete che invece ci ricordano che la lotta paga, anzi, che in ultima analisi la lotta, cioè il mettersi in gioco in prima persona, collettivamente, è l’unica maniera possibile per ottenere un risultato, per sé stessi e per gli altri.
Vi ricordate degli otto operai di un appalto Inps che circa un mese fa occuparono per due giorni gli uffici della Direzione regionale dell’Inps a Milano? Ebbene sì, hanno vinto la loro battaglia e hanno conquistato il loro reintegro nel posto del lavoro. Sono stati bravissimi, gli faccio i miei complimenti.
Eppure, un mese fa non era facile immaginarsi una vittoria. Il mondo degli appalti, delle cooperative che vanno e vengono, è un mondo bastardo, dove le leggi sul lavoro, come lo Statuto dei Lavoratori, sono sistematicamente e istituzionalmente eluse, cioè non valgono. E la cosa peggiore è che quel mondo è ormai dappertutto, è entrato persino in enti pubblici come l’Inps, che sarebbe poi l’ente che deve controllare la regolarità contributiva delle aziende…
Un mese fa, durante l’occupazione degli uffici, ero rimasto molto colpito dalla reazione del direttore regionale dell’Inps. Mi aspettavo altro da un dirigente pubblico, visto che aveva di fronte otto lavoratori che da tempo lavoravano nelle sedi Inps, facendo i facchini. Cioè, non contestava le loro ragioni, quando gli raccontavano che erano stati licenziati perché avevano denunciato delle irregolarità e perché si erano iscritti a un sindacato. No, semplicemente aveva risposto come avrebbe potuto rispondere un direttore qualsiasi di un centro commerciale qualsiasi: “va bene, ma io cosa c’entro?”, “non siete dipendenti dell’Inps, ma di un’altra azienda”. Già, è questa la “meraviglia” del sistema degli appalti e succede persino all’Inps (sic).
Ma gli otto lavoratori non avevano ceduto, avevano insistito. L’Inps ha dovuto fare qualcosa e anche Questura, Prefettura e Direzione territoriale del lavoro sono rimasti coinvolti. E alla fine, hanno vinto la battaglia.
Fa bene leggere le loro parole di gioia (vedi i comunicati riprodotti in calce), ma soprattutto è bene far conoscere questa storia. È una storia piccola, di otto lavoratori di un appalto di facchinaggio, ma è una storia estremamente preziosa, perché in realtà, parla di tutti noi.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
Il comunicato dei lavoratori e quello del sindacato ADL:
 
Noi 8 lavoratori del facchinaggio in appalto INPS REGIONE LOMBARDIA eravamo stati esclusi nel cambio appalto del 14 maggio 2013 dal nostro legittimo posto di lavoro, perché sindacalizzati e perciò scomodi in appalti gestiti senza nessuna correttezza, giustizia e criterio.
Oggi 18 giugno 2013, dopo una lotta molto dura, ABBIAMO RICONQUISTATO CON LA LOTTA IL NOSTRO LAVORO. E tutti e 8 siamo stati riassunti a tempo indeterminato e full time.
Ringraziamo i compagni e le compagne che ci sono state vicino in questa lotta e ci fa molto piacere citarli: Rosa Piro, Luciano Muhlbauer, Massimo Gatti, Angelo Pedrini, Luigia Pasi, Stella, il Ganazzoli, Vittorio, Nati, più altri devoti a San Precario, Matteo ed altri della F.A.I., Beppe, Cuz ed altri SoS Fornace, Matteo ed altri del Boccaccio ed il nostro funzionario sindacale Giuseppe Tampanella.
La nostra LOTTA è una lotta di tutti e tutte e ci auguriamo che la vittoria sia di stimolo per chi tentenna e subisce e per chi combatte a testa alta per i propri diritti e dignità.
Questa lotta a noi lavoratori ci ha insegnato che bisogna costruire un tavolo permanete di sostegno a tutti coloro che rivendicano i loro diritti, senza bisogno di bandiere ma con la consapevolezza che la forza è data dal metodo e dalla solidarietà.
Oggi festeggiamo ma da domani saremo a sostenere i compagni e le compagne della CRESPI per cui la ditta ha aperto le procedure di mobilità dopo anni di sperperi e cattiva gestione.
 
Paolo Denini, delegato sindacale ADL Milano e Provincia, e tutti i lavoratori
 
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Ieri 18.06.2013 presso la DTL (Direzione territoriale del lavoro) di Milano sono state firmate le conciliazioni per i facchini dell'appalto INPS Regione Lombardia: tutti reintegrati sul proprio posto di lavoro a tempo indeterminato. La lunga lotta portata avanti dai lavoratori organizzati con il sindacato ha pagato!
Iniziata a ottobre 2012 con la denuncia di illeciti retributivi e contributivi, oltre che la mancanza di genuinità e correttezza nella gestione dell'appalto facchinaggio interno all'INPS Lombardia, è stata portata avanti con determinazione anche quando con la scusa del cambio appalto gli stessi lavoratori si sono ritrovati licenziati e costretti ad occupare gli uffici del direttore generale INPS Giuliano Quattrone.
L'azione del 23/24 maggio #OccupyINPS che ha visto gli 8 lavoratori licenziati ingiustamente restare per due giorni negli uffici della direzione regionale Inps ed uscire solo dopo aver avuto certezza di una conclusione positiva della loro situazione, è stata la più importante. Non solo per la radicalità espressa dai facchini, ma in assoluto per la
rete dinamica di realtà sindacali, collettive e (non ultime) singole persone che hanno dato la propria solidarietà attiva alla lotta.
I lavoratori e il proprio sindacato ADL ringraziano tutti coloro che mettendosi a disposizione con le proprie forze, specificità, sincero spirito unitario, hanno dimostrato quali potenzialità ci sia in chi lotta al di fuori delle dinamiche di mera propaganda e dalle logiche di sterili comunicati di sostegno virtuale, contribuendo in modo decisivo all'esito della vertenza.
Grazie Compagn* uniti si vince! non perdiamoci di vista ;)
 
Beppe Tampanella ADL Milano e Provincia
 
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In Italia c’è un numero crescente e sempre più significativo di lavoratori e lavoratrici che sono de facto esclusi dal sistema di diritti, regole e tutele previsto dalla legislazione sul lavoro. Per loro l’italianissimo Statuto dei Lavoratori ha la stessa valenza del codice della strada della Nuova Zelanda. Sulla carta vale anche per loro il diritto costituzionale di sciopero e di libera associazione sindacale, ma guai a esercitarlo, perché poi arriva il licenziamento e, se va male, pure le botte della polizia. Ed è tutto in regola, tutto legale.
Si tratta di lavoratori in nero o precari o, in misura crescente, dipendenti da imprese e cooperative che lavorano in regime di appalto, subappalto e subsubappalto. È una parte del mondo del lavoro in continua espansione, dove decenni di conquiste sociali sono state spazzate via e dove vigono livelli salariali inferiori e spesso infami (ovvio, perché in ultima analisi il senso del tutto è proprio questo). Si tratta di una piaga che invade e pervade ormai tutta l’economia, dal privato al pubblico, e tende ad essere persino dominante in alcuni settori strategici, come nella logistica e nella movimentazione merci.
Non è un caso che in questi anni alcune delle lotte più dure si stiano dando nella logistica. Lì, come ti muovi, scatta immediatamente e pesantemente la repressione. Infatti, il settore è troppo importante e le aziende coinvolte troppo potenti. Già, perché quei lavoratori, privi dei diritti più elementari, pur dipendendo contrattualmente da imprese e cooperative sconosciute, di fatto lavorano nella movimentazione merci di autentici giganti, come l’Ikea, LegaCoop, il Gigante, la Granarolo eccetera.
Vi ricordate, per esempio, del brutale intervento di polizia di un anno fa contro i facchini in sciopero a Basiano, nel milanese? Comunque, i fatti sono molti e testimoniano di un nascente movimento di lotta nel settore, che nel frattempo ha realizzato anche due scioperi nazionali, grazie al sostegno di alcuni sindacati di base (SiCobas, Adl Cobas, Conf. Cobas Lav. Privato).
La tensione più alta è stata raggiunta finora in Emilia-Romagna, regione che ospita molti snodi logistici, con la lotta ai magazzini dell’Ikea di Piacenza e gli scioperi e i blocchi a Bologna. In quelle occasioni, oltre gli ormai consueti interventi delle forze dell’ordine, c’è stato anche un salto di qualità nel tentativo di limitare l’esercizio dei diritti sindacali: a marzo il Questore di Piacenza ha dato un foglio di via a un dirigente sindacale del SiCobas, Aldo Milani, e poco tempo dopo, in seguito agli scioperi alla Granarolo e alla LegaCoop di Bologna, è intervenuta persino la Commissione di Garanzia Sciopero, decretando che le norme restrittive della legge 146/90 vanno d’ora in avanti applicate anche nella logistica.
Ma poi, appunto, lo strumento principale di repressione dei lavoratori rimane sempre il licenziamento. E così, per far capire a tutti che bisogna stare zitti e buoni e che è vietato scioperare, sono stati licenziati 51 operai che lavoravano per la movimentazione merci della Granarolo di Bologna. Su questa vicenda si e sviluppata una battaglia generale e il 29 giugno scorso c’è stata anche una giornata di mobilitazione davanti alla Granarolo, dove sono state decise nuove mobilitazioni e scioperi ed è stato lanciato un appello sul piano nazionale per una campagna di boicottaggio dei prodotti Granarolo (qui il resoconto dell’assemblea del 29).
 
Ebbene, io penso che quei lavoratori non vadano lasciati da soli, che vada sostenuta la loro mobilitazione, che peraltro non è per la luna, ma molto più banalmente per il rispetto dei diritti più elementari, come un salario decente, il rispetto dei contratti (a proposito di “esigibilità”…), il posto di lavoro. Questo significa concretamente sostenere la campagna per la riassunzione dei 41 licenziati a Bologna. E uno strumento immediato c’è: sospendiamo fino al reintegro dei 51 l’acquisto dei prodotti Granarolo (i prodotti sono tanti e per sapere quali sono basta consultare la lista).
Per chi sta a Milano, segnalo inoltre un presidio a sostegno della campagna di boicottaggio, organizzato dal Csa Vittoria e dal SiCobas, per sabato 6 luglio, alle ore 16.00, all’Ipercoop di viale Umbria.
 
Luciano Muhlbauer
 
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