Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo originale ed integrale dell’accordo separato sullo stabilimento di Pomigliano d’Arco (NA), sottoscritto dalla Fiat con Fim, Uilm, Fiscmic nella giornata di martedì 15 giugno (peso: 2,5 Mb)
 

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La condanna in appello a un anno e quattro mesi di reclusione di Gianni De Gennaro, capo della polizia ai tempi del G8 di Genova, e a un anno e due mesi di Spartaco Mortola, nel 2001 capo della Digos genovese, è un buona notizia, perché infrange finalmente il tabù dell’intoccabilità del potente ex-capo della polizia.
Se il Governo vuole mantenere un minimo dignità e rispetto per lo stato di diritto, allora deve sospendere immediatamente De Gennaro e Mortola dai loro rispettivi e delicati incarichi, cioè capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) e vicequestore di Torino.
Certo, De Gennaro è stato condannato per i suoi tentativi di insabbiamento della verità sul massacro alla scuola Diaz, nello specifico per l’istigazione alla falsa testimonianza nei confronti dell’allora questore di Genova, Francesco Colucci, e non per il suo ruolo di massimo responsabile della repressione, delle violenze e degli abusi consumatisi nei giorni del G8 del 2001.
Quel suo ruolo, infatti, non sarà mai oggetto di processi finché De Gennaro continuerà a godere delle forti e trasversali protezioni politiche ed istituzionali, che avevano portato all’affossamento della commissione d’inchiesta parlamentare durante il Governo Prodi e che oggi fanno sì che tutti i colpevoli degli abusi del 2001 siano difesi a spada tratta dal Governo Berlusconi.
Tuttavia, è stato infranto un tabù e comunque vada a finire in Cassazione, oggi la verità ha avuto una possibilità. Sta a noi mantenere viva la memoria e non smettere di batterci per rompere il muro di silenzio istituzionale che continua a proteggere i colpevoli della sospensione della democrazia in quel luglio genovese.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 19 giugno 2010 e sui giornali online MilanoX e Paneacqua (ex Aprileonline)
 
Ma che cavolo ha l’articolo 41 della Costituzione che non va? Insomma, è rimasto lì per 60 anni, non lo toccavano nemmeno ai tempi di Scelba, quando la polizia sparava sugli operai in sciopero, e ora, all’improvviso, è diventato un insopportabile ostacolo alla libertà d’impresa, un freno alla libera concorrenza e un rimasuglio di quel socialismo reale che in Italia non c’è mai stato (a differenza di Scelba, delle stragi di Stato e del regime democristiano, beninteso).
L’articolo 41 va riscritto. L’hanno detto Berlusconi e Tremonti e l’ha confermato un “tecnico” d’eccellenza, come il presidente dell’antitrust. I capi di Confindustria, da papà e mamma fino ai figli, si sono messi a sbraitare come ossessi: ci vuole la “deforestazione normativa”.
E allora, siccome la memoria potrebbe anche ingannarmi, sono andato a rileggermi l’articolo dello scandalo. Chissà, magari mi era sfuggito qualcosa in tutti questi anni.
Inizio a leggere. Il primo capoverso recita così: “L'iniziativa economica privata è libera.” Non mi pare roba da Carlo Marx, anzi, potrebbe averlo scritto Adam Smith in persona.
Passo quindi al secondo capoverso: “Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” E questo mi pare persino ovvio. Mica può essere considerato lecito ridurre un cittadino in schiavitù o mutilarlo pur di ricavarne un guadagno. Insomma, ci vuole pure un confine tra l’imprenditoria e il crimine organizzato.
E poi, a pensarci bene, cose del genere si sentono dire e ridire anche da banchieri, imprenditori e manager, almeno nei convegni e nei seminari dedicati alla responsabilità sociale dell’impresa, o Corporate Social Responsibility, se preferite.
Mi leggo allora il terzo e ultimo capoverso: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.” Nulla di strano neanche qui, mi pare. In fondo dice soltanto che le cose affermate al punto secondo non sono semplici auspici, bensì prescrizioni obbligatorie da tradurre in pratica con apposite leggi. Certo, questo rappresenta sicuramente una differenza con la storia della responsabilità sociale dell’impresa, che è un atto soggettivo e volontario, ma dall’altra parte è anche vero che lo stato di diritto è cosa diversa da un convegno di Bill Gates.
A questo punto, però, continuo a non capire dove stanno tutti questi impedimenti alla libertà d’impresa che frenano la ripresa economica. E così, per cercare di capire meglio, mi armo delle sagge parole del mio prof di Istituzioni di Diritto Pubblico di tanti anni fa -“quando c’è contrasto tra realtà materiale e realtà normativa, allora la prima tende a prevalere sulla seconda”- e volgo lo sguardo verso Sud, a Pomigliano d’Arco per la precisione.
Lì c’è uno stabilimento Fiat, ex-Alfa, con oltre 5.000 dipendenti, ai quali andrebbero aggiunti quelli generati dall’indotto. A dire la verità, in quella fabbrica c’è stato ultimamente un tasso di assenteismo un po’ altino, visto che i lavoratori hanno passato più tempo in cassa integrazione che al lavoro.
Comunque sia, gli operai di Pomigliano sono fortunati, perché la Fiat gli offre l’opportunità di non fare la fine dei loro colleghi siciliani dello stabilimento di Termini Imerese, destinato alla chiusura per fine 2011. No, per loro c’è sul tavolo l’offerta di 700 milioni di euro di investimenti e la produzione della nuova Panda a partire dal 2012.
Come si fa a non esultare, a non ringraziare la Fiat per la sua generosità? Invece di spostare anche la produzione della nuova Panda all’estero, dove ormai viene prodotta la grande maggioranza delle automobili Fiat, alla faccia del tanto decantato Made in Italy e, soprattutto, del mare di miliardi girati dalle tasche del contribuente italiano a quelle della multinazionale, il signor Marchionne ha deciso di fare un patriottico sacrificio.
Tuttavia, c’è una condizione. I sacrifici devono farli anche gli operai. Insomma, c’è la crisi e la competizione internazionale e quindi bisogna rinunciare a qualche piccolo privilegio italiano, per avvicinarsi maggiormente alle situazioni di avanguardia in termini di condizioni di lavoro, tipo la Polonia. Quindi, riduzione delle pause da 40 a 30 minuti giornalieri, aumento degli straordinari comandati da 40 a 120 ore a testa per anno, da fare anche durante la pausa mensa – peraltro spostata a fine turno-, deroga all’obbligo di riposo di almeno 11 ore tra un turno e l’altro, possibilità per l’azienda di non pagare la malattia al singolo lavoratore se l’assenteismo medio in fabbrica supera una certa soglia eccetera eccetera.
Ovviamente, questo accordo deve essere roba seria e, quindi, entrerà a far parte del contratto di lavoro individuale di ogni lavoratore. In altre parole, se a un operaio dovesse saltare in mente di partecipare a uno sciopero degli straordinari, per esempio, questo rappresenterebbe una violazione del contratto di lavoro, punibile con le sanzioni disciplinari, fino al licenziamento.
Gli estremisti-ideologici-irresponsabili-conservatori della Fiom hanno presentato delle proposte alternative, in grado di garantire l’obiettivo produttivo della Fiat di 280mila vetture all’anno, ma senza violare le regole del contratto nazionale, le leggi e il diritto di sciopero, peraltro costituzionalmente tutelato e pertanto indisponibile.
Ma Marchionne ha detto niet e ha ribadito: mangiare la minestra o saltare la finestra, accettare il diktat o finire disoccupati, portare la Polonia a Pomigliano oppure portare il lavoro in Polonia.
I sindacalisti responsabili di Fim, Uilm e Fismic hanno responsabilmente detto di sì, ma questo a Marchionne non basta. Ci vuole anche il plauso degli operai e quindi va fatto il referendum, cioè quella cosa che venne negata ai lavoratori ai tempi del contratto separato dei metalmeccanici. Comunque, la Fiat ci tiene alla democrazia e quindi i suoi rappresentanti hanno già iniziato a contattare i singoli dipendenti, per informarsi se hanno intenzione di andare democraticamente al voto, per esprimere liberamente il loro alla generosità della Fiat.
Insomma, Marchionne non chiede un accordo sindacale che garantisca gli obiettivi produttivi, ma chiede molto di più. Chiede agli operai di nobilitare un volgare ricatto, di chinare la testa, di arrendersi. Non lo fa per cattiveria o ottusità, beninteso, perché Marchionne non è né un pazzo, né un estremista, ma lo fa perché la vicenda di Pomigliano è una vicenda che va oltre Pomigliano.
Dall’altra parte, che la produzione della Panda venga avviata effettivamente nel 2012 e nella dimensione annunciata è ancora tutto da vedere. A differenza degli impegni chiesti ai lavoratori, infatti, quelli assunti dalla Fiat sono corredati da diversi se e ma.
No, il punto è un altro. Pomigliano deve fare scuola, deve sfondare gli argini. Dopo Pomigliano arriveranno gli altri stabilimenti Fiat e non Fiat. E deroga dopo deroga toccherà all’istituto del contratto nazionale e alla legislazione, Statuto dei Lavoratori compreso.
Vi ricordate della Thatcher e della sua guerra contro i minatori? Ebbene, è la stessa cosa. Non si aggredisce più l’anello debole della catena, ma si tenta lo sfondamento centrale. Insomma, si cerca di spezzare le reni ai metalmeccanici e alle loro organizzazioni ancora indipendenti, per avere campo libero dappertutto.
Si combatte a Pomigliano, ma la posta in gioca è nazionale e generale. Ecco perché in partita entra anche l’articolo 41 della Costituzione. Non perché impedisca la semplificazione burocratica o la velocizzazione delle pratiche per aprire una nuova impresa –ma quando mai!-, ma perché è necessario riscrivere il codice genetico della nazione, stabilendo anche simbolicamente che la libertà d’impresa, cioè la libertà dell’imprenditore, è un valore assoluto, mentre la libertà del lavoratore e della lavoratrice è soltanto una sua variabile dipendente.
E, last but not least, ecco perché oggi è giusto e necessario stare apertamente dalla parte di quelli come la Fiom. Perché i silenzi, le ambiguità e i balbettii equivalgono alla complicità.
 
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Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale online Paneacqua (ex Aprileonline)
 
Ci vuole del fegato a dire di no quando ti ricattano brutalmente, dicendoti che devi applaudire il diktat del padrone, se non vuoi finire disoccupato in una terra dove un posto di lavoro vale oro.
E ci vuole una grande forza d’animo per non soccombere alle minacce e alle pressioni di mezzo mondo, che ti piombano addosso sotto forma di dvd aziendali, inviti televisivi alla responsabilità e volantini sindacali.
Hanno fatto di tutto e di più per drammatizzare, dalle marce del centrodestra locale e dei capi Fiat fino alla mobilitazione dei Ministri e del gotha dell’imprenditoria italica, liberista quando si tratta dei diritti e delle paghe dei lavoratori, statalista quando si tratta di reclamare e intascare denaro e favori pubblici.
E l’hanno fatto con la collaborazione attiva e volontaria di buona parte di quelli che, almeno per i ruoli formalmente ricoperti, avrebbero dovuto fare un po’ di opposizione e delineare qualche alternativa. Invece no, anche da Pd e IdV si levavano voci che dicevano che bisognava bere l’amaro calice, aggiungendo poi, con insopportabile ipocrisia e in aperta sfida alla realtà, che tanto quel contratto sarebbe rimasto un’eccezione.
Non diversamente sono andate le cose nel mondo sindacale. Lasciamo stare la Cisl di Bonanni, che ormai ha quasi completato la sua metamorfosi in organizzazione collaterale del Governo e di Confindustria, ma che dire della maggioranza della Cgil che platealmente ha preso le distanze dalla Fiom?
Insomma, una canea da pensiero unico che lasciava poco scampo e che preannunciava un plebiscito. Cioè, esattamente quello che Marchionne e tutto il coro volevano, non tanto per Pomigliano in sé, ma perché, appunto, in gioco c’erano e ci sono le relazioni tra lavoratori e imprenditori in generale nel nostro paese.
Per capire che questa fosse la posta in gioco, in fondo, era sufficiente guardare alla vicenda dell’Indesit che viene al pettine proprio in questi giorni. Il gruppo, replicando apertamente le modalità di Marchionne, intende chiudere gli stabilimenti bergamaschi, gettando sul lastrico oltre 500 operai, e trasferire la produzione a Caserta, cioè in quella regione italiana dove, secondo le parole della Marcegaglia, nessun imprenditore vorrebbe andare, salvo l’eroico e patriottico Marchionne.
Eppure, a Pomigliano il plebiscito non c’è stato, anzi. Una partecipazione al voto altissima, 4.642 su 4.881, ma i “sì” sono stati 2.888 (62,2%) e i “no” 1.673 (36%). Inoltre, va sottolineato, se da quelle cifre sottraiamo il voto dei capi e degli impiegati, cioè di quel seggio che ieri sera aveva fatto gridare al trionfo qualche incauto funzionario della Cisl, i “sì” superano di poco il 50%.
Dagli operai di Pomigliano viene una grande lezione di dignità a tutto il paese e un messaggio chiaro: non ci può e non ci deve essere nessuno scambio tra lavoro e diritti.
E per questo li ringraziamo.
Ora la Fiat cercherà di fare la furba, aggiungendo ricatti a ricatti e minacce a minacce. Che i no sono troppi, che a questo punto se ne andrà dall’Italia, che farà una newco eccetera. Dall’altra parte, stando a quanto firmato nell’accordo, l’investimento a Pomigliano non era sicuro nemmeno con il sì al 99%, visto che è condizionato da molti se e ma.
Tuttavia, se la Fiat riuscirà a ricattare ulteriormente oppure se riuscirà a trasformare questa vicenda in un pretesto per una decisione già presa, tutto questo dipende ora anche dalle scelte degli attori politici e sociali del nostro paese. Marchionne ha potuto fare quello che voleva perché aveva il tifo e il sostegno del Governo, di una parte considerevole del mondo sindacale e persino di parti significative dell’opposizione.
 
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Benvenuti nel paese dell’ipocrisia e del doppiopesismo!
Per esponenti di primo piano del governo di centrodestra, oltre che per Marchionne, ovviamente, una delle prove più schiaccianti della tendenza al fancazzismo e all’assenteismo degli operai italiani della Fiat sarebbe la loro pretesa di poter guardare le partite della nazionale di calcio, invece di lavorare.
In seguito alla partita Italia-Paraguay erano volate parole grosse, in particolare sugli operai Fiat di Termini Imerese, ma Marchionne aveva subito specificato che il discorso valeva per tutte le fabbriche italiane della Fiat.
Erano i giorni che precedevano il referendum voluto dalla Fiat a Pomigliano e dipingere gli operai come fannulloni sembrava un’ottima maniera per vendere all’opinione pubblica un volgare ricatto come se fosse un’opera di beneficenza.
Ora il referendum è passato e arriva la prossima partita della nazionale. E, guarda un po’, laddove comanda incontrastato quel centrodestra che aveva sostenuto le accuse di Marchionne con la bava alla bocca, viene ritenuto assolutamente normale anticipare di un’ora la fine del lavoro, derogando così al normale orario di lavoro, e mettere a disposizione dei propri dipendenti una sala e uno schermo per vedersi la partita Italia-Slovacchia di domani 24 giugno.
Infatti, con una nota inviata oggi a tutti i dipendenti, l’amministrazione di Regione Lombardia, ha annunciato che domani l’orario di lavoro obbligatorio terminerà eccezionalmente alle 15.30, anziché alle 16.30, e che l’Auditorium Giorgio Gaber, situato nel Pirellone, sarà a disposizione per vedere la partita. Ergo, l’amministrazione pubblica regionale domani si fermerà alle 15.30.
Beninteso, non ce l’abbiamo affatto con quella decisione, che anzi ci sembra persino ispirata al buon senso, visto il ruolo del pallone nel nostro paese, ma quello che riteniamo insopportabile è la nauseabonda l’ipocrisia di Formigoni, PdL e Lega, che farebbero bene a chiedere scusa ai metalmeccanici della Fiat.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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Dopo lo sciopero generale del pubblico impiego del 14 giugno scorso, proclamato dal sindacato di base Usb, venerdì 25 giugno c’è il prossimo appuntamento di mobilitazione contro la manovra economica del governo, con lo sciopero generale dei lavoratori e delle lavoratrici di tutti i settori pubblici e privati, proclamato nella stessa giornata sia dalla Cub, che dalla Cgil, ma separatamente.
Non ripetiamo qui quanto già scritto in occasione dello sciopero del 14 giugno scorso a proposito della dispersione e divisione delle azioni di lotta sindacali, poiché oggi e qui non ci rimane che prendere atto che le cose stanno così.
Segnaliamo tuttavia che a Milano qualche piccolo, ma generoso tentativo di produrre unità dal basso c’è, grazie all’iniziativa avviata dai lavoratori, iscritti a diverse sigle sindacali, di alcune aziende in crisi, che si erano riuniti in assemblea il 18 giugno scorso, ospiti dei lavoratori della Maflow di Trezzano s/N. Hanno deciso di essere presenti in ambedue i cortei milanesi con lo stesso striscione -“Uniti per Resistere”- e di proporre a tutti, al termine dei cortei, di recarsi unitariamente davanti alla sede dell’Assolombarda.
Inoltre, va sottolineato che lo sciopero generale è fortemente segnato dalla vicenda di Pomigliano -alla quale abbiamo dedicato molta attenzione su questo blog e quindi non ci ripetiamo in questa sede- e che ci sarà la presenza caratterizzata nel corteo della Cgil da parte degli operai della Fiom, il cui spezzone si aprirà con uno striscione che dice: “IN FABBRICA, IN UFFICIO, A SCUOLA, A CASA: SENZA DIRITTI SIAMO SOLO SCHIAVI”.
Comunque sia, non vi vogliamo dare dei consigli su dove e come “collocarvi” nella giornata milanese di domani, perché pensiamo che siate perfettamente in grado di farlo da soli.
Ci limitiamo quindi a segnalarvi l’elenco degli appuntamenti milanesi e ad invitarvi, questo sì, a partecipare e a scioperare, contro una manovra che colpisce pesantemente, in maniera diretta e indiretta, i lavoratori e le lavoratrici. E, ovviamente, per ribadire che la crisi non può giustificare i ricatti padronali e che non ci può e non ci deve essere uno scambio tra diritti e lavoro.
 
Ecco dunque gli appuntamenti a Milano per venerdì 25 giugno:
 
- ore 9.00, P.ta Venezia, concentramento della manifestazione regionale della Cgil, che seguirà il percorso tradizionale fino in p.zza Duomo, dove si terrà il comizio finale. La Fiom sarà presente a questo corteo con un spezzone caratterizzato;
- ore 9.30, L.go Cairoli, concentramento della manifestazione della Cub. Il corteo svilupperà un percorso in centro e si concluderà in piazza Cordusio. Va segnalato che la Questura ha vietato il luogo inizialmente previsto per la chiusura, cioè Piazza della Scala…;
- al termine dei due cortei, i lavoratori autoorganizzati proporranno a tutti di proseguire unitariamente con una manifestazione fino alla sede dell’Assolombarda, in via Pantano.
 
P.S. per i trasporti a Milano, tenete conto che lo sciopero riguarda ovviamente anche l’Atm. Questa è l’articolazione comunicata dalle organizzazioni sindacali per lo sciopero del trasporto pubblico milanese:
Filt-Cgil – dalle 18.00 alle 22.00
Cub Trasporti – dalle 8.45 alle 15.00 e dalle 18.00 a fine servizio.
 
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De Corato i comunicati stampa li produce in serie. In particolare gli piacciono quelli che aggiornano il suo personalissimo contatore degli sgomberi di rom. Gli piacciono così tanto che ieri si è fatto prendere la mano, rivendicando per mezzo stampa uno sgombero immaginario.
E così, per evitare che qualche giornalista se ne accorgesse e per salvare la faccia al nostro vice, la Polizia Locale è stata mobilitata immediatamente ed ha eseguito lo sgombero ex post. Ma sabato di solito non si fanno queste cose, perché i servizi sociali durante il weekend non sono disponibili. E quindi, stamattina in viale Forlanini, nella zona ex-caserma, non c’era nemmeno un funzionario dei servizi sociali, ma soltanto poliziotti locali.
Ma andiamo con ordine. Ieri in tarda mattinata il vice della Moratti ha sfornato un lunghissimo comunicato stampa con il quale annunciavo gli sgomberi n. 282 e n. 283. “Doppio sgombero” gongolava il vice, uno in via Colico e l’altro “in un'area privata di via Forlanini vicino all'ex caserma militare. Amsa ha provveduto a ripulire i luoghi da rifiuti e masserizie”.
I più sorpresi della notizia erano i volontari della zona che seguono da tempo le famiglie rom e che erano presenti sul posto. Infatti, ieri non è successo assolutamente nulla. Né sgomberi, né Amsa che ripulisce.
A questo punto possiamo soltanto provare ad immaginarci quello che è successo in Comune. Lo sgombero era effettivamente programmato per ieri mattina –infatti, questo è quanto si aspettavano i volontari-, ma poi qualcuno dalle parti della polizia locale si sarà accorto che c’era lo sciopero generale e che forse non era in grado di garantire il personale necessario. Quindi, rinviato tutto, ma si era dimenticato di avvertire il capo -oppure anche in polizia locale non ne possono più di De Corato?- che nel frattempo fremeva nel suo ufficio con il comunicato stampa già pronto.
Il vice, da parte sua, parla molto di sgomberi, abusivi eccetera, perché questo fa bene alla sua campagna elettorale permanente, ma poi più di tanto non gliene frega e così non ha verificato un bel niente. Un ok all’addetto stampa e avanti con il prossimo comunicato sul prossimo argomento.
Quando qualcuno gli avrà detto come stavano le cose si sarà arrabbiato e così, sabato o non sabato, servizi sociali aperti o chiusi, che caschi il mondo, ma lo sgombero andava recuperato ex post. E così è stato.
Ora, per concludere, potremmo farci tutti quanti una bella risata di fronte alla sempre più farsesca politica degli sgomberi della destra cittadina, se non fosse che di mezzo ci sono delle persone in carne ed ossa, bambini compresi, nonché la decenza e il decoro della città.
De Corato dovrebbe chiedere scusa e qualcuno dovrebbe spiegargli che la cosa pubblica non è cosa sua, da utilizzare per i suoi fini politici privati.
Post Scriptum: se i rom a Milano sono soltanto qualche migliaio, secondo i dati della Prefettura e del Ministero degli Interni, e se il Comune ha effettuato 283 sgomberi, cioè praticamente uno sgombero ogni 10 persone, come mai ci sono ancora insediamenti rom a Milano? Non sarà che tutto è una gigantesca presa per i fondelli ad uso e consumo dei vari De Corato e Salvini, con l’inaccettabile conseguenza di un sacco di bimbi costretti a crescere sotto i ponti e nelle baracche?
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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Il 28 giugno 2009 era riapparso il fantasma dei colpi di stato in America Latina. In quel giorno, in Honduras, i militari presero il potere con la forza ed arrestarono il Presidente legittimo, Manuel Zelaya. Ora è passato un anno, le tante chiacchiere internazionali contro il golpe si sono rilevate essere soltanto chiacchiera e il fantasma non se n’è più andato.
Ma un anno fa, in quel 28 giugno, era nata anche la resistenza popolare e democratica contro il golpe e in occasione del primo anniversario del golpe, che loro considerano appunto il primo anniversario della nascita della resistenza, gli oppositori hanno lanciato un appello internazionale, in cui ci chiedono di non lasciarli soli. Lo riproduciamo qui di seguito:
 
APPELLO INTERNAZIONALE
 
Il Frente Nacional de Resistencia Popular (FNRP) rappresenta gli interessi di tutto il popolo che continua a lottare contro l’attuale regime repressivo camuffato da democrazia. La resistenza cresce ogni giorno e si estende su tutto il territorio nazionale, coordinando le diverse agende politiche e sociali in un unico progetto con il quale si è cominciato a costruire i pilastri su cui verrà fondata una nuova società in Honduras.
Dopo il colpo di stato del 28 giugno 2009 è stato ridotto il già debole stato di diritto e il piccolo gruppo di imprenditori che ha sequestrato il legittimo presidente dei/delle honduregni/e ha mantenuto il potere con la violenza delle forze repressive (Polizia Nazionale e Forze Armate dell’Honduras), assassinando, picchiando, arrestando, abusando e obbligando all’esilio centinaia di honduregni e honduregne. I “golpisti” che hanno cacciato Manuel Zelaya Rosales sono gli stessi che ora presentano Porfirio Lobo come un burattino per continuare a consolidare il proprio regime di violenza.
Quello che i criminali non si aspettavano era l’enorme coraggio del popolo honduregno che ora ha deciso di lottare fino alla fine. La resistenza si basa sulla costruzione del potere popolare dalla base e sulla partecipazione diretta di tutti i settori nella costruzione di una proposta politica che dia risposte alla grave crisi che si sta vivendo nel paese.
Andiamo verso la Costituente per creare il quadro legale che ci permetta come popolo organizzato di riprenderci il destino della nostra patria e strapparlo dalle mani meschine del piccolo gruppo che mantiene sequestrato il governo.
I popoli del mondo hanno seguito da vicino la nascita della resistenza e il suo consolidamento. Ora siamo in un momento di una nuova prova di forza con la presentazione di più di un milione di dichiarazioni sovrane nelle quali come cittadini e cittadine disconosciamo questo governo illegale e illegittimo e invitiamo la popolazione a convocare una nuova Assemblea Nazionale Costituente.
Questo 28 giugno compiamo il nostro primo anniversario come Frente Nacional de Resistencia Popular (FNRP), ma non lo vogliamo fare ricordando l’attacco alla democrazia fatto dai golpisti, anzi, vogliamo celebrare la nascita della vera democrazia popolare che ha iniziato il suo cammino verso la rifondazione dello Stato e verso la costruzione di un futuro giusto per tutti e tutte.
La Resistenza Honduregna invita tutti i popoli del mondo ad essere parte di questo progetto rifondatore e rivoluzionario, a seguirlo da vicino e ad aggiungersi a quella che sarà la celebrazione del primo anno di questo cammino verso la vittoria.
Vi invitiamo a visitare il nostro sito officiale www.resistenciahonduras.net per conoscere da vicino le diverse attività che vengono realizzate e per scaricare i diversi documenti ufficiali e informativi, per invitare anche voi a questa data di resistenza che non è solo nostra ma di tutti i popoli in lotta nel mondo.
Il Frente Nacional de Resistencia invita tutte le persone, organizzazioni o gruppi di compagni e compagne che sono stati solidali con il popolo dell’Honduras ad accompagnarci con attività politiche di pressione contro il regime.
Questo 28 giugno nessuna voce rimarrà inascoltata e ogni presidio, marcia, comunicato, incontro o gruppo in appoggio agli honduregni e alle honduregne che scenderanno in massa nelle strade, si aggiungerà alla forza che oggi costruisce nel nostro paese il vero Potere Popolare.
Ringraziamo in anticipo per tutte le azioni che si realizzeranno e vi lasciamo i nostri contatti per stringere relazioni e permettere a tutto il popolo honduregno di sapere che non siamo soli e sole, che tutto il mondo lotta con l’Honduras in questa trincea di giustizia e dignità.
 
Un abbraccio solidale in Resistenza ai compagni e compagne internazionalisti.
 
Comisión Internacional (CI) – Frente Nacional de Resistencia Popular
Honduras, Centro América
 
P.S. vi segnaliamo che lunedì 28 giugno, alle ore 21.30, presso il Csa Baraonda -via Pacinotti 13, Segrate (MI)- si terrà un’assemblea pubblica con la partecipazione di Wilmer Ricky, rappresentante del FNRP (Frente Nacional de Resistencia Popular).
 
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di lucmu (del 30/06/2010, in Territorio, linkato 1033 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione il 30 giugno 2010
 
Mentre leggete queste righe, il consiglio di amministrazione della società di gestione di Expo 2015 è riunito per nominare Giuseppe Sala, attuale city manager di Milano ed ex-dirigente Telecom e Pirelli, suo nuovo direttore generale.
Tra due settimane arriverà anche la nomina al vero incarico, cioè ad amministratore delegato, in sostituzione del dimissionario Stanca, ma ora bisognava inventarsi in fretta qualcosa per tranquillizzare un sempre più irritato Bie (Bureau International des Expositions), che domani riceverà a Parigi la Moratti.
Si chiude così definitivamente l’ingloriosa era Stanca. Cosa sarà la nuova gestione è ancora tutto da scoprire, ma dall’altra parte non si è ancora capito cos’è stata quella vecchia, poiché si sa soltanto che Stanca prendeva il doppio stipendio, cioè quello da parlamentare e quello da amministratore delegato, e che già sei mesi fa la Expo 2015 Spa aveva speso 11 milioni di euro, pur non avendo fatto ancora assolutamente nulla.
Tuttavia, non ci interessa partecipare al tiro al bersaglio su Stanca, comodo capro espiatorio per un CdA piuttosto popolato, essendo composto da rappresentanti del Ministero del Tesoro, di Regione Lombardia, della Provincia e del Comune di Milano e della Camera di Commercio.
E poi, se vogliamo proprio cercare il pelo nell’uovo, se è vero che Stanca prendeva il doppio stipendio, è altrettanto vero che gli incarichi molteplici e i conflitti d’interesse sembrano quasi un requisito per poter entrare nel consiglio di amministrazione.
Un esempio? L’uomo di Bossi, il leghista doc Leonardo Carioni. Egli siede nel CdA in rappresentanza del Ministero del Tesoro, ma contemporaneamente è anche Presidente della Provincia di Como, componente del CdA di Autostrada Pedemontana Lombarda Spa e, soprattutto, Presidente di Sviluppo Sistema Fiera Spa, cioè il braccio operativo della Fondazione Fiera.
Insomma, le vicende del CdA sono una perfetta metafora di tutta l’operazione Expo, iniziata come una marcia trionfale e trasformatasi in tempo zero in un B-movie all’italiana. A questo punto, cosa sarà l’Expo nessuno è in grado di dirlo e moltissimi milanesi hanno pure smesso di chiederselo, ormai rassegnati di fronte al quotidiano festival di litigi e polemiche, propinato dagli amministratori locali del centrodestra. Altro che nord virtuoso, l’immagine è piuttosto quella del caos che regna sovrano.
Non a caso, dalle parti della Lega è suonato l’allarme, o per dirla con il viceministro Castelli: “attenzione, qui è in gioco una partita ancora più ampia. La mia sensazione, suffragata da tanti episodi, è che se salta l’Expo, salta la credibilità della classe dirigente lombarda. Quindi, se salta l’Expo, salta grande fetta di credibilità della Lega”.
Insomma, bisogna correre ai ripari, tamponare le falle, dare la sensazione di avere la situazione sotto controllo, non solo per tenere buono il Bie, visto che entro novembre deve dare il suo via libera definitivo, ma anche perché l’anno prossimo a Milano si vota.
Il primo passo è, appunto, ristabilire una parvenza di governance credibile. Ed ecco Sala al posto di Stanca. Il secondo passo, urgentissimo anche quello, è la soluzione della questione delle aree. Infatti, l’evento del 2015 deve sorgere su terreni per il 70% di proprietà della Fondazione Fiera e per il 30% del costruttore Cabassi.
Ovviamente, si litiga anche su questo e la Moratti non la pensa come Formigoni, e nemmeno Podestà, mentre la Lega ha un’altra idea ancora. Ma in questo momento sembra prevalere la soluzione Formigoni, che prevede l’acquisto delle aree da parte di una società pubblica, appositamente costituita da Regione, Provincia e Comune.
Una soluzione non priva di curiosità, peraltro, considerato che in questo caso una società pubblica, costituita dalla Regione, acquisterebbe con i soldi pubblici della Regione e a “congruo” prezzo i terreni di una Fondazione, il cui Presidente viene nominato dalla Regione. E senza dimenticare che nel CdA di Expo 2015 Spa siede il Presidente di Sviluppo Sistema Fiera Spa, che è anche… eccetera.
Comunque sia, e tralasciando qui delle quisquilie come il conflitto di interessi e la trasparenza, una volta risolte, si fa per dire, le questioni della governance e delle aree, rimane ancora l’ultimo e più importante interrogativo. Cioè, chi paga, quanto paga e per che cosa paga?
Vi ricordate la riunione del Cipe di novembre scorso? Erano momenti di polemica feroce sull’Expo –tanto per cambiare- e il Governo intervenne per rassicurare tutti. E così, il Cipe annunciò che i soldi c’erano tutti, sia per l’evento, che per le opere connesse. Ma c’era anche il trucco. Cioè, per far quadrare i conti sono stati conteggiati anche dei fondi che avrebbero dovuto stanziare gli enti locali, ma che questi non avevano e che oggi, a maggior ragione, non hanno.
Nel frattempo, le lotte di potere nel centrodestra sono ricominciate come e più di prima e ora  è arrivata anche la manovra del governo, con il suo articolo 54 e i suoi tagli a Regioni ed enti locali. E, intanto, il nostro interrogativo è sempre più orfano di risposte.
Per concludere, allo stato attuale le uniche cose concrete di Expo sono i litigi, qualche affaruccio immobiliare, un bel po’ di conflitti di interesse, una poderosa spinta alla deregulation urbanistica (proprio in questi giorni è partita la pesante offensiva di Ligresti e Podestà per edificare nel Parco Sud di Milano) e qualche infrastrutture autostradale, mentre quelle veramente utili, come le linee metropolitane milanesi, sono a rischio tagli.
Insomma, l’Expo della classe dirigente lombarda, che è poi quella che comanda anche a Roma, assomiglia sempre di più a una gigantesca presa per i fondelli dei milanesi e dei lombardi.
Ci vorrebbe, invece, il coraggio e la lungimiranza di procedere a una riconversione dell’evento, ispirandolo alla sobrietà e alla tutela dell’ambiente e , soprattutto, privilegiando l’investimento in opere di interesse comune, come il trasporto pubblico locale.
 
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Questo blog aderisce all’odierna giornata di mobilitazione nazionale contro la cosiddetta legge-bavaglio e, considerato che facciamo base a Milano, invita a partecipare all’appuntamento in piazza Cordusio, dalle 18.30, in contemporanea con la manifestazione nazionale a Roma.
Non penso sia necessario in questa sede elencare le ragioni che motivano l’adesione, che vanno dalla libertà di stampa, già di per sé assai malmessa nel nostro paese, fino al fatto che questa legge è scritta su misura per ostacolare le indagini su chi governa e su chi è corrotto.
Ma è utile, invece, ricordare che c’è una ragione specifica che motiva un’adesione anche in quanto blog. Infatti, il disegno di legge in questione ("Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali. Modifica della disciplina in materia di astensione del giudice e degli atti di indagine. Integrazione della disciplina sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche”), approvato dal Senato il 10 giugno scorso e che il centrodestra cerca di far approvare in via definitiva alla Camera per la fine di luglio, contiene anche una norma che va ad incidere sulla libertà di espressione sul web.
Non si tratta del primo tentativo di mettere un po’ di bavagli anche a quanti comunicano e parlano su internet. Forse ricordate il tentativo fatto ai tempi del “pacchetto sicurezza”, rispetto al quale scrivemmo su questo blog il 12 marzo 2009 le seguenti righe: “Infine, vi è il gentile contributo dell’Udc al pacchetto, cioè l’emendamento, ovviamente accolto, del Senatore D’Alia. Si tratta di un vero e proprio intervento censorio rivolto a internet, poiché prevede che se su un sito vengono pubblicati contenuti considerati apologia di reato, istigazione a delinquere o semplicemente un invito ‘a disobbedire alle leggi’, allora il Ministro potrà ordinare al provider di oscurare il sito entro 24 ore. Detto altrimenti, Facebook, You Tube o blog che sia, tutti a rischio censura. E soprattutto una pesante limitazione della libertà di espressione e di parola di ognuno e ognuna di noi.”
Comunque, allora si levarono molte proteste e alla fine quella norma fu stralciata dal pacchetto sicurezza (lo ricordiamo, anche perché ancora oggi sono in circolazione delle mail, a dir poco, inesatte sull’argomento).
Oggi ci riprovano, dunque, con un norma diversa, apparentemente più soft e più ambigua, ma non per questo meno foriera di guai per la libertà di espressione sul web.
Ma andiamo con ordine.
La prima versione della legge-bavaglio, approvata dalla Camera, conteneva al comma 28 del suo unico articolo una modifica della legge sulla stampa del 1948, inserendovi la seguente formulazione: “Per le trasmissioni radiofoniche o televisive, le dichiarazioni o le rettifiche sono effettuate ai sensi dell’articolo 32 del testo unico della radiotelevisione, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177. Per i siti informatici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.”
Il Senato, nella versione approvata a giugno e ora in discussione in seconda lettura alla Camera, ha aggiunto soltanto una lieve modifica di questa norma (che ora si trova al comma 29), inserendo dopo “i siti informatici” le parole “ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”.
Questa aggiunta, tuttavia, invece di chiarire le ambiguità su che cosa siano questi “siti informatici”, le ha rese ancora più gravi, poiché l’”ivi compresi” significa, appunto, che il legislatore non si riferisce soltanto alle edizioni online dei quotidiani. Ergo, non sono esclusi né i blog, né i social network!
In altre parole, con questa norma, qualora approvata, qualsiasi sito non professionale, anche questo blog, che dovesse pubblicare dei contenuti che danno fastidio a qualcuno, è a rischio richieste di rettifiche entro 48 ore, pena pesanti multe o, perlomeno, procedimenti giudiziari.
Vi immaginate cosa potrebbe succedere su un “sito informatico” come facebook, dove tantissimi di noi scrivono, esternano eccetera?
Insomma, una norma tutt’altro che innocente, che intende trattare abusivamente un privato cittadino come se fosse un network commerciale dell’informazione e sottoporre la libertà di espressione individuale alle stesse regole che valgono per i servizi del Tg1.
 
Cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo integrale del Ddl attualmente in discussione alla Camera, nella versione che evidenzia le modifiche introdotte dal Senato rispetto alla prima versione
 

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