Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Oggi il Consiglio regionale ha di fatto seppellito il federalismo delle infrastrutture tanto invocato da Formigoni e dalla Lega. Dopo soli 5 mesi dall’approvazione della legge regionale n° 15, definita allora pomposamente “legge obiettivo lombarda”, la maggioranza ha dovuto presentare e votare gli stessi emendamenti che le opposizioni avevano presentato in maggio.
Ma purtroppo il buonsenso non ha vinto fino in fondo: il centrodestra non ha voluto abrogare il famigerato articolo 10 comma 3. Cioè quella norma che mette a disposizione dei costruttori di autostrade tutto il territorio adiacente l’opera, per edificare pressoché ogni cosa, dal centro commerciale fino ai multisala. Tutto, ovviamente, nel nome del reperimento con ogni mezzo di risorse finanziarie.
Che le nostre critiche, di ieri e di oggi, non fossero e non siano infondate lo ha dimostrato il fatto che la maggioranza ha però dovuto accogliere alcune proposte emendative di Rifondazione.
E così, ora viene riconosciuto l’obbligo che i comuni interessati da queste opere “accessorie” esprimano un “previo parere vincolante” e che le società concessionarie debbano dare comunque al territorio misure di compensazione ambientale, territoriale e sociale. Questi due vincoli nella legge non c’erano, ora grazie alla nostra battaglia ci sono.
Siamo quindi soddisfatti che si siano realizzati due piccoli passi nella giusta direzione, ma siamo completamente scontenti del fatto che sia rimasto in piedi il principio per cui, pur di finanziare opere autostradali, si va a monetizzare la speculazione. Per questo motivo, non abbiamo votato a favore del provvedimento di modifica e proseguiremo la nostra battaglia contro la cementificazione del territorio.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
P.S. l’emendamento al comma 3 dell’articolo 10, approvato oggi, raccoglie due dei tre punti sollevati con il nostro emendamento n. 7 (vedi allegati al post di ieri su questo blog). Il terzo, quello più incisivo, non è stato accolto. Ma con le modifiche introdotte ci sono almeno due vincoli in più, prima non previsti in legge, che i Comuni possono utilizzare. La nuova formulazione del comma 3 dell’articolo 10 della l.r. n. 15 è dunque la seguente:
“3. Le concessioni delle infrastrutture di cui all’articolo 1, previo parere obbligatorio e vincolante dei Comuni territorialmente interessati, possono riguardare anche interventi di carattere insediativo e territoriale, definiti e attuati nell’ambito dell’accordo di programma di cui all’articolo 9, al servizio degli utenti delle infrastrutture medesime ovvero a servizio delle funzioni e delle attività del territorio, i cui margini operativi di gestione possono contribuire all’abbattimento del costo dell’esposizione finanziaria dell’iniziativa complessiva. Nel caso in cui tali interventi comportino l’estensione dell’area oggetto della concessione, ove non diversamente disposto dalla normativa vigente, deve essere prevista a carico della società concessionaria e in accordo con gli Enti interessati, la realizzazione di adeguate opere e misure di mitigazione e compensazione dell’impatto ambientale, territoriale e sociale.”
 
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Nella seduta di domani il Consiglio regionale, su iniziativa della Giunta, discuterà un pacchetto di modifiche alla legge regionale n. 15 sulle infrastrutture. A leggere la relazione ufficiale di accompagnamento si tratterebbe semplicemente di alcuni aggiustamenti tecnici, ma basta dare un’occhiata all’articolato per capire che siamo di fronte a ben altro. Cioè, a una vera e propria retromarcia dell’assessore Cattaneo e della Giunta.
Infatti, la legge n. 15, definita pomposamente “Legge Obiettivo della Lombardia”, doveva ufficialmente servire per velocizzare la costruzione di 52 infrastrutture, tra cui ovviamente anche le grandi opere autostradali. Il pilastro fondamentale della legge era il principio del “potere sostitutivo” della Regione nei confronti della Stato centrale, in caso di ritardi nella procedura di approvazione delle opere. E così, la legge introdusse unilateralmente tale potere, nel nome, ovviamente, del federalismo fai da te.
Quanti in Consiglio, come noi, rilevarono che quella legge presentava palesi violazioni del quadro costituzionale furono zittiti in malo modo, come nemici della Lombardia. Eppure, sono passati soltanto cinque mesi dalla sua approvazione e la Giunta Formigoni è già costretta a modificarla. E che modifiche! In sostanza di tratta di emendamenti analoghi a quelli presentati a suo tempo dalle opposizioni, cioè viene di fatto eliminato il “potere sostitutivo”.
E, cosa assai interessante, a minacciare di impugnare la legge lombarda davanti alla Corte Costituzionale, e dunque ad imporre tali modifiche, non è stato un qualche “giudice rosso”, bensì il Governo Berlusconi. E così, da domani in poi, la Regione avrà soltanto i poteri che il Governo, mediante accordi, vorrà concederle. In altre parole, esattamente la situazione normativa preesistente all’approvazione della legge n. 15.
Di fronte a questo scenario sarebbe lecito aspettarsi almeno due cose: primo, le scuse dell’assessore Cattaneo e, secondo, l’abrogazione della legge regionale. Ma, ahinoi, non arriverà nessuna delle due e soprattutto non la seconda. Quella legge, infatti, deve rimanere in piedi per almeno due motivi, cioè per salvare la faccia all’assessore Cattaneo e al centrodestra lombardo e per mantenere in vita alcuni aspetti della legge, sempre troppo ignorati.
Ci riferiamo in particolare all’articolo 10, comma 3., con il quale era stata introdotta una sorta di maxi-deroga agli strumenti urbanistici, stabilendo che le concessioni per le infrastrutture possono comprendere anche l’autorizzazione per l’edificazione delle aree limitrofe. Cioè, visti i noti e significativi i problemi finanziari che comportano le faraoniche opere autostradali, Regione Lombardia non aveva trovato di meglio che offrire come preda il territorio più o meno adiacente il tracciato delle autostrade.
Da parte nostra ripresenteremo domani i nostri emendamenti all’articolo 10, uno dei quali era stato bocciato cinque mesi fa per un solo voto, con l’auspicio che i consiglieri della maggioranza che allora votarono con noi lo vogliano fare anche domani. Anzi, a maggior ragione domani.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
qui sotto puoi scaricare i nostri emendamenti, le modifiche della Giunta e la legge 15
 

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Stando a quanto hanno fatto sapere le agenzie di stampa, la visita della Commissione Sicurezza del Consiglio comunale di Milano al Cie (ex-Cpt) di via Corelli ha confermato ciò che le associazioni e buona parte della sinistra dicono da anni. Cioè, si tratta di strutture costose, per nulla trasparenti e sostanzialmente inutili.
Infatti, i commissari del Consiglio comunale –e la stampa- hanno potuto accedere soltanto a una delle cinque camerate che ospitano le persone recluse, cioè quella che tecnicamente non fa parte del Cie-Cpt, poiché si tratta di richiedenti asilo in stato di trattenimento, sottoposti dunque a regime giuridico diverso rispetto agli altri trattenuti. Anzi, quella camerata non dovrebbe nemmeno trovarsi lì, bensì in una struttura separata.
In secondo luogo, esattamente come accade normalmente a chiunque si occupi di strutture di detenzione per immigrati irregolari, la Commissione non ha potuto sapere il costo reale del centro, ma soltanto la parte relativa all’appalto con la Croce Rossa. La stessa commissione De Mistura, a suo tempo istituita dal Ministro Amato, non era infatti riuscita ad ottenere il quadro complessivo della spesa pubblica per i Cpt.
In terzo luogo, la Commissione e la stampa hanno potuto constatare che buona parte dei trattenuti sono ex-carcerati. In altre parole, si tratta di persone da tempo identificate e che a fine pena dovrebbero essere espulse, ma che invece vengono parcheggiate in via Corelli, facendosi così un tempo supplementare di detenzione, fino a due mesi, che mai nessun giudice aveva deciso. Cioè, una cosa priva di senso e, aggiungiamo, di umanità.
Insomma, la Commissione non ha potuto visitare i luoghi dove i trattenuti passano gran parte del loro tempo e dunque verificare in prima persona la situazione, non è riuscita a sapere quanto costa allo Stato il Cie di via Corelli e, infine, ha dovuto prendere atto che una parte significativa delle persone lì recluse non dovrebbero nemmeno starci.
Non ci stupisce dunque che il presidente della commissione sicurezza, il leghista Salvini, lontanissimo da noi politicamente e culturalmente, abbia rilasciato una dichiarazione un po’ tiepida ed espresso dubbi sull’opportunità di costruire nuovi centri di detenzione.
Peccato però che l’attuale governo di centrodestra e il Ministro Maroni abbiano in programma la costruzione di nuovi Cie e l’estensione del periodo di detenzione amministrativa fino a 18 mesi.
Ci auguriamo pertanto che il presidente della commissione sicurezza si rivolga alla sua maggioranza e al suo Ministro, suggerendogli di rinunciare a nuove costruzioni e soprattutto all’estensione del periodo di detenzione. E visto che c’è, potrebbe anche chiedere quello che tantissime associazioni milanesi stanno chiedendo da anni, cioè un grado di trasparenza almeno analogo a quello delle carceri e la pubblicazione dei costi effettivi e totali del Cie-Cpt di via Corelli.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 26/09/2008, in Sicurezza, linkato 1133 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 26 sett. 2008 (pag. Milano)
 
Manca ancora l’atto formale, ma è già tutto pronto. Il Prefetto ha dato il via libera a quattro ordinanze del Sindaco di Milano che prevedono nuovi divieti e multe di 500 euro per chi in luogo pubblico pratica o usufruisce della prostituzione, si fuma uno spinello o chiede l’elemosina. Nuove sanzioni scatteranno anche per i writers.
Ordinanze simili o più fantasiose stanno per essere varate anche in diversi Comuni della provincia. Anzi, sembra quasi una gara tra chi la spara più grossa, senza badare troppo a dei dettagli come l’utilità, l’efficacia e l’applicabilità dei vari provvedimenti.
E così, accanto al must delle multe a prostitute e clienti, troviamo un po’ di tutto. A Cornaredo, per esempio, ci sono anche restrizioni sulla vendita di bevande alcoliche e analcoliche da asporto e sarà proibito “bivaccare” in luoghi pubblici oppure consumare alcolici fuori dagli esercizi commerciali. E che non vi venga in mente di passare da Cornaredo nelle afose giornate estive, perché cedere alla tentazione di togliervi la maglietta potrebbe costarvi caro. Infatti, è vietato anche passeggiare a dorso nudo.
Dall’altra parte, di limiti normativi alla fantasia non ce ne sono quasi più, considerato che  il decreto legge n. 92/2008 e il decreto ministeriale di Maroni del 5 agosto assegnano ai primi cittadini nuovi poteri in materia di “incolumità pubblica” e “sicurezza urbana”, la cui definizione è talmente elastica da ricomprendervi anche il “decoro urbano”, l’”intralcio alla pubblica viabilità” e “comportamenti che possono offendere la pubblica decenza”.
Ovviamente non si tratta di novità assolute. Da tempo molti Sindaci non solo reclamano più poteri nel campo della “sicurezza”, ma spesso se li sono semplicemente presi. La lenta e inesorabile metamorfosi della vigilanza urbana, sempre meno ghisa e sempre più polizia del Sindaco, sta lì a ricordarcelo, così come le forzature in stile Cofferati o le ordinanze anti-immigrati dei Sindaci leghisti. Tuttavia, ora c’è un innegabile salto di qualità.
Anzitutto, l’intervento governativo, oltre a legittimare ciò che molti amministratori già stavano facendo, lo ha reso normale e ne ha incentivato l’emulazione. Non a caso, infatti, troviamo oggi in prima fila anche alcuni Sindaci di centrosinistra che fino a ieri avevano criticato la deriva securitaria.
In secondo luogo, si sta allargando vistosamente la platea dei destinatari dei provvedimenti. Fino ad oggi l’obiettivo privilegiato, sebbene non esclusivo, dei sindaci-sceriffo erano gli immigrati, mentre nell’attuale ondata di ordinanze si rafforzano gli interventi che colpiscono i comportamenti, specie dei giovani, e alcune condizioni sociali.
Infine, va sottolineata una caratteristica che accomuna i diversi soggetti che vengono colpiti dalla logica puramente repressiva delle ordinanze: nessuno di loro è portatore di interessi forti. Così, a Milano è considerato indecoroso che un giovane si fumi una canna in un parco cittadino, ma non il fatto che la città sia la capitale europea dello smercio di cocaina; è considerato indecente che un poveraccio chieda l’elemosina in piazza, ma non che la maggioranza in Consiglio comunale blocchi l’istituzione della commissione antimafia.
In fondo, un’immagine fedele di quello che sta diventando la nostra città. Una terra arida ed escludente, dove chi dispone di sufficienti mezzi economici fa più o meno quello che vuole, mentre tutti gli altri devono accontentarsi della demagogia securitaria e dell’ipocrisia, elargite in grandi quantità. Una ragione in più per non stare in silenzio e guardare dall’altra parte.
 
qui sotto puoi scaricare il testo del decreto del Ministro dell’Interno del 5 agosto 2008
 

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Appello:
PER ABDUL. PERCHÉ NON SUCCEDA PIÙ
 
Abdul è stato ucciso per niente o per futili motivi ... come dice l'arido linguaggio della magistratura.
Chi ha preso la spranga non l'ha fatto per paura o per legittima difesa ha commesso un delitto a sfondo razzista, mosso da odio e rancore, considerandosi legittimato dal sentire intollerante, sciaguratamente diffuso.
Questa Milano non ci appartiene. Non ci appartengono la violenza e il razzismo che si manifestano sempre più apertamente, in un stillicidio di episodi quotidiani di intolleranza di cui sono vittime donne e uomini, quasi sempre inermi. La dilagante campagna razzista e la costruzione del nemico "altro" diventano funzionali a nascondere la questione politica della sicurezza sociale, della coesione e della giustizia sociale per tutti . L'altro e il diverso vengono additati quali cause del malessere sociale ed esistenziale. Il potere e lo sfruttamento si alimentano anche in questo modo.
Per questo, per ragioni etiche, culturali e politiche, gridiamo con forza che non ci appartiene l'ideologia sicuritaria, incentrata sulla repressione e sulla costruzione di alibi culturali che autorizzano le ronde e la violenza privata.
L'omicidio di Abdul è l'ultimo segnale di un'escalation xenofoba, che va arrestata.
 
La Milano democratica e antirazzista deve reagire.
Milano deve reagire.
 
INVITIAMO TUTTI I CITTADINI A PARTECIPARE
Sabato - 20 settembre 2008 - alle ore 14.30
alla manifestazione che partirà dai Bastioni di Porta Venezia e si concluderà in Piazza Duomo.
 
Per chi vuole si prosegue la mobilitazione in via Traversi (Quarto Oggiaro) free event "CRONACHE DI RESISTENZA no al fascismo -- partigiani in ogni quartiere -- no al razzismo". Dalle 14 alle 24 CONCERTO HIP HOP RAP+WRITERS+BREAK DANCE+SALAMELLA PARTY! (per info: http://torchiera.noblogs.org/)
 
DON GINO RIGOLDI, MONI OVADIA, DARIO FO, FRANCA RAME, RENATO SARTI, NICO COLONNA, PAOLO ROSSI, ALESSANDRO ROBECCHI, SERGIO SERAFINI, GINO STRADA, TERESA SARTI
 
aderiscono: AceA onlus, Accesso coop. sociale, Acli Cernusco, Altropallone, Anpi Brugherio, Anpi Cernusco s/N, Anpi Crescenzago, Anpi Genzano, Anpi Monza, Anpi zona 1 Milano, Anpi zona 5 Milano, Anpi zona 6 Milano, Antigone Lombardia, Arci Bellezza, Arci Darfur, Arci Lombardia, Arci Milano, Arci Todo Cambia, Ass. Alfabeti onlus S. Siro, Ass. Coordinamento Pace Cinisello B., Ass. Culturale Punto Rosso Milano, Ass. Culturale Punto Rosso Vigevano, Ass. Dax 16 marzo 2003, Ass. Famigliari e Amici di Fausto e Iaio, Ass. Italia-Nicaragua Milano, Ass. La Conta, Ass. Luca Rossi per l'educazione alla pace e all'amicizia tra i popoli, Ass. MedinaTerranea, Ass. Moldoveni in Italia, Ass. Mondo Senza Guerre, Associazione Primapersone, Ass. Saveria Antiochia Omicron, Ass. SinistraRossoverde di Milano, Ass. Vivi e Progetta un'altra Milano, Attac Milano, Camerasudmilano, Casa Editrice Aurora, Casaperlapace di Milano, Centro Culturale Concetto Marchesi, Centro Diurno Giambellino, Circolo Arci Agorà Pisa, Circolo Arci Blob Arcore, Circolo Arci Corvetto, Circolo Arci Metissage, Circolo Metromondo, Circolo PRC Bussero, Circolo PRC Cernusco s/N, Circolo PRC "T. Saporito", CNCA Lombardia (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza), Coalizione Contro la Vivisezione nelle Università, Codici-Agenzia di ricerca sociale Milano, Comitato Intercomunale per la Pace del Magentino, Comitato promotore manifestazione del 4 ottobre (Ass. 3 Febbraio, Socialismo Rivoluzionario, Partito Umanista, Centro delle Culture, Collettivo femminista Cercando la Luna-Univ.Statale, Assemblea Antirazzista Università Statale, Ass. Luogo Comune Vignate, Comitato antirazzista Mondoinsieme via Padova, Gruppo solidarietà antirazzista Vijai Kumar viale Umbria, Ambulatorio Popolare, Ass. Insieme per la pace, Movimento Real Juvenil), Comunità Saman, Coordinamento Nord Sud del Mondo, Corso di italiano ACLI Cernusco, CRIC, CSA Baraonda Segrate, Emmaus Italia onlus, Forum delle Comunità Straniere in Italia, Giovani Comunisti, Giovani Musulmani d´Italia, Guerre&Pace, Emergency, Il manifesto (redazione di Milano), Latinoamerica-online.it, Leoncavallo S.p.a, Le radici e le ali onlus, Libera Università delle Donne di Milano, Libera Università Popolare, LILA Milano onlus, Lodi per Mostar onlus, Naga, NuestrAmerica - per il Socialismo del XXI Secolo, Parrocchia ortodossa romena S. Silvestro, PdCI Milano, PdCI Vimodrone, PRC Lodi, PRC Lombardia, PRC Lucca, PRC Milano, PRC Monza e Brianza, PRC Vigevano, Progetto Comunicazione, Rete 28 aprile nella CGIL Lombardia, Rete G2 - Seconde Generazioni (rete nazionale dei figli degli immigrati), Rete Radié Resch Milano, Retescuole Milano, RSU Gut edizioni spa, RSU INNSE Presse, SDL intercategoriale, SICET Lombardia, SICET Milano, Sinistra Critica, Sinistra Democratica dell'Empolese/Valdelsa, Sinistra Democratica Lodi, Sinistra Donne Lodigiane, Socialpress, Società di Psicoanalisi Critica, Unaltralombardia, UnAltroMondo onlus, Uniti con Dario Fo, Verdi Lombardia, Verdi Milano

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di lucmu (del 18/09/2008, in Migranti&Razzismo, linkato 659 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Aprile Online il 18 sett. 2008
 
 
Tutto normale a Milano. O almeno questo è quanto in troppi vogliono far credere. E così, l’omicidio di Abdul “Abba” Guibre sta scivolando lentamente indietro nelle pagine della cronaca locale, confondendosi passo dopo passo con altri fatti delittuosi accaduti nella metropoli. O almeno questo è l’auspicio di molti, sicuramente delle destre cittadine, di diversi maître à penser sempre pronti ad assecondare chi comanda e, ahinoi, anche di troppi esponenti di centrosinistra.
La parola d’ordine è “il razzismo non c’entra”, e neppure la politica. La stessa Questura di Milano, solitamente molto cauta, aveva dichiarato quasi immediatamente di escludere motivi xenofobi, anche se fino ad oggi non sono ancora chiuse le indagini sulla dinamica dei fatti e i familiari di Abba, proprio poche ore fa, hanno dovuto lanciare un appello agli eventuali testimoni di recarsi dagli inquirenti.
No, Milano non è una città razzista, ma a Milano la xenofobia e il razzismo esistono e si diffondono. E soprattutto godono di legittimazione e di cittadinanza. Basterebbe rileggere e riascoltare quanto viene proclamato da anni dalle pagine dei giornali e dalle Tv locali da esponenti istituzionali del centrodestra, in particolare di Lega e An, con ossessiva costanza. È un continuo additare dell’immigrato, del rom, del diverso come causa di tutti mali e giustificare di atti xenofobi in nome della “insicurezza” e della “esasperazione”.
Come meravigliarsi che a meno di 24 ore dalla morte di Abba un consigliere comunale della Lista Moratti abbia parlato di “eccesso di legittima difesa”. Oppure che in questi giorni tra le tante parole di condanna da parte di politici, giornalisti o semplici cittadini si infilino sempre i “ma” e i “però”.
Milano è un città che non riesce più a guardarsi allo specchio e ad immaginarsi un futuro. Altrimenti, invece di cercare una veloce autoassoluzione nei “futili motivi” o nella “rissa”, affronterebbe di petto la domanda se le cose sarebbero andate allo stesso modo se Abba e i suoi amici avessero avuto la pelle bianca. E forse si chiederebbe anche chi era Abba.
Abba aveva 19 anni, viveva a Cernusco, hinterland milanese. Come la maggior parte dei suoi coetanei faceva lavori precari e il sabato sera gli piaceva cercare un po’ di svago con gli amici. Era cittadino italiano e aveva la pelle nera, perché era figlio di immigrati del Burkina Faso. Come lui nel milanese, ma non solo, ce ne sono molti, sempre di più. Di solito vengono chiamati di “seconda generazione”, cioè figli e figlie dell’immigrazione.
A Milano è difficile incontrare riflessioni sul tema “seconda generazione”, anzi la questione è completamente assente dal dibattito pubblico e istituzionale. E quindi ora quasi nessuno si pone la domanda come questi giovani abbiano vissuto l’omicidio di Abba e le polemiche politiche che sono seguite. Eppure, basta avere occhi per guardare e orecchie per sentire per rendersi conto che l’assassinio di Abba ha lasciato il segno. E non potrebbe essere diversamente.
La politica c’entra, eccome. Perché nell’area metropolitana milanese un abitante su otto è immigrato e la società sta cambiando, anzi è già cambiata. E scegliere, consapevolmente, di costruire le proprie fortune politiche gettando in pasto a una società sempre più disgregata, disuguale e impoverita dei facili capri espiatori, incitando a una sorta di “guerra dei mondi” in salsa padana, “noi” contro “loro”, non è soltanto irresponsabile e foriero di guai futuri, ma è anche colpevole.
Se accettassimo che tutto questo è davvero normale, sarebbe la resa. Non tanto e soltanto della sinistra, ma di Milano, della civiltà e della speranza di costruire un futuro che non sia peggio del presente. Ecco perché il silenzio e gli inviti ad abbassare i toni sono sbagliati e perché Milano ha l’urgente necessità che la sua parte democratica e civile si manifesti.
Oggi alcune centinaia di studenti dei collettivi sono scesi in corteo per ricordare Abba e gridare “no al razzismo”, lunedì scorso ci sono stati tre presidi e una partecipatissima fiaccolata a Cernusco. Ieri gli amici di Abba gli hanno dedicato un murales. E quel maledetto angolo in via Zuretti si è trasformato in un piccolo altare laico.
Insomma, a Milano non tutto tace, nonostante i tanti, troppi tentativi di normalizzare, di dimenticare, di derubricare. E sabato prossimo si terrà nel centro della città la manifestazione cittadina, convocata con un appello sottoscritto da una serie di personalità milanesi, da Don Gino Rigoldi fino a Moni Ovadia e Dario Fo.
Un’occasione per manifestarsi, per reagire. Per Abdul, perché non succeda più.
 
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Non è abitudine di questo blog pubblicare interi articoli di quotidiani e mai ci è successo di farlo con l’Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani. Ma oggi lo facciamo, perché in mezzo al mare di ipocrisie e interessate cecità che già iniziano a sommergere quello che è successo domenica mattina in via Zuretti, l’editoriale in prima pagina pubblicato oggi dall’Avvenire rappresenta una scialuppa di salvataggio, un atto di intelligenza contro l’idiozia. Pensate che già ieri sera alcuni notabili del Pd hanno iniziato a fare retromarcia, allineandosi con la tesi dei “futili motivi” tanto cara al centrodestra. Ascoltate Penati: “non ho mai inteso dare una connotazione razzista a questo episodio, …è stata una spedizione punitiva ma non perché il ragazzo era di colore, ma perché aveva rubato”. Ebbene, che dire? Fate voi, tanto non è difficile!
 
Editoriale Avvenire, 16 settembre 2008:
 
ABDUL, NOSTRO FRATELLO.
IL RAZZISMO COME RABBIA OSCURA DALLE VISCERE
di Marina Corradi
 
Tre ragazzi che alla fine di un sabato not­te portano via due pacchi di biscotti da un bar. I proprietari che li inseguono, loro che afferrano dalla spazzatura bottiglie, e u­na scopa per difendersi. Ma uno dei tre ca­de, e il barista gli è addosso. Con una spran­ga gli spacca il cranio e lo ammazza. Poi, lui e suo figlio se ne tornano a casa.
Sembra Bronx, ma è Milano, in un’alba in via Zuretti, una strada come tante, parallela al­la massicciata dei binari che entrano alla Sta­zione Centrale. E chi ascolta si dice che que­sta storia è assurda e folle, com’è possibile ammazzare come un cane un ragazzo, per dei biscotti? Com’è possibile che a farlo, in­sieme, siano il genitore e suo figlio, senza che l’uno sappia – senta il dovere – di neutraliz­zare l’altro? Ci deve essere un’altra ragione, per spiegare cosa è successo a Milano, e do­vrebbe rifletterci, chi assicura che è stato so­lo un tragico, esecrabile omicidio per futili motivi. L’'altra' ragione, è che quei ragazzi erano neri, e nero, benché cittadino italia­no, era Abdul, 19 anni. I due baristi urlava­no «Negri di m. ve la diamo noi una lezione», e li han sentiti in molti, tra quanti, svegliati dal baccano, si sono affacciati alle finestre. Se a insinuarsi nel bar fossero stati tre ragaz­zi bianchi, come sa­rebbe andata? Due in­sulti, uno spintone, e poi quel «va’ a lavurà» brusco, ma non mali­gno, che si gridava a chi pretendeva qual­cosa senza guada­gnarselo, una volta, a Milano.
Già, c’era una volta Milano. Omicidi e ra­pine, sempre stati, ma inseguire con una spranga un ragazzo per dei biscotti, sfa­sciargli la faccia e andarsene lasciandolo mo­ribondo, no, questa non è mai stata cronaca abituale, a Milano. È una storia impazzita questa di via Zuretti, a meno che non si pren­da sul serio quel «sporchi negri, vi insegnia­mo noi» urlato da due uomini – padre e fi­glio – stravolti. Che giurano, ora, di non essere razzisti. Però, la moglie e madre dei due, da dietro il ban­co, ammette, riferiscono le cronache: «Sì, io sono razzista. Lo sono diventata, vedendo quello che succede nel quartiere». Dove, per carità, trovandoci dietro la Stazione Centra­le di sera si cammina in fretta e inquieti, che pare d’essere, dopo anni di incuria, nelle re­trovie di un porto, in un approdo di ogni fu­ga e miseria e espediente. Ma proprio per questa paura dello straniero che si respira qui e altrove, occorre avere il coraggio di di­re che il razzismo, con la fine di Abdul Guie­bre, c’entra. Non lo hanno ucciso per due pacchi di bi­scotti. La ferocia è scoppiata alla vista di un branco di ragazzi neri che acciuffavano, co­me padroni, qualcosa dal banco. Una rabbia oscura allora dalle viscere è risalita, veloce come il sangue, alla testa dei due italiani, in un corto circuito esplosivo: e una mano ha afferrato una spranga, ed è partita la caccia. Non era con 'quel' nero che ce l’avevano, non solo. In un istante, in un’alba di asfalto tra i semafori lampeggianti, un rigurgito di ferocia tribale, una faida da foresta, come ne scoppiano fra tribù primitive quando il pro­prio territorio è minacciato, o invaso. E allo­ra giù colpi su Abdul, 19 anni, da Cernusco sul Naviglio, Abdul che in camera teneva il poster del milanista Ronaldinho.
Non c’entra il razzismo, ripetono in molti o­ra, e preoccupa questo non voler vedere qua­le ombra si va insinuando fra noi. Dal palco del raduno della Lega, a Venezia, proprio do­menica il prosindaco di Treviso ha gridato: «Che gli immigrati vadano a pregare e p. nel deserto». E certo ha parlato l’anima più be­cera del partito: ma ci sarebbe piaciuto che qualcuno, dello staff leghista, se ne fosse dis­sociato. No, non è stato razzismo a Milano, dicono in molti, è stato un furto: due biscot­ti e una sconsiderata reazione. Sfortunato ragazzo, ha scelto il bar sbagliato. Quanta an­sia di rassicurarsi che non è successo nien­te. Di non voler vedere il segnale di un livido incanaglimento in una città che, una volta, per due pacchi di biscotti, benevola avreb­be borbottato: ragazzo, va a lavurà.
 
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Mentre a Milano Abdul Guibre stava perdendo la sua lotta contro la morte, sul palco veneziano della Lega continuavano tranquillamente a susseguirsi insulti e minacce contro immigrati, rom, islamici e così via da parte di esponenti politici e istituzionali di primo piano. Mentre molti milanesi esprimevano sui forum on line e sui blog il loro sconcerto, altri già avanzavano delle tesi giustificazioniste, ma era “un ladro”, la gente è “esasperata”, “vengono nel nostro Paese a rubare”, come se fosse cosa normalissima morire a 19 anni, ammazzati da sprangate per aver, forse, sottratto due biscotti.
Per favore, smettiamola con le solite e disgustose ipocrisie interessate, derubricando il tutto a una “rissa” e ai “futili motivi”. La rissa al bar fu invocata quando dei neofascisti uccisero Dax e i futili motivi furono innalzati per spiegare l’omicidio di Nicola a Verona. E che dire di tutte le aggressioni e violenze contro gli immigrati che si stanno moltiplicando nella nostra città, come quelle di piazza Prealpi o altre che faticano persino a conquistare qualche spazio sulla cronaca locale? Sempre e comunque si cerca di minimizzare, dicendo che la politica non c’entra.
Certo, gli assassini di Abdul sono dei balordi e dei delinquenti, ma davvero crediamo che avrebbero ucciso, infierendo con i bastoni sulla testa, se i presunti ladri di biscotti non avessero avuto sembianze straniere? Davvero non c’entra nulla il clima costruito nella nostra città e nella nostra regione dagli imprenditori della paura, che hanno edificato le loro fortune politiche consegnando a una società sempre più disuguale, disgregata e impoverita, facili capri espiatori?
Ascoltate le parole scagliate da anni da consiglieri comunali, provinciali e regionali, da assessori e persino da sindaci dalle pagine dei giornali e dalle Tv locali. Un continuo accarezzare la paura e fomentare l’odio contro immigrati e rom. E un sistematico giustificare gli atti xenofobi, nel nome della “esasperazione” e della “sicurezza”.
Altro che “futili motivi”! Qui c’è un’evidente e palese responsabilità politica. C’è da parte del centrodestra, specie di Lega e An, ma anche da parte di quegli esponenti di centrosinistra che troppo facilmente hanno ceduto all’aria che tira. Oggi questa cosa va detta chiara e tonda e va affrontata di petto, prima che sia troppo tardi.
Ecco perché è necessario che tutte le forze democratiche e tutti i cittadini milanesi che non vogliono marciare risoluti verso il baratro prendano la parola, rompano il silenzio e si manifestino. Bisogna fermare gli imprenditori della paura e istigatori all’odio in doppiopetto, che prima lanciano il sasso della xenofobia e del razzismo e poi nascondono la mano.
Per questo sosterremo con forza tutte le odierne mobilitazioni e daremo il nostro contributo perché a Milano si realizzi al più presto una mobilitazione ampia e unitaria contro il clima di odio instaurato in città dalle destre.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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Chi sostiene che la pubblica amministrazione sia lenta evidentemente non conosce la vicenda della “Cascina Valcarenga” di Crema, area sulla quale la Fondazione Charis intende costruire un polo scolastico privato. Nel caso in questione, anzi, Regione Lombardia rischia di stabilire il nuovo record mondiale dell’efficienza. Ma cominciamo dall’inizio, cioè dal 26 marzo scorso, quando il Sindaco di Crema, il forzista Bruno Bruttomesso, manda un fax a Regione Lombardia in cui segnala due interventi di edilizia scolastica in scuole non statali, secondo lui meritevoli di ricevere contributi regionali.
Dopo soli due giorni, il 28 marzo mattina, i rappresentanti di Regione Lombardia, Comune di Crema e Fondazione Charis sono già seduti attorno un tavolo e firmano un protocollo d’intesa che prevede la partecipazione della Regione al finanziamento del nuovo edificio scolastico con 4,5 milioni di euro, su una spesa totale di 14 milioni. Molto efficiente si dimostra intanto anche la Giunta comunale, che non solo si assume l’onere di fungere da ente attuatore, ma ratifica il protocollo nella stessa giornata. Altri 12 giorni più tardi, cioè il 9 aprile, la Giunta regionale approva la delibera n. 7030, relativa a tutti gli interventi e finanziamenti in Lombardia per il 2008 in materia di edilizia scolastica, che contiene anche la prima tranche, di un milione di euro, per il progetto della Fondazione Charis.
Ovviamente non si tratta dell’unico finanziamento pubblico per interventi di edilizia scolastica destinata ai privati. Sul totale di oltre 22 milioni stanziati da quella delibera, metà di provenienza statale, 2,9 milioni sono andati a 5 progetti non statali (a Milano, Como, Varese e ben due a Crema). Una “possibilità” introdotta nel 2006 da un voto a maggioranza del Consiglio regionale, che permette di utilizzare una quota fino al 25% dello stanziamento complessivo per interventi di “programmazione negoziata”, cioè una sorta di trattativa privata tra Regione, ente locale e privato.
Non ci stupisce naturalmente che la Giunta Formigoni faccia largo uso di questa “possibilità”, essendo nota e rivendicata la politica a favore della scuola privata, come peraltro dimostrano lo scandalo reiterato dei 46 milioni di euro annui per il  “buono scuola” e la legge regionale n. 19/2007.
Tuttavia, qui c’è qualcosa di più. Anzitutto, nel 2008, per l’adeguamento strutturale delle scuole pubbliche di tutta la Provincia di Cremona sono stati stanziati soltanto 400mila euro, mentre per soli due istituti privati di Crema sono stati stanziati 1 milione per la “Cascina Valcarenga” e 150 mila per il “Paola di Rosa”. In secondo luogo, il progetto della Fondazione Charis è l’unico tra i cinque interventi a favore di privati che non consista in ristrutturazioni, bensì in una nuova costruzione. Infine, c’è la questione dei tempi ultraveloci, per nulla normali e abituali, che rendono estremamente arduo pensare che Regione Lombardia abbia verificato la sussistenza dei criteri per poter accedere ai contributi regionali.
Insomma, tanti soldi alla scuola privata e poca o nulla trasparenza. Chissà perché? Sarà perché la Fondazione Charis fa parte dell’impero di Comunione e Liberazione, esattamente come chi comanda in Regione? Oppure sarà perché l’assessore regionale forzista all’istruzione, nonché vicepresidente della Regione, abita a pochi chilometri da Crema? Comunque sia, a noi pare che in questa vicenda c’entrino poco le esigenze della scuola e molto invece le amicizie politiche.
Per questo oggi abbiamo depositato un’ interrogazione in Regione.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
qui sotto puoi scaricare il testo integrale dell’interrogazione
 

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Oggi le opposizioni in Regione Lombardia hanno depositato unitariamente un’interpellanza, a firma dei consiglieri regionali Muhlbauer (Prc), Porcari (Pd), Squassina A. (Sd), Monguzzi (Verdi) e Storti (PdCI), in cui si chiede al Pirellone di intervenire con urgenza nella vicenda della Cartiera di Voghera (PV), al fine di evitare la chiusura del sito produttivo e il licenziamento delle maestranze.
Il gruppo Pro-Gest, proprietario della Cartiera di Voghera, aveva infatti avviato unilateralmente e senza preavviso la procedura di mobilità nel corso della chiusura agostana dello stabilimento. Ora la proprietà si dichiara disponibile non solo a riprendere la produzione, ma persino a moltiplicarla, purché le istituzioni autorizzino in cambio la costruzione di un termovalorizzatore. Tuttavia, la procedura di licenziamento non è stata ritirata, né è stato presentato un piano industriale o un progetto concreto di inceneritore.
 
“Oggi 36 lavoratori della Cartiera, più una ventina dell’indotto, rischiano di pagare il prezzo di una situazione di cui non portano alcuna colpa e responsabilità – dichiara Luciano Muhlbauer, primo firmatario dell’interpellanza. E con loro pagherebbe l’intero territorio vogherese, già colpito da diverse crisi aziendali ed occupazionali”.
“In tutta questa vicenda  - aggiunge Muhlbauer - colpisce la totale assenza di trasparenza e il comportamento per nulla limpido di molti protagonisti. Da una parte c’è la Pro-Gest, che si comporta da padre-padrone che non deve rispondere a nessuno, comunicando durante le ferie il licenziamento collettivo, per poi passare a un vero e proprio ricatto sulla pelle dei lavoratori”.
“Dall’altra - prosegue il consigliere regionale - c’è la strana vicenda della centrale elettrica esistente, la cui costruzione fu  autorizzata nel 2001 anche in virtù delle esigenze energetiche della Cartiera, ma che poi non è mai riuscita a fornire l’energia e il vapore necessari alla produzione. Oppure, potremmo citare l’altrettanto strano caso della proposta di inceneritore avanzata al Comune di Voghera già nel 2006, di cui il Sindaco si dichiara però all’oscuro, sebbene la Pro-Gest abbia reso pubblica la relativa lettera regolarmente protocollata”.
“Insomma - conclude Luciano Muhlbauer - ci sono tutti gli ingredienti perché una storia iniziata male finisca peggio. Per questo riteniamo che oggi sia imprescindibile un intervento urgente da parte di Regione Lombardia, affinché la vicenda sia ricondotta sui giusti binari. Cioè, che la Pro-Gest ritiri immediatamente la procedura di mobilità e che si attivi da subito un confronto trasparente tra azienda, istituzioni locali e organizzazioni sindacali tale da permettere ai lavoratori e alla cittadinanza di conoscere e valutare il piano industriale e il progetto di termovalorizzatore”.
 
Comunicato stampa
 
qui sotto puoi scaricare il testo dell’interpellanza
 

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