Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
La partecipazione del Ministro degli Interni Maroni al Comitato provinciale per la sicurezza di Milano si è trasformata in una vera e propria orgia di minacce contro i soliti rom, sans-papiers, accattoni e moschee, ormai ridotti a nemici supremi della sicurezza. Nemmeno una parola, invece, sulla sicurezza sui luoghi di lavoro e sui quei tanti signori che costruiscono tranquillamente infrastrutture e palazzi ricorrendo allo sfruttamento del lavoro irregolare. Ma questo ormai non stupisce più. Si sa, le lacrime di coccodrillo asciugano in fretta.
Tuttavia, Maroni oggi è andato oltre, minacciando esplicitamente anche il centro sociale Leoncavallo, che rischia lo sgombero il 23 giugno prossimo. Cosa c’entri la vicenda del centro sociale con la sicurezza non lo sa nessuno, ma chi se ne frega. L’occasione è troppo ghiotta per regolare un po’ di conti anche con gli avversari politici.
Da anni è in corso a Milano una vera e propria campagna, capeggiata dal vicesindaco, per eliminare dal territorio gli spazi sociali autogestiti o comunque indipendenti. Una campagna talmente intensa che inizia a mettere sotto pressione anche numerosi circoli dell’Arci. E da questo punto di vista l’eliminazione coatta del Leoncavallo, con i suoi trent’anni di storia, rappresenta un obiettivo politico di primaria importanza. Sarebbe come chiudere simbolicamente la stagione dei centri sociali nella nostra città.
Ci sarebbe molto da riflettere per quanti, anche semplicemente democratici, sono stati o sono accomodanti con l’onda traboccante del securitarismo. Com’era prevedibile, se gli argini cedono da una parte, alla lunga nessuno da nessuna parte è più al riparo.
Oggi opporsi alla logica della criminalizzazione delle problematiche sociali e dell’opposizione politica e sociale, voluta in primis da Lega e An, è un dovere democratico. E mobilitarsi per impedire che il centro sociale Leoncavallo venga spazzato via dalla pulizia politica delle destre è semplicemente un atto di buon senso.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
  
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Nella sanità lombarda –e non solo- termini come “razionalizzare” e “modernizzare” hanno il più delle volte un sapore puramente economico. E questo è il caso anche della riorganizzazione in atto presso l’ospedale pubblico Niguarda di Milano, dove la direzione sanitaria prevede di accorpare l’attuale reparto di cardiologia pediatrica (Struttura Complessa di Cardiologia Pediatrica – Sccp) al dipartimento materno-infantile.
Certo, ci sarebbe senz’altro un risparmio economico, ma purtroppo a farne le spese saranno i livelli di assistenza e i piccoli pazienti. Infatti, la cardiologia pediatrica è una disciplina ad alta specializzazione e si occupa prevalentemente di cardiopatie congenite (cioè malformazioni al cuore presenti sin dalla nascita) e la grande maggioranza dei ricoveri è dovuta ad interventi chirurgici o procedure di cardiologia interventiva. Non è dunque un caso che la Sccp, operativa sin dal 1981, faccia attualmente parte del dipartimento cardiologico e cardiochirurgico e non certo della pediatria generale, con la quale ha poco in comune.
In altre parole, questo accorpamento, qualora realizzato, ridurrebbe sì i costi economici per l’ospedale, ma al prezzo dello smantellamento di un reparto di grande valore, riconosciuto anche sul piano nazionale, e dell’assistenza per bambini cardiopatici.
E siccome a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, all’attento osservatore non può sfuggire che nell’area metropolitana milanese ci sono strutture sanitarie private che offrono prestazioni in cardiologia pediatrica, come ad esempio l’Irccs Policlinico San Donato, e che si vedrebbero sicuramente avvantaggiate dal drastico ridimensionamento al Niguarda. Infatti, com’è risaputo, il sistema di rimborso a tariffe vigente in Lombardia fa sì che gli interventi chirurgici siano le prestazioni sanitarie più remunerative per gli ospedali privati.
Già nel 2007 i genitori dei pazienti della Sccp avevano dato vita a un Comitato Genitori al fine di difendere l’esistenza del reparto, ma la direzione sanitaria del Niguarda ha sempre liquidato le loro preoccupazioni con un “le mamme non capiscono”.
Sulla questione è stata presentata un’interrogazione parlamentare il 12 giugno scorso (sen. Baio e Bossoli) e oggi è stata depositata un’interpellanza in Consiglio regionale (Muhlbauer, Agostinelli, Squassina O., Squassina A., Monguzzi).
 
qui sotto puoi scaricare il testo dell’interpellanza sul Niguarda
 

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di lucmu (del 16/06/2008, in Migranti&Razzismo, linkato 696 volte)
Dopo le voci che volevano l’apertura di nuovi Cpt in Lombardia, da Pavia alla Malpensa, ora arriva la smentita ufficiale. Il Ministro degli Interni, Maroni, presente oggi nella Prefettura di Milano, ha rilasciato la seguente dichiarazione: ''Non ci saranno nuovi Cpt in Lombardia'', aggiungendo che saranno realizzati solo nelle regioni in cui attualmente non ci sono, ovvero dieci.
 
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di lucmu (del 14/06/2008, in Migranti&Razzismo, linkato 3677 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 14 giugno 2008 (pag. Milano)
 
Se ne parla poco e spesso soltanto per dovere, ma nel 2008 ricorre un duplice anniversario: sia la Costituzione italiana, che la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo compiono 60 anni di vita. Ambedue sono figlie del loro tempo, dell’immane tragedia della seconda guerra mondiale e della liberazione dal nazifascismo, ed è proprio per questo che nei loro primissimi articoli affermano e codificano quel principio fondamentale e fondante che stabilisce l’uguaglianza degli esseri umani in dignità e diritti, senza distinzione alcuna.
Ma, appunto, se ne parla poco e la memoria si è fatta flebile. Vacilla terribilmente la consapevolezza che il principio di uguaglianza non è una gentile e buonista concessione nei confronti dell’altro, bensì la condizione sine qua non per la tenuta del nostro tessuto democratico e della possibilità di perseguire il progresso sociale. E così, sessant’anni dopo, come se fosse la cosa più normale, si parla di “emergenza rom” nella stessa maniera in cui si parla di “emergenza rifiuti”. E quei pochi –e per giunta divisi- che in questi giorni esprimono preoccupazione sembrano nella migliore delle ipotesi dei marziani.
Eppure, basterebbe leggersi con attenzione l’ordinanza governativa n. 3677 del 30 maggio scorso per sentire un brivido sulla schiena. Stiamo parlando dell’atto che nomina Commissario straordinario il Prefetto di Milano e che ne definisce compiti e poteri, in applicazione della dichiarazione dello “stato di emergenza” nomadi della durata di un anno.
Infatti, il primo compito del Commissario consiste nell’identificazione e censimento delle persone, di cittadinanza sia straniera che italiana, che abitano in “campi autorizzati” e “insediamenti abusivi”, attraverso rilievi segnaletici.
Per capire meglio cosa significa concretamente tutto ciò è opportuno richiamare alla memoria la primissima azione di censimento realizzata a Milano una settimana fa. In quella occasione toccò al campo autorizzato di via Impastato, abitato da un unico nucleo familiare, quello dei Bezzecchi, composto da 35 persone. Sono tutti cittadini italiani, residenti a Milano anche da oltre 40 anni e non risultano denunce o precedenti penali a loro carico. Eppure, per fotografare le carte d’identità rilasciate dal Comune di Milano –perché questo è stato fatto quel giorno!- alle ore 5.30 del mattino si erano presentati una settantina tra poliziotti, carabinieri e vigili, bloccando tutto l’insediamento e mettendo in fila i residenti come dei delinquenti.
Ma al di là delle modalità poliziesche, di per sé ingiustificabili e inquietanti, rimane il fatto che i dati personali così acquisiti vanno a confluire in un archivio speciale e separato, presso la Prefettura, compilato sulla base dell’appartenenza alle popolazioni rom e sinti. In altre parole, cittadini italiani e stranieri, anche se registrati regolarmente all’anagrafe cittadino, vengono schedati su base etnica.
Conclusa la schedatura, stando alla lettera dell’ordinanza governativa, si dovrà poi passare all’azione. Cioè, tutti i rom stranieri che potranno essere espulsi o allontanati, in base alle norme ancora in discussione nel parlamento, andranno cacciati via. Tutti gli altri, invece, andranno “trasferiti” in campi autorizzati, già esistenti o da costruire.
Insomma, se sei un rom o un sinti, per te ci sono solo due destini possibili: l’espulsione o la riduzione in un campo sul modello Triboniano, dove vivi da sorvegliato speciale, munito di bagde per poter entrare a casa tua e schedato in apposito archivio.
Ovviamente, siamo tutti consapevoli che le cose non andranno come dice il governo. Un po’ perché circa il 40% dei rom e sinti sono cittadini italiani e degli altri non tutti potranno essere espulsi, un po’ perché aprire nuovi “campi”, anche se autorizzati, non è molto popolare. Ma nel frattempo la criminalizzazione di un’intera popolazione troverà ulteriore legittimazione e la segregazione spaziale e culturale, anche di cittadini italiani, in base alla classificazione etnica diventerà politica dello stato. Sbagliamo a parlare di fantasmi del passato che bussano alla nostra porta?
Ma ciò che preoccupa di più in tutta questa vicenda è che così poca parte della società e della politica avverte, o voglia avvertire, la gravità di quello che sta succedendo, che non è semplicemente la diffusa ostilità nei confronti dei rom, bensì la rottura con il principio dell’uguaglianza.
Anche l’ordinanza n. 3677 è figlia del suo tempo, cioè del nostro tempo. E da questo punto di vista il dato più drammatico dell’oggi non è tanto lo spostamento a destra del baricentro della politica, quanto quella sorta di strisciante rivoluzione culturale, cioè il rovesciamento di egemonia, che lo rende possibile e potenzialmente duraturo.
Ogni ragionamento, forse, dovrebbe ripartire da qui.
 
qui sotto puoi scaricare l’ordinanza n. 3677 del Presidente del Consiglio dei Ministri del 30 maggio 2008
 

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di lucmu (del 10/06/2008, in Lavoro, linkato 992 volte)
Oggi le opposizioni hanno depositato in Consiglio regionale una mozione urgente sul caso Eutelia S.p.a., al fine di esprimere la solidarietà con i lavoratori e le lavoratrici della società e di impegnare la Giunta regionale a dispiegare tutte le azioni atte a garantire il mantenimento dei siti produttivi sul territorio, in primis quello di Pregnana Milanese, e i livelli occupazionali. La mozione porta le firme dei consiglieri Muhlbauer, Mirabelli, Squassina O., Agostinelli, Squassina A., Cipriano, Civati, Prina, Oriani, Valmaggi, Monguzzi, Fabrizio e Zamponi.
Secondo quanto previsto dalla procedura e dalla prassi del Consiglio, la mozione potrà essere discussa e votata non prima della seduta del 24 giugno prossima e soltanto se ci sarà il consenso di tutti i gruppi politici, cioè anche della maggioranza, affinché venga messa all’ordine del giorno.
Il nostro auspicio è che questo accada e soprattutto che nel frattempo il governo regionale si attivi comunque e con urgenza. Infatti, Eutelia ha avviato la procedura per la cassa integrazione straordinaria per 772 dipendenti (su un totale di 2717), di cui ben 240 nel sito di Pregnana Milanese (su un totale di 550).
La società Eutelia, di proprietà della famiglia Landi, è attiva nei settori delle telecomunicazioni e dell’informatica e rappresenta un caso tipico di crisi aziendale provocata dalle scelte finanziarie del management. Peraltro, la società era entrata in questi mercati in seguito all’acquisizione di due società in difficoltà, la Getronics e la Bull, e non dispone, di fatto, di un piano industriale degno di questo nome.
Per il 18 giugno prossimo è già convocato un tavolo istituzionale sulla crisi del sito di Pregnana Milanese, con la partecipazione della Provincia e del Comune di Milano, del Comune di Pregnana e dell’Assessore regionale al Lavoro.
 
qui sotto puoi scaricare il testo della mozione depositata
 

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di lucmu (del 10/06/2008, in Sanità, linkato 791 volte)
“Giuro di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale”. Queste parole fanno parte della versione moderna del giuramento di Ippocrate che ogni medico è tenuto a pronunciare all’inizio della sua carriera professionale.
Un giuramento che oggi suona come una beffa di fronte all’orrore che ci ha consegnato l’inchiesta della Guardia di Finanza, che ieri ha arrestato 14 persone nella clinica privata Santa Rita di Milano. Infatti, al Santa Rita non solo hanno truffato e rubato, ma hanno ucciso e mutilato dei pazienti a loro affidati, pur di ricavarne un profitto in denaro contante.
Il Santa Rita non è un ospedale clandestino, bensì una struttura regolarmente accreditata presso la Regione Lombardia e dunque parte integrante del sistema sanitario lombardo, che si basa sulla piena equiparazione tra strutture pubbliche e private. Sia le prime, che le seconde si rapportano con l’insieme del sistema sanitario sulla base del sistema di rimborso a tariffe (Drg, acronimo di Diagnosis Related Groups). Cioè, a ogni prestazione sanitaria viene assegnata una tariffa, che la Regione rimborsa alla struttura sanitaria.
Insomma, il moderno ospedale funziona come un’azienda, come ci ricorda anche la stessa denominazione Asl (Azienda sanitaria locale), dove viene effettuato un calcolo tra costi e benefici. In altre parole, ogni prestazione sanitaria, sotto il profilo meramente economico, può essere valutata in base al margine di profitto, derivante dalla differenza tra spese sostenute dall’ospedale e ammontare del relativo rimborso regionale.
Vi ricordate lo scandalo lombardo delle camere iperbariche di qualche anno fa, esploso soltanto quando qualche paziente era deceduto? Era la medesima storia. Cioè, le strutture sanitarie avevano scoperto che tale prestazione permetteva un notevole margine di profitto e allora furono prescritte cure con camera iperbarica anche a chi non ne aveva bisogno.
Ma le truffe ai danni del sistema sanitario non si contano più. Certo, non se ne parla tantissimo a livello pubblico, perché in Lombardia criticare il sistema di governo del potente Formigoni non è molto popolare, specie sui mezzi di informazione main-stream. Ma le inchieste di magistrati e guardia di finanza non si sono mai fermate e qui basti ricordare che soltanto nelle ultimissime settimane sono finiti indagati due medici dell’ospedale San Raffaele di Milano (quello di don Verzé) e il direttore generale dell’assessorato regionale alla Sanità, Carlo Lucchina. L’accusa è sempre la medesima: truffa.
Il Santa Rita è certamente un caso limite, poiché lì non si sono fermati nemmeno davanti alla vita umana, ma la logica è la stessa. Se si trasforma la salute in una merce qualsiasi, con i suoi costi di produzione e suoi benefici economici, il risultato è che la persona, il paziente e i suoi legittimi diritti e interessi finiscono in secondo piano.
Attorno al sistema sanitario lombardo, vero e proprio paradiso della sanità privata, non solo si sono sviluppati interessi potentissimi, ma di fatto la sanità rappresenta il capostipite del modello Formigoni. E così, anche le ultime leggi regionali sui servizi per il lavoro o sull’istruzione e la formazione professionale si ispirano allo stesso modello, cioè i servizi pubblici possono essere gestiti dai privati, i quali non devono nemmeno camminare sulle proprie gambe, visto che godono di un finanziamento strutturale e assicurato da parte del pubblico.
A nulla servono le lacrime di coccodrillo dell’Assessore alla Sanità, il leghista Bresciani, e l’accanita autodifesa del Presidente Formigoni. Il problema non è qualche mela marcia, ma quel sistema dell’accreditamento e della privatizzazione assistita che permette che il marcio proliferi.
 
P.S. è sicuramente vero che nel nostro paese le intercettazioni telefoniche sono troppe, ma senza le intercettazioni la guardia di finanza non avrebbe mai scoperto i crimini che si commettevano al Santa Rita…
 
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Quanto successo stamattina nel piccolo insediamento rom di via Impastato a Milano ci lascia sbigottiti e sconcertati e, soprattutto, getta un’ombra pesante sulle nostre istituzioni. Tanto per capirci, quello che è successo oggi a Milano sarebbe considerato totalmente illegale nella Francia di Sarkozy.
Infatti, in questi giorni è partito il “censimento” dei rom presenti nell’area metropolitana, come deciso dal Commissario straordinario per l’emergenza rom, il Prefetto Lombardi. E così, stamattina all’alba una cinquantina tra agenti della Questura e della Polizia Locale di Milano e Carabinieri ha bloccato il “campo” di via Impastato, impedendo ai presenti di allontanarsi e procedendo all’acquisizione e alla copiatura dei documenti di identità.
Vista la pessima aria che tira, si direbbe nulla di straordinario, se non fosse per alcuni particolari molto significanti. Cioè, il “campo” di via Impastato, autorizzato dal Comune di Milano e in piena regola, è abitato da circa 35 persone, appartenenti alla famiglia Bezzecchi. Sono tutti cittadini italiani da generazioni e residenti a Milano, i meno giovani tra loro da lunghi decenni. E, infatti, i documenti di identità copiati e schedati dalle forze dell’ordine altro non erano che le normalissime carte d’identità del Comune di Milano.
Quindi, tutti schedati, compreso l’anziano Bezzecchi che porta con sé una memoria greve. Quella del suo internamento, perché zingaro, nel campo di concentramento fascista di Tossicia nei primi anni Quaranta e quella dello sterminio di suo padre, sempre perché zingaro, nel campo di concentramento nazista di Birkenau.
Insomma, se la Prefettura e il Comune volevano sapere chi sono costoro che abitano in via Impastato, bastava consultare il computer dell’anagrafe. Che l’intervento di oggi non possa trovare giustificazione alcuna è peraltro confermato dal fatto che non risultano da nessuna parte denunce penali di alcun tipo, per il semplice motivo che i cittadini del “campo” lavorano e si guadagnano il pane con il sudore della fronte.
La verità è che ormai il clima di ostilità preconcetta nei confronti delle popolazioni sinti, rom e camminanti, in buona parte costruito ad arte da una politica senza scrupoli, ha superato anche l’ultimo limite, quello più delicato. Quando le istituzioni pubbliche procedono a schedature di massa su base etnica, con metodi spicci e polizieschi, e persino a prescindere dai concetti di cittadinanza e di eguaglianza davanti alla legge, allora siamo di fronte all’inaccettabile, alla rottura con la nostra Costituzione e con la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. In altre parole, si sta materializzando il fantasma del razzismo istituzionale.
Il Commissario Lombardi ha il preciso dovere di porre immediatamente fine a queste pratiche contrarie all’umanità e allo stato di diritto. E le forze politiche e sociali, gli uomini e le donne della nostra città che hanno a cuore la democrazia e il futuro hanno il dovere di ribellarsi a questa porcheria.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 05/06/2008, in Migranti&Razzismo, linkato 645 volte)
Il Ministro Maroni ha annunciato a diverse riprese e formalmente che entro l’estate saranno aperti dieci nuovi Cie, ex-Cpt, cioè i centri di detenzione per immigrati privi di regolare permesso di soggiorno, tra cui almeno uno anche in Lombardia. E ripetutamente la stampa ha riportato notizie circa la loro possibile localizzazione, in particolare una caserma dismessa a Pavia e, secondo il Corriere della Sera di oggi, le aree di proprietà di Regione Lombardia nei pressi dell’aeroporto di Malpensa.
È risaputa la nostra opinione su tali strutture per la detenzione amministrativa, a causa della loro manifesta inutilità, dei costi astronomici che comportano e soprattutto del vero e proprio vulnus giuridico che rappresentano, visto che vengono imprigionate de facto delle persone che non hanno commesso alcun reato. E la possibilità che questa detenzione possa prolungarsi fino a 18 mesi non fa che rafforzare la nostra decisa contrarietà e opposizione politica e civile.
Ma, al di là delle diverse e contrastanti opinioni esistenti nella società, riteniamo doveroso e urgente che il governo regionale informi la cittadinanza e chiarisca cosa sta succedendo. È prevista o meno l’apertura di uno o più Cie sul territorio regionale? È prevista l’apertura di un Cie nei pressi di Malpensa su aree di proprietà della Regione nei comuni di Lonate Pozzolo, Somma Lombardo e Ferno? Di che strutture si tratta e come intende il governo lombardo intervenire affinché queste siano compatibili con un regime di detenzione fino a 18 mesi e il rispetto dei diritti umani?
Oggi in Consiglio regionale abbiamo depositato un’interrogazione con queste domande e siamo convinti che sia nell’interesse di tutti che si ponga subito fine alle voci di corridoio e alle indiscrezioni, evitando dunque di far trascorrere l’abituale tempo biblico prima di fornire una risposta. Insomma, la Giunta regionale chiarisca immediatamente.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
qui sotto puoi scaricare il testo dell’interrogazione
 

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Regione Lombardia, come tutte le istituzioni pubbliche, stanzia regolarmente dei fondi per finanziare sponsorizzazioni e partecipazioni a eventi di natura istituzionale, culturale o sportiva. E questo va sicuramente bene, sempre che si rispetti il pluralismo e la trasparenza. Ma che vengano stanziati ben 120mila euro a favore del Meeting annuale di Comunione e Liberazione che si svolgerà a Rimini tra il 24 e il 30 agosto, ci pare un eccesso ingiustificabile.
Beninteso, 120mila euro non è nemmeno la cifra definitiva che Regione Lombardia spenderà per partecipare all’evento, bensì soltanto quanto corrisposto direttamente agli organizzatori del meeting per la “concessione di spazi espostivi e di visibilità”. Infatti, occorrerà aggiungere ulteriori costi per quanto riguarda l’allestimento, il personale impiegato ed eventuale materiale pubblicitario, ma questi non risultano quantificati dalla delibera regionale n. 7166 del 24 aprile scorso.
Che vi sia un’evidente sproporzione in questi 120mila euro risulta peraltro da un semplice paragone con un’altra sponsorizzazione, del tutto simile e contenuta nella medesima delibera. Cioè, il governo regionale ha stanziato 50mila euro per una settimana di presenza istituzionale all’Expo di Saragozza 2008.
Oggi abbiamo quindi depositato un’interrogazione alla Giunta per sapere quali sono i criteri che hanno motivato uno stanziamento di tale entità e quali saranno i costi aggiuntivi, allo stato sconosciuti, che dovrà affrontare il bilancio regionale.
Attendiamo ovviamente la risposta all’interrogazione per esprimere un giudizio definitivo, ma sin d’ora pare evidente che i conti non tornano. O meglio, i conti tornano benissimo se consideriamo che la sponsorizzazione riguarda una manifestazione del movimento politico-religioso al quale appartiene il Presidente Formigoni.
E in tempi di vacche magre, dove ogniqualvolta si parla di spesa sociale, per il lavoro o per la casa i governanti lombardi ci rammentano che bisogna risparmiare e tagliare, questo eccesso ci sembra francamente immorale e inaccettabile.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
qui sotto puoi scaricare il testo dell’interrogazione
 

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Il Prefetto Lombardi è un uomo cauto, spesso fin troppo. E così capita che la cautela si trasformi in immobilismo o subalternità a questo o quel potere politico, come successe ai tempi del rogo di Opera, vero e proprio atto costituente della nuova fase della caccia allo zingaro.
Ora il prefetto Lombardi è stato nominato Commissario straordinario per l’emergenza rom e tutti lo tirano per la giacchetta più di prima, dall’incontenibile De Corato, il maestro degli sgomberi senza sbocchi e umanità, fino a Penati, neofita dell’opzione campi zero e mandiamoli via tutti. Né De Corato, né Penati si preoccupano peraltro di spiegare alla cittadinanza cosa dovrebbe succedere ai rom e ai sinti che comunque non possono essere espulsi, pardon allontanati, perché in regola oppure perché cittadini italiani, come quasi metà di loro.
Lombardi, da uomo cauto, ha mostrato a diverse riprese di essere consapevole del problema, ma le sue odierne dichiarazioni sono francamente inquietanti, poiché parla soltanto di campi autorizzati, da gestire su un modello persino più restrittivo di quello del Triboniano.
Ebbene, al Triboniano vige uno stretto controllo di polizia, dove i rom devono firmare un “patto” che li impegna a rispettare la legge, cosa che peraltro chiunque è tenuto a fare a prescindere dai pezzi di carta, e soprattutto vivono praticamente da sorvegliati speciali.
Quindi, che cosa significa “andare oltre il modello Triboniano”? E soprattutto, si considera ogni persona, minori compresi, da rinchiudere in campi speciali soltanto perché appartenente alla popolazione rom o sinti e anche qualora si tratti di cittadino italiano? Se fosse così, saremmo davvero di fronte a una edizione moderna delle leggi razziali.
Chiediamo quindi al Commissario straordinario di spiegare pubblicamente cosa intende fare e quali politiche intende costruire per favorire l’inclusione sociale e civile, a partire da quelle abitative, per evitare che in Lombardia si faccia largo un diritto speciale su base etnica, dove una bambino viene istituzionalmente condannato alla segregazione ancora prima di crescere.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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