Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Non ha sorpreso, in fondo, ma ha fatto impressione lo stesso vedere ieri sera al Tg quella conferenza stampa dei firmatari delle “proposte delle parti sociali”, dove il capo di Confindustria, Emma Marcegaglia,ha parlato a nome di tutti, compresa la Cgil.
Non ha sorpreso il patto tra banche, imprese e sindacati e il “documento comune” (vedi allegato) con le proposte da presentare a Governo e opposizione, perché le premesse c’erano già tutte, dalla firma dell’accordo interconfederale sulla rappresentatività del 28 giugno scorso fino al clima da unità nazionale attorno alla pesantissima manovra economica di qualche settimana fa.
Ma, appunto, fa impressione lo stesso. Un po’ per i tempi, perché colpisce la rapidità con la quale hanno trovato piena conferma le preoccupazioni e le critiche circa la firma della Cgil dell’accordo del 28 giugno, allora da troppi respinte con sufficienza. E un po’ perché quella iniziativa certifica l’inconsistenza –e quindi l’inesistenza- dell’alternativa politica al quadro esistente.
Insomma, basta uno sguardo al documento comune delle parti sociali, al quale il Governo ha risposto con i suoi otto punti (vedi sempre allegato), per capire qual è l’indicazione politica che ne viene fuori. Cioè, allo stato esiste un ampio consenso tra le “parti sociali” (segreterie dei sindacati confederali, vertici degli imprenditori e management delle banche) rispetto alla necessità di liberarsi di Berlusconi, considerato ormai ingombrante e cotto, e di definire un quadro di governo, dello Stato e della crisi, che abbia ampie basi bipartisan e che non si discosti dalle linee strategiche indicate dalla Commissione Europea.
In sintesi, il quadro politico post-berlusconiano prevede larghe intese e non è in discussione chi deve pagare la crisi e i costi della speculazione finanziaria (cioè: redditi da lavoro dipendente, risparmi famiglie, welfare, servizi pubblici). A questo proposito, è altamente significativo che proprio ieri Marchionne sia intervenuto a distanza, essenzialmente per collocarsi in quel nuovo quadro.
Certo, nulla è e nulla sarà lineare e scontato, perché Berlusconi non è uomo da mettersi da parte così facilmente, perché le contraddizioni tra i firmatari del patto e i loro alleati politici sono sempre presenti, perché la crisi non accenna a fermarsi e produce instabilità eccetera eccetera.
Ma, comunque sia, dobbiamo prendere atto che in questo momento la situazione è questa e che, quindi, dobbiamo guardare all’autunno con la consapevolezza che c’è poco da sedersi sugli allori della primavera e molto, invece, da lavorare e costruire.
 
di Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il documento comune delle parti sociali del 4 agosto (ABI, ALLEANZA COOPERATIVE ITALIANE (CONFCOOPERATIVE, LEGA COOPERATIVE, AGCI), ANIA, CGIL, CIA, CISL, CLAAI, COLDIRETTI, CONFAGRICOLTURA, CONFAPI, CONFINDUSTRIA, RETEIMPRESE ITALIA (CONFCOMMERCIO, CONFARTIGIANATO, CNA, CASARTIGIANI, CONFESERCENTI), UGL, UIL, nonché il documento presentato dal Governo.
 

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di lucmu (del 25/08/2011, in Lavoro, linkato 981 volte)
Il 6 settembre c’è lo sciopero generale contro la manovra economica bis del Governo. L’ha proclamato la Cgil due giorni fa e questa è una prima buona notizia. Ieri anche le organizzazioni sindacali di base Usb, Slaicobas, ORSA, Cib-Unicobas, Snater, SICobas e USI hanno proclamata lo sciopero generale, convergendo sulla data del 6 settembre. E questa è la seconda buona notizia, perché interrompe il sempre più incomprensibile rituale della moltiplicazione delle date, offrendo finalmente un unico momento, sebbene con piazze e piattaforme separate, dove far confluire l’indignazione e  l’opposizione sociale contro una manovra palesemente iniqua e oscenamente classista.
Ma, ahinoi, le buone notizie finiscono qui. E non ci riferiamo tanto e soltanto alle cose universalmente note, dal condizionamento internazionale fino alla complicità filogovernativa di Cisl e Uil, passando per la febbre da unità nazionale di buona parte dell’opposizione parlamentare, ma piuttosto all’altalenante politica della stessa Cgil.
Già, perché c’è da farsi venire il mal di mare di fronte ai repentini cambiamenti di linea da parte del gruppo dirigente della confederazione. Infatti, nel giro di poche settimane siamo passati da una Cgil versione union sacrée, che presenta al Governo un documento insieme a Cisl, Uil, Confindustria e banchieri, a una versione barricadera, che indice da sola lo sciopero generale, manda a quel paese Bonanni e fa arrabbiare Bersani. E come se non bastasse, uno dei punti qualificanti dello sciopero è la sacrosanta richiesta di eliminare l’articolo 8 del decreto-legge del 13 agosto scorso (vedi allegato), il quale generalizza e legittima i contratti aziendali in stile Marchionne, prevedendo persino la possibilità di derogare alle leggi, compreso lo Statuto dei Lavoratori, ma al contempo la segreteria della Cgil ribadisce la piena fedeltà all’accordo interconfederale del 28 giugno scorso, che di quell’articolo 8 è il padre legittimo.
Insomma, anche tenendo conto che il Ministro Sacconi e tutto il Governo giocano sporco e cercano in tutti i modi di creare zizzania nel campo avverso, non si può non concludere che la Cgil stia navigando a vista, senza una strategia chiara. E così, la Cgil continua a stare in mezzo al guado, continuamente tirata per la giacca di qua e di là, esattamente come ai tempi di Epifani. Eppure, ora è molto peggio e non soltanto perché quello stare in mezzo al guado logora e non può durare all’infinito, ma soprattutto perché la Segreteria Camusso era nata proprio per superare l’indefinitezza, per traghettare l’organizzazione verso il riavvicinamento con la Cisl e per regolare i conti con la Fiom. Cioè, detto altrimenti, per riposizionare la Cgil su una linea meno conflittuale e più accomodante, anche in vista di un eventuale cambio di governo.
Ebbene, quel riposizionamento finora non ha funzionato e, peggio, non è stato compreso da molta parte dell’organizzazione, ma in cambio ha prodotto parecchi danni. E allora, è lecita e persino doverosa la domanda se il 6 settembre si fa sul serio oppure se si cerca semplicemente di dare un colpo alla botte dopo averne dato uno al cerchio.
Da parte nostra, riteniamo che sia imprescindibile impegnarsi perché lo sciopero generale riesca il più possibile, che mobiliti i lavoratori e le lavoratrici e che coinvolga anche altri settori sociali. Lo pensiamo, anzitutto, perché quella manovra non cambierà con le chiacchiere, come vorrebbe far credere Bonanni, e l’autunno sarà ancora lungo. E, soprattutto, lo pensiamo perché non siamo di fronte a una questione congiunturale, bensì strutturale.
Loro non cercano soltanto di “mettere in ordine i conti”, bensì di riscrivere il modello sociale e politico in senso peggiorativo (per chi vive del proprio lavoro o neanche ce l’ha, si intende). Ecco perché, tanto per fare un esempio, troviamo nella manovra anche cose come la soppressione delle festività del 25 Aprile e del 1° Maggio, che non cambierà di una virgola lo stato del debito pubblico o dello sviluppo economico, ma che in cambio ha un’alta e deleteria valenza politica.
Insomma, questa sciopero generale va fatto, ma sul serio!
 
Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo integrale della manovra economica bis, cioè il decreto-legge n. 138 del 13 agosto 2011
 

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di lucmu (del 31/08/2011, in Politica, linkato 1082 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 31 agosto 2011
 
“Nessuno aveva nulla da obiettare sui privilegi dei nobili di Francia, fin quando essi assicuravano un governo alla nazione”. Forse quelle parole di Voltaire non dicono tutto, ma indubbiamente illuminano il nocciolo della questione. Cioè, ieri come oggi, questione morale e questione politica sono inscindibili. Anzi, il dilagare dell’immoralità pubblica è direttamente proporzionale all’intensità della crisi politica.
Ecco perché non ha senso discutere della questione morale come se fosse una cosa separata. Sarebbe soltanto un esercizio di ipocrisia e di autoassoluzione. E questo vale in generale e vale anche per il caso Penati, comunque vada a finire la sua vicenda giudiziaria.
Già, perché quei “dimettiti” e “rinuncia a” sparati ormai a raffica all’indirizzo di Penati, dopo la reticenza iniziale, non convincono. In fondo, Filippo Penati non è proprio una meteora. Anzi, è stato Sindaco, Segretario provinciale, Presidente della Provincia, coordinatore della Segreteria nazionale, candidato alla Presidenza regionale e vicepresidente del Consiglio regionale.
Ma soprattutto è stato l’ispiratore, il simbolo e il capofila di quel Pd del Nord, che postulava la risalita della china in terra nemica mediante un’operazione culturale che portasse i democratici ad assomigliare sempre di più all’avversario e ad integrarsi sempre maggiormente nel sistema di potere esistente. Ed ecco, dunque, il Penati che parlava come la Lega e De Corato, coltivava rapporti ravvicinati con Cl ed annessi, emetteva scomuniche contro la cultura del 68 e, ovviamente, definì una politica delle alleanze incentrata sulla rincorsa del centro e sulla rottura a sinistra.
Molto difficile, dunque, sostenere che il caso Penati riguardi soltanto Penati. Beninteso, il punto non è processare il Pd, come vorrebbe la destra. Infatti, anche nel periodo di massima forza del penatismo vi fu chi dentro il Pd dissentì e si oppose, così come fuori dal Pd vi fu chi non si oppose e, anzi, condivise. No, il punto è un altro ed è tutto politico. Cioè, occorre finirla con quella tragica rimozione della politica, perché a disintegrare ogni presunta “diversità” e a costruire il brodo di coltura dell’affarismo fu proprio la concezione penatiana della politica. E, peraltro, senza nemmeno realizzare l’obiettivo che doveva giustificarla, cioè la risalita della china. Anzi, il penatismo è stato foriero di sconfitte ed arretramenti.
L’esempio forse più lampante sono senz’altro le elezioni regionali del 2010. Penati non solo ha rotto il fronte dell’opposizione a Formigoni, estromettendo Rifondazione, senza però riuscire ad arruolare l’Udc, ma soprattutto ha realizzato un risultato assolutamente negativo, collocandosi ben 10 punti sotto quello del compianto Riccardo Sarfatti del 2005.
Soltanto un anno più tardi Giuliano Pisapia avrebbe vinto le elezioni a Milano, con una politica che era l’esatto opposto di quella di Penati. Anche per questo, risultano più che stucchevoli i tentativi di coinvolgere Pisapia, specie se provengono da esponenti dello stesso centrosinistra.
Sarebbe un errore straordinario se il Pd insistesse nella rimozione della questione politica, magari illudendosi di salvare il salvabile. È vero il contrario, semmai, e basta guardarsi attorno. La primavera dei sindaci e dei referendum sembra già lontana, le due manovre finanziarie hanno un segno classista esplicito e il Governo sembra redivivo e capace di sopravvivere a questo autunno, mentre l’opposizione parlamentare si azzuffa addirittura sullo sciopero generale.
Insomma, o il Pd trova la lungimiranza di cogliere l’occasione per un rinnovamento politico serio oppure il prezzo lo pagheremo tutti noi, con altri Penati e nuove sconfitte.
 
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Arriva lo sciopero generale, convocato sia dalla Cgil, che da larga parte del sindacalismo di base. I tempi per prepararlo sono stati stretti, strettissimi, ma ahinoi chi comanda non sempre aspetta i tempi di chi si oppone. Anzi, non lo fa quasi mai e nel nostro caso la manovra bis, quella che cambia ogni due giorni, ma alla fine comunque il conto lo paga chi lavora (o chi lo cerca) e non chi ha provocato la crisi, era stata varata a metà agosto e il 6 settembre inizia il dibattito in Senato.
Insomma, in ogni caso, questo non è che l’inizio. Ma bisognava pure iniziare, o no? Importante, poi, è proseguire, ma sul serio, contro la manovra, ma anche oltre, per cacciare questo governo e le sue politiche. Per ridare la parola agli elettori, beninteso, e non certo per fare pateracchi, cioè governi di “unità” o “responsabilità” nazionale!
C’è anche già un altro appuntamento, o un’altra tappa del percorso, se preferite: il 15 ottobre prossimo ci sarà la giornata europea dell’indignazione lanciata dai movimenti spagnoli. Molte realtà italiane stanno lavorando per farla riuscire alla grande anche in Italia, magari a Roma. Noi siamo d’accordo con loro.
Comunque, tornando all’inizio, ecco gli appuntamenti milanesi per la sciopero generale, cioè i due cortei cittadini e l’iniziativa lanciata dalla Fiom e da diverse realtà cittadine per lunedì sera, alla quale vi proponiamo di partecipare:
 
Lunedì 5 settembre – dalle ore 20.30 – piazza Affari – “NOI NON GIOCHIAMO IN BORSA, FACCIAMO SUL SERIO PAGHI LA CRISI CHI L’HA PROVOCATA” (in fondo riproduciamo l’appello integrale con le firme).
 
Martedì 6 settembre – sciopero generale:
  • ore 9.00, P.ta Venezia, per il corteo convocata dalla Cgil;
  • ore 9.30, L.go Cairoli, per il corteo convocato da Usb, Slaicobas, ORSA, Cib-Unicobas, Snater, SICobas e USI
Ci vediamo in piazza!
Luciano Muhlbauer
 
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NOI NON GIOCHIAMO IN BORSA,
FACCIAMO SUL SERIO
PAGHI LA CRISI CHI L’HA PROVOCATA
 
LUNEDI’ 5 SETTEMBRE ORE 20.30
APPUNTAMENTO IN PIAZZA AFFARI
 
Non è il “tifone Irene”, non è un evento naturale.
La crisi ha madri e padri, che non siamo noi.
E’ il prodotto di un sistema, violento e ingiusto, retto dall’invisibile e potente “re mercato” che piega il mondo, ne definisce o annulla i confini, scrive e riscrive le regole cui tutto è subordinato: la vita, la terra e le sue risorse, le istituzioni, il sociale, la politica.
E’ il risultato del dominio dei pochi gestori della finanza su tutto e su tutti ed è insopportabile che proprio chi ha creato la crisi possa arbitrariamente decidere a chi farla pagare.
La ricetta è velenosa: guerra; negazione e cancellazione dei diritti; tagli allo stato sociale (dove c’è); aumento delle disuguaglianze ovunque; restringimento degli spazi di democrazia.
Nel nostro paese, la manovra che Governo e Confindustria cercano di far passare sta in questo schema globale.
È una manovra di classe che traduce (e peggiora) i diktat della Banca Centrale Europea e che interviene anzitutto sul mondo del lavoro distruggendo il contratto nazionale, regalando alle imprese persino la liberà di licenziare, che privatizza ciò che non può essere privatizzato, che penalizza chi non può più essere penalizzato.
Noi contestiamo questa manovra che distrugge i diritti del lavoro e sociali e abbiamo un obiettivo immediato: impedire che venga varata.
Ma poi non ci possiamo fermare. Dobbiamo fare in modo che lo sciopero generale del 6 settembre blocchi davvero il paese, che sia mobilitazione di tutte e di tutti.
Dobbiamo fare in modo che sia tappa non momento conclusivo di una lotta unificante che si deve estendere e connettersi con le mobilitazioni in atto e in programma negli altri paesi (dalla Spagna, all’Inghilterra, alla Grecia) per dire basta all’Europa dei banchieri, degli speculatori e dei “saldi di bilancio” da raggiungere sulla pelle dei giovani e dei lavoratori.
 
INVITIAMO LA MILANO CHE NON SI RASSEGNA A FAR SENTIRE LA PROPRIA VOCE
LUNEDI’ 5 SETTEMBRE, A PARTIRE DALLE 20.30 DAVANTI ALLA BORSA IN PIAZZA AFFARI.
 
FIOM MILANO
COMITATO OLTRE IL 16 OTTOBRE” ZONA 5
ZAM-ZONA AUTONOMA MILANO
POPOLO VIOLA MILANO – RETE GRUPPI LOCALI
MOVIMENTO SCUOLA PRECARIA MILANO
LABORATORIO DI PARTECIPAZIONE STUDENTESCA
FEDERAZIONE DELLA SINISTRA – PRC MILANO
SINISTRA CRITICA MILANO
LISTA CIVICA “UN’ALTRA PROVINCIA”
PDCI MILANO
ITALIA DEI VALORI MILANO
GIOVANI COMUNISTI MILANO
PROGETTO ALTEREGO MILANO
 
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La manovra è stata riscritta ancora una volta, ma in questo caso si tratta probabilmente della versione definitiva. Infatti, il Governo ha presentato un maxiemendamento sostitutivo del ddl di conversione del decreto legge n. 138 del 13 agosto scorso, ponendovi la questione di fiducia. In altre parole, niente più discussioni e la manovra, così modificata, sarà approvata dal Senato già stasera, per poi passare alla Camera.
Una risposta più che eloquente, nella sua arroganza, al riuscito sciopero generale della Cgil e del sindacalismo di base di ieri, che ha visto un sensibile aumento delle adesioni sui posti di lavoro, privati e pubblici, rispetto alle occasioni precedenti. Cioè, non solo i lavoratori e le lavoratrici vengono mandati brutalmente a quel paese, ma nel frattempo il carattere iniquo e classista della manovra è stato pure accentuato.
Anzitutto, viene confermato il famigerato articolo 8, in una versione persino peggiorata, che permette ai contratti aziendali di derogare sia ai contratti nazionali, che alle leggi in materia di lavoro. Detto altrimenti, si decreta con questa manovra la fine del contratto nazionale, dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (cioè, del divieto di licenziare senza giusto causa) e del divieto di controllare e spiare i lavoratori sul luogo di lavoro.
In secondo luogo, in extremis viene introdotto l’aumento dell’età di pensionamento a 65 anni anche per le donne del settore privato, già a partire dal 2014, e l’aumento dell’Iva dal 20 al 21%. Poi ci sarebbe anche quel ridicolo “contributo di solidarietà” del 3% per i redditi superiori a 300mila euro, ma meglio stendere un velo pietoso…
Ci fermiamo qui, rinviando alla lettura del maxiemendamento, che trovate in allegato. Certo, non è una lettura facile, perché scritto nel linguaggio del legislatore, ma in cambio si possono conoscere le cose così come stanno e senza doversi affidare ai sentiti dire.
Infine, un’ultima considerazione. Se possono fare quello che stanno facendo, nel modo in cui lo stanno facendo, è anche perché l’opposizione è troppo debole e troppo inconsistente, perché non riesce ad indicare un’alternativa e, anzi, balbetta di governi di unità o responsabilità nazionale. E questo nel migliore dei casi, perché poi c’è anche chi collabora attivamente con le politiche del Governo, come la Cisl di Bonanni. Insomma, senza tutte queste debolezze (chiamiamole così…) e collaborazioni difficilmente un governo alla frutta potrebbe fare queste cose.
Ma per noi tutto questo significa semplicemente quello che in fondo già sapevamo. Cioè, il 6 settembre era solo l’inizio e l’autunno sarà ancora lungo!
 
Luciano Muhlbauer
 
Cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo originale del maxiemendamento al decreto legge n. 138 del 13.08.2011. Per leggere invece il testo del decreto che viene emendato, puoi cliccare qui.
 

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di lucmu (del 14/09/2011, in Migranti&Razzismo, linkato 1120 volte)
Sono passati tre anni da quella domenica mattina, quando Milano si svegliò con la notizia che un giovane di 19 anni era stato ammazzato a sprangate in via Zuretti. Si chiamava "Abba" Abdoul Guibre, viveva nella vicina Cernusco sul Naviglio e la sua famiglia era originaria del Burkina Faso. I suoi assassini, padre e figlio, lo avevano inseguito e aggredito perché aveva sottratto due biscotti nel loro bar.
Al processo gli accusati avrebbero tentato di attenuare le loro responsabilità dicendo che erano convinti che fosse stato rubato anche l’incasso della notte, ma i testimoni si sarebbero ricordati soprattutto delle grida a sfondo razzista, tipo “negri di merda”.
Tre anni sono un tempo breve, eppure quel 14 settembre sembra lontano. Certo, una volta tanto la giustizia è stata celere, con il primo grado nel 2009 e la sentenza d’appello l’anno successivo, ma il punto ci pare un altro. Cioè, è il clima che si respira ad essere lontanissimo da quello che faceva da contorno all’omicidio di Abba e che, anzi, lo aveva ispirato almeno in parte.
Molti forse non si ricordano, o preferiscono non ricordarsi, delle tante parole e considerazioni profuse in quei giorni nei bar, in rete e negli studi televisivi. C’era, per esempio, quel consigliere comunale del centrodestra che parlava di “eccesso di legittima difesa” oppure vi erano quei commenti in rete che dicevano “noi” e “loro”, come se fossimo in guerra e, si sa, in guerra si muore.
Ma soprattutto c’erano i troppi “ma” e “però” che accompagnavano le condanne e il fastidioso ritornello “il razzismo non c’entra” che obbligatoriamente precedeva ogni dichiarazione ufficiale. Una questione, beninteso, che non riguardava soltanto il centrodestra, ma anche molta parte del centrosinistra. Ascoltate cosa dichiarò l’allora Presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, il giorno dopo l’omicidio: “non ho mai inteso dare una connotazione razzista a questo episodio, …è stata una spedizione punitiva, ma non perché il ragazzo era di colore, ma perché aveva rubato”.
In quei giorni furono in pochi a cercare di non annegare nell’ipocrisia dilagante. Ci furono sicuramente l’associazionismo, i movimenti e pezzi sostanziosi della sinistra politica, che promossero una manifestazione di piazza il 20 settembre, ma anche una parte importante del mondo cattolico. Anzi, fu l’Avvenire, il quotidiano dei vescovi, a scagliarsi contro l’autoassoluzione e a porre la domanda più importante: “Se a insinuarsi nel bar fossero stati tre ragaz­zi bianchi, come sa­rebbe andata?”.
Alla fine, comunque, i portavoce dell’establishment si attestarono sulla tesi della “rissa finita male”, dei “baristi balordi” e dei “futili motivi”. Tesi comodissima e tranquillizzante, nonché già ampiamente sperimentata a Milano, come nel caso dell’omicidio fascista di Dax. Neanche i giudici se la sentirono di tirare in ballo il razzismo e condannarono padre e figlio a 15 anni e 4 mesi, confermati in appello, per omicidio volontario aggravato da motivi abietti e futili.
Oggi sono passati tre anni e, appunto, a Milano il clima è molto diverso. Le campagne d’odio della destra non tirano più e “zingaropoli islamica” era miseramente naufragata in campagna elettorale. Tutto bene dunque? Non esattamente, perché se da una parte i primi 100 giorni di amministrazione Pisapia hanno ri-dimostrato che la famosa “percezione di insicurezza” e l’isteria xenofoba erano indotti dalla politica, dall’altra parte sarebbe da miopi e illusi pensare che sia sufficiente vincere delle elezioni per rovesciare un’egemonia culturale.
Anzi, la crisi e le sue conseguenze sociali, in assenza di alternative, ripropongono drammaticamente il terreno di coltura della xenofobia e del razzismo, come ci ricordano peraltro le vicende del nostro continente, dalla Norvegia all’Ungheria.
Ricordare Abba e la sua vicenda tre anni dopo è, dunque, non soltanto un atto dovuto alla nostra umanità e alla memoria collettiva di Milano, ma anzitutto un’occasione per non abbassare la guardia e rammentarci del futuro.
 
di Luciano Muhlbauer
  
Questo articolo è stato ripreso e pubblicato anche dalla free press on line MilanoX, il 14 settembre, e dal quotidiano il Manifesto, nell’edizione del 15 settembre (con il titolo: “Pensare Abba per guardare al futuro”).
  
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Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale on line Paneacqua il 21 settembre 2011
 
Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più fascista del reame? E, di fronte a un quesito così impegnativo, chi è che grida prima e più forte di tutti “io, io, io”? Ovviamente e immancabilmente lui: Romano La Russa, fratello minore di Ignazio.
Romano non si è trattenuto neanche lunedì, durante la trasmissione “La Zanzara” che va in onda su Radio 24. Ne ha dette di tutti i colori, dal “ma quale dittatura” fino al “c’era molta più libertà allora”, passando per la sputacchiata d’ordinanza sulla Costituzione. E le persecuzioni del Ventennio? Roba da niente per Romano, che peraltro non dedica nemmeno mezza parola a quisquilie come gli omicidi, le torture, i campi di concentramento o le deportazioni. Anzi, la “persecuzione” subita da Berlusconi, dice Romano, è “molto peggio”…
Romano è talmente fascista che pretende di esserlo anche più del fratello Ministro, il quale sarebbe “più tranquillo, sereno e moderato”. E come dargli torto, almeno stando alla cronaca nera? Infatti, dopo la violenta manifestazione del Msi a Milano, il 12 aprile 1973, quando il corteo lanciò delle bombe a mano in mezzo ai poliziotti, ammazzando l’agente Antonio Marino, Ignazio fu “solo” indagato, mentre Romano fu arrestato e finì a San Vittore.
Tuttavia, a questo punto potreste legittimamente chiedervi dove sta lo scandalo. Insomma, di interviste se ne fanno a iosa, di scemenze ne sentiamo a raffica e di fascisti in giro per le nostre città, ahinoi, ce ne sono tanti, alcuni persino con le lame. Tutto vero, ma con una piccola differenza: Romano La Russa fa l’Assessore alla Protezione Civile, Polizia Locale e Sicurezza, su nomina di Roberto Formigoni, nella più ricca e popolosa regione italiana, cioè in Lombardia.
Inoltre, aggiungiamo per completezza di informazione, fa l’assessore in maniera assai immeritata, a meno che non si voglia considerare un merito il fatto di essere il fratello di un Ministro. Questo è quanto ci permettiamo di affermare in base all’esperienza diretta, cioè alla precedente legislatura regionale, quando a Romano La Russa era stato incredibilmente assegnato (e in questa legislatura non riconfermato…) l’assessorato alle attività produttive.
Per quanto mi riguarda, di lui ricordo soprattutto le pochissime sedute di commissione alle quali si presentò, dov’era solito ad offrire un’esibizione di incompetenza e arroganza talmente imbarazzante da riuscire nel miracolo di mandare in escandescenza anche i più moderati e sonnolenti tra gli oppositori. Oppure, se preferite fonti terze, chiedete cosa ne pensano alle numerose maestranze delle aziende in crisi che tentarono di interloquire con l’assessore “alle attività produttive”…
Insomma, in Lombardia ci troviamo con un assessore regionale, con stipendio da assessore regionale, non solo fortemente discutibile sul piano delle competenze –per esprimerci in maniera istituzionalmente corretta-, ma che apertamente rivendica, oggi e qui, il fascismo come un’opzione politica legittima e desiderabile.
Qualcuno dirà che è solo folklore, che non bisogna dare importanza a queste cose. Io non sono d’accordo, perché penso che Romano La Russa sia certamente di poca importanza, ma che non lo sia invece il fatto che lui continui a fare l’assessore regionale e che si faccia finta di niente.
Penso che ci sia un limite a tutto, specie in un momento come questo, dove tutti i limiti vengono superati abitualmente e con una disinvoltura spaventosa. E Romano La Russa ha definitivamente oltrepassato il limite. Della decenza, della sopportabilità, del rispetto e del costituzionalmente compatibile. In altre parole, se ne deve andare. Cioè, il Presidente della Regione, Roberto Formigoni, che gli aveva dato la delega, ora gliela deve togliere. Né più, né meno.
 
Luciano Muhlbauer
 
Se non avete di meglio da fare e volete ascoltarvi tutta l’intervista dell’Assessore regionale, eccola: Deliri fascistoidi del fratello di Ignazio La Russa (La Zanzara, 19/09/2011)
 
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Ieri è stato firmato definitivamente l’accordo interconfederale del 28 giugno scorso. Ha firmato anche la Cgil, nonostante le bufere estive e l’articolo 8 della manovra finanziaria e senza aver realizzato nemmeno la famosa e tanto reclamizzata consultazione interna.
Secondo la Segreteria della Cgil, così facendo sarebbe stato sterilizzato il micidiale articolo 8 della manovra finanziaria. Fausto Durante, leader della minoranza interna della Fiom, parla addirittura di un “colpo mortale” per l’articolo 8. Prova di tutto questo, nonché giustificazione della mancata consultazione, sarebbe l’intesa applicativa, cioè le cinque righe e mezzo aggiunte in fondo al testo del 28 giugno. Eccole:
 
Confindustria, Cgil, Cisl e Uil concordano che le materie delle relazioni industriali e della contrattazione sono affidate all’autonoma determinazione delle parti. Conseguentemente, Confindustria, Cgil, Cisl e Uil si impegnano ad attenersi all’Accordo Interconfederale del 28 giugno, applicandone compiutamente le norme e far sì che le rispettive strutture, a tutti i livelli, si attengono a quanto concordato nel suddetto Accordo Interconfederale.
 
Ebbene, proviamo a fare una traduzione in italiano corrente di quanto scritto.
Primo, Confindustria e i tre sindacati confederali concordano che quanto previsto dall’articolo 8 sarà applicato soltanto nella misura in cui sarà condiviso dai firmatari e, sostanzialmente, nei limiti delle materie trattate dall’accordo stesso. Cioè, fintantoché reggerà l’accordo volontario tra i firmatari, non si procederà a derogare lo Statuto dei Lavoratori (legge 300/70) in materia di licenziamenti senza giusta causa.
Secondo (perché non bisogna leggere soltanto le prime righe, ma anche le ultime), fissare nero su bianco e in termini perentori che tutte le strutture, a tutti i livelli, delle rispettive associazioni sono tenute al rispetto di quanto scritto nell’accordo non è semplicemente una generica clausola di salvaguardia per impedire che qualcuno sia più realista del re, bensì un concretissima mazzata in testa alla Fiom e a chiunque dentro la Cgil, che sia struttura categoriale, territoriale o aziendale, dovesse pensare di non adeguarsi a quanto deciso dalla segreteria confederale. E questo vale anche per i contratti bidone firmati a Pomigliano e Mirafiori, che comunque erano già stati messi in sicurezza dall’articolo 8.
Insomma, a meno che non si pensi che il  compito prioritario della Cgil sia normalizzare la Fiom ed eliminare, più in generale, ogni forma di sindacalismo conflittuale e di rappresentanza autonoma dei lavoratori e delle lavoratrici, non si capisce proprio cosa ci sia da esultare e gioire.
Infatti, non solo l’articolo 8, peraltro inserito e mantenuto nella manovra con il beneplacito della Cisl di Bonanni (cosa che non va dimenticata), rimane pienamente vigente e, quindi, il contenimento della sua piena applicazione è per definizione di natura transitoria, volontaria e precaria, ma lo stesso contenuto dell’Accordo del 28 giugno introduce e legittima di per sé un regime strutturalmente derogatorio del contratto nazionale e di significativo ridimensionamento della democrazia sui luoghi di lavoro.
In altre parole, l’idea di sindacato di Bonanni esce vincente e rafforzata da questa partita e quanti e quante non intendono adeguarsi, dentro e fuori la Cgil, dovranno/dovremo fare delle serie riflessioni. Specie ora, con la crisi e le politiche anticrisi che martellano e con la conseguente necessità di un sindacato che faccia il suo mestiere, invece che occuparsi soltanto di salvaguardare le rendite di posizione dei propri apparati.
Sul piano politico generale, poi, la firma di ieri significa la ricostituzione, in chiave antiberlusconiana, del fronte “delle parti sociali” (vedi nostro articolo di inizio agosto), che era andato in crisi a ferragosto. Una buona notizia almeno questa? Sì e no. Cioè, è sicuramente positivo che ci siano delle prese di distanza da Berlusconi da parte di suoi “complici”, perché significa che forse la sua fine è più vicina, ma non è sicuramente positivo che il cemento politico e sociale dello schieramento alternativo sia la normalizzazione sociale e la convergenza sulle politiche della Bce. Insomma, qualche seria riflessione dovremo farla anche qui.
 
di Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo definitivo dell’Accordo interconfederale del 28 giugno, comprensivo dell’intesa applicativa aggiunta ieri:
 

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di lucmu (del 29/09/2011, in Movimenti, linkato 868 volte)
Infine, la famosa-famigerata lettera “confidenziale” della Banca centrale europea, invocata dal governo Berlusconi per giustificare la pesantissima manovra di ferragosto, comprensiva dell’ignobile articolo 8, è saltata fuori. Il Corriere della Sera l’ha pubblicata stamattina e, nel caso a qualcuno fosse sfuggita, la riproduciamo in calce a queste righe nella traduzione italiana.
Consigliamo vivamente la sua lettura, perché nella sua essenzialità imperativa le ragioni della giornata europea di mobilitazione del 15 ottobre si rinnovano e si rafforzano.
Anzitutto, colpisce la disinvoltura con la quale l’attuale e il futuro presidente della Bce, cioè Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, dettano al capo del governo di un paese sovrano le scelte politiche da adottare. Per carità, lo sapevamo già come vanno queste cose, perché Grecia, Portogallo ecc. stanno lì a ricordarcelo, ma quando vedi questo metodo applicato al tuo paese fa un’altra effetto. Ebbene sì, perché c’è qualcosa che non va in questo tipo di rapporto tra una banca e un governo e un parlamento. Vi ricordate di tutte le analisi critiche della globalizzazione liberista, in materia di democrazia e sovranità popolare, che abbiamo fatto da Marcos e Genova in poi?
In secondo luogo, però, il merito dei “suggerimenti” della Bce non è propriamente originale: privatizzazione dei servizi pubblici locali, smantellamento dei contratti nazionali, libertà di licenziamento, aumento dell’età pensionabile, riduzione degli stipendi nel pubblico impiego e taglio dei trasferimenti agli enti locali. Sono tutte cose già sentite e strasentite sul piano internazionale e a casa nostra, da Sacconi a Marchionne e Marcegaglia, da Bonanni a Berlusconi e Maroni. In altre parole, da questo punto di vista, più che un’imposizione la lettera sembra piuttosto un favore al governo italiano, perché gli consente di non assumersi la responsabilità politica delle proprie azioni. Anzi, c’è di peggio, perché di fronte al diktat europeo non si “piega” soltanto la destra italiana, ma anche buona parte dell’opposizione di centrosinistra. There is no alternative, avrebbe detto la Thatcher.
La verità comprende probabilmente tutti e due gli aspetti che abbiamo evidenziato e, comunque, il risultato finale è sempre il medesimo: la risposta iperliberista alla crisi del neoliberismo e il ridisegno del modello sociale e politico per mezzo della rincorsa del pagamento di un debito palesemente impagabile, non trova opposizione vera e alternative credibili e, anzi, finisce per essere spacciato per un fenomeno naturale.
Fuck austerity grida qualcuno in maniera un po’ ruvida, United for global change dice la parola d’ordine condivisa per il 15 ottobre, alludendo appunto a quel cambiamento e a quell’alternativa la cui necessità tutti e tutte sentiamo, ma che nella realtà non si vedono ancora. Invece, a meno che non vogliamo soccombere e finire strangolati alla maniera greca, cornuti e mazziati, di un’altra punto di vista in campo c’è urgente bisogno. E il 15 ottobre, la giornata europea di mobilitazione lanciata dal movimento degli indignados spagnoli (vedi per esempio Movimiento 15M o Democracia real Ya!), pensiamo sia un’occasione, un punto di partenza o un punto di passaggio, fate voi, per avanzare in quella direzione.
Ebbene, qui in Italia la mobilitazione del 15 ottobre è stata assunta da praticamente tutte le articolazioni di movimento, da molti sindacati (sindacalismo di base, Fiom, autoconvocati, parti della Cgil), dai movimenti dei precari, dagli studenti, da diverse realtà associative, come l’Arci, e da molta parte della sinistra politica.
C’è un accordo generale sul fatto che il 15 ottobre si manifesterà a Roma, con partenza alle ore 14.00 da piazza della Repubblica (piazza Esedra), per arrivare in piazza San Giovanni. A Roma si sta riunendo anche un tavolo nazionale che cerca di mantenere i collegamenti tra le diverse reti e definire una gestione comune della piazza. Tuttavia, ad oggi, i livelli unitari si riducono essenzialmente a questo e a poco altro. Infatti, allo stato non c’è né una trattativa centralizzata con Trenitalia per i trasporti, né accordo su cosa fare, una volta arrivati a San Giovanni.
A nostro avviso, la difficoltà di definire momenti unitari alti, di cui ci sarebbe invece un terribile bisogno, sono dovuti alla complessità della situazione politica, all’assenza di alternative e sbocchi chiari e definiti e, non ultimo, alla questione dell’efficacia delle forme di azione finora sperimentate. E così, in questo inizio autunno sembra prevalere piuttosto la ricerca di autovalorizzazione politica da parte delle diverse reti impegnate verso il 15.
Senza la pretesa di essere esaustivi, segnaliamo soltanto i principali appuntamenti nazionali che in questo senso si sono tenuti o si terranno:
-       24 settembre, Roma, assemblea nazionale di Uniti per l’alternativa (già “Uniti contro la crisi”)
-       24-25 settembre, Bologna, costituente dello sciopero precario
Inoltre, segnalo che gli studenti stanno preparando una mobilitazione in tutte le città per venerdì 7 ottobre e per la maggior parte delle realtà studentesche questa sarà anche occasione per preparare il 15 ottobre.
Per quanto riguarda Milano, le difficoltà nazionali di connettere i diversi punti di vista e percorsi di avvicinamento al 15 ottobre, ha fatto sì che ci volessero ben tre diverse riunioni ed assemblee cittadine perché, alla fine, si realizzasse un primo appuntamento unitario. Questo si è tenuto ieri, mercoledì 28 settembre, presso l’Arci Corvetto ed erano presenti praticamente tutte le realtà interessate. Alla fine si è deciso di costruire un lavoro comune sui terreni della comunicazione pubblica, delle iniziative preparatorie (il countdown) e dei trasporti (verifica treno e/o pullman).
Per tenervi aggiornati da questo punto di vista vi consigliamo in particolare il sito Precaria.org, poiché i compagni e le compagne di San Precario si sono assunti la responsabilità della comunicazione per conto dell’assemblea unitaria.
 
Ebbene, per ora è tutti. Stay tuned, come si suole dire. E, soprattutto, ricordiamoci che la riuscita del 15 ottobre non è garantita da alcuna pozione magica, ma sarà frutto soltanto del lavoro che saremo in grado di mettere in campo tutti e tutte noi.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Lettera Bce al Governo italiano
 
Francoforte/Roma, 5 Agosto 2011

Caro Primo Ministro,

Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un'azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.
Il vertice dei capi di Stato e di governo dell'area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell'euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali». Il Consiglio direttivo ritiene che l'Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali.
Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.
 
Nell'attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:
 
1.Vediamo l'esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l'aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l'efficienza del mercato del lavoro.
a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.
b) C'è anche l'esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L'accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.
 
2.Il Governo ha l'esigenza di assumere misure immediate e deciseper assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L'obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell'1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l'età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.
b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.
c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l'assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo.
 
Vista la gravità dell'attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.
 
3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell'amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l'efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l'uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione). C'è l'esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.

Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.
Con la migliore considerazione,
 
Mario Draghi, Jean-Claude Trichet
 
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Ci risiamo. Per la terza volta in 36 mesi, il governo Berlusconi-Lega tenta di mettere il bavaglio alla rete e di limitare pesantemente la libertà di espressione e di critica sui blog e sui social network. E questa volta bisogna stare molto attenti, perché Berlusconi e il suo governo si sentono in un angolo e, quindi, qualche colpo di mano, al fine di garantire impunità e silenzio, è più che possibile. Anche in tempi brevi, visto che un voto in Parlamento potrebbe essere forzato a giorni da parte della maggioranza.
La prima volta ci tentarono nei primi mesi del 2009, ai tempi della discussione sul  cosiddetto “pacchetto sicurezza”, accogliendo l’emendamento ammazza blog del sen. D’Alia dell’Udc… Allora ci fu una mezza rivolta in rete e l’emendamento venne alla fine cestinato.
Il secondo tentativo risale all’estate di un anno fa, quando la destra tentò di far approvare la cosiddetta legge-bavaglio, finalizzata ad impedire che Berlusconi e i suoi amici venissero intercettati. Ma visto che c’erano avevano inserito anche un apposito comma, secondo il quale qualsiasi “sito informatico”, cioè anche un blog come questo o un pagina di un social network, dovesse pubblicare dei contenuti che danno fastidio a qualcuno, è a rischio richieste di rettifiche entro 48 ore, pena pesanti multe o peggio. Anche quella volta l’operazione non andò in porto, perché vi fu una grande mobilitazione nel paese contro quella legge e perché nella destra iniziarono gli scricchiolii finiani.
Ora, appunto, ci riprovano, con lo stesso testo di legge stoppato in parlamento un anno fa. Ovviamente, a Berlusconi e ai suoi interessano soprattutto le intercettazioni, ma non per questo si sono dimenticati del resto e, quindi, è rimasto anche il famigerato comma 29.
Essendo il ddl uguale a quello di un anno fa, rinviamo a quanto da noi scritto allora e ci limitiamo a riportare in calce il testo completo del comma 29, che pensiamo sia abbastanza chiaro.
 
Ma soprattutto, stando così le cose, invitiamo tutti e tutte a non distrarsi e a prestare massima attenzione a quello che succede nei prossimi giorni. E, ovviamente, a sostenere tutte le iniziative, nelle piazze e nelle rete, finalizzate ad impedire che questo insulto alla libertà possa diventare legge.
 
di Luciano Muhlbauer
 
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La norma ammazza blog del ddl intercettazionI:
 
Art. 1, comma 29. All’articolo 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:
 
a) dopo il terzo comma e` inserito il seguente:
«Per le trasmissioni radiofoniche o televisive, le dichiarazioni o le rettifiche sono effettuate
ai sensi dell’articolo 32 del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177. Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»;
 
b) al quarto comma, dopo le parole: «devono essere pubblicate» sono inserite le seguenti: «, senza commento,»;
 
c) dopo il quarto comma e` inserito il seguente:
«Per la stampa non periodica l’autore dello scritto, ovvero i soggetti di cui all’articolo 57-bis del codice penale, provvedono, su richiesta della persona offesa, alla pubblicazione, la proprie cura e spese su non più di due quotidiani a tiratura nazionale indicati dalla stessa, delle dichiarazioni o delle rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro reputazione o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto di rilievo penale. La pubblicazione in rettifica deve essere effettuata, entro sette giorni dalla richiesta, con idonea collocazione e caratteristica grafica e deve inoltre fare chiaro riferimento allo scritto che l’ha determinata.»;
 
d) al quinto comma, le parole: «trascorso il termine di cui al secondo e terzo comma» sono sostituite dalle seguenti: «trascorso il termine di cui al secondo, terzo, quarto, per quanto riguarda i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, e sesto comma» e le parole: «in violazione di quanto disposto dal secondo, terzo e quarto comma» sono sostituite dalle seguenti: «in violazione di quanto disposto dal secondo, terzo, quarto, per quanto riguarda i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, quinto e sesto comma»;
 
e) dopo il quinto comma e` inserito il seguente:
«Della stessa procedura può avvalersi l’autore dell’offesa, qualora il direttore responsabile
del giornale o del periodico, il responsabile della trasmissione radiofonica, televisiva, o delle trasmissioni informatiche o telematiche, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, non pubblichino la smentita o la rettifica richiesta».
 
 
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