Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Si fermi la distribuzione nelle scuole di quel volume, che contiene gravi travisamenti della realtà storica, e lo si ritiri dalle biblioteche scolastiche. Il volume è quella “Storia della Lombardia a fumetti” che il Consiglio regionale ha promosso, acquistato e contribuito a diffondere, e la richiesta di fermarne la distribuzione viene dai consiglieri dell’opposizione Giuseppe Civati e Arturo Squassina (Ds-Ulivo), Luciano Muhlbauer (PRC), Carlo Monguzzi e Marcello Saponaro (Verdi), che in merito hanno firmato una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio Ettore Adalberto Albertoni. La lettera denuncia alcune lacune e alcuni errori macroscopici contenuti nel testo, che è destinato agli studenti delle scuole elementari e medie. In particolare si denuncia l’assenza della figura di Giuseppe Garibaldi e della vicenda dell’unificazione d’Italia, la dimenticanza di un pur grandissimo lombardo come Alessandro Manzoni e il grave travisamento dei fatti rispetto agli anni ’60 e ’70, fino all’attribuzione delle stragi fasciste di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia al movimento operaio e studentesco.
“È nostra opinione – scrivono i consiglieri nella lettera - che il Consiglio non debba diffondere nelle scuole un’opera così approssimativa e che le prossime e auspicabili iniziative di promozione culturale della regione, della sua storia ed identità, anche in relazione alla stagione statutaria, debbano essere poste su più solide basi scientifiche e attentamente valutate dal Consiglio stesso, nell’interesse dell’Istituzione e degli stessi destinatari: i cittadini lombardi”.
 
comunicato stampa
 
qui sotto puoi scaricare la lettera

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di lucmu (del 05/07/2007, in Scuola e formazione, linkato 656 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberamente di luglio/agosto 2007
 
La situazione di incertezza e difficoltà che vive la scuola pubblica italiana, anche a causa dei tagli della Finanziaria e dell’immobilismo governativo rispetto al quadro legislativo morattiano, consente ai tanti nemici dell’istruzione pubblica e laica di riprendere l’iniziativa.
A dare il via non è a caso il Presidente della Regione Lombardia, Formigoni, il quale ha presentato un progetto di legge regionale sul “sistema educativo di istruzione e formazione”, che rappresenta insieme un progetto federalista dal sapore devoluzionista e incostituzionale, nonché un autentico rilancio per la via dei fatti del disegno di una scuola al servizio del mercato, anzi essa stessa mercato.
La proposta del centrodestra lombardo fa leva sui pasticci del riformato Titolo V della Costituzione e pretende di esercitare unilateralmente tutte le competenze concorrenti (a fine maggio la Regione ha impugnato l’articolo 13 del decreto Bersani), istituendo de facto il doppio canale, con l’istruzione liceale e quella tecnico-professionale che si allontanano sempre di più. In altre parole, torna il vecchio avviamento al lavoro e la canalizzazione precoce a partire dal 14° anno di età.
Il sistema si basa sulla piena di equiparazione tra istituzioni formative pubbliche e private, che dovranno quindi accreditarsi presso la Regione per ottenere  risorse sulla base del principio della quota capitaria. Inoltre, alle famiglie verrà riconosciuto un “buono” da spendere presso l’operatore che ritengono e gli istituti potranno assumere direttamente il personale docente e non docente, senza dover ricorrere a fastidiose graduatorie.
Per capire meglio cosa dobbiamo aspettarci, conviene brevemente ricordare due precedenti lombardi. In primo luogo, il nuovo sistema pubblico-privato è in vigore per la formazione professionale sin dal 2001. Ebbene, il primo effetto fu che tra il 2000 e il 2004 il numero degli enti formativi balzò da 282 a 1143. Un esercito di enti privati, spesso erogatori di un unico corso in tutto l’anno scolastico, che senza trasparenza e controllo effettivo si accaparrava i miliardi del fondo sociale europeo, dequalificando l’intero sistema. In secondo luogo, nel 2001 fu introdotto anche il “buono scuola”, cioè un sussidio pubblico, che nel solo anno scolastico 2005/2006 assorbì 43 milioni di euro di fondi regionali. Ma, e sta qui lo scandalo, il 99% è andato a famiglie i cui figli frequentano la scuola privata e il 63% beneficiari dispongono di un reddito dichiarato che si colloca nella fascia tra 35 e 180mila euro annui.
Ebbene, mentre scriviamo il progetto di legge, in alternativa al quale Rifondazione ha presentato un proprio Pdl, è tuttora in discussione nella competente Commissione consiliare, anche se il centrodestra ha già esplicitato l’intenzione di farlo approvare dall’Aula nella seduta del 30-31 luglio, cioè con le scuole chiuse e i cittadini partenza per le ferie. Non sappiamo, dunque, quale sarà la situazione nel momento in cui questo articolo verrà letto, così come sappiamo se saremo in grado di bloccare l’ultima provocazione formigoniana, piovuta in Commissione a fine giugno.
Infatti, il centrodestra ha presentato una versione modificata della sua proposta di legge, che contiene una serie di novità dirompenti. Con un colpo di mano, il centrodestra tenta ora di abrogare tutte le leggi regionali vigenti in materia (diritto allo studio, edilizia scolastica ecc.) –con la sola esclusione della normativa sul buono scuola…-, assegnando alla Giunta regionale tutti i poteri decisionali. In altre parole, una ipercentralizzazione in una sorta di Ministero regionale dell’istruzione, a scapito non soltanto dello Stato, ma anche degli enti locali.

Sarebbe un grosso errore sottovalutare la mossa di Formigoni. Qui non si tratta di un semplice affare lombardo, bensì del tentativo di aprire un varco su scala nazionale, approfittando dell’inerzia governativa, dell’assenza di mobilitazione sociale e delle troppe ambiguità in settori non marginali del Partito Democratico. La via delle Regioni per riproporre l’attacco alla scuola pubblica, libera e laica è oggi quella più insidiosa e, se non si svilupperà un’iniziativa politica, istituzionale e sociale all’altezza, rischia pure di essere quella vincente. E, non dimentichiamolo, come “danno collaterale” ci troveremo un ulteriore concentrazione di potere nelle mani di un Presidente che assomiglia sempre di più a un moderno principe.

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di lucmu (del 04/07/2007, in Casa, linkato 979 volte)
La proposta di riforma dei canoni di locazione nelle case popolari lombarde, approvata oggi dalla Giunta regionale, incontra la nostra totale contrarietà. Il provvedimento non soltanto è iniquo in sé, poiché comporterebbe un aumento generale dei livelli d’affitto, colpendo in maniera particolare le fasce economicamente più deboli, ma si inserisce in quella politica di smantellamento dell’edilizia residenziale pubblica che sembra ormai predominare in Lombardia.
Infatti, è dall’inizio della legislatura che il centrodestra lombardo persegue una controriforma strisciante di tutta la normativa in materia, difficilmente leggibile e comprensibile per un non addetto ai lavori, visto il metodo a spizzichi e bocconi adottato. E così, un giorno si approva il piano triennale regionale, un altro si incentiva la vendita degli alloggi popolari vuoti e un altro ancora, come ieri, si interviene sull’edilizia convenzionata. E non finirà nemmeno con il provvedimento sui canoni d’affitto delle case popolari, poiché altre modifiche sono già annunciate per il futuro, come quella sulla vendita degli alloggi occupati.
Per capire meglio di cosa stiamo parlando, i diversi pezzi del puzzle vanno messi in relazione tra di loro. Per esempio, prima di Natale il Consiglio regionale ha approvato a maggioranza il Programma regionale per l’edilizia residenziale pubblica (Prerp) 2007-2009 che ha imposto un taglio brutale, nell’ordine del 75%, dei fondi per la manutenzione e la costruzione di case popolari. Cioè, per dirla con i numeri, dagli 810 milioni di euro del triennio precedente, si è scesi ai 233 milioni di quello odierno. Tutto chiaro? Non si costruiscono più case popolari, né si riesce a finanziare una manutenzione decente, ma in cambio si incentivano le dismissioni, si aprono le porte alle immobiliari private e si aumentano i canoni d’affitto. E, manco a dirlo, degli sprechi e delle tante consulenze dell’Aler nessuno sembra voler parlare.
Insomma, proprio quando il problema dell’accesso alla casa per i ceti popolari si fa sempre più esplosivo, specie nelle aree metropolitane, la Giunta Formigoni punta sulla dismissione dell’intervento pubblico e sull’aumento dei canoni di locazione nelle case popolari. Una scelta politica che consideriamo altamente irresponsabile e socialmente insostenibile.
Per questo ci opporremo in Consiglio al provvedimento sui canoni e chiediamo di nuovo che si apra invece una discussione organica e comprensibile sulla politica generale per la casa in Lombardia, con l’obiettivo del rilancio e della riqualificazione dell’edilizia residenziale pubblica e non della fuga verso il privato.
 
comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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di lucmu (del 03/07/2007, in Sicurezza, linkato 789 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 3 luglio 2007 (pag. Milano)
 
Il costante aumento di fatti violenti che coinvolgono i vigili urbani, specie a Milano, non è certo una novità. E in questo senso, quanto avvenuto nel parco Cassinis rappresenta soltanto l’ultima conferma che non dovrebbe, purtroppo, sorprendere nessuno. A stupire, invece, sono ancora una volta le solite dichiarazioni ufficiali che si limitano ad accusare tout court gli “extracomunitari” oppure a invocare più “strumenti” per gli agenti di polizia locale.
È davvero sconcertante che nessuno, tra gli amministratori milanesi, senta il bisogno di fare almeno un bilancio di quella politica di militarizzazione che sta trasformando progressivamente la vigilanza urbana in una specie di polizia del sindaco. Le conseguenze di questo processo, in realtà, sono sotto gli occhi di tutti, nonché denunciate con regolarità dai maggiori sindacati della polizia municipale milanese. Infatti, lo spostamento di uomini e risorse verso compiti di ordine pubblico non solo ha marginalizzato le funzioni proprie della polizia municipale, come il controllo del rispetto del codice della strada e delle norme di sicurezza sui cantieri oppure la verifica degli abusi edilizi e ambientali, ma ha cambiato anche la percezione del ghisa da parte dei cittadini, siano essi italiani o immigrati.
Oggi, il vigile urbano, armato di pistola e manganello, è sempre di più visto come un poliziotto, con la differenza che non gode dello stesso addestramento, né della stessa autorità. Secondo il vigente regolamento regionale, per fare un esempio, è sufficiente che l’agente di polizia locale sostenga un corso teorico di due ore e uno pratico di quattro ore per essere abilitato all’uso del manganello.
A tutto questo va poi aggiunto che gli amministratori milanesi continuano a non voler fare i conti con una città trasformata profondamente dal fenomeno migratorio, rifiutando ogni politica che favorisca l’inclusione e la convivenza e puntando unicamente sulla repressione. E così, se c’è un problema in via Sarpi si mandano i vigili a fare la guerra delle multe, se ci sono senegalesi che vendono la loro merce in Brera si scatenano sempre i vigili e se ci sono questioni in Triboniano, allora fanno di nuovo comparsa i vigili, addirittura in tenuta antisommossa, cosa che sarebbe vietata dalla legge.
I ghisa non stanno subendo le conseguenze di uno “strano virus” o di una “moda”, come vorrebbe far credere il comandante Bezzon, bensì sono costretti a pagare il prezzo dell’insana ambizione del centrodestra milanese di volerli trasformare con ogni mezzo in un corpo di polizia alle sue esclusive dipendenze.
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di lucmu (del 30/06/2007, in Regione, linkato 695 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 30 giugno 2007
 
Federalismo e Sussidiarietà sono le due bandiere della Lombardia di Formigoni. Nella vulgata ufficiale il primo servirebbe per dare maggior efficienza alla spesa pubblica italiana, mentre la seconda garantirebbe il coinvolgimento nella gestione della res pubblica della società civile e degli enti locali.
La realtà concreta della Lombardia, tuttavia, ci insegna che dietro il fumo della propaganda si cela l’arrosto di ben altri interessi e progetti. In altre parole, federalismo significa semplicemente riuscire ad accaparrarsi più poteri e risorse possibili, a scapito dello Stato e degli enti locali e con somma non curanza degli squilibri territoriali e sociali, e la sussidiarietà si traduce in un banale trasferimento di risorse e funzioni pubbliche in mani private.
Per farci capire meglio, è sufficiente vedere cosa succede in Regione Lombardia in queste settimane. Il 19 giugno scorso, il Consiglio regionale ha approvato –con la benevola astensione dell’Ulivo- una proposta di legge al Parlamento sul federalismo fiscale che propone di trattenere nelle regioni gran parte degli introiti fiscali. Ma il segno politico dell’operazione si esplicita maggiormente se consideriamo la brillante idea che il fondo perequativo nazionale sia gestito in maniera “orizzontale”; cioè saranno le regioni che alimentano il fondo, vale a dire quelle ricche, a deciderne l’uso. Insomma, funzionerebbe un po’ come il Fondo Monetario e così ci troveremmo con un Presidente della Lombardia che spiega al suo collega calabrese dove e cosa tagliare.
Ma arriviamo al secondo esempio, forse meno conosciuto, ma sicuramente più concreto e pericoloso. In questi giorni, in Commissione VII del Consiglio regionale, è entrato nel vivo la discussione del progetto di legge formigoniano sul “sistema educativo di istruzione e formazione”, che di fatto punta a rilanciare la riforma Moratti in salsa padana, codificando il doppio canale e l’avviamento precoce al lavoro, nonché definendo un sistema pubblico-privato basato sulla piena equiparazione.
Com’è ovvio, la mossa di Formigoni si basa sulla pretesa di poter esercitare unilateralmente le competenze concorrenti elencate dal pasticciato Titolo V della Costituzione. E, tanto per ribadire il concetto, a fine maggio la Regione ha impugnato alla Corte Costituzionale l’articolo 13 del decreto Bersani, che riattribuisce allo Stato la competenza sugli istituti tecnici e professionali.
Ma Formigoni non si limita a invadere l’ambito di competenze statali, bensì agisce a tutto campo. L’ultima sorpresa è arrivata pochi giorni fa, con una modifica della proposta di legge che prevede di abrogare tutte le leggi regionali esistenti in materia (diritto allo studio, edilizia scolastica ecc.), ad esclusione –ovviamente- della normativa sul buono scuola, che ogni anni trasferisce decine di milioni di euro dal bilancio regionale alla scuola privata. Un autentico colpo di mano, che spazza via non soltanto regole e procedure, ma anche funzioni e competenze degli enti locali, per attribuire tutti i poteri decisionali direttamente alla Giunta regionale.
Insomma, da una parte, Formigoni cerca di sottrarre competenze e funzioni allo Stato e agli enti locali per istituire presso la sua corte una specie di Ministero regionale dell’istruzione e, dall’altra, muove un attacco frontale alla scuola pubblica e laica. Appunto, Federalismo e Sussidiarietà.
L’esperienza concreta ci dice molto di più su quel federalismo che va tanto di moda, ahinoi anche dalle parti del Partito Democratico, che non mille convegni e discussioni. Qui non si tratta di un po’ ingegneria istituzionale per rendere più moderna ed efficiente la macchina pubblica, bensì di percorrere la via delle regioni per smantellare l’universalità dei diritti e il welfare, assegnando strada facendo un crescente potere ai Presidenti delle Regioni, sempre più simili a dei moderni principi. Forse, tutto questo è accettabile e auspicabile per i liberal che si trovano al Lingotto, ma sicuramente non lo può essere per la sinistra.
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Che la Giunta Formigoni intenda ridisegnare unilateralmente e su base autonomistica e privatistica l’insieme del sistema dell’istruzione e della formazione professionale è ormai cosa risaputa. Altrettanto nota è la nostra netta opposizione al progetto del centrodestra. Ma quello che probabilmente non si sa, e che noi riteniamo di gravità inaudita, è quanto sta avvenendo in questi giorni.
Infatti, terminate in tempo record le oltre 50 audizioni con soggetti sociali e istituzionali, il centrodestra ha presentato in Commissione VII una versione modificata della sua proposta di legge, che da una parte ignora la quasi totalità delle osservazioni avanzate in sede di audizione e, dall’altra, contiene una serie di novità dirompenti. Cioè, con una sorta di colpo di spugna, il centrodestra intende abrogare in toto praticamente tutte le leggi regionali in materia di istruzione e formazione attualmente in vigore, sostituendole con poche righe di rimando a futuri e non meglio specificati criteri, che saranno individuati dal governo regionale.
Ci riferiamo, per esempio, all’abrogazione della l.r. n. 31/80, che disciplina gli interventi regionali a sostegno del diritto allo studio nella scuola primaria e secondaria, e a quella della l.r. n. 70/80, relativa agli interventi per l’edilizia scolastica. Mentre, guarda caso, rimarrebbe esclusa dalla furia abrogazionista unicamente la normativa sul cosiddetto buono scuola, che ogni anno gira decine di milioni di euro dal bilancio regionale alla scuola privata. Inoltre, andrebbe ricordato che questa operazione di azzeramento legislativo comporta altresì l’eliminazione di ogni sede di concertazione con le parti sociali.
Se tutto questo è allarmante dal punto di vista del merito, poiché prefigura l’intenzione di istituire una sorta di Ministero regionale dell’istruzione che accentra tutti i possibili poteri in materia scolastica, dal punto di vista del metodo siamo francamente nel regno della pura e semplice pirateria istituzionale e del disprezzo per le più elementari regole democratiche.
Infatti, basti qui sottolineare che ai Comuni e alle Province, che gestiscono i -pochi- fondi assegnati dalle due leggi regionali in questione, non era stato detto nulla al riguardo nel corso delle audizioni. E che in Commissione VII la maggioranza di centrodestra aveva negato la discussione della proposta di legge di modifica della 31/80 presentata da Rifondazione, perché “l’argomento non c’entrava”.
Insomma, il metodo e il merito si danno la mano. Diventa sempre più evidente quello che interessa veramente a Formigoni. Altro che federalismo e preoccupazione per il futuro degli studenti lombardi! Qui si tratta semplicemente della volontà di concentrare nelle mani del Presidente della Regione sempre più potere, a scapito dello Stato, degli enti locali e dei cittadini. Sarà per questo che il centrodestra vuole far approvare questo scempio nella seduta del Consiglio Regionale del 31 luglio, con le scuole chiuse e i cittadini in partenza per le ferie?
 
comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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di lucmu (del 23/06/2007, in Sicurezza, linkato 688 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 23 giugno 2007 (pag. Milano)
 
Il clima instaurato a Milano in seguito alla sterzata a destra di Penati e alla mozione bipartisan Centrodestra-Ulivo in Consiglio comunale sta producendo i suoi primi frutti avvelenati, a partire dagli avvenimenti e dagli scontri di ieri in via Triboniano.
Il copione della caccia al rom prevede, infatti, soltanto sgomberi, ma nessuna alternativa abitativa o percorsi di integrazione. Era andata così a Chiaravalle e Legnano, per citare soltanto gli ultimissimi esempi, ed è andata così anche al Triboniano, con l’aggravante che in quest’ultimo caso l’assegnazione dei posti regolari non brillava certo per trasparenza. In altre parole, alle famiglie rom sotto sgombero non rimangono che due opzioni: andarsene e cercare un’altra sistemazione degradata nei meandri della metropoli oppure protestare. A Chiaravalle e a Legnano hanno scelto la prima, ieri al Triboniano la seconda.
Quindi, non c’è proprio nulla di cui stupirsi o scandalizzarsi, se non delle dichiarazioni odierne di Penati, che considera i fatti di ieri una prova dell’assenza di volontà di integrazione da parte dei rom. Se invece fossero andati a dormire in mezzo alla strada senza proferire parola, allora sarebbero diventati un esempio di integrazione riuscita?
La cosa forse più insopportabile di tutto questo è che ormai non gliene frega più niente a nessuno di trovare soluzioni, ma soltanto di perseguire i propri obiettivi politici con ogni mezzo. Al Centrodestra meneghino interessa procedere su una strada che ha il duplice vantaggio di produrre facile consenso elettorale e di mettere in secondo piano il bilancio, per nulla esaltante, dei suoi 15 anni di gestione del potere a Milano. A taluni esponenti locali del nascente Partito Democratico, invece, il gioco serve per seppellire l’esperienza dell’Unione e gettare le basi per le future alleanze variabili. Duetto Penati-Formigoni docet.
Insomma, i rom, considerati ormai a tutti gli effetti esseri umani di serie B, e le inquietudini e le paure dei cittadini milanesi sono semplici pedine in un gioco più grande. A meno che non si voglia sostenere seriamente che spostare le baraccopoli da un quartiere all’altro possa risolvere il problema. A questo punto, crediamo davvero che il vero problema da affrontare sia il degrado della politica.
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di lucmu (del 20/06/2007, in Sicurezza, linkato 892 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 20 giugno 2007
 
La sicurezza non è né di destra, né di sinistra, tuona sempre più ossessivo il ritornello. E così il tema forte delle destre italiane ed europee trova adepti anche dalle parti del centrosinistra. Quanto la questione sia seria lo dimostrano la rapida diffusione di quei Patti per la Sicurezza tra Ministero degli Interni e grandi Comuni, nati sull’onda delle campagne demagogiche di lady Moratti, oppure la velocità con la quale il sindaco diessino di Roma ha anticipato le destre, imitando lo squallido gioco della caccia allo zingaro, tanto in voga nella pianura padana.
Un osservatore indipendente potrebbe cogliere un paradosso in tutto questo. Cioè, mentre tutti i numeri confermano che non vi è nessuna esplosione di reati, mezzo mondo grida invece all’emergenza criminalità, specie se micro. Ma qui non stiamo parlando di scienza o di filosofia, bensì di politica e, da questo punto di vista, il paradosso è forse meno incomprensibile.
Viviamo in società urbane profondamente segnate da decenni di privatizzazioni, di deregolamentazioni e di riduzione del welfare e delle tutele pubbliche. Sono saltati sistemi relazionali e identità collettive, le disuguaglianze sociali sono aumentate e la cosiddetta globalizzazione ha spostato i luoghi decisionali in posti inafferrabili e inaccessibili. Oggi, un abitante di una città come Milano vive una solitudine tremenda e le istituzioni e la politica appaiono sempre più ininfluenti rispetto alle sue condizioni di vita.
Tutto questo le destre l’hanno compreso benissimo e a questo cittadino moderno, esposto a precarietà e incertezze di ogni genere, offrono una risposta semplice ed efficace: il tuo nemico è quello della porta accanto, soprattutto se diverso da te. E così, chi non riesce ad accedere alla casa popolare se la prende con il marocchino a cui è stato assegnato un alloggio e non con quella politica che ha deciso di non costruirne più, la vecchietta costretta a lunghe file nell’Asl si arrabbia con il senegalese davanti a lei e non con quei governi regionali che pensano soltanto alla sanità privata e il residente del quartiere popolare attribuisce la responsabilità di ogni degrado al rom di turno e non ai lunghi anni di abbandono delle amministrazioni comunali.
Insomma, una moderna guerra tra poveri, innescata da una campagna securitaria che fornisce nemici abbordabili e identificabili e che si sintonizza con le paure e le ansie dei singoli. In Lombardia, dove il fenomeno è più esplicito, proprio in questi giorni stanno cedendo pericolosamente gli argini della politica. Prima il Presidente della Provincia di Milano, il diessino Penati, inizia a parlare come un leghista e, poi, nel Consiglio Comunale milanese un’inedita e indecente alleanza tra Destre, Ulivo e Verdi approva una mozione che invoca sgomberi e “numero chiuso” per i rom.
Beninteso, la battaglia contro il securitarismo non si vincerà mai semplicemente resistendogli, ma, in ultima analisi, soltanto ricostruendo una politica alternativa che intervenga con decisione sulla nuova questione sociale, ricostruendo dunque consenso, rappresentanza e credibilità. Tuttavia, questa considerazione non può diventare un alibi per guardare nel frattempo dall’altra parte, cercando di eludere il problema, o peggio ancora per rincorrere le destre sul loro terreno.
È certamente scomodo e difficile stare fuori dal coro che tenta di farsi senso comune, ma qui non si tratta semplicemente di qualche videocamera di sorveglianza o qualche poliziotto in più. No, si tratta della battaglia per l’egemonia culturale, di cui il securitarismo è componente fondamentale, che le destre agitano in tutto l’occidente. Ecco perché gli argini non possono cedere, almeno a sinistra del Partito Democratico.
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di lucmu (del 14/06/2007, in Sicurezza, linkato 673 volte)
Ancora uno sgombero di una baraccopoli rom, questa volta a Chiaravalle, e ancora una volta esponenti istituzionali di primo piano del centrodestra esultano in coro. Beninteso, le famiglie rom “allontanate” non sono sparite e supponiamo debbano insediarsi in qualche altro spazio abbandonato e abusivo. E così, il “gioco” della caccia allo zingaro potrà ricominciare da capo.
Infatti, il Comune non ha offerto soluzioni alternative, salvo che alle donne e ai minori, ma com’è ovvio la politica della divisione dei nuclei familiari non funziona, né potrebbe funzionare. In cambio, come il vicesindaco De Corato sottolinea con orgoglio, i sette cuccioli di cane trovati nel campo sono stati sistemati tutti nel canile municipale. Tutto bene, insomma, agli animali la magnanima accoglienza del Comune e agli esseri umani la strada. Non ci potrebbe essere fotografia migliore del grado di involuzione raggiunto dalla vita politica e istituzionale nella prosperosa Milano.
Evidentemente, di risolvere il problema delle baraccopoli e del degrado non gliene frega niente a nessuno. Anzi, fa molto più comodo avere insediamenti rom sparsi in giro, nel più totale abbandono, perché permettono di costruire periodicamente tante belle campagne politiche, assolutamente paganti sul piano elettorale. E’ successo anche a Rho, dove nelle ultime elezioni la Lega ha moltiplicato i suoi voti grazie alla propaganda d’odio e alle promesse di cacciare i rom. Tuttavia, una volta centrato l’obiettivo politico, il neosindaco del centrodestra rhodense ha chiarito immediatamente che lui non intende assolutamente smantellare il campo nomadi.
Chiaravalle sarà presto dimenticato perché arriveranno altri sgomberi. Anzi, si moltiplicheranno all’infinito, specie ora che anche Penati ha deciso di partecipare al “gioco”. E allora, dagli addosso al rom, al clandestino e all’immigrato, tutto quanto con la benedizione del Partito Democratico del Nord e del Patto per Milano Sicura firmato dal Ministro Amato.
La conclusione di tutto questo è prevedibile e per nulla edificante. Le destre continueranno ad accumulare consensi e soprattutto a estendere la loro egemonia culturale, la sinistra moderata si cullerà nell’illusione di poter riconquistare potere istituzionale e rimedierà forse qualche inciucio con Forza Italia e, perché no, con la Lega. La città e i suoi cittadini, invece, dovranno rassegnarsi a un futuro di degrado e precarietà, ben condito con tante videocamere di sorveglianza, migliaia di poliziotti e, quando serve, anche con le transenne contro la birra e i bonghi.
Una prospettiva tutt’altro che rosea. Ora sta alle forze della sinistra, politica e sociale, assumersi le proprie responsabilità e uscire dal torpore e dalla rassegnazione. Questa è la vera scommessa, se non vogliamo morire tutti quanti leghisti.
 
comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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di lucmu (del 13/06/2007, in Politica, linkato 958 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 13 giugno 2007
 
Quanto avvenuto sabato scorso a Roma, con le decine di migliaia di persone al corteo no war e la contemporanea desolazione di Piazza del Popolo, è la materializzazione del messaggio che le urne delle elezioni amministrative avevano recapitato appena due settimane prima. Cioè, dopo un anno di governo Prodi le sinistre, e in particolare Rifondazione, non solo appaiono logorate, ma ormai non più comprese da larga parte della propria gente.
Non è semplicemente questione di qualche errore “tattico”, come quello di non aver partecipato al corteo, quando persino i tuoi militanti e iscritti scartano in massa l’opzione Piazza del Popolo, scegliendo tra l’andare al corteo o il rimanere a casa. E non è questione di qualche temporaneo disimpegno quando alle elezioni amministrative l’astensionismo ti punisce così duramente. No, è l’esplicitarsi che la cosiddetta crisi della politica è, oggi e qui, anzitutto crisi della sinistra.
Non bisogna mai banalizzare le questioni complesse, ma forse aveva ragione Ritanna Armeni quando scriveva che il problema della sinistra è che “non fa quello che dice”. Troppo grande è, infatti, la distanza tra le aspettative e le domande sociali evocate un anno fa e la realtà concreta dell’azione di governo. Certo, ci sono i rapporti di forza, i numeri risicati al Senato, una destra aggressiva e incombente eccetera, ma tutto questo alla fine conta poco, perché una persona “normale”, che sia pacifista, lavoratore, pensionato o gay, ti giudica in base ai fatti e allo stato delle sue condizioni di vita. E da questo punto di vista il primo anno di governo, di cui le sinistre sono appunto parte, è stato un autentico disastro.
La parte moderata del centrosinistra una risposta l’ha trovata, attraversando il Rubicone con quel Partito Democratico che archivia definitivamente ogni orizzonte alternativo all’esistente e che finisce per assomigliare all’avversario. Un progetto politico nefasto, senz’altro, che forse non funzionerà nemmeno, ma che nel frattempo contribuisce a spostare a destra l’intero asse della politica. Basta guardare a quello che succede in Lombardia, che lungi dall’essere una realtà separata, è piuttosto anticipatore di processi più ampi. Da qui partì tangentopoli che diede il colpo di grazia al regime democristiano e qui nacque la nuova destra, dalla Lega a Berlusconi. Ed è qui che i fautori del Partito Democratico si esprimono senza remore, dall’attacco in stile Sarkozy alla cultura del 68 fino all’annuncio esplicito di un cambiamento delle alleanze politiche.
Una sinistra e una Rifondazione, da una parte, sotto il fuoco “amico” del Partito Democratico e prigioniere di un’azione di governo talmente insipida che il famoso programma dell’Unione sembra un pamphlet massimalista e, dall’altra, in piena crisi di rapporto non solo con i movimenti, ma anche con i propri referenti sociali. Insomma, cornuti e mazziati.
In una situazione del genere, la cosa più sbagliata che si possa fare è minimizzare e non affrontare il problema di petto. Oggi è aperta la questione della sinistra, della sua proposta politica, della sua pratica e delle sue prospettive. E, francamente, non è sufficiente immaginarsi confederazioni, nuovi soggetti unitari o sinistre europee. Beninteso, non c’è dubbio che ci voglia unità, ma questa non può esaurirsi in convegni o assemblaggi di gruppi dirigenti. Anche qui, il nodo è sempre il medesimo, cioè quello del legame con i movimenti sociali ed i ceti popolari, con i loro bisogni e il loro stato animo, senza il quale qualsiasi sinistra è destinata alla marginalità e/o alla subalternità.
L’urgenza sta nel riconquistare la credibilità perduta, rimettendo in comunicazione tra di loro il dire e il fare, e questo implica anzitutto ritornare nella società e praticare il conflitto, ma anche cambiare radicalmente registro nei confronti del governo. Certo, sappiamo bene che aleggia il fantasma del 98, ma oggi la situazione è ben diversa e andando avanti di questo passo il pullman che raggiungerà Roma non dirà “non fate cadere il governo”, bensì “tornate a casa tutti”. 
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