Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
È un segreto di Pulcinella che la Questura vorrebbe procedere allo sgombero forzato della Torre Galfa in tempi piuttosto celeri. E ciò avverrà effettivamente se in queste ore e in questi giorni non si produrrà una presa di parola sufficientemente forte, chiara ed autorevole per controbilanciare le forti pressioni, private e politiche, che spingono verso una soluzione di forza.
Infatti, difficilmente questa fretta di sgomberare è farina dal sacco di via Fatebenefratelli, poiché nel palazzo occupato non c’è alcun problema di ordine pubblico o di incolumità per le persone che vi si trovano. E tantomeno vi è un’emergenza legalità, poiché nessuno ha tolto niente a nessuno, essendo quello spazio vuoto, abbandonato e sottratto alla città da oltre un decennio.
No, quella fretta è il prodotto di pressioni convergenti di natura privata, cioè da parte di quel gruppo Ligresti che si ricorda della legge soltanto quando gli conviene, e di natura politica, cioè di quegli ambienti politici e ministeriali sempre molto preoccupati a stroncare ogni fenomeno sociale, culturale e politico considerato troppo indipendente.
Ecco perché non bastano le migliaia di firme a sostegno di Macao già raccolte in tempo record e la grande solidarietà e condivisione che gli occupanti hanno già ricevuto. No, c’è bisogno di un salto di qualità, che riguarda tutti quanti, nessuno escluso: partiti, movimenti, mondo della cultura, associazioni, sindacati, rappresentanze istituzionali e singoli cittadini e cittadine.
A Milano il problema si chiama spazi vuoti e abbandonati, il più delle volte per interessi speculativi, e non certo Macao, che anzi rappresenta una grande occasione per la città, come ha già dimostrato la sua prima settimana di vita. In pochi giorni, i ragazzi e le ragazze di Macao sono riusciti ad innescare uno straordinario processo di partecipazione e creatività culturale, come da tempo non si vedeva.
Certo, che a De Corato e agli altri esponenti del Pdl e della Lega non gliene freghi nulla di tutto ciò possiamo capirlo, visto che nei quasi vent’anni di governo cittadino non hanno fatto altro che favorire gli interessi immobiliari privati a discapito del bene comune. Ma francamente siamo esterrefatti di fronte alle parole di alcuni esponenti del centrosinistra milanese, per fortuna pochi, che stanno inneggiando allo sgombero.
Da parte nostra, comunque, stiamo dalla parte di Macao e pensiamo che la questione vada riportata serenamente ad un livello di confronto e che ogni ipotesi di sgombero forzato vada respinta.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
P.S. segnalo inoltre che continua la raccolta di adesioni all’appello Macao è di tutti, proteggiamolo, che ha già raccolto migliaia di firme.
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Lo sgombero della Torre Galfa, avvenuto questa mattina, è una pessima notizia per Milano. Su decisione diretta del Ministro “tecnico” degli Interni sono stati cacciati i lavoratori dell’arte di Macao ed i 31 piani della torre sono stati restituiti al signore del mattone Ligersti e all’abbandono, in cui si trovavano da oltre un decennio.
I ragazzi e le ragazze di Macao non rappresentavano certo un pericolo di ordine pubblico, né impedivano alcun progetto di riqualificazione urbanistica. Anzi, hanno ridato vita ad uno spazio vuoto ed abbandonato. L’unico torto che avevano era incontrare sulla loro strada un immobiliarista che, sebbene in difficoltà, continua a contare a Milano e un Ministero ossessionato da ogni movimento dal basso non embedded.
Il Comune di Milano non aveva alcuna responsabilità diretta in questo sgombero, ma forse occorreva una presa di parola più netta contro questa soluzione di forza prima che si realizzasse. E sicuramente non hanno aiutato alcune prese di posizioni vetuste, come quelle del capogruppo comunale del Pd, Carmela Rozza, che si era aggiunta alla voce di De Corato nel chiedere l’intervento di polizia.
Ora Macao è per strada, ma non è certo finita qua. Tantissime energie e persone si sono attivate attorno Macao in questi 10 giorni di occupazione e sono le stesse facce che riempivano le piazze un anno fa, quando Milano si è liberata dal ventennio della destra. Ecco perché non finisce qui, né oggi, né domani.
Macao era un’opportunità per Milano e continua ad esserlo. Insomma, oggi Macao non muore, ma rinasce, a partire dalla mobilitazione di oggi. Ne siamo certi. Anche per questo, chi vuole bene a Milano, deve stare con Macao e con le energie che sta liberando.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 22/05/2012, in Movimenti, linkato 1589 volte)
Macao è stato ri-sgomberato. Macao deve riflettere. E non perché sia stato cacciato da Palazzo Citterio, poiché chiunque, a partire da Macao, sapeva che lì non si poteva stare a lungo, ma per trovare la strada che eviti un dejà vu e che dia invece un futuro alla straordinarietà di Macao, fatta di una miriade di uomini e donne, cittadinanza attiva, creatività, cooperazione dal basso, sogni e bisogni.
Macao è diventato Macao strada facendo, nella Torre Galfa. Prima era solo un’intuizione e  un progetto di alcune decine di lavoratori dell’arte, ma poi la realtà ha fornito le ali alla fantasia. L’apertura alla città di un grattacielo, di proprietà di un noto palazzinaro e lasciato colpevolmente in stato di abbandono per 15 anni, la volontà dichiarata di non delegare e di fare da sé, le porte aperte a chiunque volesse produrre cultura ed arte, avanzare proposte o semplicemente essere partecipe, tutto questo non aveva bisogno di tante spiegazioni, parlava da solo.
La notizia era rimbalzata addirittura a New York, ma quello che conta è che a Milano migliaia di persone sono andate alla torre, altre migliaia hanno cliccato in tempo record “mi piace” sulla pagina facebook di Macao o firmato appelli contro lo sgombero e, infine, Macao si è conquistato il consenso di una parte non indifferente della città. Anzi, diciamoci la verità, ad un certo punto era diventato persino figo andare a Macao e chi non c’era mai andato era decisamente out.
Insomma, Macao aveva il vento in poppa. E questo, indubbiamente, ha accelerato i propositi di sgombero, visto che a premere non era soltanto un Ligresti sempre potente, sebbene un po’ malconcio, ma anche un Ministro degli Interni parecchio preoccupato dall’aspetto politico della faccenda (tralasciando qui qualche poco elegante conflitto di interessi).
Quanto al Sindaco Pisapia, destinatario di “diffide” non troppo pertinenti, va ricordato che il Comune non aveva alcun potere decisionale nella vicenda. Semmai, la critica da fare ha natura politica: cioè, il Sindaco non ha esplicitato il giorno prima e pubblicamente la sua contrarietà allo sgombero della torre. Beninteso, se l’avesse fatto, avrebbero sgomberato lo stesso, ma avrebbe senz’altro evitato quell’effetto delusione che, poi, il Sindaco ha tentato di recuperare in parte il giorno dopo, con la sua giusta presenza all’assemblea.
Comunque sia, Macao stava bene e così, quando lo sgombero della torre è arrivato davvero, un po’ in anticipo rispetto ai tempi immaginati, anche l’assenza di un piano B non era una tragedia. Infatti, è stato sufficiente non muoversi da via Galvani per fare rinascere Macao in piazza. Un sacco di artisti hanno portato la loro solidarietà e mezza città simpatizzava con gli sgomberati. Ma, come sempre accade, il difficile viene quando sei all’apice della tua forza, perché all’improvviso ti trovi a dover “governare” situazioni inedite e fornire risposte che non hai a domande che non ti immaginavi.
E così l’enorme e straordinaria ricchezza di Macao, cioè il fatto di aver aggregato e messo in comunicazione una moltitudine di persone, in gran parte nuove ad esperienze collettive o di movimento, si trasformava man mano in un labirinto. Assemblee permanenti, interminabili, a volte inconcludenti. Capitava che ogni testa fosse un progetto che faticava terribilmente a rapportarsi con altre teste e progetti oppure che qualche consiglio di troppo piovuto da fuori città incasinasse le cose. Altre volte l’assemblea era come la tela di Penelope, si doveva ricominciare sempre da capo. Comunque sia, una fotografia dello stato delle cose, oggi e qui, e in un certo senso un’esperienza di re-apprendimento dei meccanismi della democrazia partecipativa e dell’autogestione.
In situazioni come queste occorrerebbero tempo e pazienza per costruire decisioni, sentieri e destinazioni. Ma il tempo non c’era ed i riflettori erano puntati impazienti su Macao. E così, ogni decisione importante da prendere si trasformava in un ostacolo insormontabile. Certo, tutto comprensibile per chi si trovava vicino all’epicentro di Macao, ma molto meno per chi stava alla sua periferia.
Perché Macao ha detto no alla proposta del Comune di partecipare ai bandi per lo spazio l’ex Ansaldo? E, soprattutto, perché l’ha detto in quel modo, leggendo un breve comunicato, per poi andare via senza ascoltare nessuno? Perché ha scelto di occupare Palazzo Citterio nella centralissima via Brera, dove evidentemente non si poteva stare a lungo, e non uno spazio abbandonata in periferia? Chi ha deciso e che cosa? Ma cosa vuole Macao? E ora?
Tutte domande legittime, alle quali non si può semplicemente rispondere che l’assemblea ha bisogno di tempo per discutere, perché questa è una risposta che va bene per chi all’assemblea permanente partecipa in maniera permanente (mi si perdoni il gioco di parole), ma a tanti altri, a partire dall’area di simpatia e consenso che Macao si è conquistata in città, questa risposta può apparire terribilmente ombelicale.
Ora, dopo lo sgombero di questa mattina, Macao si è dichiarato in silenzio stampa, ma tornerà a farsi vivo presto.
Per quanto mi riguarda, non intendo certo arruolarmi tra quelli che ora puntano severi il dito contro Macao, magari dopo averlo applaudito quando lo facevano tutti. Anzi, penso che Macao debba continuare il suo percorso, perché la Torre Galfa ha dimostrato che di Macao c’è un enorme bisogno a Milano. Ma bisogna far tesoro dell’esperienza di questi giorni, rifuggire dalle tentazioni politiciste ed avere grande cura di quella eterogenea, caotica e potente voglia di partecipare e fare, che aveva conquistato prima un grattacielo e poi il cuore di mezza Milano.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Prosegue senza soste e con ritmo ormai forsennato il processo di desertificazione industriale nel settore delle telecomunicazioni sul territorio milanese, con ricadute occupazionali sempre più devastanti e insostenibili e senza che le istituzioni, nazionali e regionali, escano da loro letargo e definiscano uno straccio di politica industriale. L’ultimo caso in ordine di tempo, si chiama Sirti S.p.A., 4mila dipendenti in tutta Italia, di cui 1000 sono stati dichiarati “in esubero”. Di questi, circa 200 riguardano i siti milanesi, principalmente quello di Cassina de’ Pecchi.
Della crisi del settore delle telecomunicazioni e dell’information technology in Lombardia e dell’immobilismo delle istituzioni abbiamo parlato a più riprese sul questo blog negli ultimi anni, dall’Agile-Eutelia all’Italtel, dall’Alcatel a Nokia Siemens Networks (NSN). Evito pertanto di rievocare tutta la storia, anzi tutte le storie, per sottolineare invece soltanto gli ultimissimi casi, che evidenziano senza ombra di dubbio l’estrema gravità della situazione, anche perché insistono tutti quanti su uno stesso territorio, quello di Cassina de’ Pecchi (MI), che rischia un vero e proprio cataclisma occupazionale.
Infatti, l’anno scorso la Jabil (un ramo ex NSN ceduto nel 2007) ha deciso di chiudere lo stabilimento di Cassina, licenziando in tronco tutte le maestranze, cioè 325 operai e operaie. Poi è arrivato il turno di Nokia Siemens Network, che ha dichiarato 580 esuberi entro la fine dell’anno, di cui ben 500 nel solo sito di Cassina. Infine, appunto, è arrivato la Sirti, che il 12 aprile scorso ha rotto le trattative (vedi verbale di mancato accordo) e annunciato mille esuberi, di cui 200 tra Cassina e Milano.
Non penso che ci sia molto da aggiungere, se non che tutte queste vertenze sono ancora aperte, cioè che ci sono lotte e mobilitazioni in corso. La Jabil è presidiata dall’anno scorso, per impedire l’asportazione dei macchinari e lo smantellamento del sito produttivo, i dipendenti della NSN sono in mobilitazione e nella Sirti è stato dichiarato lo sciopero generale del gruppo, con manifestazione nazionale a Milano, per domani 24 maggio.
Insomma, preso atto della situazione, resta però qualcosa di molto concreto e importante da fare per tutti e tutte noi: sostenere la resistenza e le lotte dei lavoratori. E domani c’è un primo appuntamento, quello della manifestazione nazionale dei dipendenti della Sirti, per scongiurare i licenziamenti e riaprire il tavolo di trattativa. Il corteo si svolgerà peraltro in una parte di Milano che da molti anni non vedeva più manifestazioni operaie: cioè la zona v.le Monza – v. Padova. Eccovi le coordinate: partenza alle ore 10.00 da P.le Loreto e arrivo in via Stamira d’Ancona (sede nazionale Sirti S.p.A.).
Se potete, domani portate la vostra solidarietà ai lavoratori Sirti.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Ma che cavolo devono fare i lavoratori per essere presi in considerazione? Eppure, di lavoro si parla tutti i giorni, per dire che bisogna “riformare”, “licenziare” (pardon, “aumentare la flessibilità in uscita”), “essere più produttivi” e così via. Ne parlano Ministri, Segretari, Commissari, Presidenti, Leader ed Opinion Maker, ma trovare sui media il punto di vista e la voce dei diretti interessati è compito davvero arduo. Insomma, sembra quasi che il non essere un lavoratore dipendente-precario-esodato-disoccupato-eccetera sia diventato un prerequisito per poter disquisire di lavoro.
Sono troppo tranchant? Troppo pessimista? Temo di no, perché stamattina, nonostante tutto, sono rimasto lo stesso di stucco quando sui giornali non ho trovato traccia della straordinaria mobilitazione di ieri dei lavoratori della Sirti. E non sto parlando delle pagine nazionali, bensì di quelle milanesi. E nemmeno della prima pagina locale, ma di una pagina qualsiasi.
Quello che è successo ieri a Milano sarebbe, invece, degno di essere raccontato e costituisce senz’altro una notizia. Ma in molto pochi hanno deciso di farlo: qualche radio amica, come Radio Popolare o Radio Onda d’Urto, alcune tv locali e il Tgr della Rai, che conferma una sua sensibilità sui temi del lavoro. Per il resto, appunto, silenzio totale. E allora, ci provo io a restituire in poche parole quello che è accaduto a Milano.
Ieri c’è stato lo sciopero nazionale del gruppo Sirti S.p.A. con manifestazione nazionale a Milano (vedi post di ieri su questo blog). La Sirti si occupa di reti di telecomunicazioni ed affini e impiega circa 4mila dipendenti. Troppi, secondo l’azienda, che sostiene che la crisi la costringe a ridurre il personale, ma tutti sanno che in realtà vorrebbe sostituire una parte dei dipendenti regolari con dei subappalti. Quindi, il 12 aprile scorso l’azienda ha respinto tutte le proposte sindacali, cioè contratti di solidarietà e cassaintegrazione a rotazione, e annunciato ben 1000 licenziamenti, di cui 200 nel milanese. È così che si è arrivati allo sciopero di ieri, il cui obiettivo era riaprire la trattativa e far ritirare i licenziamenti.
Ebbene, lo sciopero è riuscito alla grande, come si era capito subito guardando la piazza. Poco dopo le 10.00 il corteo si è mosso da piazzale Loreto ed ha imboccato via Padova. Erano un migliaio di lavoratori Sirti circa, provenienti da tutta Italia. C’erano pure quelli che di solito non scioperavano. Insomma, un quarto dei dipendenti del gruppo era in piazza. E questa sarebbe già una prima notizia, di cui la “grande stampa” non si è accorta, ma in cambio la Questura sì. Infatti, c’era uno schieramento antisommossa degno di un raduno di tifosi esagitati, ma assolutamente fuori luogo ieri.
La seconda notizia, per Milano, sarebbe che il corteo ha percorso via Padova, cioè quella parte della città che ai tempi decoratiani veniva additata come simbolo del degrado e dell’insicurezza, ma che poi si era riconquistata la sua dignità, ribellandosi civilmente alla follia del coprifuoco imposto dall’allora Sindaco Moratti. Saranno decenni che via Padova, zona popolare e multietnica, non vedeva più una manifestazione di lavoratori. E ieri ne ha vista una molto bella, combattiva e arrabbiata, ma anche colorata e comunicativa, grazie soprattutto ai lavoratori provenienti dalle sedi di Napoli, e ad assoluta prevalenza di bandiere Fiom.
La terza notizia è che la mobilitazione non è affatto finita con l’arrivo a destinazione del corteo, cioè la sede centrale della Sirti in via Stamira d’Ancona (tra via Padova e v.le Monza). L’obiettivo era riaprire le trattative e quindi è iniziato un assedio rumoroso, ma pacifico. Una delegazione sindacale è entrata nella sede poco prima delle 13.00, per uscirne soltanto moltissime ore più tardi: cioè, all’alba di oggi. Nel frattempo, in strada il presidio continuava, tutta la notte, e soltanto stamattina alle 8.00 sono ripartiti gli ultimi pullman.
Alla fine, e questa è la quarta notizia, la mobilitazione ha ottenuto un risultato: l’azienda è stata costretta a risedersi al tavolo di trattativa e accettare di ridiscutere delle richieste sindacali. Non c’è ancora alcun accordo, perché le parti hanno deciso di aggiornare la trattativa a lunedì prossimo, in Assolombarda. Però, si può guardare a quella scadenza con un moderato ottimismo.
Insomma, non c’è proprio alcuna giustificazione per questo silenzio assordante da parte della stampa, se non quella deformazione culturale che riduce il lavoratore e la lavoratrice a mera comparsa del teatrino della politica. In tutto questo c’è un segno dei tempi, ma vi è anche molta ipocrisia e malafede. Comunque sia, è proprio in giornate come quelle di ieri che si ritrova l’antidoto a questo stato di cose. Basta volerlo vedere e condividere.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Ci sarà ancora molto da dire e da discutere sul terremoto che ha colpito l’Emilia e il mantovano, specie per quanto riguarda (ancora una volta!) la prevenzione e le norme antisismiche. Già, perché la ragione del crollo di quei capannoni di recente costruzione, responsabili della morte di tanti operai, è purtroppo estremamente banale: non erano costruiti per far fronte ad oscillazioni orizzontali, cioè a terremoti anche di entità media…
Una questione che riguarda direttamente la sfera pubblica, del legiferare e del governare, così com’è di responsabilità pubblica, a partire dalla Presidenza della Repubblica, la stupefacente e stupida autoreferenzialità che ha portato alla conferma della parata militare del 2 giugno.
Di tutto questo si parlerà ancora, anzi si sta già parlando. E giustamente, aggiungo. Tuttavia, oggi è anche il momento di fare un’altra cosa e con urgenza: portare alle popolazioni colpite la nostra solidarietà, umana e materiale.
Umana, perché in situazioni come queste non sentirsi soli è un aiuto molto concreto e importante. Materiale, perché c’è bisogno di un sacco di cose nel momento dell’emergenza, come ci confermano peraltro gli appelli che giungono anche in queste ore dai territori colpiti. Certo, sono cose di cui si deve occupare lo Stato, nelle sue molteplici articolazioni, e poi, direte voi, ci sono gli sms da mandare, le grandi campagne di sottoscrizione delle grandi organizzazioni, delle tv eccetera. Tutto vero, anche se su certe campagne ci sarebbe molto da ridire, ma poi c’è anche qualcosa d’altro, di maledettamente prezioso. Cioè, la solidarietà diretta e diffusa che, per fortuna, si sta mobilitando anche questa volta.
Ebbene, io penso che le iniziative dal basso, di solidarietà diretta vadano sostenute e praticate. Non vi voglio proporre liste esaustive di azioni, ma semplicemente elencarne alcune, di cui sono a conoscenza, delle quali penso ci si possa fidare e che sono coordinate con i territori colpiti. Le trovate qui sotto. Per il resto, vi invito ad usare lo spazio dei commenti per aggiungere, integrare ecc.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
A Milano, il centro sociale Zam ha allestito un punto di raccolta materiale (dai pannolini fino ai piatti di plastica), operativo da oggi. L’iniziativa è coordinata con il lavoro del Laboratorio AQ 16 di Reggio Emilia e con le attività delle Brigate di Solidarietà Attiva. Per tutte le info cliccate qui (verificate eventuali aggiornamenti): RACCOLTA DI MATERIALE PER LA POPOLAZIONE DELL’EMILIA COLPITA DAL TERREMOTO.
AGGIORNAMENTO DEL 5 GIUGNO: per un resoconto della prima consegna di materiali da parte di Zam e sul proseguo della raccolta, leggete Cavezzo, la solidarietà da Milano. Continua la raccolta a ZAM!
AGGIORNAMENTO DEL 12 GIUGNO: il resoconto della seconda consegna Ritorno a Cavezzo. Solidarietà senza divise
 
Poi ci sono dei conti correnti, su cui effettuare dei versamenti. Eccovi due:
 
Arci nazionale d’intesa con l'Arci dell’Emilia Romagna e della Lombardia (per info clicca qui):
Banca Etica
c/c 145350
Iban: IT 39 V 05018 03200 000000145350
intestazione: ASSOCIAZIONE ARCI
Causale -Emergenza TERREMOTO in NORD ITALIA
Via dei Monti di Pietralata, n.16
00157 Roma
 
Usb (Unione Sindacale di Base):
BANCA UGF
IBAN: IT36 X031 2702 4090 0001 2345 678
FEDERAZIONE USB EMILIA ROMAGNA
CAUSALE: PRO TERREMOTO
(per info clicca qui)
 
Slow Food, raccoglie fondi per sostenere le comunità e le realtà produttive più colpite (info qui):
UNICREDIT BANCA
Codice Iban: IT12P0200846041000102096108
Causale del versamento: raccolta fondi pro Emilia
 
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Il Governo ha messo la fiducia e il Senato ha approvato, a stragrande maggioranza (231 sì, 33 no e 9 astenuti). Ora il ddl lavoro (nome completo: "Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”), in una versione persino peggiorata rispetto a quella iniziale, specie per quanto rigurada i precari, passa alla Camera, dove la maggioranza intende approvarlo in via definitiva entro il mese di giugno.
L’hanno fatto, secondo Monti, “per il bene dei giovani e non per il plauso delle categorie”, anche se, a dire la verità, tra i plausi di ieri mancavano proprio i  giovani. Hanno invece applaudito i capigruppo di Pd e Pdl, “organismi imparziali” (copyright di Mario Monti) come la Commissione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e l’Osce, e, ovviamente, la Cisl di Bonanni, mentre la Uil un po’ sì un po’ no e la Cgil più no che sì, ma soprattutto per il fatto che era stata scelta la strada della fiducia, che impediva la discussione degli emendamenti.
D’altronde, non c’è proprio nulla da applaudire per i giovani, così come per tutte le altre classi d’età. L’art. 18 viene manomesso ed i licenziamenti illegittimi diventano più facili (già, il punto è questo, poiché quelli legittimi si potevano fare anche prima). Vengono colpiti e ridimensionati i diritti di chi ha un contratto a tempo indeterminato, senza darne dei nuovi ai precari e alle precarie. Nessuna forma contrattuale precaria è stata abolita e, anzi, il ricorso ad alcune di esse è stato persino facilitato. Per non parlare poi dell’apprendistato, che dovrebbe diventare il principale canale (e salario) di ingresso nel mondo del lavoro. Peccato che in Italia l’apprendistato venga utilizzato anzitutto come forma contrattuale flessibile e a buon mercato, piuttosto che non come percorso formativo, come denunciano peraltro persino fonti imprenditoriali. E che dire del forte ridimensionamento degli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, mobilità), proprio in un momento di crisi, di esodati e di aumento smisurato dell’età pensionabile, e dell’introduzione in loro vece di un nuovo sistema assicurativo, l’Aspi, che, alla faccia dei proclami ufficiali, prevede criteri di accesso talmente restrittivi da escludere larga parte dei precari?
Insomma, non può certo sorprendere che ad applaudire siano state anzitutto istituzioni filantrope come il Fmi e non quanti e quanti di lavoro e relativo reddito devono campare. Quello che, invece, non finisce mai di stupire è l’insipidezza dell’opposizione a questi provvedimenti. Non che negli altri paesi europei sia tutto rose e fiori, figuriamoci, ma l’inconsistenza e la subalternità dell’azione del sindacalismo “maggiormente rappresentativo” italiano o l’estremismo moderato del Pd fanno davvero cascare le braccia.
Comunque, con i lamenti non andiamo da nessuna parte ed occorre invece agire. Per fortuna non tutto tace ed è calmo. Ci sono diverse ipotesi di mobilitazione, che tendono tutte ad individuare la discussione alla Camera del ddl lavoro come momento e luogo. Allo stato, purtroppo, non c’è ancora una discussione convergente e, pertanto, mi limito a segnalare le proposte emerse da diversi luoghi:
Assemblea nazionale delegati ed eletti Rsu, che si è tenuta a Roma il 26 gennaio;
Blockupy DDL Fornero - Riunione nazionale al Cinema Palazzo di Roma del 30 maggio;
Giornate mobilitazione Fiom, lanciate il 31 maggio.
Insomma, ancora ipotesi separate, ma il lavoro per costruire convergenze è in corso. È probabile che il grosso della mobilitazione (solo Roma o anche sui territori?) si realizzerà attorno ai giorni 13 e 14 giugno –sempre che non ci siano accelerazioni e fiducie anche alla Camera-, considerato anche che Usb ha sospeso gli scioperi previsti per l’8 giugno, in seguito al terremoto in Emilia.
In altre parole, a partire da oggi tutti e tutte dobbiamo concentrarci a costruire la mobilitazione, in maniera possibilmente convergente e unitaria, sia sui territori, che centralmente. E poi, ci vorrebbe questo benedetto sciopero generale!
 
Luciano Muhlbauer
 
La versione iniziale del ddl puoi consultarla qui. Sotto, in allegato, puoi invece scaricare il testo del Ddl "Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”, così come approvato dal Senato il 31 maggio 2012. Per la ver
 

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Arriva l’inaugurazione ufficiale dei cantieri della Tem, cioè la Tangenziale Est Esterna di Milano, uno dei tre mega progetti autostradali (gli altri due sono la Pedemontana e la BreBeMi), che dovrebbero inondare la nostra Regione con un’ulteriore colata d’asfalto e consumare oltre 11 miliardi di euro, di cui circa 2,5 mld per la Tem.
L’inaugurazione in pompa magna dell’11 giugno, con la presenza di Formigoni, Podestà, il Ministro Passera ecc., doveva tenersi al “campo base” di Truccazzano (MI), ma poi le autorità hanno pensato bene di scappare dal territorio interessato dall’opera e di spostare la cerimonia ufficiale alla più rassicurante (e lontana!) sede della Provincia, in pieno centro di Milano. Uno spostamento altamente simbolico ed indicativo della crescente opposizione sul territorio contro questa ennesima opera senza senso.
E, per favore, lasciamo stare la solita demagogia sui Nimby (Not In My Back Yard) che non capiscono, che sono egoisti eccetera. No, qui si tratta di ben altro, cioè di quale futuro ci immaginiamo per il nostro territorio.
Già, in una Regione dove il trasporto pubblico locale è fortemente sottodimensionato e, per usare un eufemismo, molto carente dal punto di vista qualitativo e dove l’inquinamento atmosferico è un problema acuto, che senso ha continuare a concentrare gli investimenti in via prioritaria sulle autostrade, aumentando così ulteriormente il ricorso all’automobile? E vi pare responsabile continuare a piazzare opere invasive di tale natura e dimensione su un territorio densamente popolato e già fortemente antropizzato? È peraltro sufficiente consultare i dati in circolazione, da qualsiasi fonte provengano (Legambiente, Regione Lombardia o Istat), per rendersi conto che dalle nostre parti il consumo del territorio ha raggiunto un punto limite, anzi di allarme. Non a caso, infatti, la BreBeMi e la Tem andranno a consumare non poco terreno agricolo del Parco Sud.
Insomma, altro che Nimby, qui siamo di fronte a una questione generale, che interessa l’insieme dei cittadini e delle cittadine dell’area metropolitana milanese e della Regione.
 
Per questo vi invito a partecipare al corteo contro la Tem che si terrà domenica 10 giugno, con partenza alle ore 15.00 a Melzo (MI), via Cristoforo Colombo 6 (piazzale del Millepiedi). Ci saranno i comitati cittadini della zona, movimenti, Legambiente, alcune forze politiche ecc. E sarà, ovviamente, un punto di partenza per rafforzare le molte resistenze e opposizioni che stanno crescendo sui territori.
 
Se non sapete bene dove passa la Tem o volete semplicemente conoscere in dettaglio il progetto definitivo dell’opera, andate sul sito ufficiale della Tem.
 
Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 09/06/2012, in Regione, linkato 713 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer pubblicato su il Manifesto il 9 giugno 2012 con il titolo “L’era di Formigoni è finita? Sì, se il Pd battesse un colpo”
 
Al Pirellone non è successo niente. La mozione di sfiducia contro Roberto Formigoni è stata respinta. Nessuna emozione, nessuna sorpresa, beninteso. L’esito era talmente scontato che mercoledì il capogruppo regionale del Pd, in vacanza su un’isola greca, non si è nemmeno presentato in aula. Già, la logica del potere è implacabile e la Lega, al di là delle sceneggiate padane, non ha alcuna intenzione di mollare il Presidente ciellino e, soprattutto, di segare il ramo sul quale sta comodamente seduta da oltre un decennio.
Formigoni ovviamente gongola, ma la sfiducia mancata non toglie nulla alla profondità  della crisi che lo attanaglia. Al massimo dimostra che la paura di perdere poltrone e privilegi è un potente collante e che dopo 17 anni di governo ininterrotto della stessa persona e dello stesso gruppo politico, di sovrapposizione tra pubblico e privato, di complicità e di clientele, cambiare le cose in Lombardia è faccenda che non può essere affidata all’improvvisazione.
La crisi del formigonismo è definitiva, terminale. Quel modello aveva perso la sua spinta propulsiva anni fa ed ora siamo al tirare a campare in un clima da basso impero, popolato da corrotti, trote, minetti, faccendieri, vacanze di lusso e pure un pizzico di ‘ndrangheta. Insomma, un ciclo politico è finito e il dopo Formigoni è già iniziato, anche se questa constatazione, di per sé, non ci fornisce alcuna certezza sui tempi, sulle modalità e sugli esiti.
Si, perché le cose da sole non cambiano in meglio, anzi rischiano di imputridirsi rapidamente, soprattutto oggi, con l’intero sistema politico esposto al discredito di massae con una crisi economica ed occupazionale sempre più devastante. In altre parole, la fuoriuscita celere dall’epoca formigoniana e la definizione di un’alternativa netta, chiara e trasparente rappresentano oggi la principale urgenza politica in Lombardia.
Eppure, sembra che l’opposizione a Formigoni venga fatta seriamente soltanto dalla Procura della Repubblica e questo è un guaio. Sia chiaro, il problema non sono i magistrati, che fanno (e faranno) semplicemente il loro mestiere, bensì la politica, che non lo fa a sufficienza, determinando così un pericoloso vuoto.
In questo senso, dissento profondamente da chi è intervenuto ultimamente, anche da posizioni contigue al centrosinistra, come Piero Bassetti (ex Presidente della Regione e sostenitore di Pisapia l’anno scorso), affermando che Formigoni non si debba dimettere nemmeno in caso riceva un avviso di garanzia. Certo, un ragionamento ineccepibile in punto di diritto, ma politicamente perlomeno sospetto. Infatti, come negare rilevanza politica alla quantità e alla qualità di indagati nell’entourage del Presidente e al fatto che un terzo della sua Giunta degli anni 2005-2010 risulti oggi inquisita per fatti di corruzione? O al piccolo particolare delle firme false per la presentazione della sua lista elettorale? Oppure al quadro desolante che emerge con sempre maggior forza dalle vicende San Raffaele, Fondazione Maugeri e vacanze pagate?
Insomma, la rilevanza politica è evidente, per i fatti in sé e per quello che raccontano sulla vera essenza di un sistema di potere, ormai irreversibilmente marcio. Se a questo aggiungiamo il fatto che Regione Lombardia è ormai letteralmente immobile, se non addirittura disinteressata, rispetto all’incalzante questione sociale e alla galoppante desertificazione produttiva, abbiamo completato il quadro dell’insostenibilità della situazione.
Appunto, il dopo Formigoni è già iniziato. Per questo, se non si vuole delegare la politica alla magistratura o consegnare il futuro della Lombardia a un grande accordo con Cl, a una sorta di formigonismo senza Formigoni, occorre che dal campo dell’opposizione emerga un’iniziativa urgente e un percorso unitario che porti alla definizione di un’alternativa politica per la Lombardia. Un percorso, sia chiaro, il più pubblico ed aperto possibile, a partire dallo svolgimento delle primarie, perché solo così si potrà seriamente tentare di recuperare un rapporto di fiducia con i ceti popolari ed evitare in partenza tragici errori, come quello che aveva portato due anni fa alla candidatura di Filippo Penati.
 
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di lucmu (del 11/06/2012, in Lavoro, linkato 848 volte)
Quanto avvenuto questa mattina a Basiano (MI), con le violente cariche delle forze dell’ordine contro un presidio di operai che protestavano contro il loro licenziamento, è grave, inaccettabile e non deve ripetersi.
I diversi livelli istituzionali che hanno delle responsabilità in materia di attività produttive ed di occupazione, dai Ministeri fino alle amministrazioni regionali e provinciali, devono invece adoperarsi da subito perché le vertenze del lavoro rimangano sul terreno proprio e per arrestare la pericolosa tendenza di delegare a polizia e carabinieri la soluzione di conflitti che nulla c’entrano con l’ordine pubblico.
E questo non un è appello al buon cuore di qualche amministratore o Ministro, bensì un richiamo ad una precisa responsabilità politica ed istituzionale, poiché situazioni come quelle del licenziamento dei 90 operai di Basiano, per sostituirli con altri operai che costano ancora meno, stanno purtroppo diventando ordinaria amministrazione e sono conseguenza diretta della continua erosione di diritti e regole nel mercato del lavoro e dell’ormai sistematico immobilismo delle istituzioni.
Il racconto ufficiale su quanto avvenuto stamattina, per cui le forze dell’ordine sarebbero state aggredite dagli operai, non spiega proprio nulla e, soprattutto, non restituisce la realtà di quanto sta accadendo in maniera sempre più estesa in alcuni settori economici, specie in quello della logistica. Infatti, per rimanere al nostro caso, i magazzini “il Gigante” appaltano i servizi di magazzinaggio ad altre società, come la “Gartico”, la quale a sua volte subappalta a delle cooperative i vari processi lavoratovi, a partire da quelli a più alta intensità di manodopera.
Insomma, un sistema di scatole cinesi che permette all’impresa di aggirare allegramente ogni norma e regola e di comportarsi come in quei film americani in bianco e nero, dove gli operai venivano licenziati per sostituirli con altri e se poi protestavano, allora arrivavano le legnate.
In altre parole, “il Gigante” vuole spendere ancora meno per la manodopera e così avvia una reazione a catena che finisce con la disdetta dell’appalto ad una cooperativa, per affidarlo ad un’altra cooperativa, dove le condizioni di lavoro sono peggiori. E così, i lavoratori della cooperativa che non ha più l’appalto finiscono disoccupati. È persino ovvio che a questo punto il licenziati tentino di fare qualcosa, di denunciare la porcata e di impedire che l’altra cooperativa possa entrare per prendersi il loro lavoro ed è esattamente quello che stavano facendo stamattina. Ma poi, appunto, l’azienda telefona alle forze dell’ordine, le istituzioni guardano da un’altra parte e arrivano le legnate.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull'icona qui sotto puoi scaricare il testo dell'interrogazione del consigliere provinciale Massimo Gatti, depositata il 12 giugno in Provincia di Milano, sui gravi fatti di Basiano.
 

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