Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
di lucmu (del 06/03/2007, in Movimenti, linkato 721 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 3 marzo e su il Manifesto (pag. Milano) del 6 marzo 2007
 
Ci risiamo, sta arrivando un altro processo e con esso l’ennesimo teorema politico. Il 16 marzo prossimo, infatti, si apre a Milano il procedimento contro 28 persone per fatti legati alla Mayday Parade del 2004.
Il vicesindaco meneghino, De Corato, ormai privo di deleghe importanti e impegnato a piazzare telecamere, non ha perso tempo per chiarire quale sarà il leitmotiv della strumentalizzazione politica. Così, “spezzoni eversivi no global”, “attivisti dei centri sociali” e rischi di “travaso verso il terrorismo” disegnano un oscuro scenario che finisce inesorabilmente per indicare nei soliti centri sociali e nelle manifestazioni di piazza il problema da eliminare.
D’altronde, l’impianto accusatorio del processo si presta benissimo, basato com’è sull’assemblaggio arbitrario di fatti diversi e distanti tra di loro. Troviamo quindi persone accusate di danneggiamenti e incendi, altre di aver semplicemente imbrattato i muri cittadini mediante bomboletta spray, così come attivisti e sindacalisti colpevoli di aver picchettato in mattinata alcuni supermercati che non rispettavano la chiusura del 1° maggio. Ci sono poi due ragazzi e due ragazze accusati di manifestazione non autorizzata, svoltasi però due settimane dopo la Mayday Parade. Ma la vera chicca è costituita senz’altro dalla riesumazione del Regio decreto n. 773 del 1931, con il quale cinque persone vengono accusate –e non stiamo scherzando- di aver distribuito “scritti e disegni nelle forme di volantini e striscioni reclamizzanti l’iniziativa ‘MayDay Parade’ contrari agli ordinamenti politici, sociali od economici costituiti nello Stato”. Cioè, sono sotto processo perché pubblicizzavano una manifestazione, peraltro regolarmente autorizzata!
Siamo di fronte a un procedimento dalla dubbia ratio giuridica, ma dall’inequivocabile valenza politica. Vale a dire, a finire sul banco degli accusati è la Mayday Parade. Questo fatto dovrebbe giustificare di per sé una reazione politica e civile ampia, ma in realtà c’è ben altro, poiché non è certo la prima volta che fatti processuali diventano strumento di battaglia politica contro i movimenti.
Rinfreschiamoci dunque la memoria. Dopo il mezzogiorno di follia dell’11 marzo scorso, 25 ragazzi e ragazze hanno subito quattro mesi di carcerazione preventiva. Un fatto senza precedenti nella storia recente della nostra città e una violazione bella e buona dei principi dello stato di diritto. Quella vicenda fu accompagnata da una campagna politica ossessiva e coerente che additava i centri sociali tout court come luoghi eversivi e ostili. E, inutile negarlo, quella campagna produsse dei risultati, perché è riuscita nell’intento di produrre isolamento politico.
Anche i recenti arresti dei presunti neobrigatisti sono stati accompagnati da strumentalizzazioni politiche di ogni tipo. Alcuni degli arrestati avevano la tessera della Fiom in tasca? E quindi avanti con gli interessati “inviti” alla Fiom di moderare i toni e di essere più mansueta, come se questo centrasse qualcosa. All’interno della stessa Confederazione di appartenenza si sono moltiplicate le voci che chiedono di rompere ogni rapporto con i movimenti sociali, in particolare con i sindacati di base e con i centri sociali. E anche questa campagna rischia di produrre dei risultati.
Beninteso, qui non si tratta di evocare inesistenti trame e complotti, bensì di cogliere e leggere una serie di dinamiche convergenti che tendono a produrre un senso comune ostile al conflitto sociale e a provocare isolamento e divisione tra le realtà di movimento. In altre parole, dopo l’esaurimento del ciclo delle grandi mobilitazioni –Vicenza a parte-, ora rischiamo la definitiva chiusura del varco aperto da Genova sei anni fa, con la recisione della rete di comunicazione e iniziativa tra movimenti e organizzazioni sociali diversi tra di loro. Questa ci pare essere la posta politica in gioco.

L’esperienza concreta ci ha insegnato che queste dinamiche non hanno trovato un granché di capacità di reazione, ma piuttosto un rassegnato chiudersi su sé stessi. Di questo passo, e non ci vuole molto a capirlo, il futuro non promette nulla di buono. Forse vale la pena parlarne.

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di lucmu (del 21/02/2007, in Migranti&Razzismo, linkato 727 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer e Osvaldo Squassina, pubblicato su il Manifesto del 21 febbraio 2007 (pag. Milano)
 
Oggi il Consiglio Regionale ha deciso di affrontare con urgenza la questione della proroga per l’entrata in vigore della legge regionale sui phone center (l.r. 3 marzo 2006, n.6), prevista per fine marzo. La competente commissione consiliare avvierà dunque la discussione entro e non oltre la prima settimana di marzo.
In Lombardia esistono quasi 3.000 phone center, di cui ben 700 si trovano a Milano. Ebbene, la grandissima maggioranza di loro rischia la chiusura immediata qualora tra un mese entrasse in vigore la legge.
Rifondazione Comunista non l’aveva votata un anno fa, perché riteniamo inaccettabile e illegittimo che vengano stabilite regole speciali per un determinato settore commerciale, semplicemente perché utilizzato da cittadini immigrati. Ma, come se non bastasse, quella legge si è dimostrata anche inapplicabile. Infatti, un phone center che volesse mettersi in regola con la legge dovrebbe, in buona parte dei casi, trovarsi una nuova sede, poiché non dappertutto si possono fare le opere edilizie richieste. Ma, e sta qui l’inghippo, l’articolo 7 vieta ogni ‘rilocalizzazione’ o nuova apertura fino all’adozione, da parte del comune di competenza, di una serie di atti specifici di Pgt. Ovviamente, gran parte dei comuni lombardi non l’ha fatto.
Oggi, non abbiamo preteso di ridiscutere la legge, ma semplicemente di compiere un atto di buon senso e di buon governo, evitando che i ritardi burocratici della pubblica amministrazione si scarichino sui cittadini più deboli, attraverso un’ondata di chiusure forzate.
Non è stato possibile far votare una proroga nell’odierna seduta, ma il fatto che la maggioranza abbia accettato di riaprire la discussione rappresenta un piccolo passo avanti che noi valutiamo positivamente.
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Nasce oggi la Concessioni autostradali lombarde, Cal, e con essa nasce anche la grande coalizione delle grandi opere. Un vero e proprio coro, infatti, si è levato per salutare la nuova società, costituita pariteticamente da Anas e da Infrastrutture Lombarde Spa.
Tutti contenti, a quanto pare. Formigoni sicuramente, perché si porta a casa un bel regalo potendo controllare il 50% della nuova società e dei relativi poteri, mentre i soldi continua a metterceli lo Stato. Contento anche il Ministro Di Pietro, che parla di una nuova coalizione, quella “che non si vede ma c’è”. Contento infine, l’Ulivo lombardo, che da sempre vive con disagio le critiche e le obiezioni alle grandi opere autostradali.
Checché se ne dica, il federalismo c’entra ben poco in questa vicenda. Quello che realmente conta è che la Cal significa procedure semplificate e accelerate per realizzare le tre grandi opere autostradali, la Pedemontana, di cui oggi è stato firmato l’accordo di programma, la BreBeMi e la Tem.
Nella nostra regione c’è una rete stradale ordinaria, quella più utilizzata dai cittadini, che necessita di molteplici interventi, come sollecitano le comunità locali. Ma per quella, di soldi e poteri speciali non ce ne sono. In Lombardia c’è una rete ferroviaria assolutamente sottodimensionata rispetto alla domanda di mobilità, ma di grandi coalizioni per rilanciare il trasporto pubblico non se vedono. Tutti a dire, giustamente, che l’inquinamento prodotto dal traffico automobilistico privato è un’emergenza, ma poi si vuole riempire la Lombardia di colate di asfalto.
Tutti contenti dunque? Non proprio. Noi, certamente, non lo siamo. Anzi, pensiamo sia davvero miope credere che i problemi infrastrutturali e ambientali della Lombardia si possano affrontare con le grandi e costosissime opere autostradali”.
 
comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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di lucmu (del 15/02/2007, in Pace, linkato 1017 volte)
Pubblicato su il Manifesto del 15 febbraio 2007 (pag. Milano)
La decisione del Presidente del consiglio Romano Prodi di confermare gli accordi del governo Berlusconi e di dare quindi il via libera alla costruzione di una nuova base militare statunitense a Vicenza non ci trova d’accordo.
Le servitù militari esistenti sul territorio italiano sono tantissime e pensiamo, come affermato dal programma dell’Unione, che occorra al più presto arrivare a una loro ridefinizione. E questo vale anche per la Lombardia, a partire dalla base di Ghedi (BS) che, sebbene sotto comando italiano, ospita armi nucleari sotto controllo delle forze armate statunitensi.
Concedere oggi la costruzione di una nuova base statunitense sul territorio dell’aeroporto Dal Molin, destinata ad ospitare la 173ª Brigata aviotrasportata Airborne con funzioni di rapido intervento nelle aree mediorientali, contraddice non soltanto l’impegno preso con gli elettori, ma la stessa vocazione pacifista dell’Italia, espressa dall’articolo 11 della Costituzione. D’altronde, l’attuale politica del governo USA, incentrata su interventi militari come quello in Iraq, è in stridente contrasto con l’ispirazione della politica estera dell’Unione.
Ma vi è una seconda ragione che ci fa dire che quella decisione era ed è sbagliata. In nessun momento è stata interpellata la comunità locale, cioè i cittadini e le cittadine di Vicenza. Anzi, il sindaco Hullweck ha persino negato alla cittadinanza la possibilità di esprimersi attraverso un referendum.
Oggi, i cittadini e le cittadine di Vicenza chiedono che venga ascoltata la loro voce e che la nuova base non si faccia. Dicono di non poter accettare la decisione del Presidente del consiglio e ci chiamano a manifestare a Vicenza il 17 febbraio prossimo.
Noi, Consiglieri regionali della Lombardia, siamo d’accordo con loro e invitiamo tutti e tutte a partecipare alla manifestazione del 17 febbraio a Vicenza.
 
Luciano Muhlbauer (Prc), Mario Agostinelli (Prc), Osvaldo Squassina (Prc), Marco Cipriano (Ds), Arturo Squassina (Ds), Bebo Storti (Pdci), Carlo Monguzzi (Verdi), Marcello Saponaro (Verdi)
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di lucmu (del 14/02/2007, in Migranti&Razzismo, linkato 674 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberamente di gennaio-febbraio 2007
 
Porrajmos, è un termine poco conosciuto, anche a sinistra, che indica la persecuzione e lo sterminio delle popolazioni sinti, rom e camminanti attuato dal Terzo Reich. Nel campo di concentramento di Auschwitz esisteva una sezione specifica riservata a loro, lo Zigeuner Lager. Non si sa con esattezza quante fossero le vittime dell’olocausto zingaro, perché le ricerche storiche vi hanno dedicato pochissima attenzione, ma le stime vanno da un minimo di 500mila fino ad oltre un milione di uomini, donne e bambini.
Ci pare utile e necessario partire da questo promemoria, per ricordare che i rom e i sinti rappresentano una storica minoranza europea –e italiana-, così come storica è l’ostilità e la discriminazione che subiscono. Attualmente sono oltre 10 milioni i rom e sinti che vivono negli stati membri dell’UE. Insomma, non si tratta di “invasori” giunti dal nulla, anche se vengono trattati come se fossero un corpo estraneo, con l’aggiunta dell’accusa di essere intrinsecamente ladri e delinquenti. Dalle nostre parti probabilmente la pensa così la maggioranza dei cittadini, compresa buona parte degli elettori di sinistra.
Oggi nell’area milanese la situazione si è fatta critica, come ha evidenziato inequivocabilmente l’infamia di Opera, iniziata con il pogrom pre-natalizio e finita con la cacciata delle famiglie rom. A Opera si è definitivamente oltrepassata la soglia di allarme, poiché i razzisti della Lega e di An sono riusciti a coagulare consenso popolare, a imporre la loro volontà a un Prefetto inetto e, soprattutto, a portare a casa una vittoria. D’ora in poi, e non ci vuole molto per capirlo, tenteranno di replicare il modello ovunque.
Ma come si è potuti arrivare a questo punto? Certo, c’è un clima generale di ostilità verso il “diverso” e le destre lo cavalcano da tempo, amplificandolo. E il “nomade” è indubbiamente l’obiettivo più facile. Ma vi è anche una base materiale sulla quale si innestano le campagne no-rom, costituita da una prolungata negligenza da parte delle istituzioni e, soprattutto, dal predominio della filosofia del “campo nomadi”.
In fondo, il paradosso dovrebbe saltare agli occhi. Cioè, popolazioni che in larghissima parte e da tempo non praticano più il nomadismo vengono riunite in campi “di sosta” e “di transito”. Vari organismi dell’UE hanno ripetutamente denunciato questa pratica tutta italiana, sollecitando un deciso cambio di rotta. Citiamo qui soltanto l’ultimo richiamo europeo in ordine di tempo, quello dell’ECRI pubblicato il maggio scorso, che parla di “relegazione forzata di molti Rom e Sinti in campi nomadi” e raccomanda politiche che si pongano l’obiettivo “dell’eliminazione dei campi nomadi”.
Tuttavia, in Italia poco o nulla si è mosso finora. Negli anni Ottanta molte regioni adottarono leggi, ispirate alla “tutela delle popolazioni nomadi”, ma che contribuirono all’istituzionalizzazione dei campi. Anche la Lombardia ne ha una, ma non la applica, in base all’edificante principio del “neanche un soldo ai rom”. E così a Milano e in tutta la regione i comuni istituivano “campi”, ma senza le azioni positive e le risorse finanziarie della legge regionale.
Nel corso degli ultimi due decenni la situazione si è aggravata con l’arrivo di nuove popolazioni rom in fuga dal conflitto nell’ex-Jugoslavia e dalla situazione di miseria ed esclusione che vivono in Romania. A Milano e dintorni i campi esistenti sono cresciuti e un po’ ovunque sono sorti nuovi campi abusivi. Le istituzioni, in primis il comune capoluogo, sono rimaste sostanzialmente a guardare, limitandosi a qualche comunicato stampa di fuoco, uno sgombero qui e là e poi tutto avanti come prima. Il risultato di tale non politica, chiamata da taluni “tolleranza zero”, è sotto gli occhi di tutti: i cosiddetti “campi” altro non sono che dei ghetti e delle baraccopoli, dove predomina il degrado urbano e sociale.
La verità è che i “campi” e il degrado che li circonda sono figli di una politica sbagliata e non del cultura rom. In alcune regioni italiane, come in Toscana, se ne sono accorti e ora stanno sperimentando delle politiche alternative. In Lombardia, invece, non se ne può nemmeno parlare. Anzi, qualche dirigente milanese dei Ds ha addirittura sentito il bisogno di una pubblica autocritica del “buonismo” della sinistra. Come se a Milano ultimamente avesse governato la sinistra…

Opera ci dice che occorre reagire in fretta, anzitutto contro le ignobili e pericolose campagna d’odio di Lega e soci, ma soprattutto trovando il coraggio e la lungimiranza di definire una politica di fuoriuscita dalla logica dei “campi”.

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di lucmu (del 13/02/2007, in Migranti&Razzismo, linkato 679 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 13 febbraio 2007
 
A Opera abbiamo perso. Ha perso la sinistra, la democrazia e la decenza. E ha vinto il razzismo della Lega Nord e dei gruppi neofascisti. Questa è la realtà e non nascondiamoci dietro giri di parole o rimozioni.
I settanta rom, di cui oltre 30 bambini, ospitati temporaneamente a Opera, periferia sud di Milano, se ne sono andati anzitempo e non torneranno più. La Casa della Carità, che gestiva la tendopoli, si è infine arresa, “stufa di subire l’ostilità, la violenza e l’arroganza di chi presidia il campo”.
Il generoso corteo per la democrazia e contro il razzismo che sabato scorso ha attraversato Opera è arrivato troppo tardi. Così come a nulla erano servite le ripetute richieste del sindaco, Ramazzotti, di sgomberare l’abusivo presidio anti-rom. Il Prefetto di Milano, Lombardi, uomo palesemente inadatto a coprire tale incarico, ha continuato a fare orecchie da mercante, come del resto faceva sin dal principio.
Il tutto era iniziato alla vigilia di Natale, quando un nutrito gruppo di cittadini operesi, guidato e incitato da esponenti della Lega e di An, aveva dato alle fiamme le tende della protezione civile, destinate ad ospitare fino alla fine di marzo le famiglie rom precedentemente sgomberati dalle baracche di via Ripamonti, nel comune di Milano. Nuove tende sono state poi rimontate e il 29 dicembre sono arrivati i rom, accolti da lanci di oggetti e cori razzisti. Un presidio permanente, successivamente attrezzato con un bar artigianale e bagni chimici, è stato montato all’ingresso del campo. Militanti della Lega, di An e di gruppi dell’estremismo neofascista milanese si sono incaricati a tenerlo in vita. Borghezio e suoi deliri sono diventati ospiti fissi.
Le famiglie rom, inclusi i bambini, subivano quotidianamente insulti, i volontari che si recavano al campo venivano minacciati e chiunque si permetteva di dissentire, compreso il parroco e l’arcivescovo, veniva apostrofato in malo modo. Nessuno è mai intervenuto contro gli istigatori e i responsabili del pogrom pre-natalizio, le denunce presentate alle autorità di pubblica sicurezza non hanno avuto seguito e le forze dell’ordine presenti al campo stavano a guardare.
La sconfitta di Opera pesa e peserà ben oltre Opera, poiché da oggi leghisti e neofascisti si sentiranno autorizzati a replicare il modello e c’è da aspettarsi che le tante campagne anti-rom, xenofobe, islamofobiche e securitarie, di cui è disseminato il territorio, ne escano rinvigorite.
Tuttavia, sarebbe un errore prendercela soltanto con l’inettitudine di Prefettura e Questura, perché a Opera i razzisti e i neofascisti hanno potuto vincere anche grazie al consenso attivo di centinaia di cittadini, mentre noi della sinistra, come un pugile suonato, ci abbiamo messo un mese e mezzo per articolare una prima risposta di piazza.
Le destre godono oggi di nuovi spazi, perché riescono a fornire a una società metropolitana attraversata da insicurezze, precarietà e degrado un nemico semplice, alla portata di tutti: il rom, l’islamico, il clandestino, l’abusivo e chi più ne ha, più ne metta. Sono le destre a governare questi territori da lunghi anni e ad aver abbandonato le tante periferie al loro destino, eppure sono sempre loro che ora organizzano molto malcontento. Paradossale, si direbbe, ma funziona lo stesso, perché la sinistra, in tutte le sue articolazioni, ha perso radicamento territoriale e sociale organizzato e fatica terribilmente a offrire risposte credibili al disagio, mentre sempre più “riformisti” cercano riparo nella subalternità.
La sconfitta di Opera è un campanello d’allarme molto serio. Guai a sottovalutarlo e proseguire come se niente fosse.
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di lucmu (del 09/02/2007, in Migranti&Razzismo, linkato 606 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 9 febbraio 2007 (pag. Milano)
 
Esprimiamo la nostra piena solidarietà con i cittadini e le cittadine di Opera (Mi), che hanno convocato per sabato prossimo una manifestazione per la democrazia e contro la violenza e l’intolleranza.
È passato più di un mese da quando sono state date alle fiamme le tende della protezione civile, destinate ad ospitare temporaneamente gli uomini, le donne e i bambini rom precedentemente sgomberati dalle baracche di via Ripamonti, nel comune di Milano. La gravità di quanto avvenuto alla vigilia di Natale, un vero e proprio pogrom, non poteva sfuggire a nessuno, eppure la reazione civile, politica e istituzionale è stata al di sotto di ogni necessità.
I responsabili e gli ispiratori del rogo di dicembre non sono stati chiamati a rispondere dei loro vili atti. La Prefettura di Milano ha omesso sistematicamente di intervenire contro quel “presidio” permanente anti-rom, nel frattempo attrezzato con bar e bagni chimici e tenuto in vita da esponenti della Lega, An e gruppi militanti neofascisti. Le minacce contro chiunque osasse manifestare dissenso rispetto all’isteria razzista si sono fatte quotidiane. A Opera oggi c’è paura.
E così non si tratta più di una questione operese e nemmeno della semplice “questione rom”. Oggi a Opera, l’incessante ed eterodiretta campagna razzista ha messo in seria discussione l’agibilità democratica.
Non è tollerabile che il Prefetto di Milano continui a guardare dall’altra parte, rifiutandosi di ristabilire la legalità e di tutelare le libertà civili e politiche di quei tanti cittadini operesi che sono stanchi delle scorribande leghiste e neofasciste. Accettare che a Opera si continui così, significa costruire i presupposti perché razzisti, neofascisti e violenti si sentano liberi di poter replicare il modello ovunque.
Ora alcuni cittadini di Opera hanno vinto la loro sacrosanta paura, hanno formato un comitato per la solidarietà e contro il razzismo e hanno deciso di reagire. Hanno tutto il nostro appoggio e come gruppo consiliare regionale di Rifondazione saremo presenti sabato mattina insieme a loro. E ci auguriamo che il Prefetto si assuma finalmente le sue responsabilità oppure che ne tragga le inevitabili conseguenze.
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di lucmu (del 06/02/2007, in Lavoro, linkato 1529 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 6 febbraio 2007 (pag. Milano)
 
Esprimiamo la nostra totale solidarietà ai lavoratori e alle lavoratrici della WIND Telecomunicazioni, oggi in sciopero contro il progetto di esternalizzazione del call center di Sesto San Giovanni (Milano).
Quanto rischia di accadere ai 275 lavoratori di Sesto, in larga parte donne, è paradigmatico di un modus operandi delle società transnazionali. Infatti, una parte significativa delle crisi occupazionali che oggi si consumano in Lombardia non sono provocate da difficoltà aziendali o da bilanci in rosso, bensì dalla volontà di realizzare autentici super-profitti o da semplici operazioni finanziarie.
La WIND ha chiuso il bilancio 2006 in attivo, ma il nuovo padrone del gruppo, l’imprenditore e finanziere multinazionale Sawiris, quasi contestualmente con l’uscita definitiva dell’Enel, cioè del pubblico, dalla proprietà, ha annunciato l’esternalizzazione del call center di Sesto S. Giovanni. Gli obiettivi reali di questa operazione sono tuttora oscuri, ma è certo che manca qualsiasi piano industriale, che Sawiris ha accumulato debiti in altre sue attività in giro per il mondo e che il call center di Sesto è per certi versi atipico, cioè quasi tutti i dipendenti sono assunti a tempo indeterminato. Non a caso, la società Omnia Service, che dovrebbe assorbire il call center, brilla per l’utilizzo indiscriminato dei rapporti di lavoro precari.
Insomma, il gioco è semplice: mantengo inalterati i mercati di sbocco, ma realizzo un guadagno extra, scaricando i costi dell’operazione sui lavoratori e sulle comunità locali. Nel caso del gruppo WIND potremmo poi aggiungere un’ulteriore aggravante, cioè che circa il 30% del suo fatturato deriva da contratti con la pubblica amministrazione.
Emerge qui tutta la desolante assenza della politica, dove da troppo tempo ormai si teorizza che il mercato è un sovrano assoluto e che non si debba intervenire. A noi pare invece inaccettabile, nonché miope, non pretendere e imporre un minimo di regole, che anzitutto stabiliscano un principio elementare: se tu intendi continuare a fare i tuoi affari sul mio territorio, allora devi garantire la tenuta del livello occupazionale e rapporti di lavoro decenti.
La vicenda del call center di Sesto assume oggi una valenza più generale e non bisogna essere dei geni per capire che se passa l’esternalizzazione, allora si apriranno le porte ad ulteriori operazioni, sia nel gruppo WIND, che in altre società di telecomunicazione. Quindi chiediamo con urgenza che la Giunta Regionale della Lombardia e il Governo nazionale non lascino da soli i lavoratori e le lavoratrici, il Comune di Sesto e la Provincia di Milano e che venga bloccata questa indegna operazione.
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di lucmu (del 03/02/2007, in Migranti&Razzismo, linkato 764 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer e Francesco Prina (cons. reg. Margherita), pubblicato su il Manifesto del 3 febbraio 2007 (pag. Milano)
 
Quello che accade fuori città, anche se a due passi, spesso non trova l’attenzione della stampa milanese. E così quasi nessuno si è curato di una vicenda che si trascina da qualche mese a Magenta e che ora rischia di trasformarsi in un poco edificante caso. Infatti, per domenica 4 febbraio la Lega Nord ha annunciato un presidio “contro la moschea abusiva”, con tanto di reclamizzata presenza dell’Assessore regionale al Territorio, Boni.
Ma riepiloghiamo i fatti. Tutto inizia con la decisione di un gruppo di operai immigrati di affittare regolarmente un capannone per svolgervi attività culturale e, occasionalmente, per pregare. Nulla di strano, ma quegli operai hanno il torto di essere musulmani e la Lega Nord non perde l’occasione per scatenare una sorta di crociata dal titolo “No alla moschea”, condita con la solita fraseologia islamofobica e razzista. Sul muro di cinta del capannone appare persino la scritta “Bossi vi ucciderà”.
Il Sindaco di Magenta, Del Gobbo, evidentemente preoccupato delle imminenti elezioni amministrative, decide di cavalcare la campagna leghista. Da allora è stato un susseguirsi di visite dei vigili urbani, i quali, regolamenti edilizi alla mano, hanno fatto piovere multa su multa. Siamo ormai arrivati a quota 23.
Ad opporsi alla campagna d’odio leghista c’è il Comitato Intercomunale per la Pace del magentino. Impegno civile evidentemente mal digerito dal centrodestra locale, che nella seduta del consiglio comunale del 31 gennaio scorso ha votato la fuoriuscita del Comune di Magenta dal Comitato. In realtà, una decisione senza effetto pratico, dal momento che la giunta Del Gobbo non ne aveva mai sostenuto alcun progetto. Ma si sa, la vendetta è vendetta.
E così arriviamo all’annunciato presidio di domenica. Sappiamo bene che le campagne elettorali comportano anche un innalzamento dei toni polemici, ma trasformare un tranquillo luogo di ritrovo in “moschea abusiva” e seminare odio tra la cittadinanza, con tanto di copertura politica di un assessorato regionale, ci pare superi ogni limite di decenza e sopportabilità.
Siamo certi che domenica nessuno raccoglierà la provocazione leghista, ma forse è ora che qualcuno si assuma qualche responsabilità. Ci riferiamo in particolare al Sindaco di Magenta e al Presidente Formigoni, i quali di accoglienza parlano spesso, salvo poi smentirsi sistematicamente nei fatti.
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Una relazione pilatesca, quella della Commissione ministeriale De Mistura sui centri di permanenza temporanea. E forse non poteva essere diversamente, visto che il dibattito politico sull’immigrazione e, in particolare, sui Cpt è invaso e pervaso dalla propaganda e dalla peggior demagogia.
Guardandola da vicino, l’indagine realizzata dalla Commissione conferma larga parte delle denunce che da molti anni avanzano i movimenti e le associazioni e che troppo spesso sono state ignorate o ridicolizzate. E questo vale per le condizioni di detenzione, per il folle regime giuridico speciale a cui i cittadini non comunitari sono sottoposti, privati così della libertà personale senza mai vedere un giudice ordinario, e per la sostanziale inutilità e inefficacia del sistema Cpt.
Insomma, la Commissione ci pare confermi ampiamente quello che anche noi abbiamo visto e denunciato nella nostra attività di monitoraggio del centro di via Corelli, cioè che i Cpt sono dei costosissimi buchi neri dello stato di diritto, che a nulla servono, se non a fornire un alibi politico alla vulgata securitaria.
Tuttavia, la Commissione evita accuratamente di trarre l’unica conclusione ragionevole, cioè che i Cpt vanno chiusi, optando invece per un più enigmatico “progressivo svuotamento”. E non a caso è esattamente su questo punto che le organizzazioni che compongono la Commissione mostrano una differenza di opinioni.
Così, la patata bollente viene passata alla politica, la quale non potrà sottrarsi alle sue responsabilità. Chiediamo dunque coerenza, anzitutto al Governo. Cioè, se è vero che i Cpt sono inutili e inefficaci, che rappresentano uno spreco di soldi pubblici e che violano i diritti della persona, allora c’è un’unica cosa da fare: chiuderli per sempre!
 
comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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