Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Articolo di Luciano Muhlbauer pubblicato sul giornale on line MilanoX il 15 giugno e su il Manifesto il 16 giugno 2012
 
Sabato a Milano c’è un corteo con e per i lavoratori di Basiano. Bisogna andarci e invitare altri ed altre a fare altrettanto. Punto e a capo, senza le nostre solite questioni di sigle, annessi e connessi. Ebbene sì, questa volta c’è una sola cosa da fare: prendere parte e schierarsi, perché tra l’operaio licenziato e il padrone che lo fa manganellare non esiste una terza via.
Bisogna schierarsi con chi ha subito un sopruso in nome della solidarietà, certo, ma anche nell’interesse dell’insieme del mondo del lavoro. Basiano non riguarda soltanto quei 90 operai licenziati, in maggioranza di origine egiziana e pachistana, ma noi tutti. Oggi è toccato a loro, ma sarebbe una grave ingenuità pensare che si tratti di un fatto inedito o di una storia che non si possa riprodurre anche altrove.
Infatti, il significato ultimo della vicenda di Basiano non sta nel suo epilogo temporaneo, cioè nel violento intervento dei carabinieri, nei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, nei tanti feriti e nei 19 arresti, bensì in quello che è avvenuto prima, nella dinamica che ha portato a quel lunedì mattina.
I lavoratori picchettavano quell’azienda perché gli era stato comunicato il loro licenziamento. E non perché il loro lavoro non servisse più, anzi, ma molto più banalmente perché al loro posto vorrebbero mettere altri operai, sempre immigrati, ma pagati ancora meno. “Non si può fare”, penserete voi, ma vi sbagliereste, perché non solo si può fare, ma in alcuni settori economici lo si fa persino abitualmente. E uno di questi settori è, appunto, quello della logistica.
Funziona così: un importante gruppo della grande distribuzione, nel nostro caso “il Gigante”, appalta alcuni processi lavorativi ad alta intensità di manodopera, tipo la movimentazione merci e il magazzinaggio, a una società esterna, la quale a sua volta evita di assumere direttamente personale e procede a uno o più subappalti. Comunque sia, alla fine di questo gioco di scatole cinesi troviamo le cooperative, una delle forme d’impresa più micidiali per quanto riguarda l’elusione di norme e contratti. Se poi l’azienda madre, nel nostro caso “il Gigante”, decide di risparmiare ulteriormente sul costo del lavoro, allora è sufficiente sostituire un appalto con un altro e voilà il gioco è fatto, senza procedure, trattative sindacali, statuti dei lavoratori o altre fastidiose perdite di tempo.
Un meccanismo infernale, spacciato per modernità, ma che in realtà ci porta indietro di cent’anni, a quel clima che molti pensavano appartenesse ormai soltanto a quei film in bianco e nero, dove il padrone licenzia gli operai per sostituirli con altri operai e se poi qualcuno protesta, allora arrivano le botte. Almeno, a quei tempi le cose erano chiare, il padrone rivendicava il suo diritto di fare così, mentre oggi siamo impantanati nella palude dell’ipocrisia e della menzogna.
Comunque, a questo punto vi sarà suonato qualche campanello d’allarme. Già, perché la storia di appaltare il lavoro a delle cooperative, invece che assumere, la troviamo ormai un po’ dappertutto, nel privato e nel pubblico, nelle ferrovie e negli ospedali, nell’industria e nell’edilizia. E le cooperative, insieme ad altre forme di lavoro una volta dette “atipiche” (interinale, somministrato, a chiamata ecc.), altro non sono che il modo concreto in cui si sta smantellando quel sistema di regole e diritti conquistato in lunghi decenni di aspro conflitto sociale.
Ora, come tutti sappiamo, in nome della crisi e dello stato di necessità, si tenta l’assalto finale al nucleo duro dei diritti e delle regole che ancora resiste. Dalla vicenda Fiat fino al ddl sul mercato del lavoro, passando per il pubblico impiego, il punto è sempre e soltanto questo e Monti, durante nella sua recente visita a Berlino, l’ha ribadito a chiare lettere, parlando di “eccessiva protezione” dei lavoratori italiani e rassicurando Confindustria, perché vedrà “quanto potente sarà l’impatto di aver ora la libertà di procedere con licenziamenti individuali senza passare dal giudice”.
Insomma, pensare che Basiano riguardi soltanto gli operai pestati lunedì mattina o il mondo della logistica o al massimo i lavoratori immigrati, sarebbe un errore imperdonabile. Basiano oggi, come Pomigliano ieri, raccontano la medesima storia, quella di noi tutti. Ecco perché non si devono lasciare da soli gli operai di Basiano.
 
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Appello di convocazione della manifestazione:
 
NO AI LICENZIAMENTI! BASTA SFRUTTAMENTO E CAPORALATO!
UNITI CONTRO LA REPRESSIONE DELLO STATO E DEI PADRONI
LA LOTTA DEGLI OPERAI DI BASIANO E’ LA NOSTRA LOTTA
 
 
Le immagini delle cariche e della mattanza davanti ai magazzini del “Gigante” di Basiano, da parte dei carabinieri di Monza, hanno fatto il giro di tutta Italia. E con esse sono emerse tutte le ragioni degli operai e della loro resistenza.
L’accanimento contro gli operai prima licenziati, poi pestati e infine arrestati in ospedale, mostra il vero volto della “crisi”: una guerra aperta ai lavoratori (ben simboleggiato dall’attacco all’art.18, e quindi a ogni garanzia sui posti di lavoro), per far strada ad una nuova forma di schiavitù necessaria a salvaguardare i profitti.
Di fronte a tutto questo noi rivendichiamo con forza la strada dell’autodifesa, del rifiuto di qualsiasi logica di competizione fra lavoratori per praticare, invece, la strada della lotta e dell’unità che cresce dal basso.
Opponiamoci ai licenziamenti di massa, respingiamo la repressione dello stato, sosteniamo senza condizioni la lotta degli operai di Basiano e di tutti gli operai immigrati delle cooperative, nella prospettiva di un’unità più ampia contro i piani padronali e governativi.
Su questi obiettivi chiamiamo urgentemente ad una mobilitazione generale
 
Sabato 16 giugno - manifestazione con corteo
concentramento a Milano, alle ore 16.00, in piazzale Loreto
 
 
Promuovono, aderiscono, partecipano:
 
SI. Cobas (Milano-Piacenza-Lodi-Parma-Bologna); Presidio permanente Esselunga Pioltello; CSA Vittoria; CUB; USI-AIT;  USB; ADL; SLAI Cobas per il Sindacato di Classe; Comitato No-debito; Resistenze metropolitane; Coll. “La sciloria” Rho; Spazio popolare “La forgia”-Crema; Presidio Martesana-Comitato No Tem;  Centro d’iniziativa proletaria “G.B.Tagarelli”-Sesto S.G.; Sin.Base Genova, GCR (Roma-Milano-Genova), Movimento di lotta “Banchi nuovi”-Napoli; Coll. Red Link-Napoli; Cobas-Pisa, Collettivo 25 aprile-Pisa; Gruppo discussione su crisi e repressione-Pisa; Collettivo “aula r”-Pisa; Comunisti per l'organizzazione di classe Combat; Sinistra Critica-Milano e provincia; Piattaforma comunista; Coord. Regionale PCL-Piemonte; Pdac Bergamo; CARC-Milano; PRC Milano; Sinistra critica-Milano e provincia; Sindacato intercategoriale Lavoro Ambiente Solidarietà; Assemblea antifascista-antirazzista Massa Carrara; Gruppo consigliare “un'altra provincia” Prc-PdcI provincia Milano; Comitato immigrati; Cobas scuola
 
 
Dopo l’approvazione al Senato il 31 maggio scorso, a colpi di voti di fiducia, il ddl sul mercato del lavoro sembrava destinato a un corsa velocissima alla Camera. Il Governo aveva persino annunciato di poter arrivare al voto in questi giorni. Ma poi le cose si sono dimostrate più complicate e i tempi sono slittati, un po’ per i pasticci sul ddl anticorruzione e un po’ per lo scandalo della truffa di Stato ai danni degli “esodati”, ma anche perché manomettere l’articolo 18 e tagliare gli ammortizzatori sociali, come prevede il ddl lavoro, nel bel mezzo di una devastante crisi occupazionale risulta né popolare, né particolarmente comprensibile.
Allo stato è difficile dire quando il ddl lavoro, ora fermo in Commissione, andrà al voto alla Camera, ma sicuramente questo non avverrà in questa settimana. E questo significa che ogni giorno guadagnato è utile per costruire opposizione e contrasto e per fare il possibile perché la (contro)riforma non venga approvata.
Ovviamente siamo tutti e tutte consapevoli che non sarà facile ottenere un risultato, anzi. La maggioranza parlamentare a favore del ddl è ampia e bipartisan (Pdl-Pd-Udc) e le tre grandi confederazioni sindacali, al di là delle parole di fuoco, si sono sostanzialmente astenute da azioni concrete che potessero contrastare il percorso del ddl, così come era già accaduto in occasione dell’aumento brutale dell’età pensionabile (che peraltro aveva provocato tutta la vicenda “esodati”). Lo stesso sciopero generale di otto ore deciso a suo tempo dal direttivo della Cgil è rimasto lettera morta, perché la segretaria non l’ha mai proclamato.
Eppure, nonostante tutto ciò, non riescono ad andare veloci come vorrebbero. E noi, da parte nostra, abbiamo non soltanto la possibilità, ma anche il dovere, di produrre conflitto e contrasto. E se qualcuno dovesse ancora nutrire dei dubbi circa la posta in gioco, allora basterebbe richiamare alla mente quanto avvenuto ieri a Basiano, che altro non è che la tragica normalità in un mondo del lavoro dove diritti e regole sono stati aboliti.
 
Comunque, per farla breve, queste sono le mobilitazioni in programma a Milano e sul piano nazionale:
 
Mercoledì 13 giugno - Milano
 
mattina: nel quadro delle giornate nazionali di mobilitazione del 13, 14 e 15 giugno promosse dalla Fiom, a Milano sono state proclamate 4 ore di sciopero nel comparto metalmeccanico, con tre di diverse manifestazioni a Milano-Rogoredo, Rho e Sesto San Giovanni. Per più info clicca QUI.
 
ore 18.00: presidio contro il ddl Fornero presso la Prefettura di corso Monforte, promosso da una serie di realtà di movimento (Collettivo Lab.Out, Collettivo Lambretta, Rete San Precario Milano, Rete Studenti Medi Milano, ZAM). Per info clicca QUI, per adesioni manda mail a blockupymilano@gmail.com
 
 
Giovedì 14 giugno – Roma
 
Anche a Roma la mobilitazione parte il 13, ma nel pomeriggio del 14 assumerà un carattere nazionale. L’appuntamento è in piazza del Pantheon. Questo appuntamento è stato promosso da un arco di forze largo ed ha carattere unitario. Per info andate sul blog dedicato Blockupy DDL Fornero.
 
 
Infine, vi segnalo sin d’ora lo sciopero generale del sindacalismo di base, con manifestazioni a Roma e Milano, proclamato per tutta la giornata di venerdì 22 giugno. Per info Usb o Cub oppure i siti degli altri sindacati di base.
 
 
Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 11/06/2012, in Lavoro, linkato 834 volte)
Quanto avvenuto questa mattina a Basiano (MI), con le violente cariche delle forze dell’ordine contro un presidio di operai che protestavano contro il loro licenziamento, è grave, inaccettabile e non deve ripetersi.
I diversi livelli istituzionali che hanno delle responsabilità in materia di attività produttive ed di occupazione, dai Ministeri fino alle amministrazioni regionali e provinciali, devono invece adoperarsi da subito perché le vertenze del lavoro rimangano sul terreno proprio e per arrestare la pericolosa tendenza di delegare a polizia e carabinieri la soluzione di conflitti che nulla c’entrano con l’ordine pubblico.
E questo non un è appello al buon cuore di qualche amministratore o Ministro, bensì un richiamo ad una precisa responsabilità politica ed istituzionale, poiché situazioni come quelle del licenziamento dei 90 operai di Basiano, per sostituirli con altri operai che costano ancora meno, stanno purtroppo diventando ordinaria amministrazione e sono conseguenza diretta della continua erosione di diritti e regole nel mercato del lavoro e dell’ormai sistematico immobilismo delle istituzioni.
Il racconto ufficiale su quanto avvenuto stamattina, per cui le forze dell’ordine sarebbero state aggredite dagli operai, non spiega proprio nulla e, soprattutto, non restituisce la realtà di quanto sta accadendo in maniera sempre più estesa in alcuni settori economici, specie in quello della logistica. Infatti, per rimanere al nostro caso, i magazzini “il Gigante” appaltano i servizi di magazzinaggio ad altre società, come la “Gartico”, la quale a sua volte subappalta a delle cooperative i vari processi lavoratovi, a partire da quelli a più alta intensità di manodopera.
Insomma, un sistema di scatole cinesi che permette all’impresa di aggirare allegramente ogni norma e regola e di comportarsi come in quei film americani in bianco e nero, dove gli operai venivano licenziati per sostituirli con altri e se poi protestavano, allora arrivavano le legnate.
In altre parole, “il Gigante” vuole spendere ancora meno per la manodopera e così avvia una reazione a catena che finisce con la disdetta dell’appalto ad una cooperativa, per affidarlo ad un’altra cooperativa, dove le condizioni di lavoro sono peggiori. E così, i lavoratori della cooperativa che non ha più l’appalto finiscono disoccupati. È persino ovvio che a questo punto il licenziati tentino di fare qualcosa, di denunciare la porcata e di impedire che l’altra cooperativa possa entrare per prendersi il loro lavoro ed è esattamente quello che stavano facendo stamattina. Ma poi, appunto, l’azienda telefona alle forze dell’ordine, le istituzioni guardano da un’altra parte e arrivano le legnate.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull'icona qui sotto puoi scaricare il testo dell'interrogazione del consigliere provinciale Massimo Gatti, depositata il 12 giugno in Provincia di Milano, sui gravi fatti di Basiano.
 

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Il Governo ha messo la fiducia e il Senato ha approvato, a stragrande maggioranza (231 sì, 33 no e 9 astenuti). Ora il ddl lavoro (nome completo: "Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”), in una versione persino peggiorata rispetto a quella iniziale, specie per quanto rigurada i precari, passa alla Camera, dove la maggioranza intende approvarlo in via definitiva entro il mese di giugno.
L’hanno fatto, secondo Monti, “per il bene dei giovani e non per il plauso delle categorie”, anche se, a dire la verità, tra i plausi di ieri mancavano proprio i  giovani. Hanno invece applaudito i capigruppo di Pd e Pdl, “organismi imparziali” (copyright di Mario Monti) come la Commissione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e l’Osce, e, ovviamente, la Cisl di Bonanni, mentre la Uil un po’ sì un po’ no e la Cgil più no che sì, ma soprattutto per il fatto che era stata scelta la strada della fiducia, che impediva la discussione degli emendamenti.
D’altronde, non c’è proprio nulla da applaudire per i giovani, così come per tutte le altre classi d’età. L’art. 18 viene manomesso ed i licenziamenti illegittimi diventano più facili (già, il punto è questo, poiché quelli legittimi si potevano fare anche prima). Vengono colpiti e ridimensionati i diritti di chi ha un contratto a tempo indeterminato, senza darne dei nuovi ai precari e alle precarie. Nessuna forma contrattuale precaria è stata abolita e, anzi, il ricorso ad alcune di esse è stato persino facilitato. Per non parlare poi dell’apprendistato, che dovrebbe diventare il principale canale (e salario) di ingresso nel mondo del lavoro. Peccato che in Italia l’apprendistato venga utilizzato anzitutto come forma contrattuale flessibile e a buon mercato, piuttosto che non come percorso formativo, come denunciano peraltro persino fonti imprenditoriali. E che dire del forte ridimensionamento degli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, mobilità), proprio in un momento di crisi, di esodati e di aumento smisurato dell’età pensionabile, e dell’introduzione in loro vece di un nuovo sistema assicurativo, l’Aspi, che, alla faccia dei proclami ufficiali, prevede criteri di accesso talmente restrittivi da escludere larga parte dei precari?
Insomma, non può certo sorprendere che ad applaudire siano state anzitutto istituzioni filantrope come il Fmi e non quanti e quanti di lavoro e relativo reddito devono campare. Quello che, invece, non finisce mai di stupire è l’insipidezza dell’opposizione a questi provvedimenti. Non che negli altri paesi europei sia tutto rose e fiori, figuriamoci, ma l’inconsistenza e la subalternità dell’azione del sindacalismo “maggiormente rappresentativo” italiano o l’estremismo moderato del Pd fanno davvero cascare le braccia.
Comunque, con i lamenti non andiamo da nessuna parte ed occorre invece agire. Per fortuna non tutto tace ed è calmo. Ci sono diverse ipotesi di mobilitazione, che tendono tutte ad individuare la discussione alla Camera del ddl lavoro come momento e luogo. Allo stato, purtroppo, non c’è ancora una discussione convergente e, pertanto, mi limito a segnalare le proposte emerse da diversi luoghi:
Assemblea nazionale delegati ed eletti Rsu, che si è tenuta a Roma il 26 gennaio;
Blockupy DDL Fornero - Riunione nazionale al Cinema Palazzo di Roma del 30 maggio;
Giornate mobilitazione Fiom, lanciate il 31 maggio.
Insomma, ancora ipotesi separate, ma il lavoro per costruire convergenze è in corso. È probabile che il grosso della mobilitazione (solo Roma o anche sui territori?) si realizzerà attorno ai giorni 13 e 14 giugno –sempre che non ci siano accelerazioni e fiducie anche alla Camera-, considerato anche che Usb ha sospeso gli scioperi previsti per l’8 giugno, in seguito al terremoto in Emilia.
In altre parole, a partire da oggi tutti e tutte dobbiamo concentrarci a costruire la mobilitazione, in maniera possibilmente convergente e unitaria, sia sui territori, che centralmente. E poi, ci vorrebbe questo benedetto sciopero generale!
 
Luciano Muhlbauer
 
La versione iniziale del ddl puoi consultarla qui. Sotto, in allegato, puoi invece scaricare il testo del Ddl "Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”, così come approvato dal Senato il 31 maggio 2012. Per la ver
 

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Ma che cavolo devono fare i lavoratori per essere presi in considerazione? Eppure, di lavoro si parla tutti i giorni, per dire che bisogna “riformare”, “licenziare” (pardon, “aumentare la flessibilità in uscita”), “essere più produttivi” e così via. Ne parlano Ministri, Segretari, Commissari, Presidenti, Leader ed Opinion Maker, ma trovare sui media il punto di vista e la voce dei diretti interessati è compito davvero arduo. Insomma, sembra quasi che il non essere un lavoratore dipendente-precario-esodato-disoccupato-eccetera sia diventato un prerequisito per poter disquisire di lavoro.
Sono troppo tranchant? Troppo pessimista? Temo di no, perché stamattina, nonostante tutto, sono rimasto lo stesso di stucco quando sui giornali non ho trovato traccia della straordinaria mobilitazione di ieri dei lavoratori della Sirti. E non sto parlando delle pagine nazionali, bensì di quelle milanesi. E nemmeno della prima pagina locale, ma di una pagina qualsiasi.
Quello che è successo ieri a Milano sarebbe, invece, degno di essere raccontato e costituisce senz’altro una notizia. Ma in molto pochi hanno deciso di farlo: qualche radio amica, come Radio Popolare o Radio Onda d’Urto, alcune tv locali e il Tgr della Rai, che conferma una sua sensibilità sui temi del lavoro. Per il resto, appunto, silenzio totale. E allora, ci provo io a restituire in poche parole quello che è accaduto a Milano.
Ieri c’è stato lo sciopero nazionale del gruppo Sirti S.p.A. con manifestazione nazionale a Milano (vedi post di ieri su questo blog). La Sirti si occupa di reti di telecomunicazioni ed affini e impiega circa 4mila dipendenti. Troppi, secondo l’azienda, che sostiene che la crisi la costringe a ridurre il personale, ma tutti sanno che in realtà vorrebbe sostituire una parte dei dipendenti regolari con dei subappalti. Quindi, il 12 aprile scorso l’azienda ha respinto tutte le proposte sindacali, cioè contratti di solidarietà e cassaintegrazione a rotazione, e annunciato ben 1000 licenziamenti, di cui 200 nel milanese. È così che si è arrivati allo sciopero di ieri, il cui obiettivo era riaprire la trattativa e far ritirare i licenziamenti.
Ebbene, lo sciopero è riuscito alla grande, come si era capito subito guardando la piazza. Poco dopo le 10.00 il corteo si è mosso da piazzale Loreto ed ha imboccato via Padova. Erano un migliaio di lavoratori Sirti circa, provenienti da tutta Italia. C’erano pure quelli che di solito non scioperavano. Insomma, un quarto dei dipendenti del gruppo era in piazza. E questa sarebbe già una prima notizia, di cui la “grande stampa” non si è accorta, ma in cambio la Questura sì. Infatti, c’era uno schieramento antisommossa degno di un raduno di tifosi esagitati, ma assolutamente fuori luogo ieri.
La seconda notizia, per Milano, sarebbe che il corteo ha percorso via Padova, cioè quella parte della città che ai tempi decoratiani veniva additata come simbolo del degrado e dell’insicurezza, ma che poi si era riconquistata la sua dignità, ribellandosi civilmente alla follia del coprifuoco imposto dall’allora Sindaco Moratti. Saranno decenni che via Padova, zona popolare e multietnica, non vedeva più una manifestazione di lavoratori. E ieri ne ha vista una molto bella, combattiva e arrabbiata, ma anche colorata e comunicativa, grazie soprattutto ai lavoratori provenienti dalle sedi di Napoli, e ad assoluta prevalenza di bandiere Fiom.
La terza notizia è che la mobilitazione non è affatto finita con l’arrivo a destinazione del corteo, cioè la sede centrale della Sirti in via Stamira d’Ancona (tra via Padova e v.le Monza). L’obiettivo era riaprire le trattative e quindi è iniziato un assedio rumoroso, ma pacifico. Una delegazione sindacale è entrata nella sede poco prima delle 13.00, per uscirne soltanto moltissime ore più tardi: cioè, all’alba di oggi. Nel frattempo, in strada il presidio continuava, tutta la notte, e soltanto stamattina alle 8.00 sono ripartiti gli ultimi pullman.
Alla fine, e questa è la quarta notizia, la mobilitazione ha ottenuto un risultato: l’azienda è stata costretta a risedersi al tavolo di trattativa e accettare di ridiscutere delle richieste sindacali. Non c’è ancora alcun accordo, perché le parti hanno deciso di aggiornare la trattativa a lunedì prossimo, in Assolombarda. Però, si può guardare a quella scadenza con un moderato ottimismo.
Insomma, non c’è proprio alcuna giustificazione per questo silenzio assordante da parte della stampa, se non quella deformazione culturale che riduce il lavoratore e la lavoratrice a mera comparsa del teatrino della politica. In tutto questo c’è un segno dei tempi, ma vi è anche molta ipocrisia e malafede. Comunque sia, è proprio in giornate come quelle di ieri che si ritrova l’antidoto a questo stato di cose. Basta volerlo vedere e condividere.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
Prosegue senza soste e con ritmo ormai forsennato il processo di desertificazione industriale nel settore delle telecomunicazioni sul territorio milanese, con ricadute occupazionali sempre più devastanti e insostenibili e senza che le istituzioni, nazionali e regionali, escano da loro letargo e definiscano uno straccio di politica industriale. L’ultimo caso in ordine di tempo, si chiama Sirti S.p.A., 4mila dipendenti in tutta Italia, di cui 1000 sono stati dichiarati “in esubero”. Di questi, circa 200 riguardano i siti milanesi, principalmente quello di Cassina de’ Pecchi.
Della crisi del settore delle telecomunicazioni e dell’information technology in Lombardia e dell’immobilismo delle istituzioni abbiamo parlato a più riprese sul questo blog negli ultimi anni, dall’Agile-Eutelia all’Italtel, dall’Alcatel a Nokia Siemens Networks (NSN). Evito pertanto di rievocare tutta la storia, anzi tutte le storie, per sottolineare invece soltanto gli ultimissimi casi, che evidenziano senza ombra di dubbio l’estrema gravità della situazione, anche perché insistono tutti quanti su uno stesso territorio, quello di Cassina de’ Pecchi (MI), che rischia un vero e proprio cataclisma occupazionale.
Infatti, l’anno scorso la Jabil (un ramo ex NSN ceduto nel 2007) ha deciso di chiudere lo stabilimento di Cassina, licenziando in tronco tutte le maestranze, cioè 325 operai e operaie. Poi è arrivato il turno di Nokia Siemens Network, che ha dichiarato 580 esuberi entro la fine dell’anno, di cui ben 500 nel solo sito di Cassina. Infine, appunto, è arrivato la Sirti, che il 12 aprile scorso ha rotto le trattative (vedi verbale di mancato accordo) e annunciato mille esuberi, di cui 200 tra Cassina e Milano.
Non penso che ci sia molto da aggiungere, se non che tutte queste vertenze sono ancora aperte, cioè che ci sono lotte e mobilitazioni in corso. La Jabil è presidiata dall’anno scorso, per impedire l’asportazione dei macchinari e lo smantellamento del sito produttivo, i dipendenti della NSN sono in mobilitazione e nella Sirti è stato dichiarato lo sciopero generale del gruppo, con manifestazione nazionale a Milano, per domani 24 maggio.
Insomma, preso atto della situazione, resta però qualcosa di molto concreto e importante da fare per tutti e tutte noi: sostenere la resistenza e le lotte dei lavoratori. E domani c’è un primo appuntamento, quello della manifestazione nazionale dei dipendenti della Sirti, per scongiurare i licenziamenti e riaprire il tavolo di trattativa. Il corteo si svolgerà peraltro in una parte di Milano che da molti anni non vedeva più manifestazioni operaie: cioè la zona v.le Monza – v. Padova. Eccovi le coordinate: partenza alle ore 10.00 da P.le Loreto e arrivo in via Stamira d’Ancona (sede nazionale Sirti S.p.A.).
Se potete, domani portate la vostra solidarietà ai lavoratori Sirti.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale on line Paneacqua il 5 aprile 2012
 
Ma il reintegro è davvero tornato, come oggi scrivono alcuni importanti quotidiani in prima pagina? E dovremmo dunque dichiararci soddisfatti di fronte alla versione definitiva del disegno di legge sul mercato del lavoro, che il Governo Monti ha trasmesso al Parlamento con l’ok della sua maggioranza politica e il via libera del Presidente della Repubblica?
A noi pare che ci sia proprio nulla da festeggiare e lo stesso reintegro, in realtà, è tornato più come ipotesi di scuola, che come possibilità pratica. Cioè, per dirla con le parole dello stesso Monti, il reintegro è riferito a "fattispecie molto estreme e improbabili".
D’altronde, è sufficiente leggersi la riscrittura dell’articolo 18, contenuta nel ddl, per rendersi conto che c’è la fregatura: un fiume di parole eccessivo, praticamente incomprensibile per chi è sprovvisto di laurea in giurisprudenza, che definisce procedure e meccanismi talmente farraginosi e contorti che viene il mal di testa al solo pensiero di dover far ricorso contro un licenziamento illegittimo.
Finora l’articolo 18 diceva una cosa molto semplice e logica: se il giudice del lavoro accerta che sei stato licenziato in maniera illegittima, allora viene annullato il licenziamento illegittimo e tu ritorni sul tuo posto di lavoro, salvo tua scelta di optare per l’indennizzo. Se, invece, il giudice valuta che il licenziamento sia giustificato e legittimo, allora tu rimani licenziato.
Con la nuova versione cambia tutto. Anzitutto, ci saranno tre procedure diverse a seconda del tipo di licenziamento: discriminatorio, disciplinare o economico. Lasciamo stare qui i primi due e concentriamoci su quello economico. Nella versione precedente del ddl, quella che aveva suscitato lo scandalo, il reintegro veniva semplicemente abolito e anche in caso di accertata illegittimità c’era soltanto l’indennizzo. Insomma, una sorta di libertà di licenziamento dietro pagamento di una determinata somma. Nella versione definitiva, trasmessa oggi al Parlamento, si reintroduce la possibilità per il giudice di disporre il reintegro, ma unicamente nella fattispecie della “manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento”, mentre per tutte le altre fattispecie di illegittimità rimane il solo indennizzo (peraltro ridotto nella versione definitiva alla fascia da 12 a 24 mensilità).
Se a tutto questo aggiungiamo che la nuova versione dell’art. 18 limita fortemente l’autonomia del giudice, impedendogli ad esempio di entrare nel merito delle ragioni economiche avanzate dall’impresa, e che il ricorso al tribunale viene preceduta da un tentativo obbligatorio di conciliazione in sede di Direzione territoriale del lavoro (dove magari viene offerto al lavoratore un indennizzo che poi rischierebbe di perdere se un’eventuale causa andasse male), si capisce bene che sarà estremamente arduo per un lavoratore ottenere il reintegro.
Insomma, alla fin della fiera, l’unica novità della versione definitiva è la “manifesta insussistenza”. Davvero un po’ poco per dichiararsi soddisfatti, specie se poi consideriamo l’insieme del provvedimento. Già, perché non vi è alcunché di significativo in materia di lotta alla precarietà, poiché non viene abolita alcuna delle forme contrattuali precarie e lo stesso aumento del costo di alcuni contratti precari, come le co.co.pro., potrebbe risolversi facilmente in una riduzione della retribuzione del lavoratore, visto che in Italia continua a mancare la definizione del salario minimo. Inoltre, il contratto di ingresso per eccellenza voluto dal Governo, cioè l’apprendistato, sarà fortemente incentivato, visto che ora le imprese potranno assumerne tre ogni due lavoratori a tempo indeterminato, mentre fino ad oggi il rapporto era uno a uno.
Infine, la stessa riforma degli ammortizzatori sociali, con la creazione dell’Aspi, non fornirà ai precari alcuna nuova protezione e nemmeno un’estensione della platea, a causa dei requisiti estremamente restrittivi per potervi accedere, cioè 52 settimane di contributi versati nell’ultimo biennio… In cambio, però, vengono ridotte fortemente le tutele per i lavoratori che perdono il lavoro a causa di crisi aziendali, visto che la cassa integrazione per cessazione d’attività e la mobilità sono destinate a scomparire e verranno sostituite con l’Aspi, che però prevede un periodo di copertura significativamente più corto. Inutile dire che i più penalizzati saranno i lavoratori over 50, difficilmente ricollocabili, specie nella situazione economica di questi anni, e con un’età pensionabile che ormai si è allontanata di molto. Insomma, si toglie ai lavoratori più anziani, senza dare alcunché a quelli più giovani. Complimenti, davvero!
Infine, è importante sottolineare che il ddl, all’articolo 2, prevede espressamente che le disposizioni della  legge “per quanto da esse non espressamente previsto, costituiscono principi e criteri per la regolazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni”. E con questo si pone anche formalmente fine all’interessata ipocrisia, alimentata in fase di “confronto” da Bonanni ed altri, secondo la quale la riforma e l’articolo 18 non valevano per i dipendenti pubblici. Era una tesi infondata già ieri, visto il quadro legislativo, ma oggi il ddl spazza via anche gli ultimi dubbi.
                                                                     
Per concludere, non riusciamo proprio a capire come si possa considerare questo ddl, che peraltro si occupa di “crescita” soltanto nel suo titolo, un passo avanti o la base di un accordo. Ci pare piuttosto, che le modifiche introdotte servano unicamente a salvaguardare la tenuta della Grande Coalizione, Pd-Pdl-Udc, e quella dello stesso Pd.
Da questo punto di vista capiamo sicuramente le parole di Bersani, anche se non ne condividiamo il merito, ma l’apertura di credito arrivata già oggi dalla Cgil, che definisce l’introduzione della manifesta insussistenza un “risultato positivo che rispristina un principio di civiltà”, va considerata senz’altro del tutto fuori luogo.
Per quanto ci riguarda, riteniamo che questo ddl meriti il massimo di opposizione possibile e che, pertanto, vadano sostenute tutte le mobilitazioni, compreso lo sciopero generale, come oggi giustamente ribadisce la Fiom, che si porranno l’obiettivo di ottenere sostanziali modifiche al testo, a partire dal no alla manomissione dell’art. 18.
 
di Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo definitivo del “Disegno di legge recante disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”
 

Scarica Allegato
 
di lucmu (del 21/03/2012, in Lavoro, linkato 2648 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale on line Paneacqua il 21 marzo 2012
 
Non si tratta più, su nulla e con nessuno, che sia un sindacato, una comunità locale o uno Stato sovrano. È questo uno dei tratti distintivi del governo tecnocratico in epoca di crisi globale, dove la fonte di legittimazione dichiarata di ogni decisione sta nello stato di necessità, per definizione non discutibile, e nella volontà dei mercati finanziari, dell’Europa, della Bce e del Fondo monetario.
Quando Mario Monti, ieri sera, ha dichiarato che il Governo sull’articolo 18 non tratta più, ha detto soltanto una mezza verità, perché in realtà non c’è mai stata alcuna trattativa. La conclusione del confronto sul mercato del lavoro è, infatti, identica al suo punto di partenza, se consideriamo le cose che contano davvero. E l’unica differenza con la vicenda del brusco e brutale innalzamento dell’età pensionabile del dicembre scorso sta unicamente nella forma.
Beninteso, il Governo Monti non si sta comportando in maniera eccentrica, ma piuttosto in piena sintonia con lo spirito dei tempi. Sarà anche per questo che il suo stile è molto apprezzato a Berlino o nella City di Londra e che lo spread ha smesso improvvisamente di essere un problema.
Come Monti fanno un po’ tutti i poteri che contano e messi insieme fanno una tendenza generale. Marchionne ha fatto da battistrada, stabilendo che lui non trattava più e che si poteva scegliere se adeguarsi o andare fuori dai piedi. E per chiarire il concetto, con la gentile collaborazione di Fim e Uilm, per dire la verità, ha abolito l’elezione dei delegati e dichiarato illegale il principale sindacato metalmeccanico, la Fiom.
Ma il non-tratto-più è un metodo universale, non limitato al lavoro. Ne sanno qualcosa le comunità locali dalla Val di Susa e chiunque, come peraltro anche il sottoscritto, ritenga il Tav Torino-Lione un’opera sbagliata e inutile. A loro viene offerto il dialogo, a patto che la conclusione sia identica alla relazione introduttiva, cioè l’opera si fa comunque. E se non ti sta bene e continui a rompere, allora ci sono sempre le legnate.
Anche agli Stati europei messi peggio da un punto di vista debitorio viene riservato il medesimo trattamento. I greci o i portoghesi decidano pure chi votare alle elezioni, tanto il governo reale della nazione viene esercitato da altri. Peraltro, la stessa famosa lettera della Bce al Governo italiano dell’estate scorsa non era un insieme di suggerimenti, bensì un dettagliato programma di governo da applicare senza fiatare, compresa la manomissione dell’articolo 18.
La situazione è peggio di quello che sembra, perché vi sono alcuni fatti che spesso sfuggono all’attenzione dell’opinione pubblica a causa del loro apparente buon senso. Ci riferiamo all’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, che probabilmente già domani verrà licenziato dalla competente commissione in Senato, e al trattato europeo sulle politiche fiscali, il cosiddetto “fiscal compact”, firmato dagli Stati membri il 2 marzo scorso. Ebbene, quelle norme vincoleranno le politiche degli Stati europei -e degli enti locali- per molti anni, impedendo delle politiche espansive ed imponendo una politica permanente dei tagli. In altre parole, a prescindere dalle scelte degli elettori e delle elettrici, viene imposto lo smantellamento definitivo del modello sociale europeo.
Insomma, il vuoto lasciata da un sistema politico dilaniato dalla corruzione materiale e morale e da una pesante crisi di legittimità, è stato riempito dal potere finanziario e dalle istituzioni internazionali con esso intrecciato. In un certo senso è un paradosso, poiché ad imporre oggi il loro comando sono i medesimi che in larga misura hanno provocato l’attuale crisi. Ma tant’è.
Comunque sia, siamo di fronte a un disastro politico di dimensione epocale, perché questo stato di cose significa uno svuotamento progressivo, sebbene in modo incruento, della democrazia, finanche nella sua accezione puramente liberale. La sovranità popolare è di fatto elusa, ridotta a platea che periodicamente può scegliere chi applaudire tra i tanti attori che si presentano sul palcoscenico. Ma la fonte di legittimazione e di formazione delle decisioni, vabbé, quella sta da tutt’altra parte.
E qui torniamo alla riforma del mercato del lavoro e alla manomissione dell’articolo 18. Non è una buona riforma, è una cattiva riforma, anche se ormai molti cittadini sono convinti del contrario, perché letteralmente bombardati da una propaganda bipartisan che ha imposto delle equazioni che in realtà non stanno né in cielo né in terra.  
Ad esempio, nessuno ha ancora spiegato perché si dovrebbe creare nuova occupazione giovanile se si facilita il licenziamento dei cinquantenni, a meno che non si intende che il giovane apprendista, meno costoso, prenderà il posto del cinquantenne (ex) “garantito”. Oppure, non si capisce proprio dove stia la bontà per gli over 40 e 50 di una riforma degli ammortizzatori sociali che, in piena crisi, elimina la mobilità e la cassa straordinaria e la sostituisce con un’indennità di durata temporale inferiore, mentre contemporaneamente l’età pensionabile si allontana. Cioè, uno o una come cavolo fa ad arrivare alla pensione? O, ancora, non si capisce perché i giovani precari –e i precari meno giovani- dovrebbero esultare di fronte a una riforma che non abolisce affatto i tanti contratti precari e che esclude dalle nuove tutele alcune delle forme più odiose di precarietà ed abuso, come le collaborazioni a progetto o le finte partite Iva.
In altre parole, la strada da seguire sarebbe l’opposta, perché il sistema degli ammortizzatori ha sì un gran bisogno di riforma, ma nel senso di fornire una tutela a chi oggi ne è sprovvisto e di abolire le forme contrattuali precarie, il cui unico senso è quello far lavorare le persone più tempo per meno salario e senza alcun diritto. Insomma, il tanto citato dualismo del mercato del lavoro andrebbe eliminato livellando la situazione verso l’alto, estendendo l’art. 18 e le tutele, invece il Governo Monti ha scelto la strada del livellamento verso il basso. Cioè, i precari rimangano precari e quelli che non lo erano lo diventino pure loro.
Per quanto riguarda l’articolo 18, poi, vi è un ulteriore elemento che aggrava la situazione. Ma, prima di tutto, togliamo di mezzo le tante chiacchiere di queste ore che dicono più o meno così: “sì, ma in fondo la modifica è solo per i licenziamenti economici, mentre per quelli discriminatori rimarrà il reintegro e quindi di che cosa vi lamentate?”. Ci mancherebbe pure che si toccassero anche i licenziamenti discriminatori! Persino negli Stati Uniti, dove c’è ampia libertà di licenziamento, di fronte a un licenziamento discriminatorio accertato c’è un pesante intervento del giudice sull’azienda. Il problema è che è maledettamente difficile dimostrare il carattere discriminatorio (mi ha licenziato perché gay, perché ho invitato i colleghi a partecipare allo sciopero, perché ho chiesto il pagamento degli straordinari, perché non sono andata a letto con lui eccetera), perché l’onere della prova spetta comunque al lavoratore.
No, a chi vuole più libertà di licenziare interessa il licenziamento economico. Basta e avanza. Un esempio? Voglio liberarmi di un lavoratore che insiste un po’ troppo con le regole contrattuali e con le misure di sicurezza e, quindi, mi invento una riorganizzazione di qualche ufficio o reparto e lo dichiaro oggettivamente non più necessario. Se il giudice mi crede, allora me ne sono liberato a gratis, se invece ritiene che io abbia fatto un licenziamento illegittimo, allora mi fa pagare un indennizzo, ma conferma comunque il licenziamento. Insomma, un buon affare e, infatti, Il Sole 24 Ore, il quotidiano di Confindustria, oggi non aveva dubbi e ha titolato in prima pagina: “Articolo 18, addio per tutti”.
No, la manomissione dell’articolo 18 non serve a produrre occupazione o investimenti, serve a spezzare la schiena al sindacato, anzi, all’idea stessa di organizzazione collettiva dei lavoratori per negoziare le condizioni salariali e di lavoro. Appunto, non si negozia più niente e si ristabilisce il comando, a livello aziendale e a livello generale.
Ecco perché è proprio sull’articolo 18 che non si può accettare l’ennesimo ricatto e che vanno messe in campo tutte le forme di mobilitazione democratica dei lavoratori e delle lavoratrici e dei movimenti.
Ieri la Cgil non ha accettato il ricatto e oggi ha proclamato lo sciopero generale. Pensiamo sia una buona notizia, frutto anche della mobilitazione e della giusta ostinazione della Fiom di queste settimane e di questi giorni, e auspichiamo sia l’inizio di una fase nuova e non soltanto un fuoco di paglia.
Il 31 marzo prossimo, a Milano, ci sarà la mobilitazione già convocata dall’appello “Occupyamo Piazza Affari” e sarà sicuramente un appuntamento che si farà carico anche della lotta per l’articolo 18.
Occorre però che tutti si mobilitino, dai sindacati di base, che lo stanno già facendo, ai movimenti e alle associazioni, passando per le forze politiche e gli uomini e le donne della sinistra che stanno fuori dalla Grande Coalizione, Pdl-Udc-Pd, che in ultima analisi sarà chiamata a decidere, con il proprio voto, se quella riforma diventerà realtà oppure no.
L’articolo 18 è una questione di lavoro, di diritti e di democrazia, è una questione generale ed è uno spartiacque per tutti e tutte!
 
 
di lucmu (del 07/03/2012, in Lavoro, linkato 2503 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale on line Paneacqua.eu il 7 marzo 2012
 
Lo sciopero generale proclamato dalla Fiom il 9 marzo prossimo non riguarda soltanto la Fiom. E nemmeno i soli metalmeccanici o gli operai in generale. No, riguarda l’insieme del mondo del lavoro, così come oggi concretamente esiste, e riguarda la condizione presente e futura della nostra democrazia.
Da alcuni anni, ormai, la Fiom si trova nell’occhio del ciclone. Sulla sua pelle e su quella dei lavoratori metalmeccanici si gioca una partita dura e pesante, che va ben al di là delle sorti di qualche transnazionale dell’automobile o della stessa industria manifatturiera italiana. È una partita che individua nei metalmeccanici e nella Fiom l’anello forte da spezzare, anche simbolicamente. Insomma, un po’ come ai tempi fece la Thatcher con i minatori, la cui sconfitta spalancò le porte al dilagare delle politiche neoliberiste.
Pomigliano, giugno 2010. Vi ricordate? Dicevano che era un’eccezione, perché la fabbrica era proprio vecchia e perché gli operai campani erano un po’ strani e molto assenteisti, e che dunque occorrevano misure eccezionali, che furono poi scritte in un contratto eccezionale. In seguito, dopo aver ottenuto il via libera con un referendum, dove gli operai potevano democraticamente scegliere se accettare le regole eccezionali o finire disoccupati in una terra dove il lavoro è merce rara, l’eccezione si generalizzò fino a far diventare eccezionale il contratto nazionale.
Infatti, dopo Pomigliano arrivò Mirafiori, poi tutto il gruppo Fiat e il settore automotive eccetera. Ovviamente, dopo Mirafiori, di referendum, seppure con la pistola puntata alla tempia, non se ne sono più visti. In cambio, il governo Berlusconi-Lega si è inventato il famigerato articolo 8 della legge n. 148/2011, che non si limitava a legittimare ex post le eccezioni di Marchionne, ma operava un nuovo salto di qualità, di carattere generale: cioè, i contratti aziendali avrebbero potuto derogare non soltanto ai contratti nazionali, ma anche alle norme di legge, compreso l’articolo 18 e altri dello Statuto dei Lavoratori.
Berlusconi non c’è più, ma l’articolo 8 non solo è vivo e vegeto, ma il governo Monti sembra ormai puntare dritto al cuore delle vicenda, con la “riforma del mercato del lavoro”. Peraltro “ce lo chiede anche l’Europa” di togliere di mezzo l’articolo 18 e di valorizzare i contratti aziendali e/o individuali a scapito del contratto nazionale.
Ma perché ce l’hanno tanto con questo articolo 18? In fondo, vieta semplicemente i licenziamenti discriminatori, ma per tutto il resto, come purtroppo ci ricordano i tragici numeri della crisi e della recessione, i licenziamenti vengono fatti a getto continuo. E poi, l’articolo 18, che ha valenza effettiva e dissuasiva soltanto in presenza di un contratto a tempo indeterminato e di un’azienda con più di 15 dipendenti, è già di fatto disapplicato per una fetta molto ampia del mondo del lavoro. Cioè, per tutte le tipologie di lavoro precario e per tutte le piccole aziende, per non parlare del sommerso, ovviamente.
La risposta alla domanda non la troviamo di certo in quell’irritante ritornello che dice che l’art. 18 impedirebbe l’assunzione dei giovani, perché se dovessimo prenderlo sul serio, dovremmo concludere che si pensa di licenziare gli over 40 e 50, per assumere al loro posto dei ventenni. No, la risposta giusta la troviamo nelle dichiarazioni rese di continuo da coloro che appartengono al mondo che conta davvero, nel senso che decide le politiche che vengono effettivamente attuate.
Ne scegliamo alcune a caso. La prima appartiene a Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea, che in una recente intervista ha affermato a chiare lettere di ritenere finito e superato il modello sociale europeo. La seconda è del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che in uno dei suoi interventi più programmatici ha motivato la centralità della riforma del mercato del lavoro con la necessità di reggere la competizione internazionale con le economie emergenti. L’ultima, invece, è del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che proprio oggi ha dichiarato che in Italia bisogna “lavorare di più, in più e più a lungo”.
Insomma, il futuro modello sociale che si immagina per l’Italia e per l’Europa è molto cinese o serbo o tunisino o quello che volete voi. Comunque sia, la posta in gioco è la riduzione della massa salariale, diretta e indiretta e differita. Cioè, si aumenta l’età pensionabile (allungando la vita lavorativa), si allunga l’orario di lavoro medio e si intensificano i ritmi di lavoro. E tutto questo, ovviamente, a parità di salario o addirittura diminuendo gli stipendi.
Questi obiettivi hanno un presupposto necessario, cioè la disarticolazione del potere negoziale dei lavoratori, che altrimenti difficilmente accetterebbero senza colpo ferire un forte peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita. A questo serve lo smantellamento dei diritti e delle tutele, così come la manomissione dell’articolo 18, che in realtà non può far altro che arginare, laddove può, l’assoluto arbitrio padronale.
Ma, per essere più concreti, torniamo a Pomigliano, 20 mesi dopo quel referendum. Nel frattempo la fabbrica è stata ristrutturata e anche la proprietà è nominalmente cambiata. Cioè, è sempre roba della Fiat e di Marchionne, ma gli operai erano stati messi tutti in cassa e ora, che riprende la produzione, devono essere riassunti dalla newco per poter rientrare nella fabbrica dove già lavoravano. Ebbene, dei 5mila operai per ora ne sono stati riassunti 2mila e nessuno di loro è un tesserato Fiom! Cioè, se sei della Fiom non puoi lavorare.
Peraltro, a partire dal 1° gennaio, in tutto il gruppo Fiat è stata tolta l’agibilità sindacale alla Fiom. Le Rsu, elette dai lavoratori, sono state abolite ed esistono soltanto “delegati” nominati dalle sigle che sono d’accordo con Marchionne. In altre parole, nel gruppo Fiat la Fiom è stata messa in clandestinità e gli operai sono stati privati dei più elementari diritti e libertà sindacali, peraltro costituzionalmente tutelati.
E qui la questione del modello sociale e quella della democrazia si incontrano di nuovo. Infatti è impossibile che un modello sociale regressivo, dove le differenziazioni sociali si estremizzano, una parte crescente della società viene esclusa e il welfare si scioglie come neve al sole, possa reggere un tasso significativo di democrazia e partecipazione. Anzi, Pomigliano docet.
Ecco perché non dare il giusto peso alla battaglia della Fiom e magari girare la testa da un’altra parte, perché non si è della Fiom o non si è metalmeccanici, è un grave errore. Ed ecco perché è un pessimo e preoccupante segnale politico che alcuni esponenti di primo piano del Pd abbiano rinunciato alla loro presenza al corteo del 9 marzo, con il pretesto, davvero inconsistente, che dal palco interverrà il Presidente della Comunità Montana della Valle Susa, Sandro Plano, peraltro iscritto al Pd.
Oggi la Fiom, lottando per i diritti dei metalmeccanici e per quelli, più che legittimi, della propria organizzazione, sta conducendo una battaglia dalla valenza generale per un modello sociale equo e giusto e per la democrazia, in un paese che tende ad oscillare pericolosamente tra gli scatti d’ira e il consenso rassegnato ai governi cosiddetti tecnici.
Insomma, la Fiom, piaccia o non piaccia, siamo tutti e tutte noi. Ne dovremmo prendere semplicemente atto ed agire di conseguenza, a partire dal 9 marzo.
 
 
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 14 febbraio 2012 con il titolo “Se Formigoni cancella l’art. 18”.
 
Lo scandalo continuo in Regione ed i sempre più rumorosi scricchiolii nel sistema di potere ciellino hanno costretto Formigoni nell’angolo. Ormai, anche i più moderati non escludono più elezioni regionali anticipate l’anno prossimo. Beninteso, anche lui in fondo le vorrebbe, ma per fare finalmente il grande balzo nella politica nazionale. E per questo servirebbe un’immagine un po’ più decorosa di quella attuale.
E così, per far dimenticare corruzione, firme false, nani e ballerine, ha pensato bene di presentarsi come il Monti della Lombardia. Ed ecco che butta lì il nome di Passera come candidato premier, ma soprattutto tira fuori dal cilindro un provvedimento chiamato pomposamente “Cresci Lombardia”.
Manco a dirlo, il piatto forte del progetto di legge è il lavoro. O meglio, quello che ormai è diventato una sorta di sport nazionale: sparare a zero sui residui diritti dei lavoratori.
Il lavoro, già. In Lombardia ci sarebbe un gran bisogno di una Regione che agisse con determinazione e lungimiranza, perché la situazione è drammatica. Un esempio per tutti: nel solo secondo semestre 2011, l’industria metalmeccanica in Lombardia ha registrato oltre 4mila licenziamenti, 56mila cassaintegrati e 2224 aziende in crisi.
Invece, il concetto più ripetuto dagli uomini di Formigoni e della Lega è da sempre: “la politica non può fare niente”. E così, anche i 325 operai ed operaie licenziati della Jabil, in presidio davanti alla Regione venerdì scorso, proprio quando la Giunta regionale stava deliberando le sue “Misure per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione”, sono rimasti in mezzo alla strada e al freddo, senza vedere alcun assessore.
Quelli e quelle della Jabil non hanno trovato molto spazio sulla stampa. Formigoni e la sua politica “per l’occupazione” invece sì. Anzi, l’ha avuto soprattutto nei giorni precedenti, visto che la bozza del testo, distribuita alle parti sociali e quindi arrivata anche alla stampa, ha scatenato un vespaio. Infatti, non solo la Regione intendeva “promuovere accordi o intese” tra la parti ai sensi del famigerato articolo 8 del decreto-legge 138/2011, ma, infilato in una “nota esplicativa”, prevedeva persino una “indennità di terminazione”, in cambio della rinuncia all’articolo 18.
Quel testo così com’era, ovviamente, non ha retto alle critiche, sebbene vada registrato che Cisl e Uil comunque lo condividevano. Ma le grida di vittoria che si sono levate da una parte dei democratici e della Cgil, in seguito alle correzioni introdotte, sono perlomeno un po’ fuori luogo.
Infatti, sono sparite le provocazioni linguistiche e gli angoli sono stati smussati, ma è rimasta tale e quale la sostanza. Cioè, la Regione intende investire almeno il 20% delle proprie risorse “previste a sostegno dello sviluppo e dell’occupazione” per stimolare accordi ai sensi dell’articolo 8, cioè in deroga al contratto nazionale e allo Statuto dei Lavoratori.
È evidente che il vero obiettivo di Formigoni è quello di salvare la propria prospettiva politica e, da quel punto di vista, non va affatto sottovalutata la sua ultima iniziativa. Anzitutto, perché attorno a questo provvedimento ha ricompattato l’alleanza con la Lega e, in secondo luogo, perché ha portato la divisione nel campo dell’opposizione. E poi, ha dato una gran mano a chi sul piano nazionale vuole stracciare l’articolo 18.
Insomma, Formigoni ha fatto la sua mossa e ora tocca a noi essere all’altezza. Anzitutto, sostenendo le battaglie contro la manomissione dei diritti dei lavoratori. Poi, non cedendo di un millimetro e, anzi, rafforzando la mobilitazione per mandare a casa Formigoni.
 
Cliccando sull’icona qui sotto, puoi scaricare i testi originali ed integrali del progetto di legge della Giunta regionale “Misure per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione”, sia nella versione in bozza del 26 gennaio (per il lavoro vedi art. 3 con relativa nota esplicativa, per l’introduzione delle graduatorie di istituto nelle scuole al posto delle graduatorie regolari vedi art. 5), che nella versione definitiva approvata dalla Giunta il 10 febbraio u.s. (per lavoro art. 6, per graduatorie scuola art. 8).
 

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