Blog di Luciano Muhlbauer
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
di lucmu (del 18/09/2008, in Migranti&Razzismo, linkato 668 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Aprile Online il 18 sett. 2008
 
 
Tutto normale a Milano. O almeno questo è quanto in troppi vogliono far credere. E così, l’omicidio di Abdul “Abba” Guibre sta scivolando lentamente indietro nelle pagine della cronaca locale, confondendosi passo dopo passo con altri fatti delittuosi accaduti nella metropoli. O almeno questo è l’auspicio di molti, sicuramente delle destre cittadine, di diversi maître à penser sempre pronti ad assecondare chi comanda e, ahinoi, anche di troppi esponenti di centrosinistra.
La parola d’ordine è “il razzismo non c’entra”, e neppure la politica. La stessa Questura di Milano, solitamente molto cauta, aveva dichiarato quasi immediatamente di escludere motivi xenofobi, anche se fino ad oggi non sono ancora chiuse le indagini sulla dinamica dei fatti e i familiari di Abba, proprio poche ore fa, hanno dovuto lanciare un appello agli eventuali testimoni di recarsi dagli inquirenti.
No, Milano non è una città razzista, ma a Milano la xenofobia e il razzismo esistono e si diffondono. E soprattutto godono di legittimazione e di cittadinanza. Basterebbe rileggere e riascoltare quanto viene proclamato da anni dalle pagine dei giornali e dalle Tv locali da esponenti istituzionali del centrodestra, in particolare di Lega e An, con ossessiva costanza. È un continuo additare dell’immigrato, del rom, del diverso come causa di tutti mali e giustificare di atti xenofobi in nome della “insicurezza” e della “esasperazione”.
Come meravigliarsi che a meno di 24 ore dalla morte di Abba un consigliere comunale della Lista Moratti abbia parlato di “eccesso di legittima difesa”. Oppure che in questi giorni tra le tante parole di condanna da parte di politici, giornalisti o semplici cittadini si infilino sempre i “ma” e i “però”.
Milano è un città che non riesce più a guardarsi allo specchio e ad immaginarsi un futuro. Altrimenti, invece di cercare una veloce autoassoluzione nei “futili motivi” o nella “rissa”, affronterebbe di petto la domanda se le cose sarebbero andate allo stesso modo se Abba e i suoi amici avessero avuto la pelle bianca. E forse si chiederebbe anche chi era Abba.
Abba aveva 19 anni, viveva a Cernusco, hinterland milanese. Come la maggior parte dei suoi coetanei faceva lavori precari e il sabato sera gli piaceva cercare un po’ di svago con gli amici. Era cittadino italiano e aveva la pelle nera, perché era figlio di immigrati del Burkina Faso. Come lui nel milanese, ma non solo, ce ne sono molti, sempre di più. Di solito vengono chiamati di “seconda generazione”, cioè figli e figlie dell’immigrazione.
A Milano è difficile incontrare riflessioni sul tema “seconda generazione”, anzi la questione è completamente assente dal dibattito pubblico e istituzionale. E quindi ora quasi nessuno si pone la domanda come questi giovani abbiano vissuto l’omicidio di Abba e le polemiche politiche che sono seguite. Eppure, basta avere occhi per guardare e orecchie per sentire per rendersi conto che l’assassinio di Abba ha lasciato il segno. E non potrebbe essere diversamente.
La politica c’entra, eccome. Perché nell’area metropolitana milanese un abitante su otto è immigrato e la società sta cambiando, anzi è già cambiata. E scegliere, consapevolmente, di costruire le proprie fortune politiche gettando in pasto a una società sempre più disgregata, disuguale e impoverita dei facili capri espiatori, incitando a una sorta di “guerra dei mondi” in salsa padana, “noi” contro “loro”, non è soltanto irresponsabile e foriero di guai futuri, ma è anche colpevole.
Se accettassimo che tutto questo è davvero normale, sarebbe la resa. Non tanto e soltanto della sinistra, ma di Milano, della civiltà e della speranza di costruire un futuro che non sia peggio del presente. Ecco perché il silenzio e gli inviti ad abbassare i toni sono sbagliati e perché Milano ha l’urgente necessità che la sua parte democratica e civile si manifesti.
Oggi alcune centinaia di studenti dei collettivi sono scesi in corteo per ricordare Abba e gridare “no al razzismo”, lunedì scorso ci sono stati tre presidi e una partecipatissima fiaccolata a Cernusco. Ieri gli amici di Abba gli hanno dedicato un murales. E quel maledetto angolo in via Zuretti si è trasformato in un piccolo altare laico.
Insomma, a Milano non tutto tace, nonostante i tanti, troppi tentativi di normalizzare, di dimenticare, di derubricare. E sabato prossimo si terrà nel centro della città la manifestazione cittadina, convocata con un appello sottoscritto da una serie di personalità milanesi, da Don Gino Rigoldi fino a Moni Ovadia e Dario Fo.
Un’occasione per manifestarsi, per reagire. Per Abdul, perché non succeda più.
 
 
Non è abitudine di questo blog pubblicare interi articoli di quotidiani e mai ci è successo di farlo con l’Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani. Ma oggi lo facciamo, perché in mezzo al mare di ipocrisie e interessate cecità che già iniziano a sommergere quello che è successo domenica mattina in via Zuretti, l’editoriale in prima pagina pubblicato oggi dall’Avvenire rappresenta una scialuppa di salvataggio, un atto di intelligenza contro l’idiozia. Pensate che già ieri sera alcuni notabili del Pd hanno iniziato a fare retromarcia, allineandosi con la tesi dei “futili motivi” tanto cara al centrodestra. Ascoltate Penati: “non ho mai inteso dare una connotazione razzista a questo episodio, …è stata una spedizione punitiva ma non perché il ragazzo era di colore, ma perché aveva rubato”. Ebbene, che dire? Fate voi, tanto non è difficile!
 
Editoriale Avvenire, 16 settembre 2008:
 
ABDUL, NOSTRO FRATELLO.
IL RAZZISMO COME RABBIA OSCURA DALLE VISCERE
di Marina Corradi
 
Tre ragazzi che alla fine di un sabato not­te portano via due pacchi di biscotti da un bar. I proprietari che li inseguono, loro che afferrano dalla spazzatura bottiglie, e u­na scopa per difendersi. Ma uno dei tre ca­de, e il barista gli è addosso. Con una spran­ga gli spacca il cranio e lo ammazza. Poi, lui e suo figlio se ne tornano a casa.
Sembra Bronx, ma è Milano, in un’alba in via Zuretti, una strada come tante, parallela al­la massicciata dei binari che entrano alla Sta­zione Centrale. E chi ascolta si dice che que­sta storia è assurda e folle, com’è possibile ammazzare come un cane un ragazzo, per dei biscotti? Com’è possibile che a farlo, in­sieme, siano il genitore e suo figlio, senza che l’uno sappia – senta il dovere – di neutraliz­zare l’altro? Ci deve essere un’altra ragione, per spiegare cosa è successo a Milano, e do­vrebbe rifletterci, chi assicura che è stato so­lo un tragico, esecrabile omicidio per futili motivi. L’'altra' ragione, è che quei ragazzi erano neri, e nero, benché cittadino italia­no, era Abdul, 19 anni. I due baristi urlava­no «Negri di m. ve la diamo noi una lezione», e li han sentiti in molti, tra quanti, svegliati dal baccano, si sono affacciati alle finestre. Se a insinuarsi nel bar fossero stati tre ragaz­zi bianchi, come sa­rebbe andata? Due in­sulti, uno spintone, e poi quel «va’ a lavurà» brusco, ma non mali­gno, che si gridava a chi pretendeva qual­cosa senza guada­gnarselo, una volta, a Milano.
Già, c’era una volta Milano. Omicidi e ra­pine, sempre stati, ma inseguire con una spranga un ragazzo per dei biscotti, sfa­sciargli la faccia e andarsene lasciandolo mo­ribondo, no, questa non è mai stata cronaca abituale, a Milano. È una storia impazzita questa di via Zuretti, a meno che non si pren­da sul serio quel «sporchi negri, vi insegnia­mo noi» urlato da due uomini – padre e fi­glio – stravolti. Che giurano, ora, di non essere razzisti. Però, la moglie e madre dei due, da dietro il ban­co, ammette, riferiscono le cronache: «Sì, io sono razzista. Lo sono diventata, vedendo quello che succede nel quartiere». Dove, per carità, trovandoci dietro la Stazione Centra­le di sera si cammina in fretta e inquieti, che pare d’essere, dopo anni di incuria, nelle re­trovie di un porto, in un approdo di ogni fu­ga e miseria e espediente. Ma proprio per questa paura dello straniero che si respira qui e altrove, occorre avere il coraggio di di­re che il razzismo, con la fine di Abdul Guie­bre, c’entra. Non lo hanno ucciso per due pacchi di bi­scotti. La ferocia è scoppiata alla vista di un branco di ragazzi neri che acciuffavano, co­me padroni, qualcosa dal banco. Una rabbia oscura allora dalle viscere è risalita, veloce come il sangue, alla testa dei due italiani, in un corto circuito esplosivo: e una mano ha afferrato una spranga, ed è partita la caccia. Non era con 'quel' nero che ce l’avevano, non solo. In un istante, in un’alba di asfalto tra i semafori lampeggianti, un rigurgito di ferocia tribale, una faida da foresta, come ne scoppiano fra tribù primitive quando il pro­prio territorio è minacciato, o invaso. E allo­ra giù colpi su Abdul, 19 anni, da Cernusco sul Naviglio, Abdul che in camera teneva il poster del milanista Ronaldinho.
Non c’entra il razzismo, ripetono in molti o­ra, e preoccupa questo non voler vedere qua­le ombra si va insinuando fra noi. Dal palco del raduno della Lega, a Venezia, proprio do­menica il prosindaco di Treviso ha gridato: «Che gli immigrati vadano a pregare e p. nel deserto». E certo ha parlato l’anima più be­cera del partito: ma ci sarebbe piaciuto che qualcuno, dello staff leghista, se ne fosse dis­sociato. No, non è stato razzismo a Milano, dicono in molti, è stato un furto: due biscot­ti e una sconsiderata reazione. Sfortunato ragazzo, ha scelto il bar sbagliato. Quanta an­sia di rassicurarsi che non è successo nien­te. Di non voler vedere il segnale di un livido incanaglimento in una città che, una volta, per due pacchi di biscotti, benevola avreb­be borbottato: ragazzo, va a lavurà.
 
 
Mentre a Milano Abdul Guibre stava perdendo la sua lotta contro la morte, sul palco veneziano della Lega continuavano tranquillamente a susseguirsi insulti e minacce contro immigrati, rom, islamici e così via da parte di esponenti politici e istituzionali di primo piano. Mentre molti milanesi esprimevano sui forum on line e sui blog il loro sconcerto, altri già avanzavano delle tesi giustificazioniste, ma era “un ladro”, la gente è “esasperata”, “vengono nel nostro Paese a rubare”, come se fosse cosa normalissima morire a 19 anni, ammazzati da sprangate per aver, forse, sottratto due biscotti.
Per favore, smettiamola con le solite e disgustose ipocrisie interessate, derubricando il tutto a una “rissa” e ai “futili motivi”. La rissa al bar fu invocata quando dei neofascisti uccisero Dax e i futili motivi furono innalzati per spiegare l’omicidio di Nicola a Verona. E che dire di tutte le aggressioni e violenze contro gli immigrati che si stanno moltiplicando nella nostra città, come quelle di piazza Prealpi o altre che faticano persino a conquistare qualche spazio sulla cronaca locale? Sempre e comunque si cerca di minimizzare, dicendo che la politica non c’entra.
Certo, gli assassini di Abdul sono dei balordi e dei delinquenti, ma davvero crediamo che avrebbero ucciso, infierendo con i bastoni sulla testa, se i presunti ladri di biscotti non avessero avuto sembianze straniere? Davvero non c’entra nulla il clima costruito nella nostra città e nella nostra regione dagli imprenditori della paura, che hanno edificato le loro fortune politiche consegnando a una società sempre più disuguale, disgregata e impoverita, facili capri espiatori?
Ascoltate le parole scagliate da anni da consiglieri comunali, provinciali e regionali, da assessori e persino da sindaci dalle pagine dei giornali e dalle Tv locali. Un continuo accarezzare la paura e fomentare l’odio contro immigrati e rom. E un sistematico giustificare gli atti xenofobi, nel nome della “esasperazione” e della “sicurezza”.
Altro che “futili motivi”! Qui c’è un’evidente e palese responsabilità politica. C’è da parte del centrodestra, specie di Lega e An, ma anche da parte di quegli esponenti di centrosinistra che troppo facilmente hanno ceduto all’aria che tira. Oggi questa cosa va detta chiara e tonda e va affrontata di petto, prima che sia troppo tardi.
Ecco perché è necessario che tutte le forze democratiche e tutti i cittadini milanesi che non vogliono marciare risoluti verso il baratro prendano la parola, rompano il silenzio e si manifestino. Bisogna fermare gli imprenditori della paura e istigatori all’odio in doppiopetto, che prima lanciano il sasso della xenofobia e del razzismo e poi nascondono la mano.
Per questo sosterremo con forza tutte le odierne mobilitazioni e daremo il nostro contributo perché a Milano si realizzi al più presto una mobilitazione ampia e unitaria contro il clima di odio instaurato in città dalle destre.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
La voglia di schedare e classificare etnicamente gli “zingari” è ormai un vero e proprio virus che sta infettando le istituzioni democratiche. Ora il Ministro Maroni l’ha fatto diventare legge e politica dello Stato, ma il quadro inquietante che emerge man mano che si scava nella realtà è che, almeno in Lombardia, quel virus agisce da tempo. Avevamo già denunciato che la Polizia municipale di Milano dispone di una sua autonoma schedatura etnica, risalente al periodo ottobre 2006 – dicembre 2007, e ora scopriamo che iniziative analoghe furono promosse un anno fa addirittura nelle scuole.
Infatti, come ha segnalato il blog del Circolo Pasolini di Pavia (http://circolopasolini.splinder.com), è sufficiente visitare il sito internet dell’Ufficio scolastico provinciale di Milano, cercare un po’ ed ecco che salta fuori la circolare n. 3058 dell’11 giugno 2007 che invitava i direttori scolastici di città e provincia a procedere a una “rilevazione alunni rom sinti”. A tal fine era stata fornita anche una “scheda rilevazione dati”, prodotta dall’Ufficio scolastico per la Lombardia, da compilarsi a cura del singolo istituto scolastico: una scheda per ogni alunno “nomade”.
Beninteso, che la scuola si preoccupi di monitorare il grado di apprendimento e di inserimento degli studenti ci pare assolutamente doveroso, specie in una regione come la Lombardia che da tempo registra un tasso di abbandoni scolastici superiore alla media nazionale e dove la crescente presenza di bambini provenienti da famiglie di immigrati richiede nuove e adeguate politiche.
Ma cosa c’entra questo con una schedatura rivolta esclusivamente agli alunni individuati come “nomadi”, che siano essi cittadini italiani o stranieri, che vivano in campi oppure in appartamenti? E che senso ha classificare i bambini per appartenenza a gruppi etnici? Difatti, la scheda relativa al singolo alunno prevede di rilevare informazioni come “Indicare se l’alunno è Nomade italiano o straniero”, “Gruppo nomade di appartenenza (Es. Sinti, Rom, Abruzzesi…)” e “Luogo di abitazione (Campo, Appartamento, …)”.
Insomma, la realtà che sta venendo a galla non è soltanto che la presunta necessità di “sapere chi sono”, invocata dal Ministro Maroni per legittimare la schedatura etnica di massa degli zingari, è una gigantesca menzogna per giustificare l’ingiustificabile, ma soprattutto che la cultura democratica e la legalità costituzionale stanno diventando un optional per troppe istituzioni pubbliche. E quando una cosa del genere può accadere persino nella scuola, allora vuol dire che le cose si stanno mettendo davvero male.
Oggi abbiamo presentato un’interpellanza al governo regionale in cui chiediamo che intervenga con urgenza, affinché questa banca dati etnica venga distrutta immediatamente. Non si può, infatti, un giorno rivendicare che la Regione possa gestire autonomamente persino la scuola e il giorno dopo fare finta di niente quando succedono fatti incredibili come quelli descritti sopra.
Ma soprattutto crediamo che sia necessario un grande moto di disobbedienza da parte del mondo della scuola per impedire che cose di questo tipo possano accadere di nuovo, anche se a chiederle sarà un Ministro.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
qui sotto puoi scaricare il testo dell’interpellanza, comprensivo della scheda rilevazione
 

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Riportiamo qui di seguito il comunicato stampa ufficiale del Parlamento Europeo, relativo all’odierna approvazione della risoluzione contro il rilevamento delle impronte digitali ai rom in Italia:
“A seguito dell'acceso dibattito in Aula del 7 luglio scorso, il Parlamento ha adottato con 336 voti favorevoli, 220 contrari e 77 astensioni una risoluzione sostenuta da PSE, ALDE, Verdi/ALE e GUE/NGL che esorta le autorità italiane «ad astenersi dal procedere alla raccolta delle impronte digitali dei rom, inclusi i minori, e dall’utilizzare le impronte digitali già raccolte, in attesa dell'imminente valutazione delle misure previste annunciata dalla Commissione». Ritiene infatti che ciò «costituirebbe chiaramente un atto di discriminazione diretta fondata sulla razza e l’origine etnica, vietato dall'articolo 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e per di più un atto di discriminazione tra i cittadini dell’UE di origine rom o nomadi e gli altri cittadini, ai quali non viene richiesto di sottoporsi a tali procedure».
Più in particolare, i deputati ritengono «inammissibile» che, con l'obiettivo di proteggere i bambini, questi ultimi «vedano i propri diritti fondamentali violati e vengano criminalizzati». Sostengono, invece, che «il miglior modo per proteggere i diritti dei bambini romsia di garantire loro parità di accesso a un’istruzione, ad alloggi e a un’assistenza sanitaria di qualità, nel quadro di politiche di inclusione e di integrazione, e di proteggerli dallo sfruttamento». Condividono inoltre la posizione della Commissione, secondo cui questi atti costituirebbero una violazione del divieto di discriminazione diretta e indiretta, prevista dalla direttiva UE n. 2000/43/CE che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica, sancito dal trattato. Osservano peraltro che i rom sono «uno dei principali bersagli del razzismo e della discriminazione», come dimostrato «dai recenti casi di attacchi e aggressioni ai danni di rom in Italia e Ungheria.
Il Parlamento invita inoltre la Commissione «a valutare approfonditamente le misure legislative ed esecutive adottate dal governo italiano per verificarne la compatibilità con i trattati dell’UE e il diritto dell’UE». Esprime poi preoccupazione per il fatto che, a seguito della dichiarazione dello stato di emergenza, i Prefetti, cui è stata delegata l’autorità dell’esecuzione di tutte le misure, inclusa la raccolta di impronte digitali, «possano adottare misure straordinarie in deroga alle leggi», sulla base di una legge riguardante la protezione civile in caso di “calamità naturali, catastrofi o altri eventi”, «che non è adeguata o proporzionata a questo caso specifico». I deputati si dicono anche preoccupati riguardo all’affermazione - contenuta nei decreti amministrativi e nelle ordinanze del governo italiano - secondo cui la presenza di campi rom attorno alle grandi città costituisce di per sé una grave emergenza sociale, con ripercussioni sull'ordine pubblico e la sicurezza, che giustificano la dichiarazione di uno “stato d'emergenza” per 12 mesi.
Più in generale, il Parlamento chiede a tutti gli Stati membri di rivedere e abrogare le leggi e le politiche che discriminano i rom sulla base della razza e dell’origine etnica, direttamente o indirettamente, e sollecita Consiglio e Commissione a monitorare l’applicazione dei trattati dell’UE e delle direttive dell’UE sulle misure contro la discriminazione e sulla libertà di circolazione, al fine di «assicurarne la piena e coerente attuazione». Ribadisce, infatti, che «le politiche che aumentano l'esclusione non saranno mai efficaci nella lotta alla criminalità e non contribuiranno alla prevenzione della criminalità e alla sicurezza». Invita poi gli Stati membri a intervenire a tutela dei minori non accompagnati soggetti a sfruttamento, «di qualsiasi nazionalità essi siano». Inoltre, sostengono che, laddove l'identificazione di tali minori sia necessaria, gli Stati membri dovrebbero effettuarla, caso per caso, attraverso procedure ordinarie e non discriminatorie e «nel pieno rispetto di ogni garanzia e tutela giuridica».
Il Parlamento, condanna «totalmente e inequivocabilmente» tutte le forme di razzismo e discriminazione cui sono confrontati i rom e altri considerati “zingari” e invita il Consiglio e la Commissione a rafforzare ulteriormente le politiche dell’UE riguardanti i rom, lanciando una strategia dell’UE per i rom volta «a sostenere e promuovere azioni e progetti da parte degli Stati membri e delle ONG connessi all’integrazione e all’inclusione dei rom, in particolare dei bambini». Invita inoltre la Commissione e gli Stati membri «a varare normative e politiche di sostegno alle comunità rom, promuovendone al contempo l’integrazione in tutti gli ambiti, e ad avviare programmi contro il razzismo e la discriminazione nelle scuole, nel mondo del lavoro e nei mezzi di comunicazione e a rafforzare lo scambio di competenze e di migliori pratiche».
In tale contesto, ribadisce l’importanza di sviluppare strategie a livello dell’UE e a livello nazionale, avvalendosi pienamente delle opportunità offerte dai fondi dell’UE, di abolire la segregazione dei rom nel campo dell’istruzione, di assicurare ai bambini rom parità di accesso a un’istruzione di qualità (partecipazione al sistema generale di istruzione, introduzione di programmi speciali di borse di studio e apprendistato). Ma anche di assicurare e migliorare l’accesso dei rom ai mercati del lavoro, di assicurare la parità di accesso all’assistenza sanitaria e alle prestazioni previdenziali, di combattere le pratiche discriminatorie in materia di assegnazione di alloggi e di rafforzare la partecipazione dei rom alla vita sociale, economica, culturale e politica”.
 
 
di lucmu (del 09/07/2008, in Migranti&Razzismo, linkato 1481 volte)
A Milano proseguono le operazioni di schedatura dei rom e oggi è toccato al campo autorizzato di via Negrotto, 23. E come al solito, il vicesindaco De Corato si autocelebra, diramando comunicati stampa e annunciando che l’operazione di polizia ha permesso l’identificazione di 82 “nomadi italiani, provenienti principalmente dalla ex-Jugoslavia” e la scoperta di due edificazioni abusive “in legno e muratura”.
Insomma, un altro grande successo per il cosiddetto censimento voluto dal Governo, per scoprire finalmente chi sono queste persone sconosciute che abitano nei campi? Non proprio, perché è stato scoperto quello che già si sapeva e sono state identificate persone già identificate.
Infatti, la Polizia Locale di Milano da anni scheda meticolosamente i rom presenti sul territorio milanese, come avevamo denunciato cinque giorni fa, anche se soltanto tre quotidiani - Liberazione, il Manifesto e la Repubblica - e l’emittente radiofonica Radio Popolare hanno ritenuto opportuno informarne l’opinione pubblica.
E così è sufficiente prendere in mano il dossier della polizia locale che raccoglie i dati del  periodo ottobre 2006 – dicembre 2007 e consultare la scheda relativa al campo oggi visitato dalle forze dell’ordine, per sapere quello che De Corato sostiene di aver scoperto oggi. La scheda parla infatti di 78 abitanti, di “nazionalità: Sinti italiani (Lombardia, Veneto e Friuli) – Estera (ex Yugoslavia)“ e rileva la presenza di “case in legno e muratura che hanno sostituito le roulotte originarie tutte dotate di servizi interni; le costruzioni abusive, regolarmente denunciate all’A.G., sono state condonate per stato di necessità”.
Mettendo un attimo da parte ogni considerazione sul concetto inquietante di “nazionalità” impiegato, risulta dunque evidente che la banca dati della polizia municipale, la quale fa capo al vicesindaco, dispone già di un quadro completo, peraltro in continuo e autonomo aggiornamento.
E allora avanziamo ancora una volta alcune domande molto semplici, ma anche molto importanti. Il Commissario straordinario, Prefetto Lombardi, era a conoscenza dell’esistenza della banca dati costruita dagli uomini di De Corato e aveva informato il Ministro Maroni? Chi aveva autorizzato e su quali presupposti la classificazione su base etnica di dati sensibili, di cittadini italiani e stranieri, da parte della Polizia Locale di Milano? E visto che la schedatura etnica già esiste, perché ripeterla con grande dispendio di forze dell’ordine e annunci pubblicitari, se non allo scopo di umiliare persone colpevoli unicamente di essere zingari?
Riteniamo che sia preciso dovere della Prefettura e del Ministero fornire una risposta urgente ed esauriente. Non perché lo chiede Rifondazione Comunista, ma perché la trasparenza è un atto dovuto nei confronti dei cittadini.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
Apprendiamo dalle agenzie di stampa che la Lega Nord ha oggi depositato in Consiglio regionale un progetto di legge teso ad abrogare interamente la legge regionale n. 77 del 1989 “Azione regionale per la tutela delle popolazioni appartenenti alle etnie tradizionalmente nomadi e seminomadi”, senza peraltro avanzare una proposta alternativa.
Leggiamo poi con stupore che la Lega accusa la legge di aver “fallito ogni obiettivo di integrazione” e di essere “rimasta praticamente sulla carta”. Beninteso, su quest’ultima considerazione siamo totalmente d’accordo. Peccato però che la Lega si dimentichi di dire perché la legge è inapplicata da lunghi anni.
Infatti, da tempo immemorabile e almeno due volte l’anno, in occasione delle sedute consiliari dedicate al bilancio e all’assestamento di bilancio, Rifondazione Comunista e gran parte delle opposizioni presentano regolarmente lo stesso ordine del giorno che chiede di rifinanziare la legge n. 77. E con altrettanta regolarità la maggioranza di centrodestra che governa la Lombardia vota contro, spesso con l’aggiunta di proclami tipo “neanche un euro per gli zingari”.
In altre parole, l’applicazione di una legge regionale pienamente vigente è boicottata dagli stessi partiti che governano la Regione, cioè Forza Italia, Udc, An e Lega, e così da lunghi anni il bilancio non stanzia nemmeno un singolo euro, con l’ovvia conseguenza che i Comuni non hanno mai ricevuto i fondi che la legge regionale prevede.
Ma Lega ha fatto anche di meglio. Proprio alcuni mesi fa, l’assessore leghista Boni aveva inserito surrettiziamente nell’ultimo pacchetto di modifica della legge regionale sul governo del territorio l’abrogazione dell’articolo 3 della legge n. 77, che con l’urbanistica c’entra un fico secco. E l’articolo poi abrogato era proprio quello che prevedeva cosucce come l’obbligo di favorire la “sedentarizzazione dei nomadi”, di “evitare qualsiasi forma di emarginazione urbanistica” e di “facilitare l’accesso ai servizi e la partecipazione dei nomadi alla vita sociale”. Insomma, parlava di inclusione e integrazione.
Complimenti! Prima si impedisce l’applicazione della legge e poi la si vuole cancellare del tutto perché non funziona, dicendo che è colpa dei rom che non vogliono integrarsi.
Siamo davvero nauseati di fronte a questo gioco delle tre carte sulla pelle delle persone, di cui la Lega è ormai diventata maestra. E auspichiamo con tutto il cuore che questa volta anche il Pd regionale trovi la lungimiranza di battersi insieme a noi contro questo festival dell’ipocrisia e della menzogna, rinunciando una volta per tutte a praticare la rincorsa del peggio alla maniera di Penati.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
qui sotto puoi scaricare il PdL n. 326, cioè la proposta abrogativa della Lega
 

Scarica Allegato
 
di lucmu (del 07/07/2008, in Migranti&Razzismo, linkato 676 volte)
C’è qualcosa di imbarazzante e inquietante nell’attuale polemica sulla moschea di viale Jenner a Milano. A leggere le numerose dichiarazioni, a volte più simili a grida di guerra, sembra quasi che i fedeli musulmani siano felici di dover pregare sui marciapiedi, giornate di pioggia comprese. E così, quasi tutti fanno finta di non sapere che il centro culturale islamico sta tentando da anni di trovare un luogo diverso, più idoneo.
Infatti, più volte il Comune ha risposto picche alle proposte di trasferimento del centro. E il problema non erano tanto le valutazioni urbanistiche e tecniche, sempre discutibili, bensì gli autentici veti politici. Cioè, al Comune c’è chi teorizza che a Milano non debbano esistere luoghi di culto islamici e questo qualcuno si chiama Lega Nord.
La questione della moschea di viale Jenner si è quindi trascinata per anni, incancrenendosi sempre di più. E come sempre accade quando i problemi non vengono risolti, a un certo punto esplodono i conflitti. Beninteso, conflitti utilissimi per quei doppiogiochisti padani che sulla stampa si ergono a paladini dei residenti di viale Jenner, salvo poi impedire ogni trasferimento nelle segrete stanze di Palazzo Marino.
Oggi le istituzioni devono assumersi la responsabilità di porre fine a questi giochi pericolosi, prima che scappino di mano e diventino una sorta di scontro di religione in salsa meneghina. E fare questo significa smetterla di gridare semplicemente “no”, invocare generiche e sciocche delocalizzazioni oppure voler mandare i vigili a fare le multe, per invece guardare in faccia alla realtà: nel milanese ci sono ormai decine di migliaia di lavoratori di fede islamica, ma non esiste ancora un’infrastruttura di luoghi di culto adatta.
Milano deve dunque decidere se i fedeli musulmani debbano pregare in capannoni e per strada oppure se possono, come le altre fedi religiose, disporre di luoghi di culto normali e regolari. Se si decide per la prima, allora disagi e conflitti futuri sono assicurati, con la gioia della Lega. Se si decide per la seconda, allora le soluzioni sono a portata di mano. L’unica cosa che non si può fare è pretendere che un fedele, che sia musulmano, cattolico, ebreo o altro, smetta di essere tale e che non preghi più.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
La schedatura etnica dei rom, con o senza impronte digitali, è stata imposta ai Prefetti di Milano, Roma e Napoli dalle tre ordinanze governative gemelle di fine maggio. E questo è risaputo. Ma quello che non si sa è che il Comune di Milano, come spesso accade in questo campo, aveva largamente anticipato i tempi, realizzando un censimento etnico già negli anni scorsi e senza neppure attendere coperture normative.
Questo è quanto emerge da una fascicolo di 116 pagine del Nucleo Problemi del Territorio della Polizia Municipale di Milano, che raccoglie i risultati del lavoro di censimento effettuato tra l’ottobre 2006 e il dicembre 2007. Un’indagine molto dettagliata, composta da schede relative a 12 campi autorizzati, 4 “campi non autorizzati ma consolidati”, 13 insediamenti abusivi e persino a 9 insediamenti di “nomadi giostrai”.
Se si trattasse di un semplice censimento delle baraccopoli esistenti a Milano sarebbe senz’altro un’operazione lodevole e utile, ma purtroppo c’è ben altro. Colpisce, infatti, la meticolosità con la quale le singole schede classificano etnicamente gli abitanti degli insediamenti, soprattutto di quelli regolari e semi-regolari. E così, sotto la voce “nazionalità” non troviamo semplicemente l’indicazione della cittadinanza delle persone rilevate, che a volte persino manca, bensì l’appartenenza a un gruppo o sottogruppo zingaro.
Ma facciamo degli esempi concreti. La scheda relativa al campo autorizzato di via Bonfadini rileva la presenza di 25 famiglie per un totale di 127 persone, di cui 40 frequentano la scuola elementare e media. E sotto la voce “nazionalità” indica testualmente: “Sinti Abruzzesi (Lombardi) Rom Harvati”. Quella relativa al campo autorizzato di via Idro registra 30 famiglie per un totale di 120 persone, di cui 27 sono iscritte alla scuola dell’obbligo, e come nazionalità indica “Sinti italiani (Lombardia Veneto Friuli) Rom Harvati (Croazia)”.
Tuttavia, per capire fino in fondo il concetto di “nazionalità” impiegato dagli uomini del vicesindaco De Corato occorre andare alle prime pagine del fascicolo, dove con piglio etnografico vengono enumerati i gruppi zingari “di più antica immigrazione” e “di immigrazione più recente” presenti sul territorio. Tra i primi troviamo ad esempio i “rom abruzzesi e molisani” e si sottolinea che sono giunti nell’odierna Italia nel lontano 1392. Cioè, 600 anni fa e secoli prima che si formasse lo Stato italiano. Eppure, la Polizia Locale milanese li considera ancora immigrati, sebbene di antica data, e pertanto non li ritiene degni della semplice dizione “cittadini italiani”!
Insomma, date le informazioni molto dettagliate contenute nelle singole schede, che peraltro comprendono altresì le intestazioni delle utenze di gas ed elettricità o la presenza di animali, è evidente che la Polizia Locale sia da tempo in possesso di una banca dati separata e specifica che classifica delle persone, di cittadinanza italiana e non, su base etnica. E ciò non è semplicemente un fatto di inaudita gravità dal punto di vista morale e civile, ma soprattutto illegale.
Post Scriptum: Il Prefetto di Milano, Lombardi, aveva iniziato le operazioni di “censimento” dei “nomadi” nel campo autorizzato di via Impastato, perché non si sapeva bene chi e in quanti ci vivessero. Decine di persone di ogni età, tutte di cittadinanza italiana e tutte iscritte all’anagrafe, furono messe in fila alle 5.30 del mattino da una settantina di agenti delle forze dell’ordine. Furono fotografate le loro carte d’identità, rilasciate dal Comune di Milano, e fu finalmente stabilito che erano in 33. Bene, ora prendete la scheda relativa a via Impastato nel rapporto della Polizia Locale 2007 e leggerete il seguente numero: 33. Insomma, le istituzioni non hanno saputo nulla che non sapessero già, ma in cambio si sono raccontate un sacco di frottole all’opinione pubblica e, soprattutto, 33 persone, colpevoli unicamente di essere zingari, sono state umiliate e messe alla gogna.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
qui sotto puoi scaricare le schede citate
 

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di lucmu (del 02/07/2008, in Migranti&Razzismo, linkato 705 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 2 luglio 2008
 
Verso il tardo pomeriggio del lunedì una voce iniziava a circolare tra le associazioni e i giornalisti milanesi: era in corso una rivolta nel Cpt di via Corelli. Inizialmente al centro tentavano di negare, ma poi qualcuno ha visto l’andirivieni dei mezzi della questura e qualcun altro ha recuperato il solito contatto telefonico con un “ospite” del centro.
Insomma, la rivolta c’era, ma era molto più difficile del solito capire cosa fosse avvenuto esattamente, poiché la Prefettura di Milano aveva optato per una rigidissima blindatura del centro, impedendo al sottoscritto di poter entrare fino al giorno successivo, mentre la Questura rilasciava comunicati stranamente generici. Le camionette però erano lì.
Ora sappiamo che durante la notte la rivolta dei 25 immigrati di varia nazionalità della camerata D -o Delta come preferiscono gli addetti ai lavori- si è poi spenta. In sostanza, dopo lunga trattativa con gli “ospiti” la polizia si è semplicemente ritirata dal corridoio d’accesso alla camerata degli “insorti”, rinunciando ad entrarvi. Il bilancio della protesta sono dunque i soliti danni materiali, tra panchine di cemento e vetri distrutti, e un ferito lieve, un operatore della Croce Rossa colpito da una scheggia di vetro.
Questo è quello che si sa con certezza. E un’altra cosa ancora si sa, perché su questo concordano sia la questura che gli immigrati da noi sentiti ieri: l’incidente scatenante della rivolta è stato un diverbio tra un cittadino sudanese e un funzionario di polizia presente nel centro. Differisce invece il seguito. Se per la questura non si sarebbe mai andati oltre lo scambio verbale, per gli immigrati invece il poliziotto avrebbe risposto a escandescenze verbali, usando le mani. E così, una volta che l’immigrato era rientrato in camerata, la rivolta ha preso il suo corso.
D’altronde non ci vuole poi tanto per incendiare gli animi. Nel Cpt in questi giorni si soffoca, visto che il tetto è di lamiera e non esistono né condizionatori, né ventole, e poi c’è tutto il resto, a partire dalla condizione di detenzione. Figuriamoci poi quando arriva la notizia di un pestaggio gratuito.
Ovviamente non sappiamo se il pestaggio sia avvenuto effettivamente nei termini denunciati dal cittadino sudanese e oggi ribadito al sottoscritto nel corso della visita in via Corelli. Quello che però sappiamo è che la vicenda non può essere insabbiata e che la Prefettura ha il dovere di promuovere un’indagine senza reticenze.
Ma ciò che colpisce maggiormente in tutta questa vicenda è la ragione del diverbio che aveva innescato tutta la vicenda. Il cittadino sudanese è uno dei tanti casi di trattenuti nel Cpt che provengono dal carcere. In altre parole, persone che a fine pena dovrebbero essere immediatamente espulse, ma che invece vengono regolarmente “parcheggiate” nel Cpt per un mese o due di ulteriore e gratuita detenzione. Infatti, l’immigrato stava protestando perché per l’ennesima volta gli era stato comunicato il rinvio dell’espulsione, inizialmente prevista per lunedì.
Come dargli torto se si è arrabbiato? La sua identità è straconosciuta, le autorità hanno in mano permesso di soggiorno, carta d’identità italiana e passaporto sudanese e anche la data di rilascio dal carcere era nota agli addetti ai lavori. Eppure, nessuno si era preoccupato di prenotare un posto sul prossimo volo che lo avrebbe portato in Sudan. Molto più comodo mandarlo al Cpt, che poi qualcuno ci pensa. Con calma, ovviamente, visto che ci sono 60 giorni di tempo…
Insomma, il teatro dell’assurdo che sono i Cpt, ora denominati Cie, ci consegnano la storia di un immigrato che litiga con un funzionario della polizia perché non riesce ad andarsene dall’Italia e per questo, forse, rimedia pure dei cazzotti gratuiti.
E tutti gli apologeti dei centri di detenzione che sostengono che siano imprescindibili per l’identificazione e l’espulsione dovrebbero andarci ogni tanto in un Cpt. Sarebbe per loro molto illuminante. Ma soprattutto potrebbero scoprire che la follia dell’allungamento del periodo di detenzione amministrativa fino a 18 mesi, minori compresi, porterà semplicemente a rallentare ulteriormente le procedure. Tanto, che fretta c’è?
Se il Parlamento italiano approverà il limite dei 18 mesi, suggerito incredibilmente dal Parlamento europeo con tanto di astensione Pd, allora forse dovremo abituarci a rivolte come quella di via Corelli. Rivolte per riuscire ad essere espulsi, possibilmente senza prendere le botte.
 
 
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