Blog di Luciano Muhlbauer
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Stamattina all’alba sono iniziate le annunciatissime operazioni di sgombero del degradato ex scalo ferroviario di Porta Romana, utilizzato da tempo come rifugio insalubre da centinaia di immigrati, in larga parte profughi di guerra africani.
C’erano la polizia locale, la polizia di stato e i carabinieri, ma anche la protezione civile, i servizi sociali e personale medico. Insomma, tutto è avvenuto nella massima tranquillità e persino i mezzi dell’Atm mobilitati erano privi delle ormai tristemente famose grate di sicurezza.
Visti i tempi che corrono, sicuramente una notizia positiva. Ma, dall’altra parte, le oltre 150 persone identificate e poi trasportate in centri del Comune sono tutte in possesso di regolare permesso di soggiorno per motivi umanitari, nonché censite già da dieci giorni, e non si sarebbe proprio capito un procedimento diverso.
Tutto bene dunque? Non proprio, perché va ricordato il fatto che a quelle persone lo Stato italiano aveva accordato formalmente la sua protezione, perché riconosciuti come profughi di guerra, salvo poi abbandonarli al loro destino. È così che erano finiti a dover campare in condizioni allucinanti nell’ex scalo ferroviario e tanti altri come loro continuano a sopravvivere in maniera analoga in altri interstizi degradati della metropoli.
E come se non bastasse, tra i profughi oggi identificati non troviamo soltanto dei recenti arrivati, ma anche persone che le istituzioni avevano già incontrato in passato, in viale Forlanini oppure in via Lecco. Cioè, erano già state censite come profughi senza tetto ed erano già state indirizzate in vari centri di accoglienza del Comune. Eppure, oggi ancora una volta li ritroviamo a vivere tra le macerie e i rifiuti.
Insomma, si tratta di un girone infernale che sembra non avere vie d’uscita: i rifugiati passano dalle aree degradate alle sistemazioni temporanee nei centri e nei dormitori comunali, per poi ritornare sempre al punto di partenza.
Oggi il Comune ha elencato le destinazioni dei rifugiati dello Scalo Romana. Si tratta dei soliti noti centri di accoglienza e del dormitorio di viale Ortles, cioè di sistemazioni per definizione temporanee.
La domanda che si impone a questo punto è dunque la seguente: il Comune di Milano intende procedere come ha fatto precedentemente oppure questa volta c’è la ricerca di una soluzione più stabile, dal punto di vista abitativo e dell’inserimento sociale?
Visti i precedenti, ci pare una domanda obbligatoria che richiede una risposta pubblica, perché se alla fine siamo alle solite, allora dobbiamo necessariamente concludere che quella di oggi era soltanto un’operazione di immagine, utile per fare un po’ di comunicati stampa e marketing politico, ma tra qualche mese tutto torna come prima, con i rifugiati per strada, a cercare nuove macerie dove potersi sistemare.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
Oggi il Parlamento Europeo ha approvato la cosiddetta direttiva rimpatri, contenente norme e procedure per il “rimpatrio di cittadini di paesi terzi soggiornanti illegalmente”, con 369 voti a favore, 106 astensioni e 197 voti contrari. Nessun emendamento è stato accolto e a nulla sono servite le tante critiche avanzate negli ultimi giorni da più parti.
Così, d’ora in poi i governi della democratica Europa potranno imprigionare nei centri di permanenza temporanea gli immigrati irregolari fino ad un massimo di 18 mesi e le espulsioni coatte potranno avvenire anche verso paesi diversi da quello di appartenenza (tipo nei lager libici, tanto per intenderci). E tutto questo non vale soltanto per gli adulti, ma anche per i minori, sia accompagnati che non. (per leggere il testo integrale della direttiva vai sul sito dell’europarlamento: www.europarl.europa.eu))
Con il voto odierno l’Europa archivia un pezzo fondamentale della sua storia recente e della sua civiltà democratica, cedendo pericolosamente al vento xenofobo che spira in tutta il continente. Ed è triste, anche se non sorprendente, dover constatare che gli europarlamentari del Partito Democratico non abbiano trovato nulla di meglio che astenersi…!
 
 
La Lega Nord, per bocca dell’assessore regionale Boni, canta vittoria perché a Magenta sarebbe stata chiusa una “moschea abusiva” e pertanto ristabilita la legalità. Peccato però che in via Oberdan a Magenta non c’era alcuna moschea e tanto meno un problema di legalità. Concretamente, oggi è successo semplicemente che i responsabili dell’Associazione Yacuta, che occupava regolarmente il capannone, hanno riconsegnato le chiavi alla proprietà, lasciando lo spazio.
Tuttavia, la Lega ha ragione a cantare la vittoria, poiché è stato grazie al clima islamofobico suscitato dalla sua indecente campagna d’odio che gli operai immigrati, in gran parte di origine pakistana e regolarmente residenti in Italia da lunghi anni, hanno dovuto rinunciare al loro centro culturale. Infatti, altre ragioni non ci sono, come dimostra un breve riepilogo dei fatti.
Nell’estate del 2006 l’Associazione Yacuta e la proprietà del capannone hanno stipulato un regolare contratto d’affitto, nel quale era peraltro specificato che i locali sarebbero stati utilizzati per svolgere “attività di centro culturale e di oratorio”. Va inoltre sottolineato che l’associazione aveva immediatamente depositato presso il Comune di Magenta il suo statuto, chiedendo l’inserimento nell’elenco delle associazioni locali, senza però ricevere mai una risposta di alcun tipo.
Le persone che frequentavano il capannone lavorano tutte nel magentino, come operai o piccoli imprenditori, e utilizzavano lo spazio nel tempo libero per riunirsi, parlare dei problemi della quotidianità e per pregare. Ma non c’è mai stato nessun imam e nessuna moschea. E, aggiungiamo, non ci sono nemmeno mai state segnalazioni da parte delle forze dell’ordine, essendo le uniche contestazioni esistenti quelle della polizia municipale, relative però ad alcune opere edilizie risalenti a vent’anni prima.
Ma a questo punto entravano in scena la Lega, assecondata dal Sindaco di Magenta, e la sua campagna contro la “moschea abusiva”. Il pessimo clima e le pressioni politiche sul proprietario del capannone facevano poi il resto e così, grazie a un’ingenuità e alla non perfetta conoscenza della lingua e delle cose italiane, la proprietà era riuscita a ottenere una firma su una lettera di rescissione dal contratto d’affitto da parte dell’associazione. Ne è nata una questione legale, finita con una sentenza favorevole alla proprietà da parte della Corte di Appello di Milano. Ma la querelle non è mai uscita dagli aspetti contrattuali formali e nessun giudice ha mai contestato la regolarità dell’uso dei locali da parte dell’associazione.
Insomma, la legalità non c’entra proprio nulla. Anzi, semmai a qualche domanda dovrebbe rispondere la Lega, visto che non soltanto la Costituzione italiana afferma la libertà religiosa, ma lo stesso nuovo Statuto della Regione Lombardia, appena approvato con il voto favorevole del Carroccio, dice espressamente che la Regione “promuove le condizioni per rendere effettiva la libertà religiosa”.
In altre parole, a noi pare che il problema a Magenta non si chiami “moschea abusiva”, ma Lega Nord.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 16/06/2008, in Migranti&Razzismo, linkato 700 volte)
Dopo le voci che volevano l’apertura di nuovi Cpt in Lombardia, da Pavia alla Malpensa, ora arriva la smentita ufficiale. Il Ministro degli Interni, Maroni, presente oggi nella Prefettura di Milano, ha rilasciato la seguente dichiarazione: ''Non ci saranno nuovi Cpt in Lombardia'', aggiungendo che saranno realizzati solo nelle regioni in cui attualmente non ci sono, ovvero dieci.
 
 
di lucmu (del 14/06/2008, in Migranti&Razzismo, linkato 3681 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 14 giugno 2008 (pag. Milano)
 
Se ne parla poco e spesso soltanto per dovere, ma nel 2008 ricorre un duplice anniversario: sia la Costituzione italiana, che la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo compiono 60 anni di vita. Ambedue sono figlie del loro tempo, dell’immane tragedia della seconda guerra mondiale e della liberazione dal nazifascismo, ed è proprio per questo che nei loro primissimi articoli affermano e codificano quel principio fondamentale e fondante che stabilisce l’uguaglianza degli esseri umani in dignità e diritti, senza distinzione alcuna.
Ma, appunto, se ne parla poco e la memoria si è fatta flebile. Vacilla terribilmente la consapevolezza che il principio di uguaglianza non è una gentile e buonista concessione nei confronti dell’altro, bensì la condizione sine qua non per la tenuta del nostro tessuto democratico e della possibilità di perseguire il progresso sociale. E così, sessant’anni dopo, come se fosse la cosa più normale, si parla di “emergenza rom” nella stessa maniera in cui si parla di “emergenza rifiuti”. E quei pochi –e per giunta divisi- che in questi giorni esprimono preoccupazione sembrano nella migliore delle ipotesi dei marziani.
Eppure, basterebbe leggersi con attenzione l’ordinanza governativa n. 3677 del 30 maggio scorso per sentire un brivido sulla schiena. Stiamo parlando dell’atto che nomina Commissario straordinario il Prefetto di Milano e che ne definisce compiti e poteri, in applicazione della dichiarazione dello “stato di emergenza” nomadi della durata di un anno.
Infatti, il primo compito del Commissario consiste nell’identificazione e censimento delle persone, di cittadinanza sia straniera che italiana, che abitano in “campi autorizzati” e “insediamenti abusivi”, attraverso rilievi segnaletici.
Per capire meglio cosa significa concretamente tutto ciò è opportuno richiamare alla memoria la primissima azione di censimento realizzata a Milano una settimana fa. In quella occasione toccò al campo autorizzato di via Impastato, abitato da un unico nucleo familiare, quello dei Bezzecchi, composto da 35 persone. Sono tutti cittadini italiani, residenti a Milano anche da oltre 40 anni e non risultano denunce o precedenti penali a loro carico. Eppure, per fotografare le carte d’identità rilasciate dal Comune di Milano –perché questo è stato fatto quel giorno!- alle ore 5.30 del mattino si erano presentati una settantina tra poliziotti, carabinieri e vigili, bloccando tutto l’insediamento e mettendo in fila i residenti come dei delinquenti.
Ma al di là delle modalità poliziesche, di per sé ingiustificabili e inquietanti, rimane il fatto che i dati personali così acquisiti vanno a confluire in un archivio speciale e separato, presso la Prefettura, compilato sulla base dell’appartenenza alle popolazioni rom e sinti. In altre parole, cittadini italiani e stranieri, anche se registrati regolarmente all’anagrafe cittadino, vengono schedati su base etnica.
Conclusa la schedatura, stando alla lettera dell’ordinanza governativa, si dovrà poi passare all’azione. Cioè, tutti i rom stranieri che potranno essere espulsi o allontanati, in base alle norme ancora in discussione nel parlamento, andranno cacciati via. Tutti gli altri, invece, andranno “trasferiti” in campi autorizzati, già esistenti o da costruire.
Insomma, se sei un rom o un sinti, per te ci sono solo due destini possibili: l’espulsione o la riduzione in un campo sul modello Triboniano, dove vivi da sorvegliato speciale, munito di bagde per poter entrare a casa tua e schedato in apposito archivio.
Ovviamente, siamo tutti consapevoli che le cose non andranno come dice il governo. Un po’ perché circa il 40% dei rom e sinti sono cittadini italiani e degli altri non tutti potranno essere espulsi, un po’ perché aprire nuovi “campi”, anche se autorizzati, non è molto popolare. Ma nel frattempo la criminalizzazione di un’intera popolazione troverà ulteriore legittimazione e la segregazione spaziale e culturale, anche di cittadini italiani, in base alla classificazione etnica diventerà politica dello stato. Sbagliamo a parlare di fantasmi del passato che bussano alla nostra porta?
Ma ciò che preoccupa di più in tutta questa vicenda è che così poca parte della società e della politica avverte, o voglia avvertire, la gravità di quello che sta succedendo, che non è semplicemente la diffusa ostilità nei confronti dei rom, bensì la rottura con il principio dell’uguaglianza.
Anche l’ordinanza n. 3677 è figlia del suo tempo, cioè del nostro tempo. E da questo punto di vista il dato più drammatico dell’oggi non è tanto lo spostamento a destra del baricentro della politica, quanto quella sorta di strisciante rivoluzione culturale, cioè il rovesciamento di egemonia, che lo rende possibile e potenzialmente duraturo.
Ogni ragionamento, forse, dovrebbe ripartire da qui.
 
qui sotto puoi scaricare l’ordinanza n. 3677 del Presidente del Consiglio dei Ministri del 30 maggio 2008
 

Scarica Allegato
 
Quanto successo stamattina nel piccolo insediamento rom di via Impastato a Milano ci lascia sbigottiti e sconcertati e, soprattutto, getta un’ombra pesante sulle nostre istituzioni. Tanto per capirci, quello che è successo oggi a Milano sarebbe considerato totalmente illegale nella Francia di Sarkozy.
Infatti, in questi giorni è partito il “censimento” dei rom presenti nell’area metropolitana, come deciso dal Commissario straordinario per l’emergenza rom, il Prefetto Lombardi. E così, stamattina all’alba una cinquantina tra agenti della Questura e della Polizia Locale di Milano e Carabinieri ha bloccato il “campo” di via Impastato, impedendo ai presenti di allontanarsi e procedendo all’acquisizione e alla copiatura dei documenti di identità.
Vista la pessima aria che tira, si direbbe nulla di straordinario, se non fosse per alcuni particolari molto significanti. Cioè, il “campo” di via Impastato, autorizzato dal Comune di Milano e in piena regola, è abitato da circa 35 persone, appartenenti alla famiglia Bezzecchi. Sono tutti cittadini italiani da generazioni e residenti a Milano, i meno giovani tra loro da lunghi decenni. E, infatti, i documenti di identità copiati e schedati dalle forze dell’ordine altro non erano che le normalissime carte d’identità del Comune di Milano.
Quindi, tutti schedati, compreso l’anziano Bezzecchi che porta con sé una memoria greve. Quella del suo internamento, perché zingaro, nel campo di concentramento fascista di Tossicia nei primi anni Quaranta e quella dello sterminio di suo padre, sempre perché zingaro, nel campo di concentramento nazista di Birkenau.
Insomma, se la Prefettura e il Comune volevano sapere chi sono costoro che abitano in via Impastato, bastava consultare il computer dell’anagrafe. Che l’intervento di oggi non possa trovare giustificazione alcuna è peraltro confermato dal fatto che non risultano da nessuna parte denunce penali di alcun tipo, per il semplice motivo che i cittadini del “campo” lavorano e si guadagnano il pane con il sudore della fronte.
La verità è che ormai il clima di ostilità preconcetta nei confronti delle popolazioni sinti, rom e camminanti, in buona parte costruito ad arte da una politica senza scrupoli, ha superato anche l’ultimo limite, quello più delicato. Quando le istituzioni pubbliche procedono a schedature di massa su base etnica, con metodi spicci e polizieschi, e persino a prescindere dai concetti di cittadinanza e di eguaglianza davanti alla legge, allora siamo di fronte all’inaccettabile, alla rottura con la nostra Costituzione e con la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. In altre parole, si sta materializzando il fantasma del razzismo istituzionale.
Il Commissario Lombardi ha il preciso dovere di porre immediatamente fine a queste pratiche contrarie all’umanità e allo stato di diritto. E le forze politiche e sociali, gli uomini e le donne della nostra città che hanno a cuore la democrazia e il futuro hanno il dovere di ribellarsi a questa porcheria.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 05/06/2008, in Migranti&Razzismo, linkato 649 volte)
Il Ministro Maroni ha annunciato a diverse riprese e formalmente che entro l’estate saranno aperti dieci nuovi Cie, ex-Cpt, cioè i centri di detenzione per immigrati privi di regolare permesso di soggiorno, tra cui almeno uno anche in Lombardia. E ripetutamente la stampa ha riportato notizie circa la loro possibile localizzazione, in particolare una caserma dismessa a Pavia e, secondo il Corriere della Sera di oggi, le aree di proprietà di Regione Lombardia nei pressi dell’aeroporto di Malpensa.
È risaputa la nostra opinione su tali strutture per la detenzione amministrativa, a causa della loro manifesta inutilità, dei costi astronomici che comportano e soprattutto del vero e proprio vulnus giuridico che rappresentano, visto che vengono imprigionate de facto delle persone che non hanno commesso alcun reato. E la possibilità che questa detenzione possa prolungarsi fino a 18 mesi non fa che rafforzare la nostra decisa contrarietà e opposizione politica e civile.
Ma, al di là delle diverse e contrastanti opinioni esistenti nella società, riteniamo doveroso e urgente che il governo regionale informi la cittadinanza e chiarisca cosa sta succedendo. È prevista o meno l’apertura di uno o più Cie sul territorio regionale? È prevista l’apertura di un Cie nei pressi di Malpensa su aree di proprietà della Regione nei comuni di Lonate Pozzolo, Somma Lombardo e Ferno? Di che strutture si tratta e come intende il governo lombardo intervenire affinché queste siano compatibili con un regime di detenzione fino a 18 mesi e il rispetto dei diritti umani?
Oggi in Consiglio regionale abbiamo depositato un’interrogazione con queste domande e siamo convinti che sia nell’interesse di tutti che si ponga subito fine alle voci di corridoio e alle indiscrezioni, evitando dunque di far trascorrere l’abituale tempo biblico prima di fornire una risposta. Insomma, la Giunta regionale chiarisca immediatamente.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
qui sotto puoi scaricare il testo dell’interrogazione
 

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Il Prefetto Lombardi è un uomo cauto, spesso fin troppo. E così capita che la cautela si trasformi in immobilismo o subalternità a questo o quel potere politico, come successe ai tempi del rogo di Opera, vero e proprio atto costituente della nuova fase della caccia allo zingaro.
Ora il prefetto Lombardi è stato nominato Commissario straordinario per l’emergenza rom e tutti lo tirano per la giacchetta più di prima, dall’incontenibile De Corato, il maestro degli sgomberi senza sbocchi e umanità, fino a Penati, neofita dell’opzione campi zero e mandiamoli via tutti. Né De Corato, né Penati si preoccupano peraltro di spiegare alla cittadinanza cosa dovrebbe succedere ai rom e ai sinti che comunque non possono essere espulsi, pardon allontanati, perché in regola oppure perché cittadini italiani, come quasi metà di loro.
Lombardi, da uomo cauto, ha mostrato a diverse riprese di essere consapevole del problema, ma le sue odierne dichiarazioni sono francamente inquietanti, poiché parla soltanto di campi autorizzati, da gestire su un modello persino più restrittivo di quello del Triboniano.
Ebbene, al Triboniano vige uno stretto controllo di polizia, dove i rom devono firmare un “patto” che li impegna a rispettare la legge, cosa che peraltro chiunque è tenuto a fare a prescindere dai pezzi di carta, e soprattutto vivono praticamente da sorvegliati speciali.
Quindi, che cosa significa “andare oltre il modello Triboniano”? E soprattutto, si considera ogni persona, minori compresi, da rinchiudere in campi speciali soltanto perché appartenente alla popolazione rom o sinti e anche qualora si tratti di cittadino italiano? Se fosse così, saremmo davvero di fronte a una edizione moderna delle leggi razziali.
Chiediamo quindi al Commissario straordinario di spiegare pubblicamente cosa intende fare e quali politiche intende costruire per favorire l’inclusione sociale e civile, a partire da quelle abitative, per evitare che in Lombardia si faccia largo un diritto speciale su base etnica, dove una bambino viene istituzionalmente condannato alla segregazione ancora prima di crescere.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 29/05/2008, in Migranti&Razzismo, linkato 781 volte)
I maggiori poteri attribuiti ai Sindaci in materia di sicurezza dal decreto legge del 23 maggio pare non tardino a produrre i loro primi effetti. Che, qualora venissero confermate le testimonianze di alcuni cittadini milanesi, fanno intravedere uno scenario inquietante.
Infatti, secondo tali testimonianze, stamattina in piazza XXIV Maggio a Milano, agenti della Polizia locale, cioè dei vigili urbani, avrebbero bloccato per strada un mezzo di trasporto pubblico e controllato a tappeto tutti i cittadini stranieri presenti. Quelli risultati irregolari, oppure senza tutte le carte in tasca, sarebbero stati caricati su un automezzo e portati via.
Insomma, difficile definire ordinari controlli tali modalità, come invece fa il comandante della polizia locale, Emiliano Bezzon. No, se quanto raccontato dai testimoni corrisponde a verità, siamo di fronte  a un vero e proprio salto di qualità, consistente in retate di massa.
Ecco perché riteniamo imprescindibile e urgente un chiarimento da parte dell’amministrazione comunale di Milano. Cioè, esistono o meno direttive che assegnano ad alcuni reparti della polizia locale milanese il compito di effettuare azioni di questo tipo oppure siamo di fronte a iniziative autonome?
A questa domanda occorre rispondere subito!
Crediamo sia inaccettabile e miope organizzare retate che inevitabilmente finiscono per coinvolgere in maniera indiscriminata tutte le persone dall’aspetto non italiano. E questo in una città multietnica come Milano.
Il clima grave e preoccupante di queste settimane, con i roghi nei campi rom, le aggressioni e la moltiplicazione delle ronde è figlio anche dei continui messaggi che provengono dalle istituzioni, che tendono a criminalizzare tout court gli immigrati. Passare ora alla politica delle retate e ridurre ogni cittadino straniero in potenziale sospetto significherebbe soffiare consapevolmente sul fuoco e assumersi dunque la responsabilità di gettare un’altra pietra contro la convivenza in città.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
La baraccopoli della Bovisasca è stata sgomberata definitivamente. Il vicesindaco De Corato esulta compiaciuto, l’assessore regionale Boni tira in ballo persino l’Expo e le centinaia di persone che abitavano le baracche stanno vagando in giro per la città, alla ricerca di un luogo dove andare. Della bonifica del terreno dove sorgeva l’ennesima bidonville milanese, invece, non parla più nessuno.
Quanto accaduto in Bovisasca è paradigmatico dell'inquietante livello di inconsistenza ormai raggiunto dalla politica milanese e dell’ipocrisia di molti amministratori con la testa in campagna elettorale.
Inconsistente è spacciare per “soluzione” la cacciata di centinaia di famiglie, compresi i bambini, senza porsi il problema dove e come finiranno, sperando semplicemente che qualche anima pia si occupi di loro oppure che qualcuno decida di tornare al paese d’origine.
Ipocrita è invocare la tutela della salute per motivare lo sgombero, dopo lunghissimi anni di disinteresse istituzionale per un terreno inquinato da pericolosi rifiuti tossici, per non parlare dell’incredibile fatto che ora né il Comune, né la Regione fanno sapere ai cittadini della Bovisasca se e quando si intende procedere alla bonifica.
Insomma, i rifiuti tossici rimangono e gli esseri umani finiscono per strada, finché non troveranno un’altra baraccopoli. Ahinoi, la solita storia che si ripete ormai da anni.
Ma quello che forse stupisce di più è che la città appare anestetizzata, incapace non solo di indignarsi di fronte al trattamento incivile riservato a uomini, donne e bambini, ma altresì di rendersi conto che la miseria della politica genera alla lunga dei mostri di cui sarà difficile liberarsi.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
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