Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Chiediamo al Presidente Formigoni di dare le sue dimissioni e di porre anticipatamente fine ad una legislatura sempre più ipotecata da una questione morale, che sta trascinando tutta l’istituzione regionale verso la delegittimazione.
L’ordine di arresto del giudice monzese nei confronti di Massimo Ponzoni, ex assessore regionale e attualmente componente dell’ufficio di presidenza del Consiglio, non è semplicemente l’ennesimo scandalo in Regione, ma è la goccia che fa traboccare il vaso.
A differenza degli altri casi, infatti, di Ponzoni tutti sapevano tutto, da sempre. Era di dominio pubblico che era indagato nel quadro della bancarotta fraudolenta della società “Pellicano”, di cui peraltro era socio anche un suo ex collega di Giunta, Buscemi. A questo, inoltre, andrebbe aggiunto che il nome di Ponzoni era finito anche tra le carte della Direzione distrettuale antimafia, a causa delle sue frequentazioni, quando faceva l’assessore regionale, con alcuni boss della ‘ndrangheta.
Eppure, nonostante tutto ciò, non solo Ponzoni nel 2010 era stata nominato dalla maggioranza Pdl-Lega nell’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale, ma era persino riuscito a sopravvivere ad altri due illustri componenti di quell’ufficio, cioè Filippo Penati e Nicoli Cristiani.
Insomma, è netta l’impressione che il Presidente Formigoni, ben conscio del fatto che il marcio del suo sistema di potere stesse ormai per straripare, come infatti sta succedendo, avesse optato per collocare i suoi collaboratori più a rischio fuori dalla Giunta, ma in posti protetti e ben retribuiti, che peraltro gli permettevano di continuare ad agire.
In altre parole, il Presidente Formigoni e la sua maggioranza hanno trasformato consapevolmente luoghi come l’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale nella loro discarica politica. Già, perché se in un ufficio composto da cinque consiglieri, ben tre finiscono in seri guai giudiziari nel giro di meno di due anni, allora c’è un problema. E, a parte il caso Penati, che non è responsabilità di Formigoni, gli altri due rappresentano per intero la quota Pdl in seno all’ufficio.
È nostro convincimento che Formigoni sia il primo ad essere conscio che questa legislatura regionale, peraltro nata sulla base della famose firme false, non ce la farà ad arrivare alla sua fine naturale. Semplicemente, egli cerca di tirare fino al 2013, quando tenterà per l’ultima volta il suo salto nazionale.
Ebbene, noi pensiamo invece che questa legislatura debba finire subito, prima che sia troppo tardi e con un Presidente e un sistema di potere finalmente costretti ad assumersi le loro responsabilità di fronte agli elettori e alle elettrici della Lombardia.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 01/12/2011, in Regione, linkato 2984 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sui giornali on line Paneacqua.eu e MilanoX il 1° dicembre 2011
 
No, in Lombardia non è questione di qualche mela marcia che si aggira nei sottoscala della Regione, bensì di un sistema di potere politico-affaristico, tanto radicato quanto ormai avariato e irriformabile, il quale occupa il governo lombardo sin dal lontano 1995. E se non fosse per la sua straordinaria capacità di condizionamento, anche ben oltre i propri confini politici, questa lampante verità sarebbe da tempo manifesta consapevolezza pubblica e non assisteremmo alla recita infinita della favola dell’eccellenza lombarda.
Già, perché in fondo basterebbe mettere in fila i fatti e guardare bene le fotografie del potere per rendersene conto. Franco Nicoli Cristiani (Pdl), arrestato ieri dai Carabinieri, insieme ad un alto dirigente dell’Arpa (l’ente regionale che si occupa di ambiente), è vicepresidente del Consiglio regionale e fino al 2010 era assessore nella terza giunta Formigoni. Cioè, la medesima Giunta che vantava tra i suoi componenti anche lo xenofobo militante Pier Gianni Prosperini (Pdl), arrestato in diretta tv nel 2009 per corruzione, nonché indagato per una miriade di altri reati, compreso un traffico d’armi con il dittatore eritreo.
In quella Giunta faceva l’assessore anche Massimo Ponzoni, sempre Pdl, allo stato indagato per bancarotta fraudolenta, ma diventato famoso perché aveva ricevuto nei suoi uffici alcuni boss della ‘ndrangheta, che lo consideravano, secondo la Direzione distrettuale antimafia, un loro “capitale sociale”. Ovviamente, Formigoni si è guardato bene dal riconfermarlo nella sua Giunta numero 4 e così Ponzoni è stato piazzato nell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale. Cioè, lo stesso ufficio, presieduto dal leghista Boni, dove siede anche Nicoli Cristiani e dove sedeva fino a poco fa Filippo Penati. Tuttavia, a differenza di quest’ultimo, Ponzoni non ha mai sentito il bisogno di dimettersi e la sua maggioranza, peraltro, non gliel’aveva mai chiesto.
Infine, in quella Giunta c’era anche Gian Carlo Abelli, conosciuto  nella sua Pavia come “il faraone”. Lui si occupa di sanità ed era già rimasto coinvolto nelle inchieste su Poggi Longostrevi. Ma soprattutto era poi diventato l’uomo di fiducia di Formigoni nella sanità lombarda, dove gestiva le nomine, sebbene fosse assessore alla solidarietà sociale. Anche lui non lo vediamo più accanto a Formigoni nelle occasioni pubbliche, perché era stato toccato dallo scandalo delle bonifiche sull’area Montecity-Santa Giulia a Milano, esploso nel 2009. Non è stato mai formalmente indagato, beninteso, ma sua moglie, Rosanna Gariboldi, ex-assessore provinciale a Pavia, è stata condannata e lui, comunque, non si faceva troppi problemi a girare con la Porsche messagli a disposizione dal “re delle bonifiche”, Giuseppe Grossi, nel frattempo deceduto.
Rifiuti, bonifiche, sanità, infrastrutture autostradali. Ecco che tornano sempre gli stessi settori, cioè quelli dove oggi si riescono a fare soldi, truffando la collettività e fregandosene altamente di dettagli come la salute dei cittadini. Eppure, sarebbe sempre e soltanto colpa di qualche singolo. Formigoni, politico navigato e autocandidato a leader nazionale del Pdl, è sempre pronto a dire che la responsabilità è esclusivamente personale e che lui e la sua maggioranza non c’entrano nulla. Chissà se gli riesce anche questa volta, ma finora il gioco ha funzionato egregiamente.
Chi si ricorda più di Prosperini? Anzi, sembra quasi che non sia mai esistito. Abelli? Idem. E poi, ci sarebbero anche i casi come quello del San Raffaele, dove lo stretto rapporto tra Cl-Formigoni e la cricca di Don Verzé è di dominio pubblico, senza contare che Regione Lombardia ha girato all’ospedale privato 400 milioni di euro di denaro pubblico nel solo 2010. Eppure, è stato sufficiente che Formigoni dicesse “ma che c’entra la Regione?” perché più o meno tutti si adeguassero e facessero calare il silenzio su eventuali responsabilità del governo regionale, finanche sul mancato rispetto di quell’elementare obbligo di controllo, che sussiste sempre di fronte a un finanziamento pubblico.
Un’efficienza straordinaria nel cancellare le tracce, insomma, che ricorda quasi i tempi di Stalin, quando si ritoccavano addirittura le foto del passato per far sparire la memoria delle persone. Ma anche un’efficienza che non può essere opera di un solo uomo, né di un solo movimento politico, ma che necessita di complicità, collaborazione.
Da questo punto di vista, anzitutto, ci sarebbe la Lega, sempre pronta ad urlare la sua diversità, ma poi parte organica del governo lombardo, in alleanza con Comunione e Liberazione. Insomma, mai visto niente in questi 10 anni di governo? Mai sentito nulla? Anzi, l’unico tentativo di dimostrare la famosa “diversità” che ci risulti era costato carissimo al suo protagonista. Infatti, nel 2005 la Lega impose un suo uomo all’assessorato della sanità, Alessandro Cè, il quale avviò immediatamente uno scontro frontale con Abelli sulle nomine, denunciando lo strapotere di Cl. Ebbene, la cosa finì come doveva finire e nel 2007 Cè venne prima cacciato dalla Giunta e subito dopo espulso dalla Lega.
E che dire dell’opposizione, a partire dal suo azionista di maggioranza, il Pd? Già, perché da quelle parti e da molti anni va per la maggiore la tesi del “dialogo” con Cl e Formigoni, con tutto il suo corollario di “opposizione responsabile” eccetera. Nell’era penatiana del Pd questa era praticamente la linea ufficiale e, comunque, ampiamente praticata in Regione. Ora l’era penatiana non c’è più, ma la tesi del dialogo con Cl continua a resistere in ampi settori del partito, anche in virtù dei molteplici ed insani intrecci d’interesse, compresi quelli tra le Coop e la Compagni delle Opere. E chissà, forse l’operazione governo Monti, nella misura in cui dura, può persino portare nuova linfa vitale a questo “dialogo”.
Di fronte all’attuale bufera giudiziaria, Formigoni tenterà ovviamente di riproporre la solita tattica, contando sulla buona stampa e sulle troppe omertà politiche. Da parte nostra, però, riteniamo che non gli vada permesso di cavarsela ancora una volta, che bisogna iniziare seriamente a metterlo di fronte alle sue responsabilità e che vada avviato subito un percorso che porti alle sue dimissioni, senza aspettare eventuali sue ricollocazioni nazionali nel 2013 e certamente senza attendere la scadenza naturale di questa legislatura regionale. E questo significa tagliare ogni complicità e ogni omertà e chiedere, da parte di tutta l’opposizione, le sue immediate dimissioni.
E, beninteso, questo non è il solito discorso della sinistra che cerca di approfittare di fatti di cronaca per danneggiare l’avversario politico. No, si tratta di prendere atto che il sistema di potere formigoniano è diventato un peso ormai insostenibile per la Lombardia. Anzi, una palla al piede, un modello irriformabile e una porta aperta per le infiltrazioni criminali. E ogni giorno che passa aumenta un po’ di più la delegittimazione dell’istituzione regionale. Questa è la realtà e continuare a negarlo è colpevole.
 
 
di lucmu (del 31/07/2011, in Regione, linkato 1008 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 31 luglio 2011
 
Chissà se ha ragione Bersani quando grida alla macchina del fango. A noi, francamente, sembra un po’ poco, anche perché il coinvolgimento di Filippo Penati, comunque vada a finire la vicenda giudiziaria, tira in ballo un intero ciclo politico dei Ds e del Pd del Nord e, pertanto, di tutto il centrosinistra.
Già, perché Penati ha incarnato più di altri quel pensiero politico e culturale che individuava nell’assomigliare il più possibile all’avversario la chiave per recuperare consensi e battere le destre. Per questo bisognava disconoscere il passato ed iniziare a parlare come i leghisti, con l’effetto tutt’altro che collaterale della riduzione del governo della cosa pubblica a mera amministrazione dell’esistente.
La “diversità”, di cui in questi giorni tanto si disquisisce, è stata seppellita da quel pensiero, in nome del quale un po’ tutto divenne lecito e possibile e che produsse una politica fallimentare, peraltro sconfitta sul campo: prima, la perdita della Provincia, poi la pessima performance alle regionali e, infine, la vittoria di Pisapia a Milano, che di fatto ha capovolto il paradigma penatiano.
Eppure, Bersani non ha tutti i torti. Anzi, c’è da rimanere basiti di fronte al contrasto tra la soddisfazione unanime per le dimissioni di Penati e il buonismo che regna nei confronti degli uomini di Roberto Formigoni. E non ci riferiamo tanto ai randelli mediatici della destra, come il Giornale, Libero o la Padania, che fanno quello che sanno fare, ma a tutti gli altri.
Ma è mai possibile che alle giustissime richieste di dimissioni di Penati non siano seguite anche quelle di un altro componente del medesimo ufficio di presidenza, cioè l’ex-assessore formigoniano, Massimo Ponzoni (Pdl)? Ebbene sì, perché Ponzoni è indagato pure lui e non solo per corruzione, ma anche per i rapporti con il crimine organizzato. Secondo i magistrati, Ponzoni avrebbe persino ricevuto nei suoi uffici alcuni boss e sarebbe da considerarsi parte del “capitale sociale” della ‘ndrangheta.
Nel settembre dell’anno scorso, infatti, le opposizioni in Consiglio regionale chiesero le sue dimissioni, ma la mozione fu respinta, con voto compatto di Pdl e Lega, e da allora regna un irreale silenzio, senza troppo scandalo pubblico.
Ma la tolleranza nei confronti del mondo di Roberto Formigoni è più generale e radicata. Tanto per stare nell’attualità, potremmo ricordare lo scandalo del San Raffaele, dov’era sufficiente che Formigoni dicesse “ma che c’entra la Regione?”, perché più o meno tutti lasciassero perdere. Eppure, i rapporti privilegiati tra Cl e Don Verzé sono cosa nota e, soprattutto, c’è il fatto che il San Raffaele ha goduto, mediante i rimborsi, di un finanziamento pubblico regionale di 400 milioni di euro nel solo 2010.
E se non bastasse ancora, potremmo ricordare l’operetta padana che vede protagonista l’assessore leghista Monica Rizzi, indagata per uso illecito di dati protetti per favorire l’elezione di Renzo Bossi e per aver millantato istituzionalmente un’inesistente laurea in psicologia. Oppure, la nota vicenda di Nicole Minetti, “laureata” al San Raffaele ed “eletta” in Consiglio regionale nel listino bloccato di Formigoni, con tutto il suo corollario delle firme falsificate. Qualcuno si è dimesso? Ma figuriamoci!
Beninteso, tutto questo scenario non ci stupisce affatto e, se l’autocitazione non fosse peccato capitale, potremmo qui ripetere le nostre considerazioni di un anno fa sulla questione morale al Pirellone. Ma quello che continua a stupirci, nonostante tutto, è la diffusa acquiescenza nei confronti di Formigoni.
Certo, chi conosce la Lombardia sa bene quanto sia solido e capillare il sistema di potere ciellino costruito in 16 anni di governo ininterrotto della Regione. E tutti sappiamo che molti sono anche i legami con pezzi del centrosinistra, tra i quali, ironia della sorte, soprattutto quello penatiano.
Ma questa è una ragione in più e non in meno per cambiare registro, a partire da una po’ di pulizia in casa proprio e con l’apertura formale della questione morale in casa Formigoni.
 
 
Criticare Cl non è reato ed è dunque illegittimo che l’amministrazione regionale lombarda, governata da quasi 16 anni dal capo di Cl, Roberto Formigoni, abbia sanzionato un suo funzionario soltanto perché ha osato criticare pubblicamente il gruppo politico. Questa è la morale e il succo della sentenza del Tribunale di Milano del 20 gennaio scorso che ha dato pienamente ragione a Enrico De Alessandri e condannato Regione Lombardia.
Enrico De Alessandri, funzionario di Regione Lombardia, era stato sanzionato e temporaneamente sospeso dal lavoro nell’ottobre del 2009, perché ritenuto colpevole di aver violato le norme disciplinari contenute nel contratto collettivo, nel codice di comportamento e in quello etico, nonché diversi articoli del codice civile. Insomma, in sostanza avrebbe “denigrato” il suo datore di lavoro, cioè Regione Lombardia.
Ma cosa aveva fatto di tanto grave il dott. De Alessandri? Semplice, aveva scritto un libro, dal titolo “Comunione e Liberazione: assalto al potere in Lombardia” (scaricabile da www.teopol.it). Beninteso, non aveva pubblicato materiale riservato dell’amministrazione regionale, ma si era basato su materiali pubblici, tra cui anche atti istituzionali e politici di Consiglieri regionali, compresa anche la mia denuncia del 2008 circa il finanziamento pubblico per la costruzione ex novo una scuola privata a Crema.
Ma si sa, dopo 16 anni di potere ininterrotto la differenza tra cosa pubblica e cosa di Cl diventa sempre più labile. Tant’è vero che l’amministrazione regionale aveva fatto ricorso al codice disciplinare, equiparando una critica a Cl a una “denigrazione” della Regione Lombardia.
Ebbene, a questo uso illegittimo e privatistico dell’istituzione da parte di Comunione e Liberazione erano seguite, prima, delle denunce ed interrogazioni in sede istituzionale e, poi, un ricorso in sede giudiziaria da parte del funzionario offeso. Il 20 gennaio scorso, infine, il Tribunale di Milano, sezione Lavoro, ha dichiarato l’illegittimità della sanzione disciplinare ed ha condannato Regione Lombardia.
È illuminante, peraltro, leggere le motivazioni del giudice, che dicono sostanzialmente che le contestazioni di Regione Lombardia erano soltanto generiche e non indicavano mai le frasi che avrebbero violato le norme e “denigrato” l’istituzione. In altre parole, aggiungiamo noi, la sanzione era priva di fondamento ed ispirata unicamente a motivi di carattere politico.
Da parte nostra esprimiamo la nostra piena soddisfazione, perché ristabilendo il rispetto della legge, il tribunale ha chiarito che un funzionario regionale non è un dipendente di Comunione e Liberazione, bensì un cittadino che può esprimere liberamente le sue opinioni.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
Invece di scatenare le istituzioni regionali e comunali contro la persona di Saviano, gli esponenti della Lega e Pdl lombardi farebbero meglio a lanciare segnali chiari e netti contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta, a partire dall’allontanamento dagli incarichi istituzionali di quegli esponenti definiti dalla magistratura inquirente come “capitale sociale” della ‘ndrangheta.
Ci riferiamo in particolare a un necessario chiarimento relativo alla vicenda del coinvolgimento nelle inchieste di uomini dell’entourage dell’ex-assessore e uomo di fiducia di Formigoni, Giancarlo Abelli, e soprattutto al persistere della presenza nell’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale della Lombardia del consigliere Massimo Ponzoni.
Beninteso, non è nostra intenzione anticipare l’esito delle indagini e dei processi, ma ci pare perlomeno inopportuno e pregiudizievole per la onorabilità delle istituzioni che quanti vengono definiti dagli inquirenti “capitale sociale” del crimine organizzato continuino a svolgere tranquillamente alti incarichi istituzionali.
Insomma, se la Lega o il Pdl ritengono che le parole di Saviano, pronunciate durante la trasmissione “Vieni via con me”, siano diffamatorie nei loro confronti, fanno bene a ricorrere agli strumenti legali previsti dallo stato di diritto, ma finché non si produrranno atti concreti e forti contro le infiltrazioni mafiose e non si farà un po’ di pulizia in casa propria, il tutto suona francamente poco credibile.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
La strategia del silenzio di Formigoni non è ulteriormente accettabile. Non bastano più i telegrafici “non c’entro nulla” o le generiche difese d’ufficio, come quella di Boni.
O Formigoni fornisce delle spiegazioni plausibili oppure diventa lecito, anzi doveroso, esigere le sue dimissioni da Presidente della Regione, di fronte a un Pirellone letteralmente invaso dalla questione morale.
Va ricordato che l’attuale legislatura regionale è praticamente un neonato, cioè ha poco più di due mesi di vita, ma  che è già colpita da una serie di inchieste giudiziarie che fanno impallidire le vicende del quinquennio precedente (i casi Guarischi e Rinaldin, i doppi incarichi/stipendi di Borghini e Bonetti Baroggi, lo scandalo bonifiche e quello Prosperini ecc.).
Infatti, prima era esploso lo scandalo annunciato dell’ex-assessore Ponzoni, che siede tuttora e indisturbato nell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale.
Poi è arrivata la maxi-retata contro la ‘ndrangheta, con l’arresto del direttore sanitario dell’Asl di Pavia e con il coinvolgimento nell’inchiesta, sebbene allo stato non indagati, dell’uomo di fiducia di Formigoni, Giancarlo Abelli, dell’ormai habitué Ponzoni e del vicepresidente della Commissione IV del Consiglio, Angelo Giammario (tutti Pdl).
E infine, è arrivato il coinvolgimento diretto del Presidente Formigoni nell’inchiesta sulla cosiddetta P3. Certo, ha ragione il leghista Boni, attuale Presidente del Consiglio regionale lombardo, cioè si tratta soltanto di “una semplice telefonata”. Peccato però che la telefonata in questione fu fatta a un personaggio ora in carcere, cioè Martino, per sollecitare l’indebita attivazione del Presidente della Corte d’Appello di Milano, Alfonso Marra, in questo momento sotto inchiesta da parte del Csm, nella vicenda della lista elettorale collegata al candidato Presidente per le ultime regionali.
Insomma, un quadro inquietante, anche se non imprevedibile, che può giustificare diversi comportamenti, salvo quello del silenzio. Quindi, Formigoni parli, spieghi, cerchi di convincere i lombardi e soprattutto dica che atti intende promuovere affinché sia garantita la trasparenza, la moralità e il rispetto della legge al Pirellone. Altrimenti, si dimetta, insieme a quelli che l’avrebbero già dovuto fare.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 

 
Il governo regionale della Lombardia non se la può cavare con il suo scarno comunicato in cui annuncia la sospensione dalla sua carica di Carlo Antonio Chiriaco, il direttore sanitario dell’Asl di Pavia, arrestato stamattina nel quadro della maxi retata contro la ‘ndrangheta.
Anzi, il Presidente Formigoni e i vertici della Sanità lombarda devono parecchie spiegazioni e le devono immediatamente.
In primo luogo, negli ultimi anni Chiriaco, di area Pdl, era stato accusato più volte da esponenti politici locali di Pavia di intrattenere rapporti poco limpidi con ambienti riconducibili al crimine organizzato.
Certo, siamo garantisti anche noi e concordiamo quindi che non basta un’accusa generica per determinare i destini di una persona. Tuttavia, visto l’incarico delicato di Chiriaco, c’è da chiedersi perché non sia stata mai avviata alcuna inchiesta interna da parte dell’Assessorato regionale della Sanità.
In secondo luogo, gli inquirenti accusano Chiriaco, tra le altre cose, di aver procacciato voti a favore di Giancarlo Abelli in occasione delle ultime elezioni regionali, per mezzo dei boss della ‘ndrangheta.
Abelli non risulta tra gli indagati e non sappiamo se quanto ricordiamo di seguito avrà mai importanza da un punto di vista penale, ma di sicuro ha una sua forte rilevanza politica e morale.
Abelli, fino alla sua elezione a deputato per il Pdl nel 2008, era uno degli assessori di fiducia di Formigoni. E sebbene occupasse la poltrona di Assessore alla Famiglia e Solidarietà sociale, in realtà controllava tutte le nomine nella Sanità lombardo per conto di Comunione e Liberazione.
E questo è vero in modo particolare per quanto riguarda Pavia, il suo luogo di origine, dov’è considerato una sorta di ras della politica locale.
Inoltre, dobbiamo ricordare ancora una volta che i rapporti tra Formigoni e Abelli e tra quest’ultimo e l’amministrazione regionale non si erano affatto interrotti nel 2008. Anzi, il deputato Abelli continuava ad avere a sua disposizione un ufficio al Pirellone, nonché l’autoblu e l’autista del Presidente Formigoni, come avevamo scoperto nell’estate del 2008, grazie a una nostra interrogazione.
Avevamo poi fatto una seconda interrogazione per sapere quali erano le sue attività, visto che utilizzava strumenti e risorse della Regione, ma la risposta a questa domanda non sarebbe mai arrivata. Nemmeno il formale sollecito dell’anno scorso, ai tempi dello scandalo bonifiche, quando la moglie di Abelli finì in carcere e si scoprì che l’ex-assessore aveva a disposizione anche la Porsche di Grossi, produsse risultati.
E allora, eccoci di nuovo qui a chiedere spiegazioni sul ruolo dell’ormai sempre più ingombrante uomo di fiducia di Formigoni. Talmente ingombrante da averlo spinto a rinunciare al suo posto in Consiglio regionale e rimanere a Roma, beninteso.
Invece, è sempre al suo posto in Consiglio regionale l’esponente Pdl Massimo Ponzoni, ex-assessore di Formigoni, già coinvolto nelle indagini sullo scandalo bonifiche e soprattutto indagato anche lui nel quadro nella maxi-retata di oggi.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
Benvenuti nel paese dell’ipocrisia e del doppiopesismo!
Per esponenti di primo piano del governo di centrodestra, oltre che per Marchionne, ovviamente, una delle prove più schiaccianti della tendenza al fancazzismo e all’assenteismo degli operai italiani della Fiat sarebbe la loro pretesa di poter guardare le partite della nazionale di calcio, invece di lavorare.
In seguito alla partita Italia-Paraguay erano volate parole grosse, in particolare sugli operai Fiat di Termini Imerese, ma Marchionne aveva subito specificato che il discorso valeva per tutte le fabbriche italiane della Fiat.
Erano i giorni che precedevano il referendum voluto dalla Fiat a Pomigliano e dipingere gli operai come fannulloni sembrava un’ottima maniera per vendere all’opinione pubblica un volgare ricatto come se fosse un’opera di beneficenza.
Ora il referendum è passato e arriva la prossima partita della nazionale. E, guarda un po’, laddove comanda incontrastato quel centrodestra che aveva sostenuto le accuse di Marchionne con la bava alla bocca, viene ritenuto assolutamente normale anticipare di un’ora la fine del lavoro, derogando così al normale orario di lavoro, e mettere a disposizione dei propri dipendenti una sala e uno schermo per vedersi la partita Italia-Slovacchia di domani 24 giugno.
Infatti, con una nota inviata oggi a tutti i dipendenti, l’amministrazione di Regione Lombardia, ha annunciato che domani l’orario di lavoro obbligatorio terminerà eccezionalmente alle 15.30, anziché alle 16.30, e che l’Auditorium Giorgio Gaber, situato nel Pirellone, sarà a disposizione per vedere la partita. Ergo, l’amministrazione pubblica regionale domani si fermerà alle 15.30.
Beninteso, non ce l’abbiamo affatto con quella decisione, che anzi ci sembra persino ispirata al buon senso, visto il ruolo del pallone nel nostro paese, ma quello che riteniamo insopportabile è la nauseabonda l’ipocrisia di Formigoni, PdL e Lega, che farebbero bene a chiedere scusa ai metalmeccanici della Fiat.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
Vi ricordate della vicenda dell’indennità ex-legge regionale 38/81, di cui più volte abbiamo parlato su questo blog?
Si tratta di quella strana storia per cui, in spregio al buon senso, all’equità e alle sentenze della magistratura, Regione Lombardia aveva deciso, prima, di non erogare più ai propri dipendenti un’indennità da loro maturata e a loro quindi dovuta e, poi, dopo tanti anni e tanti pronunciamenti in sede legale, di concedere l’erogazione, ma solo nella misura del 75%. Comunque, se volete approfondire l’argomento o rinfrescarvi la memoria, rileggetevi alcuni post vecchi di questo blog, in particolare questo e quello (che contengono una spiegazione della questione e della truffaldina mossa passata in Consiglio regionale), oppure anche questo, relativo alle indebite pressioni esercitate sui dipendenti regionali perché accettassero la soluzione del 75%.
Ebbene, ora che vi siete rinfrescati la memoria, arriviamo al punto. È passato  quasi un anno dall’imposizione della norma del 75% e nel frattempo molti/e dipendenti regionali, in servizio o in pensione, hanno ceduto alle pressioni e accettato il 75% (e, di conseguenza, rinunciato a ogni rivendicazione presente e futura sul 100% di quanto dovuto). Ma qualcuno non ha voluto cedere, come quelle due lavoratrici, sostenute dal sindacato SdL intercategoriale (ora Usb), alle quali il giudice del lavoro del Tribunale di Milano ha comunicato ieri che hanno pienamente ragione. Cioè, il magistrato ha condannato l’amministrazione regionale lombarda a pagare non soltanto il 100% del dovuto, ma anche tutte le spese legali.
Sebbene siamo ancora in attesa della motivazione del giudice, che come sempre tarda una pochettino, ci pare sin d’ora una sentenza di estrema importanza, perché ribadisce il ragionamento già fatto a suo tempo dalla Corte di Cassazione in presenza delle modifiche di legge regionale pienamente vigenti. In altre parole, è stato confermato esattamente quanto avevamo sostenuto nel corso nostra battaglia in Consiglio regionale: quella del 75% era da interpretarsi unicamente come una “possibilità”, ma non certo come un’alternativa obbligatoria al 100%. Tutto il resto erano soltanto bugie e pressioni indebite contro i lavoratori e le lavoratrici.
Questa sentenza ristabilisce la giustizia e sbugiarda quanti ai vertici dell’amministrazione lombarda, anzitutto a livello politico, hanno voluto, approvato e gestito questa norma truffaldina. Ma purtroppo arriva troppo tardi per molti dipendenti o pensionati, che hanno già accettato “liberamente” –a volte su consiglio persino di qualche sindacalista poco serio- l’erogazione di cifre inferiori a quella che a loro spettava di diritto.
 
 
L’indagine per corruzione nei confronti dell’ex-assessore e attuale consigliere regionale del Pdl, Massimo Ponzoni, è uno scandalo ampiamente annunciato e l’unica cosa che sorprende è che egli sia stato eletto, soltanto due settimane fa, nell’Ufficio di Presidenza del Consiglio senza che nemmeno l’opposizione sollevasse la sua protesta.
Insomma, il problema non è chiedere oggi le sue dimissioni, cosa peraltro sacrosanta e doverosa, bensì affrontare di petto e senza ulteriori tentennamenti la questione morale che Formigoni e Lega hanno trascinato nella quarta legislatura dell’era formigoniana. Cioè, l’opposizione appare in questo inizio legislatura troppo timida e conciliante.
Eppure, tutto quanto era già scritto. Lo sapevano anche i sassi che, una volta passate le elezioni, i magistrati avrebbero ripreso il loro lavoro e che proprio Ponzoni si trovava nell’occhio del ciclone. Non per quel comprovato abuso edilizio dell’allora assessore all’ambiente, bensì per i suoi molteplici affari con la moglie di un altro ex-assessore regionale, nonché deputato del Pdl, Giancarlo Abelli.
Infatti, Ponzoni e altri politici del centrodestra lombardo (Buscemi e Pozzi), oltre ad occuparsi di politica, erano anche soci in affari con lady Abelli. Tutte queste cose emersero in seguito all’arresto della moglie di Abelli per lo scandalo delle bonifiche. Non a caso, l’attuale indagine di corruzione nei confronti di Ponzoni è un filone che affonda le sue origini in quella vicenda
Lo stesso centrodestra, al di là dei proclami pubblici, è peraltro ampiamente consapevole della delicatezza della situazione. Proprio per mettere in salvo la sua persona e il suo sistema di potere, Formigoni ha sacrificato due uomini legati strettamente a lui, ma a rischio: Massimo Ponzoni, al quale è stata negata la riconferma come assessore, e Giancarlo Abelli, ex-signore delle nomine nella sanità lombarda per conto di Formigoni,  che si è già dimesso da consigliere regionale, per continuare a fare il deputato a Roma, cioè lontano da Milano.
Infine, potremmo ricordare il silenzio pubblico imposto già durante la campagna elettorale sulla vicenda Prosperini, il quale sembra aver fatto la fine di quei oppositori di Stalin, che furono eliminati persino dalle fotografie. Insomma, non sono mai esistiti…
Tuttavia, la questione morale aperta al Pirellone non si limita, ahinoi, a quanto ricordato. E i guai giudiziari non finiranno qui. Ma anche questo dovrebbero saperlo tutti gli addetti ai lavori. La domanda è dunque se tutto il lavoro debba essere lasciato alla sola magistratura oppure se la politica intende fare la sua parte attiva.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
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