Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
di lucmu (del 06/06/2006, in Casa, linkato 1285 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 6 giugno 2006 (pag. Milano)
 
La vasta operazione di polizia nell’ex residence di via Cavezzali 11, iniziata attorno alle 7.00 di stamattina e svoltasi senza violenze, ha portato a due arresti per detenzione di stupefacenti, alla traduzione in questura per accertamenti di una settantina di cittadini stranieri e a 57 denunce per occupazione abusiva.
Lo stabile di via Cavezzali, con i suoi 198 appartamenti è da tempo abbandonato al degrado e alle speculazioni di molte immobiliari, senza che nessuna autorità fosse mai intervenuta. Una situazione che ha favorito l’insediamento di sacche di marginalità sociale e di delinquenza e che è diventata sempre più insostenibile per la maggioranza degli inquilini. Nemmeno le ripetute denunce dei residenti, in prevalenza immigrati, a polizia e carabinieri avevano portato a qualche risultato. E così si arrivò a quel 27 febbraio, quando uno dei vigilantes assoldati dalle proprietà immobiliari per riscuotere gli affitti, uccise con un colpo di pistola un inquilino, Abdel Khalek Nakab.
Sono questi i fatti che ci portano all’intervento della Questura di stamattina. E, non a caso, diversi inquilini nordafricani da me interpellati hanno espresso il loro favore verso l’operazione. Eppure, oggi si è intervenuto soltanto sul gradino più basso, e più debole, della scala sociale e se tutto si ferma qui, passerà poco tempo e tutto tornerà come prima. Le responsabilità del degrado e dell’illegalità stanno anzitutto in alto, nelle molte proprietà immobiliari che hanno potuto speculare e sfruttare impunemente, grazie alla non curanza da parte delle istituzioni locali.
Chiediamo quindi con forza che ci siano un’indagine seria e un intervento deciso sulle immobiliari e sui loro affari. È questa la condizione sine qua non per poter ristabilire un clima di vivibilità e legalità nello stabile di via Cavezzali. Altrimenti quanto avvenuto oggi si risolverà in un’ennesima operazione d’immagine, di cui davvero non sentiamo il bisogno.
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Uno spettacolo davvero vergognoso quello andato in scena oggi in Aula. Dietro le apparenze di una leggina di modifica della legge 12 del 2005 sul governo del territorio, contenente una serie di norme definite dal centrodestra “tecniche” e “urgenti”, si cela in realtà un patto indecente tra Forza Italia e Lega Nord.
Cioè, in cambio del via libera a un regalo edilizio dell’entità di 388mila metri cubi a Paolo Berlusconi, l’assessore Boni ottiene l’inserimento di una incredibile norma anti-moschee.
Indecente è il provvedimento ad personam caldeggiato da Forza Italia che vuole prevenire l’imminente adozione del Piano di governo del territorio da parte del Comune di Monza, permettendo così alla società di Paolo Berlusconi di edificare nell’area della “Cascinazza”. E indecente è la moneta di scambio chiesta e ottenuta dalla Lega, cioè una vera e propria norma anti-moschea, con la quale si sfiorano le vette dell’inciviltà e della stupidità: per i mutamenti di destinazione d’uso finalizzati a luogo di culto sarà necessario avere il permesso di costruire. In altre parole, se vuoi trasformare il tuo capannone in una bisca non c’è problema, ma se per caso ti passa per la testa di andarci a pregare, allora prima devi chiedere il permesso di costruire al sindaco!
Sebbene la norma valga per tutte le fedi religiose, è evidente che i principali destinatari della norma sono i musulmani, che non dispongono ancora di una consolidata rete di luoghi di preghiera. E così la crociata della Lega contro gli immigrati e le moschee conquista una nuova spada, con tanto di benedizione di Formigoni, grazie all’appoggio dato ai furbetti del mattone.
Un patto indecente, le cui vittime sacrificali sono i cittadini di Monza e la convivenza tra diverse fedi religiose. Un patto che oggi ha subito una battuta d’arresto grazie agli oltre 800 emendamenti presentati dall’opposizione. Ma martedì prossimo la poco santa alleanza tra i furbetti del mattone e gli xenofobi ci riproverà. Quindi, usiamola bene questa settimana e che la voce dei cittadini si faccia sentire.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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di lucmu (del 02/06/2006, in Lavoro, linkato 675 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 2 giugno 2006 (pag. Milano)
 
Il progetto di legge regionale sul mercato del lavoro, presentato dal centrodestra lombardo in applicazione della legge 30, si è impantanato. Per la seconda volta in pochi mesi, la sua discussione in Aula, considerata urgente dalla Giunta Formigoni, è stata rinviata. Insomma, se ne riparlerà in autunno.
La storia di questo provvedimento è eloquente. Una primissima versione era già stata deliberata dalla Giunta Formigoni nella scorsa legislatura, ma senza arrivare mai nemmeno nella competente commissione consiliare. Non se n’era saputo più nulla.
Poi, sul finire del 2005, animato da un’improvvisa fretta, il centrodestra ha presentato il progetto in commissione e calendarizzato una prima volta la sua discussione in Aula per il mese di marzo. È come se le incombenti elezioni politiche, con la probabile vittoria del centrosinistra, avessero funzionato da acceleratore.
E il perché di questa fretta, dopo tanto letargo, salta immediatamente agli occhi non appena si analizza il merito del provvedimento. Si tratta infatti di un’applicazione della legge 30 talmente estremistica che mesi fa addirittura Michele Tiraboschi, già collaboratore di Biagi, la definì una “autostrada per la precarietà”. Un progetto di legge che non soltanto elude qualsiasi politica concreta di contrasto all’imperante precarietà del lavoro, ma prevede altresì una liberalizzazione spinta del mercato dell’intermediazione di manodopera, con il conseguente forte ridimensionamento del ruolo svolto dalle Province, a tutto vantaggio di operatori privati che potranno godere di generosi finanziamenti pubblici. In altre parole, un tentativo di anticipare i tempi della discussione nazionale sui destini della legge 30, per imporre in Lombardia una visione affaristica del mercato del lavoro.
La Giunta Formigoni si è mossa con tale arroganza da non attuare nemmeno le canoniche consultazioni preventive con le parti sociali e gli attori istituzionali. Così, l’intenso ciclo di audizioni, organizzate dalla VII Commissione consiliare su pressione dei partiti dell’Unione, ha registrato uno straordinario coro di critiche, dalle organizzazioni sindacali a Confindustria, dall’Anci fino all’Unione delle Province lombarde.
Rifondazione Comunista chiede ancora una volta il ritiro del progetto di legge e la riapertura della discussione. Alla Lombardia non serve ulteriore libertà di precarizzare e di lucrare sulla pelle dei lavoratori. Serve, invece, una politica attiva di contrasto della precarietà e una riqualificazione del ruolo pubblico, mettendo a disposizione delle Province anche le necessarie risorse finanziarie.
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di lucmu (del 01/06/2006, in Lavoro, linkato 602 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberamente di maggio-giugno 2006
 
Per una nuova scala mobile. Si chiama così la campagna nazionale a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare che chiede l’istituzione di un meccanismo di adeguamento automatico dei redditi da lavoro e delle pensioni all’inflazione reale. L’idea di lanciare dal basso una proposta di legge era venuta al Sincobas e aveva rapidamente raccolto il consenso delle altre organizzazioni sindacali di base e della Rete 28 aprile nella Cgil, nonché di diverse forze sociali e politiche, come Rifondazione Comunista, il PdCI e i Verdi. Anche il gruppo consiliare regionale lombardo del Prc ha aderito da subito alla campagna.
Di scala mobile non si parlava più da anni, anzi quando osavi discuterne in pubblico rimediavi al massimo qualche sorriso di sufficienza. Eppure, le notizie provenienti dai banchetti per la raccolta delle firme, iniziata a febbraio, raccontano di una buona e immediata adesione di lavoratori e lavoratrici. E allora forse conviene ricordare cos’è successo in questi anni che ci dividono da quello sciagurato fine di luglio di 14 anni fa.
Fu appunto alla vigilia della pausa agostana del 1992, quando Governo, Confindustria e Cgil-Cisl-Uil firmarono l’accordo interconfederale che abrogò definitivamente gli accordi sindacali e le norme di legge che regolavano la cosiddetta scala mobile, ratificando così la sconfitta politica subita dal movimento dei lavoratori nel referendum del ’85. Da allora in poi non ci sarebbe più stato alcun meccanismo automatico. Il nuovo sistema, tuttora in vigore, si basava invece sull’inflazione “programmata”, stabilita dal Governo, e sul recupero del divario in sede di contrattazione nazionale.
Il bilancio di quattordici anni di applicazione del nuovo modello è assolutamente disastroso. Mentre prezzi e tariffe sono liberi di aumentare senza vincoli sostanziali, l’inflazione “programmata” si colloca sistematicamente al di sotto di quella reale ed i rinnovi contrattuali, peraltro sempre più spesso in ritardo rispetto alla loro scadenza naturale, finiscono con il rincorrere il carovita senza mai raggiungerlo.
In altre parole, il modello post-scala mobile si è tradotto in una redistribuzione del reddito al rovescio, con il risultato che oggi milioni di lavoratori e pensionati sono impoveriti. Lo dicono le statistiche, ma ancor prima ce lo dice la realtà vissuta di tutti giorni, con le difficoltà di arrivare alla fine del mese oppure con il crescente indebitamento di numerose famiglie. Di fronte a questa realtà è certamente più comodo –e più ipocrita- addossare tutte le colpe all’euro, il quale in realtà ha funzionato da semplice acceleratore, piuttosto che mettere in discussione l’insano imperativo della moderazione salariale, ahinoi fatto proprio anche dai sindacati concertativi.
Tuttavia, oggi la situazione sta raggiungendo un livello di guardia e si impone la riapertura della discussione. E per favore non si dica che non è possibile, perché il problema dell’economia italiana sarebbe il costo del lavoro troppo alto. Si tratta di una leggenda che trova regolare smentita sul piano internazionale, come ricorda anche la recente ricerca della società multinazionale KPMG. Infatti, risulta che il costo del lavoro in Italia non solo è più basso rispetto agli Stati Uniti, ma anche rispetto a Francia, Germania e Regno Unito.
Infine, una forte iniziativa per rimettere al centro la questione salariale, insieme a quella della lotta alla precarietà e dell’abrogazione della legge 30, è imprescindibile proprio ora. Vi è una preoccupante propensione, da parte di diversi settori del sindacalismo confederale e della sinistra moderata, di interpretare la nuova situazione determinatasi con l’avvento del governo Prodi, alla sola luce del rilancio di un sistema concertativo, che lungi dal rappresentare la soluzione, costituisce invece una parte importante del problema. Se era rimasto qualche dubbio al riguardo, basti ricordare i troppi applausi ricevuti da Montezemolo, quando chiedeva continuità con le politiche liberiste e invocava la collaborazione sindacale.
Ci pare che la campagna Per una nuova scala mobile, che proseguirà fino a settembre, costituisca in questo senso una salutare novità e uno strumento utile per costruire dal basso la mobilitazione per conquistare delle politiche alternative, capaci di rispondere alle aspettative e alle condizioni reali di lavoratori e pensionati.
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di lucmu (del 31/05/2006, in Politica, linkato 915 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 31 maggio 2006 (pag. Milano)
 
Ha vinto la Moratti, ha perso Ferrante. Certo, rispetto a cinque anni fa il divario tra centrodestra e centrosinistra è diminuito notevolmente. E facciamo bene a sottolinearlo, poiché ci ricorda che a Milano e in Lombardia non siamo destinati a morire per forza berlusconiani, leghisti e post-fascisti. Eppure, non possiamo accontentarci di questa osservazione. Sa un po’ troppo di auto-assoluzione.
E per favore, ora non si dica che Ferrante era un candidato troppo debole, inadatto per una così alta sfida. Beninteso, egli avrà sicuramente dei limiti, ma onestà vuole che riconosciamo che in questa campagna elettorale il limite principale risiedeva nella coalizione che lo sosteneva, come la grottesca vicenda del Primo Maggio ha simboleggiato in maniera eloquente. È come se si fosse data per persa la partita, prima ancora di averla giocata.
L’analisi del voto va ovviamente affrontata con il tempo e la cura necessari, tuttavia ci pare evidente che l’astensionismo abbia colpito non soltanto le destre, come tradizione vuole, ma in maniera significativa anche l’Unione. Insomma, non siamo riusciti a motivare e mobilitare sufficientemente il nostro elettorato e ancor meno a realizzare incursioni in quello del centrodestra. Colpa del fatto di non averci creduto fino in fondo in campagna elettorale, sicuramente, ma anche dell’assenza di un cuore politico pulsante, cioè di un insieme di proposte forti e comprensibili che potessero indicare una politica alternativa per la città.
Lunghi mesi furono infatti spesi nella discussione del Cantiere, luogo di elaborazione del programma dell’Unione, con il coinvolgimento di movimenti e associazioni. Ma questi ultimi si sono presto persi per strada, evidentemente poco affascinati dall’imperante politicismo, mentre il programma si è trasformato in un illustre sconosciuto per la quasi totalità dell’elettorato.
Ma sullo sfondo si staglia la madre di tutte le questioni, tuttora irrisolta, cioè la crisi della sinistra milanese e la sua incapacità di pensare, costruire e comunicare un modello alternativo di città. Non basta sperare che prima o poi il riflesso delle dinamiche nazionali risolva il problema Milano. È qui che sono nati il berlusconismo e il leghismo, è qui che hanno scavato radici profonde ed è qui che vanno sconfitti. Ma per fare questo occorre ri-costruire consenso sul territorio, ritornare ad immergersi nei ceti popolari, nativi e migranti, e nei loro bisogni.
E questo non è un problema di altri, è anzitutto un problema nostro, della cosiddetta sinistra radicale. Messi tutti insieme, Prc, Verdi, Lista Fo’ e PdCI, realizzano a Milano un risultato inferiore a quello del 2001 (allora c’era anche Miracolo a Milano), mentre Rifondazione Comunista paga un prezzo altissimo, scendendo a un inedito 4,2%. Potremmo elencare molti fattori per spiegare questo dato, tra cui la frammentazione determinatasi con la Lista Fo’, ma non centreremmo il problema, che appunto sta da un'altra parte.
Ripartire in maniera autocritica, anzitutto come sinistra radicale e Rifondazione, da questo risultato elettorale non è soltanto un atto di rispetto per le scelte dei “nostri” elettori, ma è condizione imprescindibile per poter costruire, da domani in poi, un’opposizione incisiva alla Moratti e un percorso politico e sociale per un’altra città.
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di lucmu (del 25/05/2006, in Migranti&Razzismo, linkato 699 volte)
Mentre a livello nazionale non accenna a placarsi il fuoco di fila scatenato dalla destra contro il neo-ministro Ferrero, reo di aver semplicemente annunciato la necessità di regolarizzare i lavoratori immigrati rimasti esclusi dall’ultima caotica sanatoria del governo Berlusconi, a Milano la campagna elettorale sembra dedicare ben poca attenzione al tema dell’immigrazione e del razzismo.
E così succede che la notizia -riportata oggi da alcuni importanti quotidiani- del pestaggio di un cittadino italiano di origine senegalese, Pap Khouma, ad opera di alcuni controllori dell’Atm, non abbia provocato nemmeno una dichiarazione da parte della solitamente prolissa compagine di centrodestra.
A noi pare che ci sia qualcosa di inquietante e colpevole in questo assordante silenzio. Il pestaggio di Khouma non è un fatto eccezionale, ma rappresenta purtroppo la punta di un iceberg, visto che ogni giorno a Milano si consuma ormai una miriade di piccole e grandi discriminazioni a sfondo xenofobo, se non razzista.
Basta essere riconoscibile come cittadino straniero per subire un surplus di controlli in metropolitana o sul tram, magari con quelle maniere un po’ spicce che farebbero giustamente imbestialire ogni milanese doc. Ma meccanismi simili, di disparità di trattamento, si riproducono regolarmente anche negli uffici pubblici, nell’accesso ai servizi o nella ricerca di un’abitazione.
In questi lunghi anni di governo di centrodestra della città, mai l’amministrazione si è preoccupata di monitorare la situazione, né di agire sul terreno della formazione dei funzionari pubblici. Anzi, gli unici messaggi lanciati andavano in direzione opposta, fomentando un’immagine dell’immigrato come un mero problema di ordine pubblico o peggio.
Ecco perché questo silenzio puzza di ipocrisia e perché lo riteniamo inaccettabile e irresponsabile. A Milano, dove vivono ormai quasi 200mila cittadini immigrati, serve una politica accogliente e includente, prima che i danni accumulati diventino irreversibili. E questo significa anzitutto non coprire con un complice silenzio gli atti di intolleranza e di xenofobia e avviare finalmente una politica attiva antidiscriminazione, mediante la formazione dei funzionari pubblici e con un monitoraggio permanente della situazione sul territorio.
 
Comunicato di Luciano Muhlbauer
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Questa mattina una nutrita delegazione del Comitato cittadino di Corsico (Milano) ha consegnato al presidente Formigoni le prime 1800 firme che chiedono l’interramento del progettato raddoppio della linea ferroviaria Milano-Mortara.
La protesta e la proposta dei cittadini di Corsico sono assolutamente condivisibili e ragionevoli. In discussione non è il necessario e per troppo tempo rinviato raddoppio della linea Milano-Mortara, bensì la superficialità, se non peggio, con la quale è stato progettato l’attraversamento di Corsico.
Corsico è tra i comuni a più alto tasso di urbanizzazione nell’area metropolitana milanese, eppure il progetto di Regione Lombardia e RFI l’ha trattato come se fosse una zona desertica. Cioè, il raddoppio così come progettato adesso, con le sue annesse barriere antirumore alte tra quattro e sei metri, finirebbe per tagliare in due Corsico come un novello muro di Berlino. A questo si aggiunge una valutazione di impatto ambientale, risalente al 1999, redatta in maniera assai discutibile.
I cittadini dei quartieri direttamente interessati al raddoppio si sono costituiti da tempo in comitato e lo stesso Comune di Corsico ha chiesto a più riprese di riesaminare il progetto. E’ dunque assolutamente incomprensibile perché Regione Lombardia non abbia ancora aderito alla richiesta di aprire un tavolo istituzionale con RFI e Comune di Corsico, al fine di valutare progetti alternativi.
L’interramento del raddoppio a Corsico comporterebbe sicuramente un aumento dei costi e dei tempi di realizzazione. Ma riteniamo questo un prezzo più che accettabile se ciò significa fare un’opera condivisa dai cittadini e rispettosa dei più elementari criteri di impatto ambientale e urbanistico. Ciò che invece è inaccettabile è che si voglia costringere i cittadini di Corsico a dare vita ad una piccola Val di Susa alle porte di Milano.
 
Comunicato di Luciano Muhlbauer
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di lucmu (del 12/05/2006, in Movimenti, linkato 806 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 12 maggio 2006 (pag. Milano)
 
Sono passati due mesi esatti da quell’11 marzo in cui una manifestazione di protesta contro l’indecente sfilata nazi-fascista della “Fiamma Tricolore” si era trasformata in un mezzogiorno di follia. Oggi, 27 persone si trovano ancora in carcere in attesa di un processo, del quale non è stata nemmeno fissata la data.
Il problema non è il giudizio da dare di quei fatti. Quell’esplosione di violenza ha riproposto una modalità della politica rispetto alla quale non possiamo che avvertire tutta la nostra lontananza e tutta la nostra incomprensione. Il problema sta nel fatto che 27 persone stanno pagando ancora oggi un prezzo inaccettabile e smisurato, in omaggio non tanto alla legge, quanto piuttosto al clima politico avvelenato -e a tratti isterico- che si era instaurato in campagna elettorale.
Le accuse contro i 27 ragazzi e ragazze sono pesantissime, come quella di devastazione, eppure loro sono in carcere anzitutto perché erano presenti quel giorno in corso Buenos Aires, indistintamente e non per quello che ognuno di loro ha effettivamente fatto. Insomma, sembra scomparso quel principio fondamentale del nostro ordinamento giuridico, per cui la responsabilità penale è personale. Pertanto, essere stati lì, aver indossato un passamontagna o aver portato una bottiglietta d’acqua è diventato indizio sufficiente per essere privati della libertà personale a tempo indeterminato.
Lungi da noi voler insegnare il mestiere ai magistrati, ma ci pare urgente e necessario ristabilire in città un clima politico più equilibrato e razionale attorno a quei fatti. Per questo e per non veder marcire in carcere inutilmente 27 ragazzi e ragazze, ci permettiamo oggi di dire che è arrivato il momento di restituire gli arrestati dell’11 marzo alla loro vita e al loro lavoro. E ci permettiamo altresì di invitare quella tanta parte della città, rimasta finora in silenzio, a fare altrettanto.
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di lucmu (del 11/05/2006, in Sicurezza, linkato 846 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 11 maggio 2006
 
Speravamo che la vicenda di Rumesh, il giovane comasco ridotto in fin di vita dalla revolverata di un vigile urbano il 29 marzo scorso, diventasse perlomeno occasione per qualche riflessione sulle politiche di militarizzazione della polizia locale, cioè dei vigili urbani. Ahinoi, pare che il nostro ottimismo fosse del tutto fuori luogo, considerato che piovono iniziative sempre più inquietanti.
Così succede che un consorzio milanese per la tutela ambientale, il Consorzio Parco delle Groane, e l’Iref, ente dipendente dalla Regione Lombardia che si occupa di formazione per l’amministrazione pubblica, organizzano tra il 10 e il 31 maggio un corso di formazione per comandanti e ufficiali della polizia locale, intitolato “Fenomeno religioso e rischio”.
Scorrendo il programma del corso, sembra trovarsi di fronte ad un addestramento per agenti dell’antiterrorismo. A parte qualche excursus sul tema delle sette sataniche, il seminario formativo si concentra sull’analisi dei nessi tra religione islamica e terrorismo, della “nuova guerra mondiale”, di organizzazioni come Al Qaeda e Hamas e della “questione palestinese e irachena”. Di conseguenza, tra gli obiettivi enunciati troviamo anche l’individuazione delle “realtà (gruppi, centri, movimenti, aggregazioni) islamiche in Italia”.
Ma non finisce qui, poiché la gestione del corso è stata affidata ad un istituto torinese, il Cesnur -Center for studies on new religions-, fondato e diretto dall’avvocato Massimo Introvigne, membro influente di “Alleanza Cattolica”, cioè la più importante organizzazione della destra integralista italiana. E, per chiudere il cerchio, possiamo aggiungere che sulla rivista “Cristianità”, organo di “Ac”, troviamo anche scritti di Lorenzo Cantoni, attuale presidente dell’Iref.
Per capirci meglio, “Ac”, che annovera tra i suoi dirigenti anche l’ex sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, nacque alla fine degli anni ’60 in stretto rapporto con l’organizzazione anticomunista brasiliana “Tradizione, Famiglia e Proprietà”, famosa per i suoi legami con le dittature militari del Brasile e del Cile. Non a caso la storia di “Ac” si era poi intrecciata regolarmente con quella del neofascismo nostrano, mentre la sua ideologia di riferimento può essere definita vandeana, poiché individua nella rivoluzione francese la fonte di tutti i mali del nostro tempo.
Insomma, a parte i rapporti equivoci tra enti pubblici e interessi privati, siamo di fronte ad un corso di formazione in chiave anti-islamica, gestito da integralisti cattolici. Evidentemente a certi apologeti del securitarismo non basta più la semplice militarizzazione e ora puntano ad imporre ai vigili urbani l’ideologia dello scontro di civiltà.
Rifondazione Comunista ha già presentato due interrogazioni e chiesto la sospensione immediata di questo allucinante corso, finanziato peraltro con fondi pubblici. Ma quello che stupisce e preoccupa di più non è il silenzio assordante della Giunta Formigoni, ma quello di tutti gli altri. Forse in questi anni la follia securitaria ha scavato troppo a fondo e tutto viene considerato “normale”.
A noi pare invece che di normale non ci sia proprio nulla e che la militarizzazione dei vigili urbani vada arrestata al più presto, per restituire alla polizia locale le sue funzioni proprie, in questi anni sempre più marginalizzate.
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di lucmu (del 09/05/2006, in Sicurezza, linkato 836 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 9 maggio 2006 (pag. Milano)
 
Una settimana fa avevamo presentato un’interrogazione e denunciato pubblicamente un corso di formazione per comandanti e ufficiali della Polizia Locale piuttosto curioso e inquietante. Infatti, il Consorzio Parco delle Groane, che associa 17 Comuni e la Provincia di Milano, e l’IREF, l’istituto regionale che si occupa di formazione per la pubblica amministrazione, hanno organizzato un seminario formativo dal titolo “Fenomeno religioso e rischio”, incentrato principalmente sulla religione islamica.
Oltre la bizzarria di un Consorzio per la tutela ambientale e paesistica che organizza corsi per vigili urbani che sembrano un addestramento per agenti dell’antiterrorismo e tutte le considerazioni circa l’opportunità e l’utilità di un tale approccio deformato alla realtà dell’immigrazione, ora sono emersi ulteriori elementi che destano viva preoccupazione.
L’IREF  e il Consorzio hanno affidato la gestione e la docenza del seminario formativo ad un istituto torinese, il CESNUR (Center for studies on new religions), fondato e diretto dall’avv. Massimo Introvigne, in questi anni al centro di diverse polemiche a causa dei suoi legami con l’organizzazione della destra integralista “Alleanza Cattolica”. Ma non finisce qui, poiché è sufficiente una breve ricerca su internet per scoprire che l’attuale direttore dell’IREF, prof. Lorenzo Cantoni, ha pubblicato nel corso degli anni diversi scritti sulla rivista “Cristianità”, organo di “Alleanza Cattolica”.
Rifondazione Comunista ha depositato oggi una nuova interrogazione all’assessore regionale alla polizia locale, Buscemi, per sollecitare un celere intervento della Giunta Regionale, affinché questo corso di formazione venga immediatamente sospeso e venga fatta luce sugli eventuali rapporti tra enti pubblici e ambienti dell’integralismo cattolico, nonché sui costi della collaborazione del CESNUR con l’IREF.
 
 
qui puoi scaricare l’interrogazione

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