Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Il progetto di legge regionale sull’acqua, presentato da Formigoni, deve essere ritirato, perché la sua approvazione equivarrebbe all’esproprio dei cittadini lombardi del loro diritto di decidere su chi e come deve gestire la loro acqua.
Concordiamo, quindi, pienamente con quanto richiesto dai comitati lombardi per l'acqua pubblica, che organizzano la manifestazione di sabato mattina, a partire dalle ore 10.00, davanti al Pirellone.
Infatti, il progetto di legge è sostanzialmente identico alla bozza fatta conoscere a inizio agosto dal Corriere della Sera, che aveva suscitato forti proteste da parte dei comitati referendari e dei Comuni e persino una manifestazione davanti al Pirellone in piena estate.
L’unico senso di questo progetto di legge è quello di anticipare il referendum contro la privatizzazione dell’acqua, per il quale 237mila cittadini lombardi hanno firmato, imponendo con i fatti compiuti la privatizzazione della gestione dell’acqua pubblica in Lombardia, a prescindere dagli esiti della consultazione popolare.
Alla stessa logica arrogante è ispirata anche l’esautorazione dei Comuni e il conseguente passaggio delle competenze alle Province, previsto dal progetto di legge, che nulla c’entra con ragioni di efficienza gestionale o economica, ma che punta unicamente ad eliminare dalla scena quegli enti, cioè i Comuni, che due anni fa bloccarono il precedente tentativo di privatizzazione avanzato dal governo regionale.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo del progetto di legge n. 57, presentato il 27 ottobre scorso da Formigoni
 

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“Labor Blues”, rubrica a cura di Luciano Muhlbauer, su MilanoX n° xx del 11 novembre 2010, la free press eretica in distribuzione a Milano.
 
Quando, qualche anno fa, il governo De Villepin annunciò l’introduzione dei contratti di prima assunzione (Cpe), in Francia successe il finimondo e milioni di studenti e lavoratori scesero in piazza. Qui da noi, invece, quando due settimane fa il Ministro Sacconi, in seguito a un accordo con le parti sociali, ha annunciato gongolante che il contratto di apprendistato diventerà “l’ingresso tipico dei giovani nel mercato del lavoro”, è successo assolutamente nulla. Anzi, quell’accordo l’ha firmato pure la Cgil.
Ma, in fondo, perché stupirsi? Non aveva fatto troppo rumore nemmeno l’approvazione in Parlamento del famigerato “collegato lavoro” –quello che sostituisce la legge con l’arbitrato nelle cause di lavoro per i neoassunti, tanto per intenderci-, del quale l’accordo in questione è figlio legittimo.
Eppure, di materia per reagire o perlomeno preoccuparsi seriamente ce ne sarebbe a volontà, poiché la nuova normativa non solo definisce una sorta di contratto di prima assunzione in salsa italica, con annesso salario di ingresso, ma en passant riduce pure di un anno l’obbligo scolastico. Infatti, sarà possibile fare l’apprendista a 15 anni e assolvere l’ultimo anno di obbligo lavorando.
Comunque, per quanti volessero documentarsi meglio, consigliamo di consultare i testi normativi, tutti reperibili on line. La cosiddetta “legge Biagi”, anzitutto, cioè il d.lgs. n. 276/2003, che negli articoli dal 47 al 50 definisce le tre tipologie di apprendistato. Poi, il “collegato lavoro” (art. 48, c. 8) del 19 ottobre e l’intesa “per il rilancio dell’apprendistato” del 27 ottobre. Infine, per la cronaca, segnalo che in Lombardia tutto questo è già stato anticipato dall’accordo Formigoni-Sacconi-Gelmini del 27 settembre.
Ma, tornando al nostro problema iniziale, perché nel paese in cui si parla in permanenza delle leggi che riguardano una singola persona, quelle che riguardano, invece, il futuro lavorativo ed esistenziale di un’intera generazione non costituiscono terreno di battaglia politica nemmeno per buona parte dell’opposizione?
La risposta se la dia ognuno e ognuna da sé, ma nella consapevolezza che se non rovesciamo l’ordine delle priorità, non andremo da nessuna parte.
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo integrale dell’intesa sull’apprendistato del 27 ottobre 2010
 

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La prospettiva che l’Innova Service, azienda attiva sul sito dell’ex Alfa Romeo, possa licenziare 62 dipendenti sui 70 complessivi, senza che Regione, Provincia e Prefettura dicano o facciano alcunché, è semplicemente inaccettabile e raccapricciante.
Lo sarebbe comunque, ma lo è in maniera particolare nel caso di una società come la “Innova Service”, che da quando è attiva sul sito ha brillato anzitutto per la totale assenza di trasparenza e serietà e per i ripetuti ed accertati comportamenti illegittimi in materia di lavoro, nonché per il coinvolgimento di suoi dirigenti e proprietari in loschi affari ed indagini giudiziarie, come quelle relative alle cimici ritrovate l’anno scorso nell’ufficio del city manager del Comune di Milano, per le quali proprio in questi giorni si sono chiuse le indagini, con la conferma delle pesanti accuse nei confronti degli indagati.
Tutto questo è comprensibilmente sconosciuto al largo pubblico, ma non certamente alle istituzioni. La sanno in Regione e in Provincia e il Prefetto Lombardi era persino intervenuto in prima persona all’inizio dell’anno, incontrando più volte anche i lavoratori e diversi rappresentanti istituzionali, tra cui il sottoscritto, quando “Innova Service” licenziò illegittimamente due delegati sindacali dello Slai Cobas, poi reintegrati dal giudice.
Anzi, è uno scandalo di per sé che una società come “Innova Service” potesse per così lungo tempo gestire le portinerie –e dunque gli accessi- di un sito come l’ex Alfa.
Quella società ha sempre avuto un unico obiettivo: liberarsi dei suoi lavoratori e delle sue lavoratrici. Infatti, sono tutti ex-operai dell’Alfa e pertanto sindacalizzati e poco disposti a chiudere occhi ed orecchie. E anche questo le istituzioni lo sanno benissimo.
Ecco perché è raccapricciante il silenzio di questi giorni. E se questo dovesse proseguire, se le istituzioni dovessero assistere immobili al licenziamento di massa dei 62, allora dovremmo concludere che siano corresponsabili e che, anzi, faccia comodo a qualcuno di liberarsi di una presenza troppo vigile, considerati i troppi appetiti speculativi sull’area.
Non vogliamo credere che sia così e chiediamo pertanto a Regione e Provincia e allo stesso Prefetto Lombardi di battere un colpo e di attivarsi immediatamente per la salvaguardia del posto di lavoro dei 62, che svolgono un lavoro che va svolto comunque.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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di seguito, il comunicato dello Slai Cobas di Arese:
 
ACCORDO DI PROGRAMMA  AREA ALFA:
TUTTI I LAVORATORI FUORI DAI COGLIONI
NESSUN LAVORATORE ALFA DEVE RESTARE NEL SITO
NESSUNA LAVORAZIONE INDUSTRIALE DEVE PERMANERE
TUTTO DEVE ESSERE LASCIATO LIBERO PER LE SPECULAZIONI
 
L'accordo di programma bocciato dalla giunta comunale di Rho è fermo ma cominciano ad andare avanti i progetti  studiati a tavolino  per fare piazza pulita dei lavoratori occupati in quel poco  di lavorazioni  e società che si erano insediate  in tutti questi anni di speculazioni.
Nei giorni scorsi, tramite l' Associazione padronale delle Piccole Industrie (Confapi), ABP ci ha fatto sapere che intende licenziare tutti i 70  lavoratori ex Fiat assunti nel sito Alfa  a seguito delle lotte e delle obbligazioni occupazionali in capo alla suddetta proprietà.
E in modo arrogante, senza attendere l'incontro già programmato per il giorno 11 novembre, una settimana fa ci ha comunicato di aver già avviato la procedura di licenziamento/mobilità per 62 lavoratori su 70 dipendenti di Innova Service, azienda spionistica  assoldata da ABP e dai proprietari dell'area per provocare e liquidare tutti i lavoratori ex Alfa.
Non tira  buon vento neanche nelle rimanenti società  (Green fluff, Caris, Isa, ecc ) dove ci sono avvisaglie di dismissione.
Per quanto riguarda i cassa integrati Fiat a tuttoggi non c'è ancora stata nessuna convocazione da parte della Regione Lombardia per dare corso ad un progetto di reinserimento nell'area Alfa.
Questo vuole dire che, secondo Lorsignori, non solo nell'area Alfa non si deve parlare di nuova occupazione industriale/produttiva, ma che anche quella esistente deve scomparire.
Così ha fatto la Fiat, portando a Torino le lavorazioni del Centro Stile e dei motori Powertrain e mettendo in Cigs tutti i lavoratori, in quanto anche lei è partecipe al bottino di speculazioni.
Così stanno cominciando a fare   anche gli altri proprietari i quali, per concretizzare centri commerciali, alberghi, centri  residenziali, ecc, ecc, cominciano a smantellare quel poco di lavorazioni produttive e servizi che si era consolidato in tutti questi anni.
 
BASTA SPECULAZIONI
FERMIAMO I LICENZIAMENTI
 
Formigoni, Provincia e Sindaci non possono continuare a stare zitti mentre si va a consumare questo ultimo delitto a danno di centinaia di lavoratori che verranno costretti alla disoccupazione e privati di un salario per poter tirare avanti le proprie famiglie.
Invece di riempirsi la bocca sulla bontà occupazionali di questo accordo di programma, cosa hanno da dire rispetto a quello che realmente sta andando avanti contro i lavoratori?
 
Giovedì 11 novembre 2010 ore 9.30
davanti all'ALFA ROMEO di ARESE
ASSEMBLEA PUBBLICA
 
MOBILITIAMOCI E ORGANIZZIAMOCI PER:
Mantenimento e sviluppo delle lavorazioni esistenti.
Seri progetti industriali e occupazionali.
Ritiro dei licenziamenti/mobilità.
Rioccupazione dei cassintegrati Fiat.
Lavoro per i disoccupati e i giovani di tutti i comuni della zona.
 
Arese 10.11.2010
 
SLAI COBAS ALFA ROMEO
 
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Vogliono chiudere l’Unità Operativa Malattie Trasmesse Sessualmente (UOMTS) di Sesto San Giovanni (Mi). E lo vogliono fare entro il 31 dicembre. Un’idiozia bella e buona, se consideriamo la qualità del servizio offerto, il bacino d’utenza e, non ultimo, i ripetuti allarmi sulla continua diffusione del virus Hiv sul territorio milanese. Ma, nella regione di Formigoni, altre sembrano essere le priorità e così, con il pieno avallo del governo regionale, l’Asl di Milano ha deciso di procedere alla chiusura del servizio.
Alcuni cittadini, utenti e una serie di realtà associative, in primis l’IST Onlus e la Rete Salute Territorio, hanno preso l’iniziativa per impedire la chiusura. Per quanto mi riguarda, penso che abbiano ragione su tutta la linea e sostengo dunque le loro iniziative.
C’è anzitutto un appello, che riproduco integralmente più sotto e che vi invito a sottoscrivere e diffondere.
Poi, c’è una serata spettacolo contro la chiusura venerdì 12 novembre, dalle ore 20.30, presso lo Spazio Arte, via Maestri del Lavoro, a Sesto San Giovanni, con la partecipazione di diversi artisti (in allegato puoi scaricare la locandina). Insomma, vale la pena farci un salto.
 
Luciano Muhlbauer
 
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Appello contro la chiusura dell’Unità Operativa Malattie Trasmesse Sessualmente (UOMTS) di Sesto San Giovanni
 
a cura di Rete Salute e Territorio e Progetto IST Onlus in sostegno al Comitato Utenti
 
Il 31 Dicembre 2010 verrà chiusa la UO di Malattie a Trasmissione Sessuale di Sesto San Giovanni, che opera su un bacino d’utenza di circa 270.000 abitanti del Nord Milano,
Così ha deciso la Regione Lombardia, che sta consentendo alla ASL di Milano di sradicare un importante servizio di prevenzione da questo territorio.
La struttura sanitaria d’eccellenza, finanziata nel 2001 con 3 miliardi di lire, è dotata di un'equipe interdisciplinare di operatori e da oltre 15 anni occupa un ruolo chiave nella prevenzione e nella cura delle malattie infettive, in particolare di quelle trasmissibili sessualmente (epatiti, sifilide, gonorrea, HIV). Garantisce inoltre una via preferenziale ad utenti inviati da medici di base e da altri servizi (Igiene Pubblica, Consultori, Servizi Dipendenze)   soprattutto per casi urgenti nelle collettività (es. bambini con scabbia nelle scuole).
Per gli utenti HIV che da anni vengono curati in questa struttura, l’unica alternativa rimarrà quella di vagare per gli ospedali della Città di Milano: la loro cura si ridurrà alla semplice somministrazione dei farmaci antiretrovirali senza il supporto psicologico e sociale che la UOMTS garantiva a questa fragile utenza, con il probabile rischio di fallimento anche della stessa terapia farmacologica.
Paradossalmente, l’Assessore alla Sanità della Regione Lombardia, mentre grida “all’emergenza contagio”, dichiarando dati epidemiologici che confermano un aumento delle malattie sessualmente trasmesse e invoca i test HIV obbligatori per tutti i ricoveri ospedalieri, chiude uno dei servizi territoriali più importanti per la prevenzione e la cura delle Malattie infettive.
Facciamo appello
ai Comuni del Nord Milano, alla Comunità Scientifica, ai Medici di Base e agli operatori sanitari, a tutto il mondo delle associazioni, dei partiti, dei sindacati, a quanti ritengono importante difendere il Servizio Sanitario Pubblico, perché si mobilitino a difesa di questo fondamentale servizio territoriale e centro di riferimento regionale per i cittadini.
 
Chiediamo che venga bloccato lo smantellamento e che la Regione e la ASL di Milano convochino subito una Conferenza dei Servizi per garantire il futuro di questa struttura, mantenendone integralmente l’attuale attività.
E’ l’ennesimo scempio della Sanità Pubblica. Fermiamoli prima che sia troppo tardi Chiudere contagia anche te!
Per adesioni: uomts@iesseti.infoinfo@retesaluteterritorio.it tel. 02.45074487
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare le locandine della serata di venerdì, in volantino contro la chiusura e il modulo per la raccolta firma cartacea
 

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Il “collegato lavoro”, approvato in via definitiva dalla Camera dei Deputati il 19 ottobre scorso e promulgato dal Presidente della Repubblica il 4 novembre, è stato pubblicato oggi sulla Gazzetta Ufficiale. Il collegato è dunque legge dello Stato (legge 4 novembre 2010, n. 183) e le sue norme entreranno in vigore tra 15 giorni.
Il provvedimento ci ha messo due anni a diventare legge, si è man mano ingrossato fino ai suoi attuali 50 articoli e aveva subito anche un rinvio alle Camere da parte del Presidente della Repubblica il 31 marzo 2010, a causa della norma incostituzionale volta ad impedire a un lavoratore licenziato di ricorrere al giudice. Quest’ultima norma è stata ovviamente eliminata, ma tutto il resto è rimasto e, anzi, si è aggiunto qualche ulteriore peggioramento.
Insomma, il risultato finale è un ulteriore e pesante atto di destrutturazione del diritto del lavoro e di privazione di tutele e diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Governo e maggioranza (Fini compreso) esultano, Confindustria è felice, e subito chiede di più, e Bonanni, seguito a ruota da Uil e Ugl, applaude compiaciuto.
Comunque, è una legge che avrà un forte impatto su un’ampia fascia di lavoratori, specie i neoassunti e i precari, e che dunque avrebbe meritato perlomeno un intenso dibattito pubblico, delle accese polemiche televisive e anche qualche rumorosa manifestazione di piazza. Invece, nulla di tutto ciò è successo. Anzi, il provvedimento è passato in sostanziale silenzio. E così, quasi nessuno conosce le conseguenze perverse del “collegato lavoro”.
Nel nostro piccolo, quindi, vogliamo contribuire a disturbare il silenzio e a far conoscere la legge n. 183/2010, invitando quanti e quante ne hanno la possibilità e la voglia di fare altrettanto.
Oltre a diffondere il testo di legge, che puoi scaricare in fondo a questo articolo, vi consiglio, anzitutto, di dare un’occhiata alla guida alla lettura che ha pubblicato il Sole 24 Ore (Il collegato lavoro dalla A alla Z), che è utile per avere una visione generale dei temi affrontati dal “collegato”.
Poi, senza la pretesa di essere esaustivo, vi segnalo quelle che a mio modo di vedere sono le innovazioni normative più deleterie e pericolose per i lavoratori e le lavoratrici e che, quindi, conviene conoscere bene:
  1. si tenta di limitare la possibilità del lavoratore di far valere le sue ragioni e i suoi diritti in sede giudiziaria. Anzitutto, con il rafforzamento dell’istituto della “certificazione dei contratti” (art. 30), che “certifica” preventivamente che il contenuto del contratto corrisponde alla natura effettiva del rapporto di lavoro. E di tale certificazione dovrà tenere conto anche il giudice del lavoro, in caso di controversia. Ovviamente, c’è bisogno dell’accordo e della firma del lavoratore sulla certificazione, ma considerato che questi vengono chiesti preventivamente, al momento dell’instaurazione del rapporto di lavoro, fate voi…
  2. La stessa finalità di limitare il potere del giudice e della legge viene perseguita anche con un altro istituto, quello dell’arbitrato (art. 31). Anche in questo caso ci vuole l’accordo del lavoratore, ma sempre preventivo, cioè in un momento antecedente al verificarsi di un eventuale controversia, e consiste essenzialmente nella rinuncia preventiva (“clausola compromissoria”) a ricorrere al giudice del lavoro in caso di controversia (escluso il licenziamento, dopo l’intervento del Presidente della Repubblica). Inoltre, l’arbitro non dovrà giudicare in base alla legge, ma in base al principio di “equità”.
  3. Vengono modificati i termini per l’impugnazione dei licenziamenti per i lavoratori precari (a termine, interinale, a progetto) (art. 32). È la norma più micidiale, perché immediatamente operativa. In estrema sintesi, il licenziamento va impugnato entro 60 giorni e, poi, entro altri 270 giorni va depositato in tribunale il ricorso, pena la decadenza della possibilità di contestare. Siccome la tempestività delle impugnazioni non è tra le caratteristiche principali dei precari, magari perché non conosce la normativa oppure perché tenta di farsi riassumere più avanti con un altro contratto precario, questa norma equivale a una mezza sanatoria preventiva. Infine, come se non bastasse, l’articolo 32 introduce anche un tetto massimo al valore di indennità che il datore di lavoro dovrà pagare, qualora venga accertata l’illegittimità del licenziamento.
  4. Infine, va segnalata l’introduzione della possibilità di assolvere l’ultimo anno di obbligo scolastico non a scuola, bensì lavorando. Cioè, puoi fare l’apprendista a 15 anni (art. 48, comma 8) e tanti saluti all’obbligo scolastico fino a 16 anni.
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo integrale della legge n. 183/2010
 

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L’intervento violento da parte delle forze dell’ordine contro la protesta dei migranti a Brescia, con tanto di fermi e feriti, tra immigrati, italiani e persino giornalisti, è assolutamente ingiustificato e ingiustificabile.
Non esiste soluzione militare ai problemi sollevati dai migranti a Brescia e a Milano.
Può piacere o meno che dei lavoratori immigrati salgano su una gru a Brescia o su una ciminiera a Milano, ma il loro gesto non è il frutto di un improvviso attacco di follia, bensì la conseguenza dei problemi mai risolti e della disperazione umana che ne deriva.
Chiediamo pertanto ai responsabili dell’ordine pubblico delle due città e, soprattutto, al Ministro degli Interni, che in queste ore appare come il vero ispiratore dell’atto di forza, di sospendere le operazioni di Brescia e di non avviarle a Milano e di riaprire, invece, il confronto sul merito dei problemi, che riguardano molte migliaia di persone.
Esprimiamo la nostra solidarietà ai lavoratori immigrati, costretti da sanatorie truffe, leggi fallimentari e disfunzioni burocratiche a un’esistenza di clandestinità o di lavoro nero.
Ed esprimiamo solidarietà a quanti e quante sono stati colpiti dall’odierno intervento repressivo, in particolare ai collaboratori dell’emittente bresciana Radio Onda d’Urto, che sin dall’inizio della vertenza garantisce l’informazione sulla protesta a Brescia.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
per aggiornamenti sulla situazione a Brescia, ti consigliamo di seguire il sito di Radio Onda d’Urto: www.radiondadurto.org
 
cliccando sull’icona qui sotto, puoi scaricare l’appello a sostegno della lotta dei migranti che si trovano sulla ciminiera in via Imbonati a Milano:
 

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Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale online Paneacqua (ex Aprileonline) il 3 novembre 2010
 
Marchionne è un uomo esigente, pretende serietà, parole chiare e impegni precisi. E chi sgarra, chi non rispetta i patti, deve subire le sanzioni. Beninteso, questo mister Marchionne lo pretende dagli altri, dai suoi dipendenti anzitutto, perché per quanto riguarda lui, vabbè, è tutta un’altra storia.
E così, oggi pomeriggio, presso il Ministero del Lavoro, cioè in casa dell’amico Sacconi, l’amministratore delegato della Fiat ha iniziato a violare addirittura l’accordo separato su Pomigliano, scritto da lui stesso e fatto approvare solo cinque mesi fa con il famigerato referendum-ricatto. Infatti, quell’accordo diceva chiaro e tondo che l’azienda avrebbe richiesto la cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs) “per ristrutturazione per due anni dall’avvio degli investimenti”.
Invece no, tutta carta straccia, e oggi Marchionne, peraltro in assenza di ogni garanzia sugli investimenti, ha chiesto e ottenuto la cassa integrazione in deroga per otto mesi per 4.812 lavoratori degli stabilimenti di Pomigliano e Nola. Il Ministro ha dato la sua benedizione e Fim, Uilm, Fismic e Ugl hanno firmato senza battere ciglio di fronte alla cestinazione del punto 9 dell’accordo separato di Pomigliano.
Ma che bravi! Marchionne cambia le carte in tavola quando e come gli pare e tutto va benissimo, ma se ci dovesse provare un lavoratore, allora sarebbero guai. Infatti, secondo la “clausola di responsabilità”, introdotta dall’accordo separato di Pomigliano -e poi generalizzata dall’accordo separato sulle deroghe al contratto nazionale-, se un operaio non rispetta uno qualsiasi degli impegni fissati nel contratto in deroga, tipo fa lo sciopero degli straordinari, può essere punito immediatamente dall’azienda, visto che il contratto è “un insieme integrato, sicché tutte le sue clausole sono correlate e inscindibili tra di loro” (punto 14).
Comunque, non divaghiamo, perché l’odierna mossa di sostituire la Cig “straordinaria” con quella “in deroga” nasconde qualcosa di più grave. Infatti, il quadro già di per sé fumoso per il futuro dei lavoratori di Pomigliano, checché ne dicessero i numerosi cortigiani di Marchionne, è ora ancora più incerto.
In primo luogo, perché la cassa “straordinaria” in caso di ristrutturazione viene concessa fino a due anni, cioè il periodo minimo prospettato dalla Fiat per la ripresa produttiva nello stabilimento di Pomigliano, mentre quella “in deroga” concessa oggi dura soltanto otto mesi.
In secondo luogo, perché quella “straordinaria” presuppone una continuità degli assetti proprietari, mentre quella “in deroga” no.
In altre parole, gli otto mesi rappresentano semplicemente i tempi necessari per passare la proprietà della fabbrica a una newco, cioè una nuova società, la Fabbrica Italia Pomigliano, il cui amministratore delegato si chiama sempre Marchionne.
E i quasi 5mila dipendenti della Fiat di Pomigliano che vengono messi in cassa in deroga? Ebbene, questo oggi non si è detto. Anzi, è proprio l’incertezza sull’occupazione il motivo principale per cui la Fiom non ha (giustamente) firmato l’odierno accordo. Ma tecnicamente le cose stanno più o meno così: alla fine degli otto mesi ci sono soltanto due opzioni, la disoccupazione o l’assunzione da parte della nuova società, con un nuovo contratto, cioè quello di Marchionne e Bonanni.
A proposito, questi otto mesi li pagano integralmente i bilanci pubblici: il 70% lo Stato e il 30% la Regione Campania. La Fiat non ci mette nulla, nemmeno quel “contributo addizionale” che le aziende devono invece sborsare in caso di Cig “straordinaria”.
Insomma, siamo al ricatto istituzionalizzato, a spese del contribuente. O accetti le mie condizioni senza fiatare oppure ti licenzio; cioè non ti riassumo.
Comunque, quello che colpisce e disturba di più non è l’arroganza e il doppiopesismo di Marchionne, ma la facilità con cui trova complicità non soltanto nel Governo, ma anche nel mondo sindacale e in pezzi dell’opposizione.
Oggi Marchionne, Sacconi e Bonanni hanno risposto a modo loro alla grande mobilitazione del 16 ottobre scorso. Una risposta che assomiglia a una dichiarazione di guerra. Sta a noi, a quanti e quante quel giorno erano a Roma, riprendere il nostro cammino.
 
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“Labor Blues”, rubrica a cura di Luciano Muhlbauer, su MilanoX n° xvii del 21 ottobre 2010
 
Non possiamo che ripartire dalla grande, straordinaria manifestazione di sabato 16 ottobre. Un fatto eccezionale, un fiume di uomini e donne, metalmeccanici anzitutto, ma anche lavoratrici e lavoratori di altre categorie, precari, studenti, migranti, centri sociali, associazioni, partiti di sinistra eccetera. Insomma, troppi per cercare di rinchiuderli in una piccola rubrica, ma più che sufficienti per dare una bella boccata d’ossigeno alle nostre esauste speranze.
A Roma gli operai della Fiom, quelli additati da capi e cortigiani come violenti e mezzi terroristi, hanno dato una lezione di alta politica. Lo hanno fatto con i numeri e con le parole. Già, perché di fronte a una piazza San Giovanni che non riusciva a contenere i manifestanti, il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, non ha parlato soltanto di Fiat e metalmeccanici, ma di quella questione generale che, alla fine della fiera, spiega l’accanimento confindustrial-governativo-cislino e i balbettii in casa Pd e Cgil.
Landini ha parlato dei precari e delle precarie e, significativamente, di reddito di cittadinanza. Ha parlato della crisi, della Costituzione e della democrazia, dei diritti e delle libertà, di scuola e università, di lavoratori migranti e della Bossi-Fini da cancellare, della pace e dell’urgenza del ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Insomma, ha detto quello dovrebbe dire una sinistra degna di quel nome e, soprattutto, ha riconosciuto e rilanciato quel potenziale di alleanza sociale e di movimento che la piazza esprimeva.
Certo, le cose non si cambiano con una manifestazione, per imponente che sia. Magari fosse così semplice! Ma quella manifestazione, riuscita nonostante la solita strategia della tensione, alimentata anche dal Ministro Maroni, ci consegna una possibilità. Non capirlo sarebbe un delitto.
Domenica a Roma c’è stata un’assemblea, quella di “Uniti contro la crisi”. È stata una buona assemblea, un primo passo, sebbene ancora parziale. Ora sta a noi tutti e tutte proseguire il lavoro, allargando il campo e costruendo sui territori. E questo vale anche, e forse soprattutto, per Milano, la città degli operai dell’Innse e della precarietà che divora le nostre vite.
 
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di lucmu (del 18/10/2010, in Politica, linkato 5705 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul n. 182, sett. 2010, del mensile Paneacqua
 
C’era un tempo in cui Milano non era governata dalla destra, anche se i più giovani tra di noi faticano a crederci.
Infatti, il capo ciellino, Roberto Formigoni, entrò nel Pirellone, sede del governo regionale, nell’ormai lontano 1995 e da lì non si sarebbe più mosso. Stessa musica anche a Palazzo Marino, sede dell’amministrazione comunale, occupata ininterrottamente dalle destre sin dal 1993.
È passato tanto di quel tempo che i capi locali della destra usano far finta di essere appena sbarcati da Marte, quando in città esplode un problema. Eppure, comandano da un’eternità. Il leghista Salvini siede in Consiglio comunale da 17 anni, mentre l’ex-neo-post-fascista De Corato fa addirittura il Vicesindaco da 13 anni.
Una longevità e una capacità di estrarre linfa vitale persino dai problemi irrisolti, che la dice lunga sulla solidità dell’egemonia politica, sociale e culturale delle destre, oltreché sullo stato disastrato in cui versa un’opposizione, sempre oscillante tra irrilevanza e subalternità.
Una fotografia impietosa dello stato delle cose ce l’ha fornita un sondaggio pubblicato da La Repubblica il luglio scorso. Il 62,8% ritiene che negli ultimi cinque anni la qualità della vita in città sia peggiorata e soltanto il 20,5% dà un giudizio positivo sull’operato del Sindaco Moratti. Ma, e qui casca l’asino, soltanto il 9,9% valuta positivamente l’operato dell’opposizione. Ovvio, a questo punto, che un plebiscitario 87,5% invocasse un rinnovamento generale della classe dirigente politica.
Insomma, viene in mente la poltiglia di massa, evocata dal Censis, oppure l’incipit di quel corrosivo pamphlet anarchico, L’insurrection qui vient, pubblicato a Parigi nel 2007: “Da ogni punto di vista, il presente è senza via d’uscita. Virtù di non poco conto. Chi si ostina a sperare non trova alcun appiglio, mentre chi propone soluzioni si ritrova puntualmente smentito. Si dà ormai per scontato che le cose possano soltanto peggiorare”.
È l’impasse del presente in salsa meneghina.
Ma torniamo a quel tempo in cui Milano non era ancora governata dalla destra. Sono anni che non rimpiangiamo e che oggi appaiano migliori di quello che erano, soltanto in virtù del grigiore del presente.
Non c’era alcunché di “mitico” negli anni ’80. Era il tempo della Milano da bere, dei fasti e dei sindaci craxiani, del grande riflusso, dell’eroina e delle ristrutturazioni aziendali. Fu allora che iniziò il processo di smantellamento delle grandi industrie nel milanese, come la Breda, l’Innocenti e l’Alfa Romeo, e la liquidazione delle grandi aggregazioni operaie.
In fondo, era semplicemente la coda delle sconfitte dei movimenti e dei sogni del decennio precedente. Il ciclo lungo del dopoguerra si stava chiudendo. Poi arrivò il botto di Tangentopoli e fu il colpo di grazia a un sistema politico esausto e corrotto. In Italia finì il regime Dc-Psi e a Milano si chiuse l’era dei sindaci socialisti.
Le elezioni amministrative del 1993 parlarono chiaro: l’uscita dalla crisi della cosiddetta Prima Repubblica non sarebbe stata a sinistra, bensì a destra.
Fu eletto il leghista Marco Formentini. Poi scese in campo Berlusconi e i successivi sindaci sarebbero stati suoi: Gabriele Albertini (1997-2006) e Letizia Moratti, in carica dal 2006.
Mentre la destra imperava, la città subiva profonde trasformazioni. Certo, sono all’opera forze e processi che sfuggono alla dimensione locale, specie in epoca di capitalismo globalizzato, ma chi comanda per un tempo così lungo delle responsabilità precise ce le ha. Con le sue azioni e il suo discorso pubblico, imprime una direzione di marcia, asseconda alcune tendenze piuttosto che altre e, soprattutto, costruisce narrazioni e linguaggi, impone la chiave di lettura prevalente.
Tuttavia, le destre non sono mai riuscite ad indicare alcun progetto o idea di città, capace di amalgamare, includere o delineare un approdo futuro, a parte la successiva scadenza elettorale. Oggi, la proposta politica per la città si riduce di fatto al binomio mattone & coprifuoco.
In città ci sono cantieri e gru ovunque. Un affare da circa 24 miliardi di euro, tra aree dismesse, Expo e volumetrie regalate dal nuovo Pgt.
Lo sviluppo è affidato al mercato immobiliare, cioè ai pochi che lo dominano. Gli attori istituzionali si sono ritagliati il ruolo di guardiani degli interessi del gruppo di potere di riferimento. La CdO, ad esempio, che spesso fa cartello con le Cooperative, può contare non solo su Formigoni, ma anche sull’assessore comunale all’urbanistica, ciellino pure lui.
Ma a parte il mattone e quei settori dove ci sono affari propri da coltivare, come gli appalti per i servizi pubblici esternalizzati, la sanità o le scuole private, le istituzioni locali si disinteressano all’economia e al lavoro, appellandosi al principio liberista della non ingerenza.
Lo sanno bene i tanti lavoratori delle aziende in crisi, di ogni ramo e tipo, che in questo periodo hanno bussato alle porte delle istituzioni, ottenendo soltanto ammortizzatori sociali o pesci in faccia.
Il Comune di Milano aveva ignorato gli operai dell’Innse quando stavano lottando. Dopo la loro splendida vittoria, gli ha pure negato il riconoscimento. Niente Ambrogino d’Oro, perché “occupare le fabbriche è illegale”.
Se questa è la considerazione per chi era riuscito ad imporre la sua visibilità, figuriamoci gli altri. Sono tanti e tante, dipendenti delle piccole aziende e delle cooperative, precari a vario titolo, costretti al lavoro nero. Sono dispersi, atomizzati e disorganizzati, faticano a riconoscersi tra di loro. Insomma, non esprimono forza, potere e dunque sono invisibili, non esistono.
A Milano non manca il lavoro, manca il lavoro decente. Milano è diventata la capitale della precarietà. La fotografia più recente è quella fornita dalla Camera del Commercio: nel 2009 soltanto il 18,4% dei nuovi contratti di lavoro era a tempo indeterminato, il resto era precario.
Lavoratori e lavoratrici soprattutto giovani, sottopagati, senza tutele e welfare efficaci, esposti a ogni ricatto. E i primi a pagare la crisi. Si affaccia così una nuova povertà giovanile, che va ad aggiungersi a quella di molti anziani e al dramma degli over 50 (o 40) espulsi dalle aziende. Ma a Palazzo Marino pensano ad altro.
Milano è anche terra di immigrazione. Vent’anni fa i residenti stranieri si contavano in qualche decina di migliaia, oggi l’anagrafe ne registra 200mila, il 15% del totale.
E sta arrivando la seconda generazione, cioè i nuovi milanesi. In una città che invecchia, il 21% dei 193mila minori di 18 anni ha cittadinanza straniera. Una multietnicità irreversibile, insomma.
Un’opportunità o un problema? Tanti milanesi pensano che sia un problema e soprattutto lo ripete, incessantemente,  chi governa il territorio.
E così, quel problema impatta con la solitudine urbana, la precarietà diffusa, le nuove povertà, un welfare sempre più magro e impotente. E ora anche con la crisi economica ed occupazionale. Crescono paure, insofferenze e rancori. La guerra tra i poveri è sempre in agguato, mille conflittualità covano.
A questa poltiglia le destre hanno fornito una risposta. Non un sogno o una speranza, né un progetto di coesione sociale, bensì la militarizzazione dei problemi e delle coscienze. L’hanno chiamata sicurezza e porta tanti voti, anche se non risolve mai i problemi, anzi. È l’emergenza continua che si autoalimenta, che costringe ad alzare sempre di più il tiro, a spararla più grossa ancora, perché il meccanismo non si inceppi.
Il bersaglio principale è ovviamente l’immigrato e spesso si sconfina nella xenofobia e nel razzismo, quasi sempre quando si tratta di rom.
Certo, ormai queste cose accadono un po’ dappertutto in Italia, ma è stata Milano a fare da apripista. Sarkozy vi ha scandalizzati? Ebbene, allora ricordate che qui tre anni fa sdoganarono i roghi.
Ma la sicurezza è un discorso generale, non si limita a immigrati, emarginati o “diversi”. Va bene anche per i giovani, per esempio. Nel 2008, mentre qualcuno intascava allegramente mazzette per evitare i controlli alle discoteche della Milano da sniffare, fu varata l’ordinanza che vietava il consumo di lattine di birra in piazza.
L’ultima frontiera, però, dopo l’esercito in strada, è il coprifuoco. L’hanno inventato dopo i fatti di via Padova del febbraio scorso e consiste in chiusure anticipate di negozi e locali. L’hanno esteso anche ad altre due zone della città: la cosiddetta “Chinatown” e il Corvetto.
E, possiamo starne certi, il coprifuoco sarà uno dei piatti forti della campagna elettorale. Insieme al “no alle moschee” e agli sgomberi dei campi rom, ovviamente.
Due decenni di dominio delle destre hanno lasciato il segno a Milano. Ma oggi quel robusto sistema di potere appare anche stanco. Ha perso spinta e vigore, si sentono degli scricchiolii.
I litigi intestini aumentano, il bilancio dell’amministrazione Moratti è fallimentare e, soprattutto, si moltiplicano gli scandali che coinvolgono esponenti della destra cittadina e regionale, compresa l’indagine sulla ‘ndrangheta. Quella che si intravvede è una montagna di letame.
Eppure, sarebbe sciocco pensare che la destra sia al capolinea, perché se loro sono in difficoltà, allo stato lo è ancora di più l’opposizione.
Infatti, l’opposizione ha sofferto fortemente l’egemonia delle destre. Chi si è rifugiato nella replica delle vecchie formule, mentre Milano cambiava, finendo per essere magari nobile, ma politicamente irrilevante. E chi ha stretto patti con il diavolo, in nome del business, o rincorso la sicurezza della destra, finendo culturalmente subalterno e politicamente sconfitto.
La prima sfida che deve vincere l’opposizione è, dunque, quella con se stessa e con i suoi fantasmi. A Milano ci sono le resistenze, energie, idee e pratiche per cambiare, ma sono disperse e hanno bisogno di un centro di gravità.
Il punto non è quanto sia difficile mettere insieme un’alternativa, bensì che questa è necessaria ed urgente. Altrimenti, l’uscita dall’impasse la offriranno di nuovo da destra, stavolta nel segno del coprifuoco.
 
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di lucmu (del 14/10/2010, in Lavoro, linkato 750 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 14 ottobre 2010, con il titolo “Con la Fiom contro la diffamazione”
 
La manifestazione nazionale della Fiom del 16 ottobre sarà molto partecipata, non c’è dubbio. E questo nonostante l’incessante lavorio della collaudata macchina della tensione e della diffamazione, per cui anche un uovo si trasforma in un atto di terrorismo, e i troppi bastoni tra le ruote messi da chi nel nostro paese si occupa di trasporto pubblico.
Anzi, è proprio l’intensità e l’aggressività di quella azione di contrasto a confermarci che l’appuntamento di sabato prossimo sta crescendo. Ma attenzione, questo non significa affatto che ora possiamo rilassarci, perché l’esperienza insegna che non c’è limite alle bassezze che sono disposti a mettere in campo.
Fate un piccolo sforzo di memoria e ripensate alle mobilitazioni degli anni passati. E non ci riferiamo al classico nostrano dell’allarme bomba e dei proiettili in busta, ma a quelle operazioni meno rozze, ma più insidiose sul piano comunicativo, che prendono qualche fatto marginale, per farlo diventare mediaticamente il fatto principale che oscura tutto il resto.
Il parallelo con eventi di qualche anno fa ci pare peraltro pertinente anche da un altro punto vista: la totale asimmetria tra l’isolamento della Fiom a livello ufficiale ed istituzionale e, invece, il significativo potenziale di consenso ed alleanza a livello sociale. Insomma, il mondo che sta in alto è una rappresentazione infedele del mondo che sta in basso.
Infatti, sono apertamente ostili ai temi e agli obiettivi della mobilitazione non solo la Fiat, la Confindustria, l’intero Governo e le oligarchie di Cisl e Uil, ma anche parte importante dell’opposizione parlamentare, mentre nella Cgil le ambiguità abbondano.
Ecco perché fa paura la riuscita della manifestazione del 16 ottobre, perché potrebbe svelare l’inganno e rimettere in gioco un’opzione diversa da quella del dumping salariale, della precarietà per tutti e tutte e del ricatto sociale ed esistenziale generalizzato.
E non è soltanto una questione di tattica, ma anche di sostanza politica. La prospettiva iperliberista, indicata come via d’uscita dalla crisi della globalizzazione liberista, è infatti incompatibile con la democrazia e la partecipazione.
Lo sanno bene i milioni di precari del nostro paese, che non hanno mai potuto sapere cosa significasse esigere un diritto o praticare la democrazia sul posto di lavoro, lo sanno i tanti e le tante costretti al lavoro nero, migranti o nativi che siano, e lo sanno i lavoratori e le lavoratrici di categorie, come quella del commercio, che hanno già sperimentato le magnifiche sorti dei contratti “innovativi”.
Non siamo dunque di fronte a una novità, bensì al tentativo di tradurre la quantità accumulata in un salto di qualità strutturale. I “10, 100, 1000 Pomigliano”, evocati da Bonanni, altro non sono che l’enunciazione di un progetto generale, socialmente e culturalmente regressivo, che include l’abolizione della democrazia nei luoghi di lavoro.
Non che nel nostro paese la democrazia nei luoghi di lavoro sia un granché, anzi, ma ora c’è qualcosa in più. Cioè, Bonanni e Angeletti non solo pretendono di sostituire un contratto nazionale approvato con referendum con uno nuovo, separato e mai sottoposto al voto dei lavoratori, ma ora firmano persino un accordo che dice che Fim e Uilm possono concordare nelle aziende delle deroghe al contratto nazionale separato e che quelle deroghe verranno “validate” non da chi lavora in quelle aziende, bensì da Fim, Uilm e Federmeccanica a livello nazionale.
Tutto chiaro? Persino il referendum-ricatto di Pomigliano non si potrà più fare. I lavoratori e le lavoratrici semplicemente non potranno più dire la loro sui contratti firmati a nome loro. E poi non potranno neanche più scioperare, perché altrimenti sabotano la produzione o il diritto al lavoro dei colleghi che non scioperano.
Insomma, non è possibile mediare o fare compromessi con chi imbavaglia i lavoratori, negandogli il diritto di votare, decidere e scioperare. Per questo, parlando del lato sinistro del mondo, i distinguo, le ambiguità o peggio sulla partita che si è aperta a Pomigliano sono inaccettabili e dannosi.
Sabato sarà una buona giornata a Roma, partecipata ed intensa. Sarà la miglior risposta a chi in questi giorni tenta di occultare i propri peccati dietro il rumore degli insulti. Anche per questo dobbiamo avere cura della manifestazione, non certo invocando servizi d’ordine “generalizzati”, bensì mobilitando le nostre intelligenze e consapevolezze.
Poi arriveranno i giorni successivi, forse quelli più importanti, in cui dovremo costruire il percorso, perché la battaglia sarà lunga e dura. Lo dovremo fare insieme, nella pluralità di soggetti e pratiche, centralmente e sui territori, e cercando anche chi questa volta non è venuto a Roma, ma con la consapevolezza che c’è un’occasione per ricominciare, mettendo al centro la questione sociale e la democrazia.
 
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