Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
di lucmu (del 26/01/2009, in Migranti&Razzismo, linkato 957 volte)
Oggi è stato pubblicato e presentato alla stampa il rapporto “Razzismi Quotidiani: la voce dei cittadini stranieri e dei media su razzismo e discriminazione”, realizzato dal Naga e dal Cospe di Milano. Una delle pochissime inchieste che parte dal punto di vista dei migranti, dalle loro percezioni e dal loro vissuto. Insomma, un materiale da leggere e da fare circolare.
In allegato a questo post puoi scaricare il rapporto e qui sotto riproduciamo il comunicato stampa di presentazione di Naga e Cospe. Ovviamente, tutto quanto puoi consultarlo anche sui siti web www.naga.it e su www.cospe.it.
 
“Comunicato stampa:
RAZZISMI QUOTIDIANI. LA VOCE DEI CITTADINI STRANIERI E DEI MEDIA SU RAZZISMO E DISCRIMINAZIONE
Il rapporto di Naga e Cospe in materia di discriminazione e razzismo:
un’indagine sul campo e le notizie dei media.
 
Naga e Cospe hanno, nell’arco di un mese, intervistato 580 cittadini stranieri e monitorato i mezzi d’informazione nell’intento di mettere a confronto l’informazione in materia di discriminazione e razzismo con l’effettivo vissuto dei cittadini stranieri. Oggi viene presentato il rapporto frutto di tale indagine. I dati raccolti evidenziano il verificarsi diffuso di atti di violenza e discriminazione a danno dei cittadini stranieri : razzismi quotidiani perpetrati dalle forze dell’ordine, da controllori sui mezzi pubblici, da personale della sicurezza privata, da datori di lavoro, da gruppi di persone o da singoli individui.
Il quadro che emerge dai dati e dalle testimonianze è preoccupante: ad almeno 1 persona su 5 è capitato di essere trattata male dalle forze dell’ordine; ad 1 persona su 5 di dormire per strada; a 3 persone su 10 di essere offese sui mezzi pubblici e di essere guardate male per strada; a 3 persone su 10 di non essere pagate per un lavoro; a più della metà del campione di perdere all’improvviso il lavoro. E' la preoccupazione di ammalarsi a prevalere, che si intreccia con quella di perdere il lavoro. Per il 65% del campione, infine, la vita in Italia è cambiata negli ultimi anni e, per la grande maggioranza di questi, in modo negativo.
“Sentivamo la necessità di ascoltare e far ascoltare la voce dei cittadini stranieri, e proprio le loro testimonianze ci hanno permesso di capire quale sia l’incidenza di episodi di razzismo e discriminazione nella vita di chi si rivolge al Naga” dichiara Pietro Massarotto, presidente del Naga. “I dati evidenziano una situazione odiosa, una sorta di "normalizzazione" degli atti di discriminazione e razzismo, che incide negativamente sulla vita di persone che vivono e lavorano in Italia. Inoltre ci ha colpito il fatto che di fronte a un’incidenza media del 30% di episodi di sopraffazione, la percezione critica di ciò che accade sia fortemente sottodimensionata nei racconti dei cittadini stranieri, che, in un contesto di criminalizzazione continua, paiono aver alzato il livello di sopportazione degli abusi”, prosegue il presidente del Naga; “i dati raccolti ci confermano, infine, quanto sia sbagliato e dannoso rappresentare i cittadini stranieri come un gruppo omogeneo, non esistono ‘gli stranieri’, ma singoli individui caratterizzati da speranze, paure, aspettative e biografie completamente differenti. Singoli che vedono quotidianamente violati i loro diritti fondamentali da parte di Istituzioni e cittadini”.
L’analisi su testate locali e nazionali (carta e web), pur inevitabilmente parziale ed estemporaneo ha permesso di fornire una significativa istantanea sulla situazione attuale dei razzismi quotidiani. Secondo i dati raccolti è avvenuta una media di 1,3 episodi di razzismo al giorno. Gli immigrati sono state le vittime principali degli atti di discriminazione e razzismo, soprattutto i cittadini di nazionalità rumena, e sembra che il colore della pelle sia l’elemento che rende le persone di origine straniera, anche se nate in Italia o cittadine italiane, maggiori vittime di violenze, insulti e comportamenti offensivi.
Quello che più colpisce è l’alta percentuale di atti di violenza istituzionale, compiuta da forze dell’ordine e da persone in una posizione di autorità, come i controllori dei mezzi di trasporto. Tra le principali vittime rom e sinti. A conferma dell effetto del razzismo di creare, riprodurre e/o mantenere il potere, l’influenza e il benessere di un gruppo cosiddetto “razziale” a scapito di un altro gruppo definito negli stessi termini.
“Gli studi sul tema - afferma Udo Enwereuzor, esperto di discriminazioni e resposabile COSPE del progetto europeo RAXEN (Rete di informazione europea sul razzismo e la xenofobia) - ci dicono che spesso gli immigrati non sono rappresentati come persone a tutto tondo; come risulta anche dalla nostra analisi – ad esempio - essi sono frequentemente ridotti ad una nazionalità. Inoltre, come abbiamo rilevato, la loro voce nei media e nel dibattito pubblico è del tutto residuale. Così come la voce del mondo associativo, di esperti, di attori che ruotano nel mondo dell’ immigrazione è raramente presa in considerazione come fonte.
Dal nostro monitoraggio emerge infatti la tendenza dei giornalisti a utilizzare quasi esclusivamente voci e fonti istituzionali”. “Una difficoltà persistente che si frappone alla crescita dell’impegno delle istituzioni e dei singoli nel contrasto del razzismo e delle discriminazioni collegate – conclude Udo Enwereuzor - è rappresentata proprio dalla mancanza di dati ed informazioni descrittive raccolte in modo sistematico e che riguardano tutto il territorio nazionale. Ed è in questa direzione che questa ricerca prova a dare una risposta”.”
 

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Ieri, con un colpo di mano hanno sgomberato il Conchetta e per tutto il giorno centinaia di persone hanno dato vita a proteste in tutta la città, dal Ticinese fino a Palazzo Marino. Una prima risposta, spontanea, che ha visto più partecipazione che in altri casi del genere di questi ultimi anni. Ma non basta, non è sufficiente. Per questo occorre costruire una risposta più partecipata, facendo riuscire il corteo convocato per domani sabato 24 gennaio, alle ore 14.30 in piazza XXIV Maggio a Milano.
Il Conchetta non riguarda soltanto il Conchetta, chi lo anima o chi lo frequenta. Il Conchetta riguarda tutti e tutte noi, o almeno quelli che pensano che Milano non possa essere definitivamente desertificato e consegnato a speculatori, affaristi, ipocriti, novelli sceriffi, neo o post-fascisti, xenofobi assetati di poltrone eccetera.
Oggi vogliono uccidere il Conchetta, ieri hanno assaltato altri spazi sociali, domani toccherà ai prossimi e quando avranno finito con i centri sociali passeranno oltre, ai circoli Arci e a tutto quanto lor signori considerano incompatibile con la loro visione del mondo e con i loro affari. Almeno questo è quello che vogliono fare.
Per questo PARTECIPIAMO numerosi al corteo di sabato!
 
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di lucmu (del 22/01/2009, in Movimenti, linkato 1647 volte)
Quanto accaduto stamattina in via Conchetta è di una gravità inaudita e sintomo del veloce degrado civile e morale che sta investendo la nostra città. La forza pubblica è stata messa al servizio non della legge e dell’ordine pubblico, bensì degli interessi di una parte politica e soprattutto di quelli personali dell’On. De Corato.
Le forze di polizia hanno blindato militarmente intere vie per sgomberare lo storico centro sociale Cox 18, senza alcun preavviso e senza autorizzazione della magistratura, ma unicamente in base ai desiderata del Comune di Milano, nonostante sulla vicenda sia in corso una causa civile. Talmente dubbia era la legittimità dell’intervento che alla fine la situazione è stata “congelata”, cioè le chiavi tornano sì in mano al Comune, ma nulla di quanto è dentro il centro sociale verrà toccato e portato via, in attesa che il giudice decida.
Capiamo senz’altro che l’On. De Corato non si accontenti più di fare soltanto il parlamentare e il vicesindaco, ma che voglia essere anche il candidato del Pdl alle prossime elezioni provinciali, al posto di Podestà. E conosciamo purtroppo bene anche la  sua visione politica e amministrativa, ridotta a una sorta di guerra permanente contro tutta quella parte di città che lui ritiene politicamente, culturalmente o socialmente sua nemica.
Ma arrivare, come ora, al punto che i responsabili dell’ordine pubblico a Milano mettano al servizio degli interessi politici e personali di De Corato le forze dell’ordine ci pare indecente, inaccettabile e irresponsabile.
E così, mentre non si lesinano mezzi e uomini per sgomberare un centro sociale che non dà fastidio a nessuno e che ospita una libreria e gli archivi di Primo Moroni, facendolo per giunta mentre è in corso un processo, regna invece la più totale indifferenza nei confronti di luoghi di delinquenza politica, come “Cuore Nero”, che guarda a caso godono della tolleranza di De Corato e del suo partito.
Tale spudorato uso della forza pubblica per assecondare interessi politici di parte è forse il segno più tangibile della situazione fosca che si sta creando a Milano. E riteniamo sia giunto il momento che in città, almeno da parte di chi non vuole rassegnarsi o scappare altrove, si apra una riflessione molto seria su come iniziare a contrastare con intelligenza, determinazione ed efficacia questo sempre più disinvolto scippo della nostra libertà e dei nostri diritti.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 20/01/2009, in Lavoro, linkato 856 volte)
Oggi nel primo pomeriggio si è tenuto presso la Regione l’incontro sulla vertenza Innse Presse, convocato il 14 gennaio scorso dagli Assessori regionali al lavoro e alle attività produttive, Rossoni e La Russa. Presenti alla riunione erano gli Assessori regionali, la Provincia di Milano (Casati), un rappresentante del Comune di Milano, la Prefettura (dott. Tortora), i lavoratori della Rsu dell’Innse, la Fiom di Milano, la proprietà e il sottoscritto, in rappresentanza del Gruppo consiliare regionale del Prc, che aveva sollecitato un incontro per conto dei lavoratori Innse sin dal 13 gennaio scorso.
Ovviamente, considerato lo stato della vertenza, nessuno si aspettava che quel tavolo potesse essere risolutivo di alcunché, ma l’estrema difficoltà di ottenere anche soltanto una “tregua” da parte di Genta (la proprietà di Innse), è altamente significativo della situazione. La “tregua”, cioè l’impegno da parte della proprietà di non chiedere l’intervento della forza pubblica per un lasso di tempo limitato e dedicato alla ricerca di soluzioni negoziali, è infine arrivata, con la dichiarazione dei legali di Genta di astenersi da iniziative unilaterali fino al 31 gennaio, data entro la quale la Regione convocherà un secondo incontro.
Ma per avere soli 11 giorni di relativa tranquillità c’è voluta tutta la pressione delle istituzioni presenti, poiché fino alla fine la proprietà non intendeva concedere più di tre giorni (sic!). In sostanza, la proprietà si è mostrata per tutta la durata dell’incontro inflessibile e irriducibile, nonostante Regione, Provincia e Comune avessero dichiarato all’unisono che ritengono che il territorio milanese non possa rinunciare a un’attività produttiva che dispone di un mercato per le sue merci.
Ebbene, l’odierno incontro è stato sicuramente positivo, poiché concede una decina di giorni per tentare di aprire canali reali per una soluzione. Ma non bisogna farsi delle illusioni, perché il percorso sarà ancora lungo e soprattutto le difficoltà sono tante, a partire dagli interessi particolari e dagli affari della proprietà della fabbrica e di quella dell’area. La prima aveva acquistato il sito produttivo a prezzo di favore, cioè poco più di 700mila euro, e probabilmente si immagina di fare l’affarone vendendo i macchinari sul mercato, dato il loro valore viene stimato in alcuni milioni di euro. La seconda è interessata soprattutto al business immobiliare che si prospetta e la presenza di attività industriali forse non è nemmeno troppo gradita. Insomma, nessuno sembra interessato al mantenimento della fabbrica, salvo di lavoratori che da lunghi mesi si spendono in una lotta generosa e straordinaria.
Ora si tratta di lavorare per la soluzione e l’impegno reale delle istituzioni andrà valutato in base agli strumenti e alle iniziative concrete messe in campo. Da parte di chi in questa città mantiene ancora un po’ di buonsenso e di voglia di non arrendersi occorre la massima attenzione e disponibilità a mobilitarsi ancora. Ma una cosa non ci pare ammissibile e accettabile: che a Milano si licenzino 50 operai e che si chiuda una fabbrica sana e produttiva soltanto perché due soggetti devono fare i loro personalissimi affari!
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di lucmu (del 20/01/2009, in Politica, linkato 930 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Aprileonline.info del 20 gennaio 2008
 
Siamo immersi in un terribile paradosso. Proprio quando i fatti del nostro tempo smentiscono sonoramente i profeti della "fine della storia" e del superamento definitivo di ogni bisogno di cambiamento e alternativa, la sinistra realmente esistente, almeno in Europa, sicuramente in Italia, si trova avviluppata nella più profonda delle sue crisi. Ed è crisi seria, di consenso politico, insediamento sociale, credibilità, progetto e identità.
Un paradosso denso di implicazioni inquietanti, come già ci hanno confermato i primi mesi seguiti alla disfatta politica ed elettorale della primavera scorsa. Cioè, una sinistra sostanzialmente impotente e afona di fronte alla crisi del capitalismo liberista e alla veloce regressione civile e morale che sta investendo la politica e la società, lascia di fatto campo libero al peggio.
Insomma, c’è un grande bisogno di sinistra, ma la sinistra così com’è oggi è fuorigioco, non serve e non evoca nemmeno speranze. In altre parole, è da rifare, da reinventare. Questo è lo stato delle cose e faremmo bene a dircelo in faccia senza troppi giri di parole. Ed è per questo che al Congresso di Rifondazione, quello di Chianciano, anche il sottoscritto avevo sostenuto e votato la mozione n. 2 “vendoliana”. Perché nominava il problema e proponeva di affrontarlo, invece di ritirarsi nel fortino assediato e di rifugiarsi nell’illusione che fosse sufficiente aspettare che la tempesta si calmasse.
Ri-costituire la sinistra in Italia, tuttavia, non è una questione di ingegneria politica o di accordi tra pezzi di gruppi dirigenti esistenti, come aveva peraltro ratificato il fallimento dell’Arcobaleno. È cosa necessariamente più difficile, articolata e ambiziosa e, soprattutto, presuppone una ripartenza dalla società e dai suoi conflitti, cioè dalla rottura della separatezza della politica. E presuppone un’altra cosa: partire dai contenuti, quello che classicamente si chiamava “programma” e “strategia”, e non dai contenitori. Detto altrimenti, occorre partire dalla domanda del “perché” un lavoratore, una giovane, un migrante eccettera dovrebbe impegnarsi nella sinistra o votarla, invece che dalla domanda del “dove” dovrebbe farlo.
In fondo, gli stessi avvenimenti dell’autunno scorso non hanno fatto che riconfermare tutto questo, a partire dal grande movimento di studenti, insegnanti e genitori, che non solo ci teneva alla sua autonomia, come fanno tutti i movimenti veri, ma guardava con enorme diffidenza tutto ciò che sapeva di partiti e di politico. E soprattutto, il dibattito e la discussione sulla sinistra non ha mai nemmeno incrociato quel movimento e gli uomini e le donne che lo componevano.
Sono passati soltanto pochi anni, ma rispetto al movimento nato a Genova nel 2001 sembra passato un secolo. Anche allora la diffidenza verso i soggetti partitici c’era, ma allo stesso tempo vi era anche il pieno riconoscimento dell’internità di Rifondazione al movimento. E quel movimento esprimeva, a modo suo, una grande domanda politica e rappresentava una straordinaria forza centripeta. Oggi, le cose stanno diversamente, allo stato non ci sono luoghi sociali, politici o di movimento che attraggano, che mettano in comunicazione forze diverse, plurali. Oggi a sinistra prevalgono le forze centrifughe, la dispersione e le solitudini, sia a livello politico, che a livello sociale.
In un quadro del genere, ridurre la questione del rifare la sinistra a un’operazione di scissione di Rifondazione in vista delle scadenze elettorali di giugno, appare dunque cosa modesta, ancora prima che sbagliata. È comprensibile certamente la fretta, il voler agire e anche il profondo disagio di fronte al cul de sac in cui l’attuale maggioranza di Rifondazione ha infilato il partito. Ma non è convincente il tipo di risposta offerta, segnata dal metodo politicista, troppo indeterminata politicamente e foriera di nuove dispersioni e divisioni.
Per questo, insieme a molti compagni e compagne di Rifondazione per la Sinistra, non parteciperò alla scissione, continuando dunque la battaglia iniziata a Chianciano, nel partito e nella società.
 
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Quello che sta accadendo all’Innse di Lambrate da lunghi mesi ha dell’incredibile, ma quanto è andato in scena stamattina ha superato ogni limite di decenza.
Infatti, l’enorme dispiegamento di forze, con tanto di minaccia di intervento violento contro gli operai, impedito soltanto grazie al presidio e alle pressioni istituzionali, era finalizzato unicamente a permettere a un imprenditore di ventura di portarsi via i macchinari, che egli vorrebbe vendere sul mercato, e di procedere sulla via dello smantellamento del sito produttivo, poiché egli è interessato soltanto agli affari immobiliari sull’area. Eppure, quella fabbrica è sana, c’è un imprenditore disposto a rilevarla e continuare la produzione. Insomma, la crisi non c’entra.
Ma ciò che stupisce davvero è che sembra non ci sia nessuna autorità in grado di fermare questo scempio. C’è da chiedersi di quali appoggi politici non confessati goda questo “imprenditore”, visto che è riuscito a ottenere la presenza della forza pubblica persino oggi, cioè a pochi giorni dall’incontro in Regione, convocato per martedì 20 gennaio dal Vicepresidente della Regione Lombardia, Rossoni, dove sono invitate le rappresentanze sindacali, la proprietà e le istituzioni, al fine di ricercare soluzioni positive.
Riteniamo che sia giunto definitivamente il momento che tutte le istituzioni si assumano le loro responsabilità e che non si permetta più che la Questura venga tirata per la giacchetta, soltanto per garantire gli interessi poco limpidi e molto particolari di qualcuno.
Prendiamo positivamente atto che dopo la Provincia di Milano anche Regione Lombardia sta intervenendo, ma constatiamo altresì che il Comune di Milano manca tuttora all’appello. Nell’esprimere il nostro totale appoggio alla lotta degli operai dell’Innse, chiediamo quindi che tutte le istituzioni del territorio si impegnino immediatamente per costruire una soluzione positiva e per impedire qualsiasi azione di forza.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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Che il degrado morale della politica italiana abbia raggiunto livelli di guardia lo sapevamo, ma quanto accaduto oggi in Consiglio regionale, con la bocciatura della mozione contro l’omofobia, riesce a superare anche le più fosche previsioni: è sconcertante e disgustoso, un vero oltraggio ai lombardi e all’istituzione.
Non solo la mozione, presentata da dieci consiglieri dell’opposizione (Muhlbauer, Squassina O., Agostinelli, Civati, Valmaggi, Oriani, Storti, Monguzzi, Concordati, Sarfatti), è rimasta nel cassetto per oltre tre anni prima di giungere in Aula, ma oggi la maggioranza ha accompagnato il suo voto negativo con l’insulto contro i cittadini e le cittadine non eterosessuali.
E così, il capogruppo della Lega ha definito la mozione un “colpo di culo”, dopo aver dichiarato che lui era contrario “a celebrare l’omosessualità come una non-malattia mentale”, mentre il capogruppo del Pdl ha chiarito come la nostra disponibilità a modificare il testo fosse del tutto inutile, poiché comunque avrebbero votato contro.
Eppure la mozione chiedeva soltanto che Regione Lombardia aderisse alla Giornata internazionale contro l’omofobia del 17 maggio e che chiedesse al Parlamento italiano di fare altrettanto, come segno concreto e tangibile dell’impegno istituzionale contro ogni discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale.
Cioè, si chiedeva al Consiglio regionale di fare né più né meno di quanto già fatto dal Parlamento europeo, da decine di Paesi e da diverse Regioni e Comuni italiani.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 08/01/2009, in Politica, linkato 945 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 8 genn. 2009 (pag. Milano)
 
A Gaza si continua a morire senza sosta, ma a Milano ci si scandalizza per altro. Cioè, per la preghiera islamica in piazza Duomo di sabato scorso, a cui aveva dato vita una parte dei manifestanti al termine del corteo organizzato dalla comunità palestinese lombarda.
La polemica, innescata dal solito De Corato, il verboso e sempre più noioso vicesindaco nazionalalleato, ha velocemente varcato i confini cittadini e occupa ormai da giorni le pagine nazionali del Corsera e di la Repubblica. E quindi, tutti quanti a dire la loro nel frullatore mediatico. Nulla di straordinario, si direbbe, se non fosse che il nocciolo duro della “polemica” ripropone un triste e inquietante scimmiottamento dello scontro di civiltà, dove all’Islam e ai musulmani viene assegnato immancabilmente il ruolo dei cattivi.
E così, quanti in Italia sostengono la tesi che Hamas –e per proprietà transitiva i palestinesi di Gaza tout court- è semplicemente un’organizzazione terroristica da eliminare con la violenza armata, ora gridano alla provocazione e al pericolo islamico se un centinaio di immigrati si raccoglie in preghiera davanti al Duomo, chiedendo persino di trascinarli in tribunale.
Ma per costoro, in fondo, quanto avviene in Palestina è soltanto un utile pretesto per tentare di “nobilitare” e alimentare una politica che essi perseguono da tempo. A Milano e in Lombardia, da parte di An e Lega anzitutto, la propaganda contro le moschee e il “pericolo islamico” è incessante e non risparmia niente e nessuno. Ogni voce, che sia quella di un laico o quella del cardinale Tettamanzi, che cerchi di riportare un po’ di buon senso viene regolarmente aggredita e tacciata di “buonismo” e di voler svendere l’identità occidentale e cristiana.
Per costoro c’è un unico modo per rapportarsi a una città che è cambiata, che è diventata più multiculturale e multireligiosa: il conflitto. E così, quando i fedeli islamici, esattamente come i fedeli di ogni religione, si riuniscono per pregare, allora scatta l’operazione “no alla moschea abusiva”. Quando poi cercano di dotarsi di un luogo di culto regolare, cioè in possesso di tutti i requisiti e permessi previsti dalla normativa, si passa alla fase 2 e si negano le autorizzazioni e si invocano i referendum preventivi. Figuriamoci se qualcuno si mette a pregare in centro città!
Secondo loro, ogni moschea, ogni aggregazione di islamici e ogni imam sono potenzialmente dei terroristi. C’è da dubitare seriamente che ci credano davvero a queste fandonie, ma l’esperienza recente ha insegnato che funziona egregiamente sul piano del consenso elettorale, così come ha funzionato la caccia al rom. E così, la meschinità di una politica ridotta a lotta per le poltrone con ogni mezzo si incontra con l’ipocrisia di quanti vedono soltanto la violenza dei razzi Qassam, ma mai quella di un’occupazione decennale che costringe un’intera popolazione a vivere chiusa in un recinto di cemento e che ora semina la morte all’ingrosso.
Tuttavia, in questa stucchevole polemica sulla preghiera si annida qualcosa di peggio e di più preoccupante, che nessuno in questi giorni sembra voler considerare. Andando avanti di questo passo, i nostri novelli crociati di provincia rischiano di produrre la classica profezia che si autoavvera, cioè di fornire qui e ora ai predicatori del peggior fondamentalismo islamico, allo stato assolutamente minoritari, gli argomenti e la credibilità che non hanno. In fondo, le macerie di questi anni di “guerra al terrorismo” di Bush e soci dovrebbero insegnare qualcosa.
Ecco perché, da laici incalliti, crediamo che il problema vero per Milano non sia qualche preghiera islamica in Duomo, bensì la miseria morale e la miopia dei suoi amministratori.
 
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Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 8 genn. 2009
 
Esprimiamo la nostra completa solidarietà ai lavoratori del settore cargo dell’aeroporto di Malpensa, che ieri hanno manifestato in difesa dell’occupazione.
Il fatto stesso che a Malpensa ci sia una crisi occupazionale è in realtà un controsenso, che si spiega soltanto con le scelte politiche del Governo, tese a garantire alla Cai una situazione di monopolio in vista del suo ingresso, in condizione subordinata, nel gruppo Air France.
Infatti, il mercato del trasporto aereo lombardo, sia per il traffico passeggeri che per quello merci, ha registrato negli ultimi dieci anni una continua crescita e questo trend prevedibilmente continuerà, sebbene forse in maniera più attenuata a causa della crisi economica generale. E si tratta di una domanda di trasporto largamente originata in loco e pertanto difficilmente dirottabile verso aree distanti del paese.
E quindi fuori luogo e fuorviante insistere su una presunta guerra tra Roma e Milano, come fa la Lega, che esiste soltanto nella misura in cui in Italia non si è mai voluto procedere ad una programmazione del trasporto aereo e della sua infrastruttura aeroportuale. Ma questo discorso vale non solo per il piano nazionale, ma altresì per quello specificamente lombardo e limitrofo, dove gli aeroporti sono cresciuti in maniera anarchica.
La realtà è molto più banale e molto meno nobile. Cioè, dopo aver condotto un anno fa una violenta campagna propagandistica contro la “svendita a Air France”, il centrodestra lombardo, che occupa tutti i posti chiave nell’attuale Governo “romano”, ha partorito una strana coalizione di imprenditori italiani, che si tiene soltanto grazie a un costosissimo sistema di favori e contropartite governative, e una compagnia aerea bonsai, la cui unica prospettiva strategica è quella di confluire in uno dei grandi gruppi internazionali, che guarda a caso è sempre Air France.
E, com’è risaputo, Air France non ha alcun interesse, data la sua strategia industriale e commerciale, ad utilizzare Malpensa, ma piuttosto quello di ridimensionare il suo ruolo internazionale. Ma questo lo sanno tutti da tempo e soprattutto lo sanno i partiti del centrodestra, che pubblicamente sparano a zero su Air France, ma nelle stanze di governo hanno compattamente approvato e sostenuto l’operazione Cai.
La si smetta dunque con lo stucchevole teatrino politico, di cui la Lega si mostra maestra. Malpensa si trova al centro di un ricco mercato e se la Cai ridimensiona fortemente la sua attività nello scalo varesino, allora si tratta di garantire temporaneamente gli ammortizzatori sociali ai lavoratori colpiti, compresi i precari, e di liberare i diritti di volo e gli slot per altri vettori interessati a subentrare. Che sia Lufthansa o altri. Cioè, esattamente quello che chiedono i lavoratori e le organizzazioni sindacali che ieri hanno manifestato.
 
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di lucmu (del 02/01/2009, in Pace, linkato 1025 volte)
A Milano, sabato 3 gennaio, alle ore 15.30, con concentramento in Porta Venezia, si terrà una manifestazione, proposta e organizzata dalla Comunità Palestinese lombarda, per chiedere l’immediata cessazione dei bombardamenti su Gaza. Partecipate numerosi!
Qui di seguito, il testo dell’appello della comunità palestinese:
 
“LA COMUNITÀ PALESTINESE DELLA LOMBARDIA
ORGANIZZA
 
UNA MANIFESTAZIONE CONTRO IL MASSACRO DI GAZA DA PARTE   DELL’ESERCITO ISREALIANO, CHE STA UCCIDENDO CIVILI, BAMBINI, DONNE, DISTRUGGENDO CASE, OSPEDALI E SCUOLE.
UNA MANIFESTAZIONE CONTRO IL SILENZO INTERNAZIONALE E L'EMBARGO TOTALE DELLA STRISCIA DI GAZA IMPOSTO DA OLTRE 2 ANNI.
PER LA FINE DELL'OCCUPAZIONE ISRAELIANA DEI TERRITORI PALESTINESI.
 
INVITA
 
LE/I PALESTINESI DELLA LOMBARDIA, I LORO AMICI, LE FORZE POLITICHE E SOCIALI A PARTECIPARE.
 
SABATO 3 GENNAIO 2009,
DALLE ORE 15.30 A MILANO, IN PORTA VENEZIA”
 
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