Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale online Paneacqua il 12 aprile 2011
 
Le elezioni delle Rappresentanze sindacali unitarie (Rsu) nella pubblica amministrazione si terranno il 5-7 marzo 2012. Lo stabilisce il protocollo firmato ieri pomeriggio dall’Aran, l’agenzia che rappresenta le pubbliche amministrazioni al tavolo negoziale nazionale, e le organizzazioni sindacali confederali e autonome (vedi allegato).
“Evviva!”, viene da esclamare, visto che le elezioni Rsu nel pubblico impiego si devono tenere ogni tre anni e che, dunque, i delegati attualmente in carica erano scaduti il 30 novembre dell’anno scorso. Era ora, certo, ma intanto passerà ancora un anno prima che i quasi 3 milioni di lavoratori e lavoratrici del pubblico possano esercitare uno dei loro più elementari diritti democratici.
Formalmente il rinvio delle elezioni e la conseguente proroga delle Rsu in carica era dovuto alla legge Brunetta, che prevede la riorganizzazione dei comparti  contrattuali della P.A., riducendone il numero. La tesi era la seguente: prima si fanno i nuovi comparti e solo dopo i lavoratori potranno eleggere le Rsu. Tuttavia, essendo nella realtà quella riorganizzazione sostanzialmente ferma, la proroga delle Rsu scadute risultava di fatto sine die.
Tifosi particolarmente accalorati di quella tesi, a parte Brunetta e Sacconi, ovviamente, erano due organizzazioni sindacali: Cisl e Uil. Cioè, gli stessi che hanno firmato l’abolizione tout court delle elezioni Rsu negli stabilimenti Fiat di Mirafiori e Pomigliano, introducendo in loro vece l’edificante principio che gli unici delegati saranno quelli nominati da loro.
Insomma, più che di questioni “organizzative” si trattava di questioni politiche. In altre parole, i vertici di Cisl e Uil, impegnati come sono nella politica degli accordi separati e del sostegno al governo amico, non intendevano sottoporre a verifica democratica le loro scelte finché queste non fossero divenute fatti compiuti, temendo evidentemente il giudizio dei diretti interessati.
Ma poi qualcosa è andata storta. Non soltanto i sindacati di base e la Cgil erano attivamente ostili a questo furto di democrazia, ma due mesi fa era arrivato anche un parere del Consiglio di Stato, che ribadiva che la mancata definizione dei nuovi comparti contrattuali non giustificava la sospensione delle elezioni. O per dirla con le parole dei giudici amministrativi: “dopo il 30 novembre 2010 si riespande il diritto al rinnovo degli organi di rappresentanza sindacale”.
Ed eccoci al protocollo firmato ieri, che finalmente stabilisce una data certa per il rinnovo della rappresentanza sindacale per i lavoratori pubblici. Tuttavia, quella della data certa è anche l’unica notizia buona, considerato che le elezioni si terranno soltanto tra un anno e che questo tempo sarà utilizzato per accontentare Brunetta sui nuovi comparti contrattuali e, soprattutto, per riscrivere gli accordi del 1998 che regolano la rappresentanza sindacale nel pubblico impiego.
E questo ultimo elemento, alla luce dei tempi che corrono e delle numerose dispute interpretative degli anni passati, di solito provocate dalla pretesa degli apparati confederali di limitare i diritti e le libertà di delegati sindacali troppo indipendenti (e ci riferiamo non soltanto a quelli dei sindacati di base), solleva numerosi interrogativi e fondate preoccupazioni.
Insomma, è netta l’impressione che questo protocollo sia figlio di uno scambio tra la necessità di individuare una data per le elezioni e la volontà di blindare preventivamente le rappresentanze sindacali elette dai lavoratori.
Ovviamente, speriamo di sbagliarci, ma il fatto che le categorie del pubblico impiego della Cgil, fino a ieri sul piede di guerra, abbiano accettato nella massima tranquillità una dilatazione dei tempi fino al 2012, non fa ben sperare. In altre parole, segniamoci sull’agenda le date del 5-7 marzo 2012, ma le condizioni per guardare con serenità all’anno prossimo non ci sono proprio. Anzi, occorre vigilare ed agire da subito, per non ritrovarci domani con una democrazia sindacale mutilata.
E, beninteso, questa avvertenza non vale semplicemente per gli attivisti sindacali del sindacalismo di base, ma anche -e forse soprattutto- per quanti in Cgil pensano che il superamento della contrattazione separata non si faccia comprimendo lo spazio democratico dei lavoratori e delle lavoratrici e, in ultima analisi, convergendo sulla linea della Cisl.
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo del Protocollo sul rinnovo delle Rsu firmato il 11.04.2011
 

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di lucmu (del 05/05/2011, in Lavoro, linkato 996 volte)
Domani, venerdì 6 maggio, c’è lo sciopero generale proclamato dalla Cgil. Uno sciopero generale un po’ strano, perché accompagnato non dal clamore che un atto del genere dovrebbe suscitare, bensì da tanti silenzi, compresi quelli su molti luoghi di lavoro. Dall’altra parte, un po’ strano questo sciopero lo era sin dall’inizio, visto che la sua tempistica e modestia sono in palese contrasto con la drammaticità economica, sociale e politica del momento.
Insomma, stranezze che non fanno che ribadire quanto già conoscevamo. Cioè, la proclamazione dello sciopero da parte della confederazione non era dovuta tanto alla convinzione o alla determinazione, ma piuttosto all’esigenza di neutralizzare le spinte provenienti dalle categorie e dai settori più esposti all’offensiva padronale contro il contratto nazionale e i diritti, a partire ovviamente dalla Fiom.
Infatti, non è un caso che quei settori e quelle categorie avessero immediatamente esteso lo sciopero generale (che è di 4 ore soltanto) a tutta la giornata e che i settori sociali e di movimento più vicini alla battaglia dei metalmeccanici avessero chiamato alla generalizzazione dello sciopero.
Tuttavia, le stranezze, i silenzi e le contraddizioni pesano terribilmente e hanno già provocato i primi effetti negativi, contribuendo all’indebolimento e all’isolamento di chi sta in prima linea. E la vicenda del referendum truffa alla ex-Bertone di Grugliasco (TO), dove i delegati Rsu Fiom hanno dato indicazione di votare sì al ricatto di Marchionne ne è una dimostrazione lampante.
Penso sia né utile, né onesto lanciare scomuniche alla Fiom per il voto alla ex-Bertone, come qualcuno ha già iniziato a fare. Certo, la vicenda apre una fase difficile e complessa, non solo per la Fiom, ma per tutti gli operai metalmeccanici che stanno cercando di resistere ai ricatti padronali, e non dobbiamo nascondercelo. Ci sarà da discutere e da valutare, eccome, ma non ce la caveremo erigendoci a giudici delle scelte altrui, come se fossimo tifosi o spettatori e non, invece, parte in causa.
In altre parole, in solitudine nessuno va da nessuna parte e non si può pretendere che la Fiom, i sindacati di base e gli operai metalmeccanici facciano tutto da soli, magari pure la supplenza a una sinistra che non c’è. Diciamoci la verità, in quest’ultimo anno hanno resistito al più violento e insidioso degli attacchi, quello di Marchionne, spesso in solitudine e con la crisi che pesa sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici. Ed è questo il punto che dovrebbe interessarci e preoccuparci.
Quindi, discutiamo della Fiom, ci mancherebbe altro, ma soprattutto affrontiamo il problema, decisivo e determinante, della costruzione di quella forza, di quel movimento e di quello spazio sociale e politico imprescindibili per rompere l’isolamento e la solitudine. E questo riguarda non qualcuno in astratto, ma concretamente tutti e tutte noi, che stiamo nei sindacati di base, nella Cgil, nei partiti della sinistra e del centrosinistra o nei movimenti.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
Il vento è cambiato è l’espressione più diffusa per descrivere quanto è successo nel nostro paese in questi ultimi mesi, per dare senso generale allo splendido risultato delle elezioni amministrative e alla netta affermazione dei referendum popolari, su temi peraltro fortemente caratterizzati politicamente e culturalmente.
Indubbiamente, qualcosa di grosso sta succedendo, perché non solo ora si intravede davvero la fine del ciclo berlusconiano-leghista, ma soprattutto si è affacciato prepotentemente un nuovo protagonismo democratico, dal basso e giovane, come non si vedeva da tanto tempo.
Una partecipazione straordinaria, una vera e propria riappropriazione dello spazio pubblico e della politica, manifestatasi ben oltre –e forse a prescindere- i confini dei partiti politici dell’opposizione. Un movimento che si è impadronito della rete, delle piazze e di mille iniziative, ma anche un movimento fragile, perché esprime molte più domande ed aspettative che risposte. Un movimento non tanto dissimile poi, nella sua ansia di futuro e cambiamento, dagli indignati di Madrid e Atene, con la differenza che qui ed ora ha trovato degli obiettivi a positivo, come Pisapia o De Magistris e come i referendum popolari.
Insomma, è ampiamente giustificata l’ondata di ottimismo e gioia che si è liberata dopo le amministrative e i referendum, poiché siamo di fronte a una possibilità straordinaria di cambiare. Ma, com'è risaputo, vincere due battaglie, anche se importanti, non significa affatto aver vinto la guerra e sconfiggere l’avversario non significa avere pronta l’alternativa, specie in tempi di crisi ed austerity.
Anzi, le politiche dell’austerità, che postulano la salvezza delle banche e il sacrificio delle popolazioni, per ovvi motivi tendono a non gradire troppo la democrazia e la partecipazione. Lo sanno bene in Grecia, in Portogallo o in Irlanda, dove non importa chi e come votano gli elettori, tanto le politiche le decidono le banche centrali e i fondi monetari. E lo sentiamo ogni giorno al notiziario, perché basta che una privatissima agenzia di rating faccia vedere il pollice verso perché interi Stati sovrani vengano spinti verso il baratro della bancarotta.
Ma soprattutto c’è il fatto che il grado di democrazia di una nazione si misura nei luoghi di lavoro, dove ognuno e ognuna di noi, se non è disoccupato, passa buona parte della sua vita. E da questo punto di vista non stiamo andando affatto bene. Precari a parte, i quali per definizione non dispongono di diritti, gli ultimi 12 mesi sono stati segnati dall’assalto di Marchionne, al quale fondamentalmente interessa la Fiat, ma che per forza di cose ha determinato l’apertura di una questione generale.
Ma dal punto di vista che ci interessa qui, quello del vento che cambia, anche la fiera resistenza operaia a Pomigliano e Mirafiori e la coerenza della Fiom hanno aperto una questione generale, poiché la carica democratica e partecipativa è quasi subito fuoriuscita dalla fabbrica, occupando uno spazio politico e simbolico ampio e vasto, come aveva dimostrato la straordinaria manifestazione voluta dalla Fiom il 16 ottobre scorso. Anzi, osiamo affermare che le battaglie ed i movimenti messisi in moto nell’autunno scorso –gli operai, gli studenti, i comitati per i beni comuni- sono stati determinanti per innaffiare il campo che poi avrebbe fatto germogliare le primavere di Milano, Napoli e di altre città.
E una delle principali materie del contendere a Pomigliano e Mirafiori è costituita propria dalla questione democratica, cioè dalla domanda del chi decide, cosa decide e come decide. Infatti, i contratti aziendali sostitutivi del contratto nazionale aboliscono le elezioni dei delegati sindacali (Rsu) da parte degli operai –ci saranno soltanto i “delegati” nominati (Rsa) dalle segreterie di quei sindacati che hanno firmato il contratto di Marchionne-, rendono sanzionabile l’esercizio del diritto di sciopero mediante la clausola dell’esigibilità e di consultazione dei lavoratori e delle lavoratrici non si parla neanche più. Insomma, comanda il padrone, l’operaio lavora in silenzio e il “sindacalista” garantisce l’ordine.
In altre parole, un bel bavaglio per tutti e tutte è l’altra faccia della medaglia della politica dell’austerity. Una cosa scandalosa che dovrebbe suscitare la più netta delle opposizioni da parte di ogni sindacato degno di questo nome. E qualcuno quella opposizione effettivamente l’ha fatta, come la Fiom e i sindacati di base o come molti lavoratori e lavoratrici. A molti sembrava che anche la Cgil potesse resistere al richiamo della foresta, specie ora, con il vento che è cambiato, con le piazze piene e con quel nuovo entusiasmo democratico che attraversava la società. Invece no, non è andata così, anzi!
L’accordo interconfederale tra Confindustria, Cisl, Uil e Cgil, siglato il 28 giugno, rappresenta un grave passo indietro e un cedimento altamente significativo. Basta leggerlo, anche se non si conosce il sindacalese, per capire che vi hanno trovato notevole spazio tutti i principali temi che stanno a cuore a Confindustria, al Governo e a Bonanni, dall’esigibilità dei contratti (leggi: norme antisciopero) alla blindatura della rappresentanza, passando per la derogabilità del contratto nazionale, destinato a questo punto a diventare poco più di una cornice.
Se la firma della Cgil sotto questo accordo verrà confermata si apriranno tempi difficili e cupi per la democrazia e le libertà sindacali nel nostro paese e per tutte le forze sindacali ancora indipendenti da padroni e governo. Ma non basta, perché è evidente che i suoi effetti andrebbero ben oltre i confini delle aziende, assumendo una valenza generale, di negazione manifesta del vento di cambiamento e della straordinaria partecipazione civica e politica.
Insomma, questi mesi hanno indicato una via, cioè che il cambiamento si costruisce nella società e non nei palazzi, investendo sulla partecipazione libera e democratica degli uomini e delle donne. L’accordo firmato ieri ne indica un’altra, opposta e pericolosa per i lavoratori e, più in generale, per la possibilità di costruire un’alternativa non solo a Berlusconi, ma soprattutto al berlusconismo e alle politiche dell’austerity.
 
Luciano Muhlbauer
 
Questo articolo è stato pubblicato anche sul giornale on line Paneacqua.eu il giorno 30 giugno.
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo dell’Accordo tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil, siglato il 28 giugno 2011
 

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Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale online Paneacqua il 18 luglio 2011
 
Ma chi ha vinto la causa sul contratto di Pomigliano? La Fiat o la Fiom o chi? Un quesito tutt’altro che banale, vista l’altalena di interpretazioni e dichiarazioni contrastanti che si sono susseguite dopo la pubblicazione della sentenza del giudice del lavoro di Torino, sabato notte.
Da parte nostra, sebbene sia necessario attendere le motivazioni della sentenza per una valutazione definitiva, anticipiamo da subito che consideriamo di capitale importanza il fatto che sia stata dichiarata illegittima l’espulsione manu militari della Fiom dallo stabilimento di Pomigliano (e quindi anche di Mirafiori), poiché questo significa che la Fiom continuerà ad esistere in Fiat e che dunque continuerà ad esistere, sebbene in condizioni difficili, la possibilità perché i lavoratori possano esprimersi liberamente e in maniera indipendente. In altre parole, chi pensava di cancellare la Fiom ha fatto male i conti e la partita non è affatto chiusa.
Ma vediamo da vicino questa sentenza.
Anzitutto, occorre formulare un’avvertenza. Cioè, ad oggi conosciamo soltanto il dispositivo, ma mancano ancora le motivazioni della sentenza, che verranno depositate dal giudice del lavoro, Vincenzo Ciocchetti, entro 60 giorni. Segnaliamo questo fatto perché nel caso in questione le motivazioni sono di cruciale importanza per capire tutte le implicazioni delle decisioni del tribunale di Torino.
In secondo luogo, va detto chiaramente che Marchionne e la Fiat si portano a casa un risultato importante, che avrà delle conseguenze ben oltre il perimetro degli stabilimenti italiani del gruppo Fiat-Chrysler, visto che la sentenza riconosce la legittimità della stipula di contratti di lavoro aziendali in sostituzione di quelli nazionali e del meccanismo della costituzione ad hoc di nuove società (newco) dove riassumere con contratto diverso i propri dipendenti.
Terzo, è più che probabile che l’accordo interconfederale tra Cgil-Cisl-Uil e Confindustria del 28 giugno scorso, sebbene giuridicamente estraneo alla causa, abbia però influito non poco sulle decisioni finali del giudice. Infatti, non sembra un caso che quell’accordo sia stato portato in tribunale in extremis, cioè lo stesso sabato, proprio dai legali della Fiat a sostegno della propria posizione, anche se fino al giorno prima la stessa Fiat sparava a zero su quell’intesa, perché ritenuta insufficiente. Insomma, giuridicamente irrilevante, ma politicamente pesante…
In quarto luogo, eccoci al punto positivo: il giudice ha dato torto marcio alla Fiat sul punto dell’estromissione della Fiom dalla fabbrica di Pomigliano, in quanto non firmataria del contratto della newco (“dichiara antisindacale la condotta posta in essere”). E, pertanto, il tribunale “ordina a Fabbrica Italia Pomigliano S.p.A. di riconoscere, in favore di Fiom-Cgil, la disciplina giuridica come regolata dal Titolo Terzo (…), artt. da 19 a 27, della legge 20 maggio 1970, n. 300 (Statuto dei Lavoratori)”.
Per i non addetti ai lavori, ricordiamo che gli articoli in questione stabiliscono il diritto di costituire rappresentanze sindacali, indire assemblee, avere permessi sindacali e disporre del diritto di affissione e di un locale per le rappresentanze. Insomma, avere agibilità sindacale. Tuttavia, qui c’è anche un’apparente contraddizione nel dispositivo della sentenza, poiché il famoso articolo 19 della legge 300, così come modificato dal referendum del 1995, afferma che tutti questi diritti ci sono soltanto per le organizzazioni “firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva” e la Fiom, appunto, non è firmataria.
Orbene, in attesa delle motivazioni della sentenza, che chiariranno definitivamente questo aspetto, sottolineiamo però che allo stato soltanto alcuni esponenti di Cisl e Uil interpretano la sentenza in senso restrittivo, mentre non solo la Fiom, ma anche, ad esempio, il Prof. Maresca, nella sua lunga intervista su il Sole 24 Ore di ieri, ritiene che la firma non sia necessaria.
Insomma, per concludere questa lunga argomentazione, possiamo senz’altro affermare che la Fiom non esce con le ossa rotte da questa causa e che anzi ottiene un risultato importante in termini di agibilità sindacale.
Un risultato, peraltro, dal significato più generale in termini di difesa della democrazia sui luoghi di lavoro, perché ribadisce la vigenza del principio costituzionale che “l’organizzazione sindacale è libera” (art. 39) e che non è una variabile dipendente degli interessi del padrone e/o di qualche sindacato complice.
Poi, certo, Marchionne passa con le newco, la sostituzione del contratto nazionale o le deroghe ad esso vanno avanti come un treno ovunque, le Rsu e il libero voto degli operai non ci saranno più in Fiat, ma difficilmente si poteva pensare che un giudice solitario risolvesse una questione che è sociale e politica e che chiama in causa ben altre responsabilità. Ma una cosa Marchionne e suoi complici non sono riusciti a fare: fucilare la Fiom e mettere il bavaglio agli operai. E questo non è poco, perché consente ai metalmeccanici e a tutti e tutte noi di poter continuare la battaglia.
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il dispositivo della sentenza del Tribunale di Torino del 16 luglio 2011, relativa al ricorso Fiom contro il contratto Fiat Pomigliano

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di lucmu (del 25/08/2011, in Lavoro, linkato 1120 volte)
Il 6 settembre c’è lo sciopero generale contro la manovra economica bis del Governo. L’ha proclamato la Cgil due giorni fa e questa è una prima buona notizia. Ieri anche le organizzazioni sindacali di base Usb, Slaicobas, ORSA, Cib-Unicobas, Snater, SICobas e USI hanno proclamata lo sciopero generale, convergendo sulla data del 6 settembre. E questa è la seconda buona notizia, perché interrompe il sempre più incomprensibile rituale della moltiplicazione delle date, offrendo finalmente un unico momento, sebbene con piazze e piattaforme separate, dove far confluire l’indignazione e  l’opposizione sociale contro una manovra palesemente iniqua e oscenamente classista.
Ma, ahinoi, le buone notizie finiscono qui. E non ci riferiamo tanto e soltanto alle cose universalmente note, dal condizionamento internazionale fino alla complicità filogovernativa di Cisl e Uil, passando per la febbre da unità nazionale di buona parte dell’opposizione parlamentare, ma piuttosto all’altalenante politica della stessa Cgil.
Già, perché c’è da farsi venire il mal di mare di fronte ai repentini cambiamenti di linea da parte del gruppo dirigente della confederazione. Infatti, nel giro di poche settimane siamo passati da una Cgil versione union sacrée, che presenta al Governo un documento insieme a Cisl, Uil, Confindustria e banchieri, a una versione barricadera, che indice da sola lo sciopero generale, manda a quel paese Bonanni e fa arrabbiare Bersani. E come se non bastasse, uno dei punti qualificanti dello sciopero è la sacrosanta richiesta di eliminare l’articolo 8 del decreto-legge del 13 agosto scorso (vedi allegato), il quale generalizza e legittima i contratti aziendali in stile Marchionne, prevedendo persino la possibilità di derogare alle leggi, compreso lo Statuto dei Lavoratori, ma al contempo la segreteria della Cgil ribadisce la piena fedeltà all’accordo interconfederale del 28 giugno scorso, che di quell’articolo 8 è il padre legittimo.
Insomma, anche tenendo conto che il Ministro Sacconi e tutto il Governo giocano sporco e cercano in tutti i modi di creare zizzania nel campo avverso, non si può non concludere che la Cgil stia navigando a vista, senza una strategia chiara. E così, la Cgil continua a stare in mezzo al guado, continuamente tirata per la giacca di qua e di là, esattamente come ai tempi di Epifani. Eppure, ora è molto peggio e non soltanto perché quello stare in mezzo al guado logora e non può durare all’infinito, ma soprattutto perché la Segreteria Camusso era nata proprio per superare l’indefinitezza, per traghettare l’organizzazione verso il riavvicinamento con la Cisl e per regolare i conti con la Fiom. Cioè, detto altrimenti, per riposizionare la Cgil su una linea meno conflittuale e più accomodante, anche in vista di un eventuale cambio di governo.
Ebbene, quel riposizionamento finora non ha funzionato e, peggio, non è stato compreso da molta parte dell’organizzazione, ma in cambio ha prodotto parecchi danni. E allora, è lecita e persino doverosa la domanda se il 6 settembre si fa sul serio oppure se si cerca semplicemente di dare un colpo alla botte dopo averne dato uno al cerchio.
Da parte nostra, riteniamo che sia imprescindibile impegnarsi perché lo sciopero generale riesca il più possibile, che mobiliti i lavoratori e le lavoratrici e che coinvolga anche altri settori sociali. Lo pensiamo, anzitutto, perché quella manovra non cambierà con le chiacchiere, come vorrebbe far credere Bonanni, e l’autunno sarà ancora lungo. E, soprattutto, lo pensiamo perché non siamo di fronte a una questione congiunturale, bensì strutturale.
Loro non cercano soltanto di “mettere in ordine i conti”, bensì di riscrivere il modello sociale e politico in senso peggiorativo (per chi vive del proprio lavoro o neanche ce l’ha, si intende). Ecco perché, tanto per fare un esempio, troviamo nella manovra anche cose come la soppressione delle festività del 25 Aprile e del 1° Maggio, che non cambierà di una virgola lo stato del debito pubblico o dello sviluppo economico, ma che in cambio ha un’alta e deleteria valenza politica.
Insomma, questa sciopero generale va fatto, ma sul serio!
 
Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo integrale della manovra economica bis, cioè il decreto-legge n. 138 del 13 agosto 2011
 

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Arriva lo sciopero generale, convocato sia dalla Cgil, che da larga parte del sindacalismo di base. I tempi per prepararlo sono stati stretti, strettissimi, ma ahinoi chi comanda non sempre aspetta i tempi di chi si oppone. Anzi, non lo fa quasi mai e nel nostro caso la manovra bis, quella che cambia ogni due giorni, ma alla fine comunque il conto lo paga chi lavora (o chi lo cerca) e non chi ha provocato la crisi, era stata varata a metà agosto e il 6 settembre inizia il dibattito in Senato.
Insomma, in ogni caso, questo non è che l’inizio. Ma bisognava pure iniziare, o no? Importante, poi, è proseguire, ma sul serio, contro la manovra, ma anche oltre, per cacciare questo governo e le sue politiche. Per ridare la parola agli elettori, beninteso, e non certo per fare pateracchi, cioè governi di “unità” o “responsabilità” nazionale!
C’è anche già un altro appuntamento, o un’altra tappa del percorso, se preferite: il 15 ottobre prossimo ci sarà la giornata europea dell’indignazione lanciata dai movimenti spagnoli. Molte realtà italiane stanno lavorando per farla riuscire alla grande anche in Italia, magari a Roma. Noi siamo d’accordo con loro.
Comunque, tornando all’inizio, ecco gli appuntamenti milanesi per la sciopero generale, cioè i due cortei cittadini e l’iniziativa lanciata dalla Fiom e da diverse realtà cittadine per lunedì sera, alla quale vi proponiamo di partecipare:
 
Lunedì 5 settembre – dalle ore 20.30 – piazza Affari – “NOI NON GIOCHIAMO IN BORSA, FACCIAMO SUL SERIO PAGHI LA CRISI CHI L’HA PROVOCATA” (in fondo riproduciamo l’appello integrale con le firme).
 
Martedì 6 settembre – sciopero generale:
  • ore 9.00, P.ta Venezia, per il corteo convocata dalla Cgil;
  • ore 9.30, L.go Cairoli, per il corteo convocato da Usb, Slaicobas, ORSA, Cib-Unicobas, Snater, SICobas e USI
Ci vediamo in piazza!
Luciano Muhlbauer
 
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NOI NON GIOCHIAMO IN BORSA,
FACCIAMO SUL SERIO
PAGHI LA CRISI CHI L’HA PROVOCATA
 
LUNEDI’ 5 SETTEMBRE ORE 20.30
APPUNTAMENTO IN PIAZZA AFFARI
 
Non è il “tifone Irene”, non è un evento naturale.
La crisi ha madri e padri, che non siamo noi.
E’ il prodotto di un sistema, violento e ingiusto, retto dall’invisibile e potente “re mercato” che piega il mondo, ne definisce o annulla i confini, scrive e riscrive le regole cui tutto è subordinato: la vita, la terra e le sue risorse, le istituzioni, il sociale, la politica.
E’ il risultato del dominio dei pochi gestori della finanza su tutto e su tutti ed è insopportabile che proprio chi ha creato la crisi possa arbitrariamente decidere a chi farla pagare.
La ricetta è velenosa: guerra; negazione e cancellazione dei diritti; tagli allo stato sociale (dove c’è); aumento delle disuguaglianze ovunque; restringimento degli spazi di democrazia.
Nel nostro paese, la manovra che Governo e Confindustria cercano di far passare sta in questo schema globale.
È una manovra di classe che traduce (e peggiora) i diktat della Banca Centrale Europea e che interviene anzitutto sul mondo del lavoro distruggendo il contratto nazionale, regalando alle imprese persino la liberà di licenziare, che privatizza ciò che non può essere privatizzato, che penalizza chi non può più essere penalizzato.
Noi contestiamo questa manovra che distrugge i diritti del lavoro e sociali e abbiamo un obiettivo immediato: impedire che venga varata.
Ma poi non ci possiamo fermare. Dobbiamo fare in modo che lo sciopero generale del 6 settembre blocchi davvero il paese, che sia mobilitazione di tutte e di tutti.
Dobbiamo fare in modo che sia tappa non momento conclusivo di una lotta unificante che si deve estendere e connettersi con le mobilitazioni in atto e in programma negli altri paesi (dalla Spagna, all’Inghilterra, alla Grecia) per dire basta all’Europa dei banchieri, degli speculatori e dei “saldi di bilancio” da raggiungere sulla pelle dei giovani e dei lavoratori.
 
INVITIAMO LA MILANO CHE NON SI RASSEGNA A FAR SENTIRE LA PROPRIA VOCE
LUNEDI’ 5 SETTEMBRE, A PARTIRE DALLE 20.30 DAVANTI ALLA BORSA IN PIAZZA AFFARI.
 
FIOM MILANO
COMITATO OLTRE IL 16 OTTOBRE” ZONA 5
ZAM-ZONA AUTONOMA MILANO
POPOLO VIOLA MILANO – RETE GRUPPI LOCALI
MOVIMENTO SCUOLA PRECARIA MILANO
LABORATORIO DI PARTECIPAZIONE STUDENTESCA
FEDERAZIONE DELLA SINISTRA – PRC MILANO
SINISTRA CRITICA MILANO
LISTA CIVICA “UN’ALTRA PROVINCIA”
PDCI MILANO
ITALIA DEI VALORI MILANO
GIOVANI COMUNISTI MILANO
PROGETTO ALTEREGO MILANO
 
 
Ieri è stato firmato definitivamente l’accordo interconfederale del 28 giugno scorso. Ha firmato anche la Cgil, nonostante le bufere estive e l’articolo 8 della manovra finanziaria e senza aver realizzato nemmeno la famosa e tanto reclamizzata consultazione interna.
Secondo la Segreteria della Cgil, così facendo sarebbe stato sterilizzato il micidiale articolo 8 della manovra finanziaria. Fausto Durante, leader della minoranza interna della Fiom, parla addirittura di un “colpo mortale” per l’articolo 8. Prova di tutto questo, nonché giustificazione della mancata consultazione, sarebbe l’intesa applicativa, cioè le cinque righe e mezzo aggiunte in fondo al testo del 28 giugno. Eccole:
 
Confindustria, Cgil, Cisl e Uil concordano che le materie delle relazioni industriali e della contrattazione sono affidate all’autonoma determinazione delle parti. Conseguentemente, Confindustria, Cgil, Cisl e Uil si impegnano ad attenersi all’Accordo Interconfederale del 28 giugno, applicandone compiutamente le norme e far sì che le rispettive strutture, a tutti i livelli, si attengono a quanto concordato nel suddetto Accordo Interconfederale.
 
Ebbene, proviamo a fare una traduzione in italiano corrente di quanto scritto.
Primo, Confindustria e i tre sindacati confederali concordano che quanto previsto dall’articolo 8 sarà applicato soltanto nella misura in cui sarà condiviso dai firmatari e, sostanzialmente, nei limiti delle materie trattate dall’accordo stesso. Cioè, fintantoché reggerà l’accordo volontario tra i firmatari, non si procederà a derogare lo Statuto dei Lavoratori (legge 300/70) in materia di licenziamenti senza giusta causa.
Secondo (perché non bisogna leggere soltanto le prime righe, ma anche le ultime), fissare nero su bianco e in termini perentori che tutte le strutture, a tutti i livelli, delle rispettive associazioni sono tenute al rispetto di quanto scritto nell’accordo non è semplicemente una generica clausola di salvaguardia per impedire che qualcuno sia più realista del re, bensì un concretissima mazzata in testa alla Fiom e a chiunque dentro la Cgil, che sia struttura categoriale, territoriale o aziendale, dovesse pensare di non adeguarsi a quanto deciso dalla segreteria confederale. E questo vale anche per i contratti bidone firmati a Pomigliano e Mirafiori, che comunque erano già stati messi in sicurezza dall’articolo 8.
Insomma, a meno che non si pensi che il  compito prioritario della Cgil sia normalizzare la Fiom ed eliminare, più in generale, ogni forma di sindacalismo conflittuale e di rappresentanza autonoma dei lavoratori e delle lavoratrici, non si capisce proprio cosa ci sia da esultare e gioire.
Infatti, non solo l’articolo 8, peraltro inserito e mantenuto nella manovra con il beneplacito della Cisl di Bonanni (cosa che non va dimenticata), rimane pienamente vigente e, quindi, il contenimento della sua piena applicazione è per definizione di natura transitoria, volontaria e precaria, ma lo stesso contenuto dell’Accordo del 28 giugno introduce e legittima di per sé un regime strutturalmente derogatorio del contratto nazionale e di significativo ridimensionamento della democrazia sui luoghi di lavoro.
In altre parole, l’idea di sindacato di Bonanni esce vincente e rafforzata da questa partita e quanti e quante non intendono adeguarsi, dentro e fuori la Cgil, dovranno/dovremo fare delle serie riflessioni. Specie ora, con la crisi e le politiche anticrisi che martellano e con la conseguente necessità di un sindacato che faccia il suo mestiere, invece che occuparsi soltanto di salvaguardare le rendite di posizione dei propri apparati.
Sul piano politico generale, poi, la firma di ieri significa la ricostituzione, in chiave antiberlusconiana, del fronte “delle parti sociali” (vedi nostro articolo di inizio agosto), che era andato in crisi a ferragosto. Una buona notizia almeno questa? Sì e no. Cioè, è sicuramente positivo che ci siano delle prese di distanza da Berlusconi da parte di suoi “complici”, perché significa che forse la sua fine è più vicina, ma non è sicuramente positivo che il cemento politico e sociale dello schieramento alternativo sia la normalizzazione sociale e la convergenza sulle politiche della Bce. Insomma, qualche seria riflessione dovremo farla anche qui.
 
di Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo definitivo dell’Accordo interconfederale del 28 giugno, comprensivo dell’intesa applicativa aggiunta ieri:
 

Scarica Allegato
 
Stamattina gli agenti della Questura di Brindisi hanno proceduto all’arresto di Roberto “Bobo” Aprile, noto attivista sociale e fondatore del sindacato Cobas nella città pugliese, e di altre 17 persone, aderenti ad un locale comitato di disoccupati. Bobo e altri si trovano attualmente agli arresti domiciliari.
I capi di imputazione sono molto pesanti (violenza privata aggravata, arbitraria invasione e occupazione di aziende, sabotaggio e interruzione di servizio pubblico) e fanno pensare a tutto, tranne che al vero motivo dell’odierna operazione di polizia: cioè, aver occupato la sede dell’azienda che si occupa della raccolta dei rifiuti per conto del Comune, nel quadro di una lotta per il lavoro.
Non posso che esprimere stupore e preoccupazione di fronte a un’operazione, peraltro denominata “Escalation”, che porta alla privazione della libertà personale di disoccupati, colpevoli di essere stati protagonisti di un ciclo di lotte per il lavoro in un territorio, dove la disoccupazione la fa da padrona.
Non posso che sentire solidarietà nei confronti del sindacato Cobas, degli arrestati e di Bobo Aprile in particolare, la cui disinteressata generosità nell’impegno sociale e politico è stranota a chiunque lo abbia incrociato.
Non posso che condannare quella politica e quell’amministrazione della cosa pubblica che si autoassolve, dichiarandosi impotente di fronte a speculazione, chiusure di aziende e corruzione, salvo poi non avere scrupoli a trasformare il conflitto sociale e i suoi protagonisti in un problema di ordine pubblico.
E, infine, non posso che aggiungere la mia voce a quella di tanti e tante nel chiedere l’immediata liberazione di Bobo e degli altri e lo stop ad ogni iniziativa tesa ad affrontare con la repressione le sacrosante proteste e mobilitazioni per il lavoro.
 
di Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 20/10/2011, in Lavoro, linkato 3047 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale on line Paneacqua il 20 ottobre 2011
 
Riprendiamoci la piazza, a partire da domani 21 ottobre, in piazza del Popolo a Roma, insieme ai lavoratori e alle lavoratrici di Fincantieri e Gruppo Fiat e indotto. Non si tratta semplicemente di una dimostrazione generica di solidarietà con la Fiom, bensì di un concretissimo e consapevole atto di ribellione civile a quel tentativo del Governo di limitare la libertà di manifestare di tutti i cittadini, che significativamente non risparmia nemmeno chi lotta per il proprio posto di lavoro ed i più elementari diritti.
E sgomberiamo subito il campo da quei ragionamenti che in nome di un malinteso e, a volte, peloso “buon senso” sostengono che, visto quello che è successo il 15 ottobre, forse è meglio rinunciare alle piazze o starsene a casa per un po’. No, quei ragionamenti sono sbagliati alla radice, perché consegnano la patente della buona fede a chi predica e persegue delle strette autoritarie generalizzate e perché equivalgono a una resa preventiva all’austerity e allo sfascio sociale.
Ma perché un operaio della Fincantieri o dell’Irisbus dovrebbe ora rassegnarsi in silenzio alla perdita del proprio posto di lavoro? Perché un operaio della Fiat non dovrebbe più manifestare nelle vie delle città? O  perché le popolazioni della Val di Susa dovrebbero ora chiudersi in casa nella loro valle? Perché sabato scorso a Roma alcuni gruppi politici avevano deciso di sovradeterminare un’enorme manifestazione?
No, qui la questione è un’altra e nemmeno particolarmente originale. C’è un governo e un potere politico in difficoltà estrema, con un Parlamento ridotto a votare che gli indagati per mafia possono fare i Ministri e che Ruby è effettivamente la nipote di Mubarak, e una crisi che picchia duro su ampi settori popolari. Poter buttarla in caciara, invocare il “terrorismo urbano” e le leggi speciali, magari con la gentile collaborazione del Di Pietro di turno, e poi finire per restringere gli spazi legali di protesta e lotta sociale, è un’occasione da non perdere. E, infatti, fanno di tutto per non perderla.
Quello che sta succedendo alla Fiom è estremamente grave ed altamente significativo. Il Sindaco di Roma, l’ex fascista Alemanno, è tradizionalmente allergico ai cortei dei lavoratori. Già il 27 settembre scorso aveva chiesto al Questore di fermare con la forza il corteo degli operai della Fiat di Termini Imerese. E così, il Sindaco con la celtica ha colto la palla al balzo e vietato per un mese intero ogni corteo nel centro città, a partire da quello della Fiom di domani.
La Fiom, non volendo giustamente rinunciare ad un corteo, ha cercato allora la mediazione: facciamo un corteo fuori dal centro. Ma a questo punto è intervenuto direttamente il Ministero degli Interni, attraverso i suoi uffici territoriali, vietando alla Fiom qualsiasi corteo in qualsiasi punto della città. Chiaro? Non un’orda di lanzichenecchi stava per calare sulla capitale, bensì i lavoratori in sciopero del Gruppo Fiat e della Fincantieri (quest’ultima, peraltro, controllata da una società del Ministero dell’Economia e quindi dove dovrebbero andare a protestare se non a Roma?), per chiedere che non si chiudano gli stabilimenti e che si salvaguardi l’occupazione. Eppure, niet, nada, chi se ne frega e vietato tutto.
Insomma, da parte nostra, intesa come molteplicità di movimenti, dovremo sicuramente fare i conti con quanto avvenuto sabato scorso e in parte abbiamo già iniziato farli. Senza luoghi comuni e senza mistificazioni, ma nella chiarezza politica e nella consapevolezza che una cosa del genere non deve più succedere. E questo non perché ce lo chieda qualcuno, ma perché il problema è tutto nostro e perché tutto nostro è l’interesse riattivare il movimento e la partecipazione.
Ma con altrettanta chiarezza, trasparenza ed efficace va rifiutato da subito ogni tentativo di limitazione delle libertà democratiche e di manifestazione in nome dell’emergenza di turno. Per ora il Ministro Maroni ha annunciato delle misure, tra cui anche quella del pagamento di una cauzione preventiva in denaro, che equivale al divieto generalizzato di manifestare per la grande maggioranza, esclusi i milionari, i banchieri e i ministri.
Sta anche a noi, alla nostra capacità di rispondere, a mani nude, ma con fermezza e determinazione, quanto e che cosa delle misure annunciate si trasformerà effettivamente in norma della Stato.
Quindi, iniziamo a muoverci, a partire da domani, con la Fiom, nella più giusta delle battaglie, quella per i diritti e per il lavoro, per chiarire al Governo e ai suoi fiancheggiatori che non accetteremo mai che le libertà democratiche vengano messe agli arresti domiciliari.
 
 
Venerdì 4 novembre c’è lo sciopero di 8 ore dei metalmeccanici della Lombardia, proclamato dalla Fiom. A Milano ci sarà la manifestazione regionale, che partirà alle ore 9.30 da San Babila e terminerà poi davanti alla nuova sede di Regione Lombardia (angolo via Galvani e via Melchiorre Gioia, per chi non lo sapesse).
In corteo, insieme agli operai della Fiom, ci saranno anche alcune componenti studentesche, come Laps, Unione degli studenti ed altri, e lavoratori e lavoratrici di altre categorie. Il nostro invito, ovviamente, è quello di partecipare al corteo, se potete.
E non si tratta di un semplice invito di rito, poiché siamo convinti che la mobilitazione di domani sia molto importante e che abbia valenza generale.
In primo luogo, perché l’attuale situazione di crisi e le risposte anticrisi che vanno per la maggiore, quelle delle lettere e delle letterine, dove comunque a pagare il conto è sempre e comunque chi vive del proprio lavoro, fisso o precario che sia, necessitano terribilmente di un’altra voce, di un altro punto di vista. E quella voce e quel punto di vista li possono offrire soltanto gli operai, i precari, gli impiegati pubblici, gli insegnanti eccetera. Cioè, i lavoratori e le lavoratrici.
In secondo luogo, quello che è successo il 15 ottobre scorso non deve certo allontanarci dalle piazze e dalle mobilitazioni, in una sorta di autorepressione che finisce per essere più deleteria dei divieti e delle leggi speciali dei vari Alemanno, Di Pietro e Maroni. Anzi, a maggiore ragione dopo quanto avvenuto oggi a Roma, con le cariche di polizia contro gli studenti medi, colpevoli di voler semplicemente manifestare nella loro città, dobbiamo ribadire quelle libertà democratiche che fanno tanto paura ai predicatori dell’austerity.
Infine, sebbene lo sciopero regionale della Fiom faccia parte di un “pacchetto” nazionale di iniziative dei metalmeccanici per la riconquista del contratto nazionale, per i diritti sindacali e per l’abolizione del famigerato l’articolo 8, la mobilitazione di domani ha anche una forte dimensione regionale, legata alla Lombardia e alla politica fatta da chi governa Regione Lombardia da tempo ormai immemorabile, cioè da Cl e dalla Lega.
Ebbene sì, perché nella ricca Lombardia, che Formigoni spaccia nei talk show nazionali come terra felice del lavoro e del buon governo, la realtà e molto diversa. Non solo la crisi non accenna a frenare, specie nei settori manifatturieri, come ci ricordano anche gli ultimissimi esempi di una lunga lista, come la Jabil di Cassina de’ Pecchi o la Thales Alenia Space di Vimodrone, ma soprattutto non si è mai vista, da parte del governo regionale, una politica per l’occupazione e per il mantenimento sul territorio delle attività produttive.
No, da parte dei governanti lombardi, sia nella scorsa legislatura (per la quale rinviamo a quanto scritto su questo blog a suo tempo) che in quella attuale, ha sempre prevalso la politica dell’elargizione di ammortizzatori sociali per i lavoratori e di qualche finanziamento a pioggia per le imprese (salvo le imprese amiche di Cl, beninteso, trattate con ben altro riguardo…). Mai però c’è stata una politica che tentasse di contrastare le chiusure e le delocalizzazioni, mai c’è stato un intervento serio per favorire il mantenimento di attività industriali, anche di quelle tecnologicamente avanzate, sul territorio regionale. Mai, nemmeno in casi dove questo era possibilissimo, come in quello dell’Innse (ricordate?), che oggi lavora e produce grazie soltanto alla lotta degli operai.
E, come se non bastasse, all’immobilismo politico ed istituzionale di Regione Lombardia si sono pure aggiunte l’arroganza e la spocchia dei suoi rappresentanti. Diverse situazioni aziendali che domani saranno in piazza di recente avevano già fatto presidi davanti alla sede della Regione, in concomitanza con le sedute del Consiglio regionale del 18 e del 25 ottobre scorsi. Ebbene, la cosa che aveva colpito di più era il comportamento della grande maggioranza dei consiglieri regionali, che non solo non si erano degnati di parlare con gli operai che protestavano, ma che in qualche caso, come in quello del Trota e del suo accompagnatore (il consigliere leghista Frosio), avevano persino evocato l’intervento dei Carabinieri lì presenti…
E cosa dire dell’assessorato regionale all’industria e alle attività produttive? Nella scorsa legislatura, già in piena crisi economica ed occupazionale, questo delicato settore era stato affidato ad una persona palesemente incompetente, come Romano La Russa, mentre nell’attuale legislatura la delega è stata data alla Lega, cioè al vicepresidente regionale Andrea Gibelli. Certamente, Gibelli è più competente di La Russa, ma la musica non è cambiata. E così, i 300 lavoratori della Jabil che rischiano il licenziamento si sono sentiti dire dall’assessore-vicepresidente che la politica non può fare nulla se un’azienda decide di chiudere e licenziare…
 
A questo punto, pensiamo di aver detto e scritto a sufficienza per motivare il sostegno e la partecipazione alla mobilitazione di domani. Non ci rimane, dunque, che invitarvi a visitare il sito della Fiom Lombardia, per maggiori informazioni sulla piattaforma dello sciopero, e darvi/ci appuntamento per domani.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
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