Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
di lucmu (del 02/06/2006, in Lavoro, linkato 691 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 2 giugno 2006 (pag. Milano)
 
Il progetto di legge regionale sul mercato del lavoro, presentato dal centrodestra lombardo in applicazione della legge 30, si è impantanato. Per la seconda volta in pochi mesi, la sua discussione in Aula, considerata urgente dalla Giunta Formigoni, è stata rinviata. Insomma, se ne riparlerà in autunno.
La storia di questo provvedimento è eloquente. Una primissima versione era già stata deliberata dalla Giunta Formigoni nella scorsa legislatura, ma senza arrivare mai nemmeno nella competente commissione consiliare. Non se n’era saputo più nulla.
Poi, sul finire del 2005, animato da un’improvvisa fretta, il centrodestra ha presentato il progetto in commissione e calendarizzato una prima volta la sua discussione in Aula per il mese di marzo. È come se le incombenti elezioni politiche, con la probabile vittoria del centrosinistra, avessero funzionato da acceleratore.
E il perché di questa fretta, dopo tanto letargo, salta immediatamente agli occhi non appena si analizza il merito del provvedimento. Si tratta infatti di un’applicazione della legge 30 talmente estremistica che mesi fa addirittura Michele Tiraboschi, già collaboratore di Biagi, la definì una “autostrada per la precarietà”. Un progetto di legge che non soltanto elude qualsiasi politica concreta di contrasto all’imperante precarietà del lavoro, ma prevede altresì una liberalizzazione spinta del mercato dell’intermediazione di manodopera, con il conseguente forte ridimensionamento del ruolo svolto dalle Province, a tutto vantaggio di operatori privati che potranno godere di generosi finanziamenti pubblici. In altre parole, un tentativo di anticipare i tempi della discussione nazionale sui destini della legge 30, per imporre in Lombardia una visione affaristica del mercato del lavoro.
La Giunta Formigoni si è mossa con tale arroganza da non attuare nemmeno le canoniche consultazioni preventive con le parti sociali e gli attori istituzionali. Così, l’intenso ciclo di audizioni, organizzate dalla VII Commissione consiliare su pressione dei partiti dell’Unione, ha registrato uno straordinario coro di critiche, dalle organizzazioni sindacali a Confindustria, dall’Anci fino all’Unione delle Province lombarde.
Rifondazione Comunista chiede ancora una volta il ritiro del progetto di legge e la riapertura della discussione. Alla Lombardia non serve ulteriore libertà di precarizzare e di lucrare sulla pelle dei lavoratori. Serve, invece, una politica attiva di contrasto della precarietà e una riqualificazione del ruolo pubblico, mettendo a disposizione delle Province anche le necessarie risorse finanziarie.
 
di lucmu (del 01/06/2006, in Lavoro, linkato 611 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberamente di maggio-giugno 2006
 
Per una nuova scala mobile. Si chiama così la campagna nazionale a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare che chiede l’istituzione di un meccanismo di adeguamento automatico dei redditi da lavoro e delle pensioni all’inflazione reale. L’idea di lanciare dal basso una proposta di legge era venuta al Sincobas e aveva rapidamente raccolto il consenso delle altre organizzazioni sindacali di base e della Rete 28 aprile nella Cgil, nonché di diverse forze sociali e politiche, come Rifondazione Comunista, il PdCI e i Verdi. Anche il gruppo consiliare regionale lombardo del Prc ha aderito da subito alla campagna.
Di scala mobile non si parlava più da anni, anzi quando osavi discuterne in pubblico rimediavi al massimo qualche sorriso di sufficienza. Eppure, le notizie provenienti dai banchetti per la raccolta delle firme, iniziata a febbraio, raccontano di una buona e immediata adesione di lavoratori e lavoratrici. E allora forse conviene ricordare cos’è successo in questi anni che ci dividono da quello sciagurato fine di luglio di 14 anni fa.
Fu appunto alla vigilia della pausa agostana del 1992, quando Governo, Confindustria e Cgil-Cisl-Uil firmarono l’accordo interconfederale che abrogò definitivamente gli accordi sindacali e le norme di legge che regolavano la cosiddetta scala mobile, ratificando così la sconfitta politica subita dal movimento dei lavoratori nel referendum del ’85. Da allora in poi non ci sarebbe più stato alcun meccanismo automatico. Il nuovo sistema, tuttora in vigore, si basava invece sull’inflazione “programmata”, stabilita dal Governo, e sul recupero del divario in sede di contrattazione nazionale.
Il bilancio di quattordici anni di applicazione del nuovo modello è assolutamente disastroso. Mentre prezzi e tariffe sono liberi di aumentare senza vincoli sostanziali, l’inflazione “programmata” si colloca sistematicamente al di sotto di quella reale ed i rinnovi contrattuali, peraltro sempre più spesso in ritardo rispetto alla loro scadenza naturale, finiscono con il rincorrere il carovita senza mai raggiungerlo.
In altre parole, il modello post-scala mobile si è tradotto in una redistribuzione del reddito al rovescio, con il risultato che oggi milioni di lavoratori e pensionati sono impoveriti. Lo dicono le statistiche, ma ancor prima ce lo dice la realtà vissuta di tutti giorni, con le difficoltà di arrivare alla fine del mese oppure con il crescente indebitamento di numerose famiglie. Di fronte a questa realtà è certamente più comodo –e più ipocrita- addossare tutte le colpe all’euro, il quale in realtà ha funzionato da semplice acceleratore, piuttosto che mettere in discussione l’insano imperativo della moderazione salariale, ahinoi fatto proprio anche dai sindacati concertativi.
Tuttavia, oggi la situazione sta raggiungendo un livello di guardia e si impone la riapertura della discussione. E per favore non si dica che non è possibile, perché il problema dell’economia italiana sarebbe il costo del lavoro troppo alto. Si tratta di una leggenda che trova regolare smentita sul piano internazionale, come ricorda anche la recente ricerca della società multinazionale KPMG. Infatti, risulta che il costo del lavoro in Italia non solo è più basso rispetto agli Stati Uniti, ma anche rispetto a Francia, Germania e Regno Unito.
Infine, una forte iniziativa per rimettere al centro la questione salariale, insieme a quella della lotta alla precarietà e dell’abrogazione della legge 30, è imprescindibile proprio ora. Vi è una preoccupante propensione, da parte di diversi settori del sindacalismo confederale e della sinistra moderata, di interpretare la nuova situazione determinatasi con l’avvento del governo Prodi, alla sola luce del rilancio di un sistema concertativo, che lungi dal rappresentare la soluzione, costituisce invece una parte importante del problema. Se era rimasto qualche dubbio al riguardo, basti ricordare i troppi applausi ricevuti da Montezemolo, quando chiedeva continuità con le politiche liberiste e invocava la collaborazione sindacale.
Ci pare che la campagna Per una nuova scala mobile, che proseguirà fino a settembre, costituisca in questo senso una salutare novità e uno strumento utile per costruire dal basso la mobilitazione per conquistare delle politiche alternative, capaci di rispondere alle aspettative e alle condizioni reali di lavoratori e pensionati.
 
di lucmu (del 23/03/2006, in Lavoro, linkato 799 volte)
Il gruppo consiliare regionale lombardo di Rifondazione Comunista - fanno oggi sapere i consiglieri regionali Mario Agostinelli, Luciano Muhlbauer e Osvaldo Squassina - sostiene la campagna nazionale Per un nuova scala mobile.
La campagna, che vede impegnate in tutto il Paese forze sindacali, associative e politiche, tra cui il Prc, consiste nella raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare che ripristini la scala mobile.
“La progressiva erosione del potere d’acquisto di questi anni - spiegano i tre consiglieri - ha peggiorato in maniera significativa le condizioni di vita di milioni di lavoratori e lavoratrici e pensionati. Lo dicono le statistiche, ma ancor prima ce lo dice la realtà vissuta di tutti giorni, con le difficoltà di arrivare alla fine del mese oppure con il crescente indebitamento di numerose famiglie.
Nessuno nega più questo dato di fatto, ma pochi sono disposti a riflettere sulle cause di una vera e propria redistribuzione del reddito al rovescio. Eppure, la verità è molto semplice: prezzi e tariffe sono liberi di aumentare, mentre salari e stipendi sono ingabbiati dalle regole della ‘politica dei redditi’ del 1993, che aveva introdotto l’insano principio della ‘inflazione programmata’, sempre e comunque inferiore a quella reale”.
“Si tratta insomma – proseguono i consiglieri - di fare un bilancio della politica che aveva abolito e sostituito la scala mobile. E quel bilancio è francamente disastroso. Ecco perché vi è una necessità impellente di riaprire la discussione e l’iniziativa politica sull’introduzione di un nuovo meccanismo che adegui automaticamente salari, stipendi e pensioni all’inflazione reale.
E per favore non si dica che non è possibile perché il problema dell’economia italiana sarebbe il costo del lavoro troppo alto. Si tratta di una leggenda che trova regolare smentita sul piano internazionale, come ricorda anche la recentissima ricerca della società multinazionale KPMG sulla competitività dei paesi più industrializzati. Infatti, risulta che il costo del lavoro in Italia non solo è più basso rispetto agli Stati Uniti, ma anche più basso di tutti gli altri paesi europei”.
“Coloro che hanno deciso di ridurre i salari per rilanciare l’economia italiana - concludono Agostinelli, Muhlbauer e Squassina - hanno fallito. I lavoratori sono più poveri e le imprese perdono competitività sui mercati internazionali. Per tutte queste ragioni è importante che la campagna Per un nuova scala mobile registri una forte e convinta adesione.”
 
Comunicato stampa del Gruppo regionale del Prc
 
di lucmu (del 07/03/2006, in Lavoro, linkato 737 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su Liberazione del 2 marzo e su il Manifesto (pag. Milano) del 7 marzo 2006
 
La legge 30, impropriamente detta legge Biagi, è sbarcata in Regione Lombardia in piena campagna elettorale e nel momento di lancio dell’offensiva neocentrista del presidente-senatore Formigoni. Il progetto di legge applicativo del centrodestra lombardo ha iniziato il suo iter istituzionale due settimane fa e la sua approvazione in aula è programmata per il 21 marzo. Anche se quest’ultima data è ormai destinata a slittare al dopo elezioni politiche, stupisce il silenzio un po’ irreale che circonda l’intera operazione. La stampa non ne parla e dallo stesso mondo sindacale, se escludiamo forze come il SinCobas o la Fiom, non provengono finora segnali di mobilitazione.
Eppure, vi sarebbe l’urgente necessità di accendere i riflettori e far suonare un campanello d’allarme, considerato che si tratta non soltanto dell’applicazione di una delle peggiori leggi berlusconiane, bensì di una sua interpretazione iperliberista, in omaggio alla sussidiarietà secondo Formigoni. E il ruolo della legislazione regionale è tutt’altro che marginale, poiché ad essa è demandata la definizione del regime di accreditamento delle agenzie di somministrazione e intermediazione di manodopera.
Come si sa, il vecchio collocamento pubblico è stato abolito dalla legge 30 e dal decreto legislativo 276/03 e sono subentrati i centri per l’impiego gestiti dalla Province. Ora il centrodestra lombardo propone di fatto l’emarginazione di questo residuo ruolo pubblico, prevedendo un “sistema di servizi per l’impiego aperto alla partecipazione di operatori pubblici e privati”. Dunque, non vi saranno più funzioni svolte in esclusiva dai centri provinciali, ma questi ultimi, per poter operare, dovranno accreditarsi presso la Regione ed entrare nella rete “in concorrenza con i soggetti privati”. Ogni operatore accreditato, pubblico o privato che sia, potrà accedere a finanziamenti regionali, certificare lo stato di disoccupazione, gestire le liste di mobilità e le graduatorie dei disabili, fare intermediazione di manodopera e avviare la selezione presso le pubbliche amministrazioni. E, tanto per ribadire il concetto, è previsto un forte accentramento delle politiche del lavoro nelle mani del Pirellone, trasformando così le Province in semplici terminali della programmazione regionale. Possiamo infine aggiungere che il progetto contempla un uso estensivo di alcune forme contrattuali come il tirocinio e l’apprendistato e della Bottega-scuola.
Non è necessario avere il master in economia per capire che si tratta di un’operazione di devastazione di ogni ruolo pubblico e dell’avvio del grande affare del mercato delle braccia. Insomma, il caporalato elevato al rango di politiche del lavoro e il lavoratore ridotto a merce pura e semplice, come se si trattasse di una scatoletta di tonno. L’impatto sociale di un siffatto sistema sarebbe devastante in una regione in cui la precarietà del lavoro e della vita rappresenta ormai uno dei principali problemi. Già oggi, a Milano, oltre il 70% dei nuovi contratti di lavoro avviati sono di tipo precario.
Ecco perché questo assordante silenzio non ci convince. Anzi, lo leggiamo con viva preoccupazione, specie alla luce delle ripetute aperture al “riformismo” formigoniano da parte della Margherita e di settori dei DS lombardi, anche di questi ultimi giorni. Per quanto ci riguarda, come Rifondazione Comunista, abbiamo presentato un nostro progetto di legge, incentrato sul rilancio del ruolo pubblico e sul rafforzamento delle strutture delle Province, nonché su una politica regionale di contrasto attivo della precarizzazione. Ma soprattutto occorre rompere il silenzio e far uscire la discussione dal palazzo. Per questo crediamo sia giunto definitivamente il momento che le forze della sinistra sociale e politica e dei movimenti facciano sentire la loro voce. Per impedire che apra il supermercato della precarietà, magari sotto il segno di un altrettanto devastante neocentrismo lombardo.
 
 
Ancora una manifestazione degli operai dell’Alfa Romeo di Arese davanti al Pirellone. Dopo i presidi di Slai-Cobas e Cub delle ultime settimane, oggi è la volta di Fiom, Fim e Uil. E la richiesta è sempre la medesima, cioè che la Giunta regionale dia seguito agli accordi firmati un anno fa.
Formigoni aveva speso fiumi di parole e promesse sull’Alfa, per dire che lui aveva la soluzione in tasca e che la Regione si sarebbe attivata per la reindustrializzazione dell’area, con tanto di polo per la mobilità sostenibile, e per la ricollocazione degli operai. Era stato persino siglato un accordo che traduceva queste parole in impegni precisi.
Ma appunto, questo accadeva un anno fa ed eravamo alla vigilia delle elezioni regionali. Nel frattempo l’Alfa di Arese comincia ad assomigliare ogni giorno di più a una delle tante aree dismesse, senza che si veda anche solo l’ombra delle nuove attività produttive annunciate, mentre agli operai non rimane che la cassa integrazione e un futuro fosco. Infatti, Sviluppo Italia, che doveva acquisire l’area dell’Alfa secondo gli accordi, non l’ha ancora fatto, mentre l’ultima Finanziaria del governo Berlusconi ha ulteriormente decurtato i relativi fondi. Ora la Giunta regionale fa sapere che l’acquisizione dovrebbe avvenire entro il 15 marzo, mentre sul piano della ricollocazione dei lavoratori tutto rimane segnato dall’assenza di tempi e modi certi.
Dopo un anno di silenzi e in un quadro di incertezza continua, la Giunta Formigoni non ha nemmeno sentito il bisogno di convocare i soggetti firmatari dell’accordo, così come continua a negarsi alle commissioni 4° e 7° del Consiglio Regionale, che sin dal novembre scorso le chiedono di relazionare sullo stato dell’attuazione degli accordi firmati.
A questo punto è lecito domandarsi cosa si nasconda dietro questa reticenza e questi silenzi. Pertanto Rifondazione Comunista, oltre a ribadire la sua piena solidarietà agli operai dell’Alfa, chiede che il presidente Formigoni si presenti immediatamente nelle competenti commissioni del Consiglio Regionale, al fine di fornire tutte le informazioni del caso e chiarire quali iniziative concrete intende prendere per garantire un futuro occupazionale agli operai dell’Alfa.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 01/12/2005, in Lavoro, linkato 831 volte)
Un intervento urgente sui Ministeri del Lavoro e delle Attivita' produttive e sui commissari dell'amministrazione straordinaria per determinare il ritiro immediato dei licenziamenti decisi per il 31 dicembre 2005 e la prosecuzione della cassa integrazione straordinaria, peraltro possibile a costo zero per l'azienda.
E' questo l'impegno assunto dalle Commissioni IV e VII che hanno affrontato oggi in una seduta congiunta il caso della Postalmarket.
Il provvedimento  in questione riguarda 330 lavoratori la cui età media è di 45 anni, con l’80% di donne. Un provvedimento che i commissari hanno preso nonostante nel mese di giugno sia stato raggiunto un accordo sindacale, in cui erano state coinvolte la Provincia di Milano e la Regione Lombardia, la quale si era impegnata a finanziare con 350 mila Euro un progetto finalizzato alla ricollocazione del personale. Perché allora non viene  neanche concesso il tempo necessario alla realizzazione di questo progetto?
Le due commissioni consiliari si sono oggi impegnate a sollecitarne la conclusione entro il 2006, ad attivare la Regione nei confronti dei nuovi centri commerciali per il riassorbimento del personale formato e a risolvere il problema drammatico del sostegno economico alle lavoratrici e ai lavoratori della Postalmarket.
Il Gruppo del Prc sarà impegnato, al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori, affinché gli impegni assunti vengano effettivamente mantenuti".
 
Comunicato stampa di Osvaldo Squassina e Luciano Muhlbauer
 
Oggi i Consiglieri Regionali di Rifondazione Comunista, Mario Agostinelli, Luciano Muhlbauer e Osvaldo Squassina, hanno depositato un progetto di legge regionale sulle modalità di accesso alla previdenza integrativa, che prevede l’obbligatorietà dell’acquisizione del consenso del lavoratore per il trasferimento del Tfr ai fondi pensionistici complementari.
Il decreto legislativo che il Governo prepara per il trasferimento del Tfr ai fondi pensionistici integrativi, sulla base della legge 243/2004 non rappresenta soltanto un vero e proprio scippo ai danni dei lavoratori, ma contiene altresì il meccanismo truffaldino del silenzio-assenso. Ovvero, se il lavoratore non dichiara esplicitamente e di sua iniziativa di non voler trasferire il suo Tfr, rischia di svegliarsi una bella mattina e scoprire che la sua liquidazione non c’è più. Insomma, oltre il danno, anche la beffa.
Il pdl presentato oggi da Rifondazione in Consiglio Regionale della Lombardia prevede invece l’obbligatorietà della corretta informazione e l’acquisizione del consenso esplicito del lavoratore da parte delle imprese.
In pratica, senza assenso, niente trasferimento. Una norma elementare di trasparenza e democrazia, si direbbe, ma non sembra pensarla così il Governo, visto che cerca di sottrarre la liquidazione ai lavoratori, senza nemmeno l’obbligo del consenso.
L’articolo 117 della Costituzione, così come riformato, riconosce alle Regioni competenza concorrente in materia di previdenza complementare e integrativa. Di fronte all’inaccettabilità di quanto previsto dal Governo riteniamo quindi imprescindibile che la Regione intervenga con le proprie competenze, affinché venga tutelato adeguatamente il sacrosanto diritto di ogni lavoratore di poter decidere liberamente e senza raggiri sul destino del suo Tfr.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
qui puoi scaricare il testo del pdl
 

Scarica Allegato
 
Le crisi occupazionali sempre più numerose in Lombardia non sembrano proprio interessare la Giunta Formigoni. Quanto emerso oggi, durante l’audizione delle rappresentanze sindacali della Zucchi-Bassetti nelle commissioni consiliari IV e VII, è la goccia che fa traboccare il vaso.
Sono 742 i lavoratori della Zucchi-Bassetti, di cui 500 in Lombardia, che rischiano il posto. E licenziare il 70% degli operai significherebbe chiudere definitivamente ogni attività industriale. E’ passato quasi un mese da quando, il 17 ottobre scorso, i segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil ha chiesto al Presidente Formigoni e all’assessore Corsaro un incontro su questa vicenda. Risultato? A oggi, nemmeno lo straccio di una risposta e un’audizione praticamente disertata dai consiglieri di Forza Italia e di Alleanza Nazionale.
Questo atteggiamento fa il paio con quanto avviene sull’Alfa di Arese. Settimane fa, in seguito a un’altra audizione, quella volta con le organizzazioni sindacali dell’Alfa, i presidenti di commissione, rispettivamente di Forza Italia e Lega, accettarono la proposta delle opposizioni di convocare la Giunta Formigoni entro il 10 novembre. Risultato? E’ arrivato il 10 e nemmeno l’ombra della Giunta, mentre nei corridoi si mormora che “forse il 22 novembre”…
E’ ora di finirla. Il centrodestra lombardo deve assumersi finalmente le proprie responsabilità. La Giunta Formigoni venga in Commissione a spiegare cosa intende fare sull’Alfa e convochi subito un tavolo di confronto con i sindacati sulla Zucchi-Bassetti.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer, Mario Agostinelli e Osvaldo Squassina
 
 
di lucmu (del 21/10/2005, in Lavoro, linkato 1111 volte)
Oltre mille lavoratori e lavoratrici del gruppo Zucchi-Bassetti-Standartela, provenienti da tutta Italia, hanno oggi manifestato a Milano per il ritiro dei 742 licenziamenti, di cui 500 soltanto in Lombardia, e per chiedere un nuovo piano industriale.
L’atto unilaterale dell’azienda di scaricare sui lavoratori e sui territori, licenziando 742 dipendenti, gli errori del management è stato giustamente respinto dalle maestranze e dalle rappresentanze sindacali, che oggi chiedono un impegno diretto delle pubbliche amministrazioni per favorire la riapertura del tavolo di trattativa e il ritiro della procedura di mobilità. Un appello raccolto da molte istituzioni, presenti oggi in piazza, a partire dai Comuni toccati dai licenziamenti e dai piani di deindustrializzazione della Zucchi, alla Provincia di Milano, fino alla Regione Basilicata. Nemmeno l’ombra, invece, della Regione Lombardia.
E’ davvero triste constatare che l’assessore alle attività produttive della Regione Basilicata, che ha già sollecitato il Governo ad aprire un tavolo nazionale, non abbia avuto difficoltà ad affrontare un lungo viaggio pur di essere presente oggi a Milano, mentre nessun assessore regionale lombardo sembra aver trovato il tempo di fare qualche centinaio di metri per interessarsi ai 500 licenziamenti in Lombardia.
Difficile pensare a una semplice svista, poiché non è stata nemmeno data una risposta alla lettera inoltrata il 13 ottobre scorso al presidente Formigoni e all’assessore Corsaro, in cui i segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil avevano chiesto un incontro urgente per affrontare i licenziamenti della Zucchi.
Un silenzio e un’assenza  non soltanto stucchevoli, ma inaccettabili da ogni punto di vista. Rifondazione Comunista chiede che la Giunta Formigoni apra subito un tavolo con le organizzazioni sindacali, si coordini con gli altri enti locali e aggiunga la sua voce a quella della Regione Basilicata, per sollecitare l’intervento del Ministero.
Lunedì tutti i gruppi regionali dell’Unione depositeranno un’interpellanza urgente, affinché la Giunta regionale prenda subito iniziative atte a evitare i licenziamenti e riaprire il tavolo di trattativa.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
Il Consigliere regionale di Rifondazione Comunista, Luciano Muhlbauer, parteciperà al presidio indetto domani dai lavoratori del SinCobas alle ore 13.30, davanti alla sede della Hupac Spa di Via Dogana, a Busto Arsizio. I lavoratori protesteranno contro il licenziamento avvenuto il 25 luglio scorso dell’attivista sindacale Natalino Nicita.
Sulla questione Muhlbauer ha presentato un’interpellanza alla Giunta, firmataria di un Accordo di programma a beneficio della Hupac, sollecitando perciò anche un intervento di monitoraggio e la subordinazione degli impegni regionali al rispetto della normativa sulla sicurezza e dei diritti dei lavoratori.
“Alla presenza di molti esponenti istituzionali - afferma Muhlbauer - si inaugurerà domani in pompa magna il terminal Hupac di Busto Arsizio. Ma fuori ci saranno anche i lavoratori, a ricordare l’altra faccia della medaglia, quella che l’azienda cerca di nascondere con ogni mezzo.
Il sindacalista Nicita ha denunciato ripetutamente il mancato rispetto delle norme di sicurezza e l’aggravarsi delle condizioni di lavoro e infine ha proceduto a una azione di protesta eclatante. A tutta risposta, Hupac Spa lo ha licenziato in tronco. Si tratta di un licenziamento politico in piena regola.
Hupac Spa è beneficiaria di un Accordo di Programma con Regione Lombardia in relazione al potenziamento del terminal intermodale. E’ pertanto imprescindibile che l’amministrazione regionale intervenga immediatamente al fine di verificare le condizioni di lavoro e di sicurezza e che subordini qualsiasi suo impegno al rispetto della normativa in vigore.
Hupac Spa, proprio nel giorno dell’inaugurazione, farebbe bene a chiarire quanto avviene nell’azienda e a revocare il licenziamento politico nei confronti di Nicita.”
 
Comunicato stampa
 
 
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