Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
La lotta paga! Un tempo queste parole si sentivano spesso, non per una questione ideologica, ma perché l’esperienza concreta e la vita insegnavano che era così. Poi arrivarono le sconfitte, gli arretramenti e anche le rese. I tempi stavano cambiando. Oggi moltissimi lavoratori, precari, studenti e disoccupati non ci credono più a quelle parole, perché non le hanno vissute. Anzi, in molti luoghi è andata persino persa la memoria del fatto che i diritti non sono delle gentili concessioni, ma il frutto di dure lotte.
Anche per questo è importante far conoscere le esperienze concrete che invece ci ricordano che la lotta paga, anzi, che in ultima analisi la lotta, cioè il mettersi in gioco in prima persona, collettivamente, è l’unica maniera possibile per ottenere un risultato, per sé stessi e per gli altri.
Vi ricordate degli otto operai di un appalto Inps che circa un mese fa occuparono per due giorni gli uffici della Direzione regionale dell’Inps a Milano? Ebbene sì, hanno vinto la loro battaglia e hanno conquistato il loro reintegro nel posto del lavoro. Sono stati bravissimi, gli faccio i miei complimenti.
Eppure, un mese fa non era facile immaginarsi una vittoria. Il mondo degli appalti, delle cooperative che vanno e vengono, è un mondo bastardo, dove le leggi sul lavoro, come lo Statuto dei Lavoratori, sono sistematicamente e istituzionalmente eluse, cioè non valgono. E la cosa peggiore è che quel mondo è ormai dappertutto, è entrato persino in enti pubblici come l’Inps, che sarebbe poi l’ente che deve controllare la regolarità contributiva delle aziende…
Un mese fa, durante l’occupazione degli uffici, ero rimasto molto colpito dalla reazione del direttore regionale dell’Inps. Mi aspettavo altro da un dirigente pubblico, visto che aveva di fronte otto lavoratori che da tempo lavoravano nelle sedi Inps, facendo i facchini. Cioè, non contestava le loro ragioni, quando gli raccontavano che erano stati licenziati perché avevano denunciato delle irregolarità e perché si erano iscritti a un sindacato. No, semplicemente aveva risposto come avrebbe potuto rispondere un direttore qualsiasi di un centro commerciale qualsiasi: “va bene, ma io cosa c’entro?”, “non siete dipendenti dell’Inps, ma di un’altra azienda”. Già, è questa la “meraviglia” del sistema degli appalti e succede persino all’Inps (sic).
Ma gli otto lavoratori non avevano ceduto, avevano insistito. L’Inps ha dovuto fare qualcosa e anche Questura, Prefettura e Direzione territoriale del lavoro sono rimasti coinvolti. E alla fine, hanno vinto la battaglia.
Fa bene leggere le loro parole di gioia (vedi i comunicati riprodotti in calce), ma soprattutto è bene far conoscere questa storia. È una storia piccola, di otto lavoratori di un appalto di facchinaggio, ma è una storia estremamente preziosa, perché in realtà, parla di tutti noi.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
Il comunicato dei lavoratori e quello del sindacato ADL:
 
Noi 8 lavoratori del facchinaggio in appalto INPS REGIONE LOMBARDIA eravamo stati esclusi nel cambio appalto del 14 maggio 2013 dal nostro legittimo posto di lavoro, perché sindacalizzati e perciò scomodi in appalti gestiti senza nessuna correttezza, giustizia e criterio.
Oggi 18 giugno 2013, dopo una lotta molto dura, ABBIAMO RICONQUISTATO CON LA LOTTA IL NOSTRO LAVORO. E tutti e 8 siamo stati riassunti a tempo indeterminato e full time.
Ringraziamo i compagni e le compagne che ci sono state vicino in questa lotta e ci fa molto piacere citarli: Rosa Piro, Luciano Muhlbauer, Massimo Gatti, Angelo Pedrini, Luigia Pasi, Stella, il Ganazzoli, Vittorio, Nati, più altri devoti a San Precario, Matteo ed altri della F.A.I., Beppe, Cuz ed altri SoS Fornace, Matteo ed altri del Boccaccio ed il nostro funzionario sindacale Giuseppe Tampanella.
La nostra LOTTA è una lotta di tutti e tutte e ci auguriamo che la vittoria sia di stimolo per chi tentenna e subisce e per chi combatte a testa alta per i propri diritti e dignità.
Questa lotta a noi lavoratori ci ha insegnato che bisogna costruire un tavolo permanete di sostegno a tutti coloro che rivendicano i loro diritti, senza bisogno di bandiere ma con la consapevolezza che la forza è data dal metodo e dalla solidarietà.
Oggi festeggiamo ma da domani saremo a sostenere i compagni e le compagne della CRESPI per cui la ditta ha aperto le procedure di mobilità dopo anni di sperperi e cattiva gestione.
 
Paolo Denini, delegato sindacale ADL Milano e Provincia, e tutti i lavoratori
 
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Ieri 18.06.2013 presso la DTL (Direzione territoriale del lavoro) di Milano sono state firmate le conciliazioni per i facchini dell'appalto INPS Regione Lombardia: tutti reintegrati sul proprio posto di lavoro a tempo indeterminato. La lunga lotta portata avanti dai lavoratori organizzati con il sindacato ha pagato!
Iniziata a ottobre 2012 con la denuncia di illeciti retributivi e contributivi, oltre che la mancanza di genuinità e correttezza nella gestione dell'appalto facchinaggio interno all'INPS Lombardia, è stata portata avanti con determinazione anche quando con la scusa del cambio appalto gli stessi lavoratori si sono ritrovati licenziati e costretti ad occupare gli uffici del direttore generale INPS Giuliano Quattrone.
L'azione del 23/24 maggio #OccupyINPS che ha visto gli 8 lavoratori licenziati ingiustamente restare per due giorni negli uffici della direzione regionale Inps ed uscire solo dopo aver avuto certezza di una conclusione positiva della loro situazione, è stata la più importante. Non solo per la radicalità espressa dai facchini, ma in assoluto per la
rete dinamica di realtà sindacali, collettive e (non ultime) singole persone che hanno dato la propria solidarietà attiva alla lotta.
I lavoratori e il proprio sindacato ADL ringraziano tutti coloro che mettendosi a disposizione con le proprie forze, specificità, sincero spirito unitario, hanno dimostrato quali potenzialità ci sia in chi lotta al di fuori delle dinamiche di mera propaganda e dalle logiche di sterili comunicati di sostegno virtuale, contribuendo in modo decisivo all'esito della vertenza.
Grazie Compagn* uniti si vince! non perdiamoci di vista ;)
 
Beppe Tampanella ADL Milano e Provincia
 
 
Non merita sicuramente l’appellativo epocale, ma l’accordo sulla rappresentanza, firmato il 31 maggio scorso da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, certifica indubbiamente un cambiamento di fase. Cioè, si chiude il periodo delle divisioni tra la Cgil e Cisl-Uil e si apre una nuova fase all’insegna della ricostituzione del quadro unitario tra le tre confederazioni, del restringimento della sfera di autonomia di lavoratori, delegati e categorie e della compressione della conflittualità sociale.
Insomma, in sintonia con il clima di larghe intese politiche, si ripropone, o si tenta di riproporre, lo schema neocorporativo e concertativo degli anni ’90 del secolo scorso, ma con la significativa differenza che oggi i rapporti di forza sono immensamente peggiori e i margini di manovra vengono continuamente erosi dalle politiche d’austerità. In altre parole, a queste condizioni il massimo che si può concertare è la resa e non è nemmeno detto che sia onorevole.
Molto difficile pensare che i vertici di Cgil, Cisl e Uil non avessero piena coscienza di ciò e ne è dimostrazione il fatto che il terreno concreto dell’accordo fosse proprio la questione della rappresentanza e della democrazia, cioè del chi e del come decide. Peraltro anche un altro accordo “storico”, quello del 23 luglio 1993, conteneva un nucleo duro dedicato alla questione. Infatti, lo scempio antidemocratico del 33% dei delegati RSU assegnati d’ufficio a Cgil-Cisl-Uil, a prescindere dal voto dei lavoratori, fu introdotto proprio allora.
L’accordo del 31 maggio va dunque valutato per quello che è e per quello che produrrà, da un punto di vista politico e da un punto di vista sostanziale.
 
La subalternità al quadro politico
Sembra quasi un controsenso parlare di subalternità al quadro politico nel momento storico in cui i partiti attraversano una crisi di credibilità e di legittimità senza precedenti e la politica appare più che mai ininfluente, anzi irrilevante, rispetto agli interessi sociali ed economici dominanti. Eppure, è proprio così. Anzi, fa sempre impressione constatare il basso livello di autonomia degli organismi dirigenti confederali dai partiti e dai governi. Beninteso, non tutte le grandi scelte sindacali si spiegano così, ci mancherebbe altro, ma è praticamente impossibile fare la storia recente delle divisioni e delle ricomposizioni dei gruppi dirigenti confederali senza tenere conto dell’evoluzione del quadro politico.
Il decennio di conflitti tra la Cgil e la Cisl, con la Uil di solito schierata con la seconda, è iniziato grosso modo nel 2003, con le grandi mobilitazioni della Cgil in difesa dell’art. 18. Erano gli anni del secondo governo Berlusconi e della riforma liberista del mercato del lavoro, ma anche dei movimenti no global e contro la guerra. I DS erano stretti tra i movimenti, la critica della base e un Berlusconi saldamente in sella e avevano necessità di fare opposizione. Nessuno invitava la Cgil a fermarsi, mentre la Cisl, fedele alla sua impostazione corporativa e collaborazionista, iniziava a rafforzare i rapporti con il centrodestra. Bonanni e il Ministro Sacconi facevano praticamente squadra e alla fine del decennio al Ministero del Lavoro c’era il pieno di dirigenti e funzionari targati Cisl.
L’esperienza del governo Prodi (2006-2008) era stata troppo breve e precaria per poter modificare il quadro, anche se in quella fase la Cgil aveva ovviamente abbassato parecchio la conflittualità. Poi era tornato Berlusconi e quindi anche l’antiberlusconismo, compreso quello sindacale.
La svolta iniziava a prendere corpo lentamente, ma inesorabilmente, a partire dal primo governo delle larghe intese, che vedeva il Pd in maggioranza. Già ai tempi di Monti il tasso di conflittualità espresso dalla Cgil era scandalosamente basso. Per intenderci, basso non rispetto alle aspettative di qualche estremista, bensì rispetto a quello che succedeva nel resto d’Europa. Persino il sindacato democristiano belga era più combattivo! Da noi invece, neanche uno sciopero generale, nemmeno contro la scandalosa riforma delle pensioni, e la stessa manomissione dell’articolo 18 da parte della riforma Fornero passò in maniera piuttosto indolore. Infine, è arrivato il governo Letta e con esso anche l’accordo del 31 maggio.
Certo, non tutto si spiega con il quadro politico ed è anche vero che la segreteria Camusso, nata prima dei governi delle larghe intese, aveva sin dall’inizio la mission strategica della ricostruzione dell’unità confederale e del rientro nei ranghi dei riottosi, a partire dalla Fiom. Tuttavia, è lampante che il quadro politico e, in particolare, il posizionamento del Pd eserciti un condizionamento determinante sui gruppi dirigenti della Cgil e, in ultima analisi, inibisca la costruzione di una battaglia sociale contro le politiche d’austerità.
 
Una democrazia escludente
Ma arriviamo al merito dell’accordo del 31 maggio. A suo favore si è detto che finalmente, dopo il pubblico impiego, anche nel settore privato sia stata regolata la rappresentanza sindacale, cioè che in qualche maniera sia stato attuato l’articolo 39 della Costituzione. Già, ma qui sta anche il primo enorme problema, cioè il primo vulnus. Se i titolari dei diritti e delle libertà sindacali sono i lavoratori, tutti i lavoratori, come si fa a ritenere soddisfacente, da un punto di vista democratico e costituzionale, una soluzione che assegna la regolamentazione dell’esercizio di tali diritti e libertà non a una legge, bensì a un accordo tra Confindustria e alcune organizzazioni sindacali, sebbene maggioritarie?
Non a caso, infatti, diversi giuslavoristi, come ad esempio Piergiovanni Alleva (vedi il Manifesto del 2 giugno scorso), pur valutando positivamente l’accordo, ritengono che un intervento legislativo sia tuttora necessario. Peccato però che a questo punto, con l’accordo del 31 maggio vigente, la speranza di vedere prima o poi una legge sia nel migliore dei casi una pia illusione.
Il fatto che siano delle parti in causa a scrivere le regole del gioco produce di per sé una distorsione e se, poi, questo avviene in un quadro segnato dalla recessione e dalla prospettiva di firmare contratti a ribasso per i lavoratori, allora eccoci di fronte alla realtà di una democrazia sotto tutela ed escludente, dominata anzitutto dalla preoccupazione di non perdere il controllo. E così, si realizza l’apparente paradosso di una situazione dove i contratti nazionali continuano a perdere forza e importanza rispetto ai contratti aziendali, ma contestualmente le organizzazioni sindacali tendono ad accentuare il controllo centrale e burocratico, riducendo l’autonomia e la forza dei livelli aziendali, Rsu e lavoratori, e delle categorie.
L’accordo del 31 maggio disegna un sistema escludente e autoreferenziale. Anzitutto esclude a monte tutte le organizzazioni sindacali diverse da Cgil, Cisl e Uil o che comunque, in un secondo momento, non accetteranno la linea dettata dalle tre confederazioni. Cioè, se non condividi l’accordo del 31 maggio, sei fuori.
Vi è poi la cosiddetta “soglia anti-Cobas”, per dirla con le parole di Alberto Orioli, vicedirettore del Sole 24 Ore. Il sistema prevede la misurazione della rappresentatività facendo una media tra la percentuale degli iscritti al sindacato e la percentuale di voti ottenuti nelle elezioni RSU, su base nazionale e per comparto contrattuale. Se superi il 5% allora puoi sederti al tavolo delle trattativa per il contratto nazionale, altrimenti sei fuori.
In linea di massima è lo stesso sistema già vigente nel Pubblico Impiego, ma con qualche significativa differenza. Anzitutto, nel privato il datore di lavoro non ha alcun obbligo di fare la trattenuta della quota sindacale in busta paga per un lavoratore iscritto a un sindacato non firmatario di contratti nazionali, come di solito sono i sindacati di base. E quindi, la certificazione del numero degli iscritti da parte dell’Inps, così come previsto dall’accordo del 31 maggio, semplicemente non è possibile in molti casi. In secondo luogo, al fine del calcolo della percentuale di voti ottenuti alle elezioni RSU non valgono tutti i voti dei lavoratori, ma “esclusivamente i voti assoluti espressi per ogni Organizzazione Sindacale aderente alle Confederazioni firmatarie della presente intesa”.
In conclusione, il sistema non soltanto riproduce nel privato l’esclusione de facto dei sindacati conflittuali e di base, che spesso sono molto radicati e rappresentativi in alcuni luoghi ma che difficilmente raggiungono il 5% su scala nazionale, ma è persino peggiorativo. In questo senso, lascia aperto moltissime preoccupazioni per quello che potrà succedere a livello aziendale, in tema di diritti e libertà sindacali, man mano che gli effetti dell’accordo ricadranno sui livelli inferiori.
 
Delegati sotto tutela
Sarebbe tuttavia un grande errore pensare che l’accordo prenda di mira soltanto le organizzazioni sindacali di base, che negli ultimi due decenni hanno dimostrato di poter organizzare o sostenere lotte straordinarie (la vertenza dell’ospedale San Raffaele di Milano è l’ultimo caso in ordine di tempo), ma che complessivamente non sono riusciti a raggiungere l’obiettivo di fondo, cioè la rottura del monopolio di Cgil-Cisl-Uil e il rinnovamento democratico e conflittuale del movimento sindacale italiano. Insomma, che sono rimasti troppo spesso ostaggio dei propri limiti e delle proprie divisioni.
No, l’accordo del 31 maggio si preoccupa anzitutto e soprattutto di disciplinare e mettere sotto controllo le realtà aziendali e categoriali che eventualmente non dovessero attenersi alle indicazioni del centro. E non importa che siano Cobas, delegati della Cgil o della Cisl, gruppi autorganizzati di lavoratori eccetera, importa evitare che si possano organizzare focolai di resistenza e di conflitto, laddove il centro ha invece deciso che deve regnare la calma.
Lo so, a qualcuno questo giudizio può sembrare eccessivo e a sostegno della sua critica potrebbe citare il fatto che l’accordo del 31 maggio abolisce la vergogna del 33% garantito a Cgil, Cisl e Uil e prevede l’elezione con voto proporzionale dei delegati RSU. Verissimo, l’abolizione del 33% è una cosa buona e, aggiungerei, anche sacrosanta dopo 20 anni (sic), ma in fondo il 33% ha perso anche la sua utilità in presenza di un sistema di per sé escludente.
Che non ci sia, da parte delle segreterie di Cgil, Cisl e Uil, una grande voglia di rendere protagonisti i lavoratori e i delegati è poi dimostrato da altre due clausole contenute nell’accordo. La prima prevede che laddove non siano già costituite delle RSU elette, “il passaggio alle elezioni delle RSU potrà avvenire solo se definito unitariamente dalle Federazioni aderenti alle Confederazioni firmatarie il presente accordo”. La seconda, che rappresenta un’autentica new entry, stabilisce una sorta di mandato imperativo per i delegati RSU. Cioè, “il cambiamento di appartenenza sindacale da parte di un componente la RSU ne determina la decadenza dalla carica”. Certo, si tratta della solita norma anti-Cobas, ma non solo, perché funzionerebbe egregiamente anche per un delegato eventualmente espulso dall’organizzazione, tanto per fare un esempio. In altre parole, una spada di Damocle e un monito perenne, per non dimenticare mai che alla fin della fiera devi rispondere all’organizzazione sindacale e non certo ai lavoratori che ti hanno eletto.
 
Il referendum che non c’è più
Chi decide sui contratti? Una domanda sempre decisiva, come è giusto che sia, poiché i contratti nazionali, una volta firmati, anche se soltanto da una parte minoritaria del sindacato, hanno efficacia erga omnes. Cioè, valgono per tutti i lavoratori e le lavoratrici del comparto contrattuale.
È quindi una questione di democrazia e di autonomia del sindacato dal padrone, perché la logica dei contratti separati consegna alla parte padronale la libertà di scegliersi il sindacato più accomodante e il contratto più corrispondente ai propri interessi o capricci.
Bene dunque che si abbia voluto porre fine alla pratica dei contratti separati, tanto cara al sindacalismo collaborazionista della Cisl di Bonanni. È stato quindi introdotto il principio che i contratti nazionali sono validi soltanto se firmati da organizzazioni sindacali che abbiano nel loro insieme un livello di rappresentatività di almeno il 50%+1 e se validati dai lavoratori. Ma qui iniziano i problemi, perché la parte decisiva (decisiva almeno per chi scrive), cioè la validazione da parte dei lavoratori, è di un’ambiguità disarmante e, soprattutto, è sparito del tutto il referendum.
L’accordo del 31 maggio parla, infatti, di “consultazione certificata delle lavoratrici e dei lavoratori”, “le cui modalità saranno stabilite dalle categorie per ogni singolo contratto”. Insomma, un po’ pochino, mi pare. Non solo è sparito il referendum, ma le modalità sono incerte e demandate alle categorie. E alla fine, come dice Alleva, “qualcuno potrebbe essere tentato di mettere su semplici assemblee senza un voto realmente certificato”.
 
Il mantra dell’esigibilità e il conflitto sanzionabile
Una parola sconosciuta ai più, compresi molti attivisti sindacali: esigibilità. Eppure, è una parola che oggi sembra un mantra e che dobbiamo imparare. Vuol dire che i contratti, cioè quanto scritto e previsto dal contratto, debba trovare effettiva applicazione e che le parti che firmano il contratto sono in questo senso vincolati. Ovviamente, perché l’esigibilità possa funzionare, occorre prevedere anche delle sanzioni per chi è inadempiente.
A questo punto tutti quanti avranno capito perché fino a poco tempo fa il tema dell’esigibilità non faceva parte del dibattito pubblico. A dir la verità, qualche sindacalista nel passato ne aveva parlato, ma i padroni non avevano mai accettato un regime sanzionatorio e così, dopo aver conquistato il contratto, dovevi conquistare anche l’applicazione del contratto. Oggi le cose sono cambiate, con i contratti non arriva più maggior salario e maggiori diritti, ma i contratti portano generalmente sacrifici, meno diritti e salario e più orario. E con le cose sono cambiate anche le opinioni dei padroni: ora vogliono l’esigibilità e le sanzioni, da applicarsi a sindacalisti e lavoratori disobbedienti.
Aveva iniziato Marchionne, che anche in questo caso ha fatto da apripista. Il contratto di Pomigliano prevede sanzioni anche contro i lavoratori e non solo contro i delegati e le organizzazioni sindacali. Ovviamente, aggiungerei, perché puoi buttare fuori dalla fabbrica la Fiom e i Cobas, ma non è detto che poi qualche operaio, magari neanche tesserato, non possa disobbedire ai sindacati complici.
Comunque, la storia di sanzionare il lavoratore se sciopera o protesta dev’essere sembrata un po’ eccessiva a tutti nel mondo sindacale e così, l’accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria del 28 giugno 2011 aveva accolto il principio dell’esigibilità, ma escluso che le sanzioni potessero essere applicate ai “singoli lavoratori”.
L’accordo del 31 maggio, che si richiama a quello del 28 giugno 2011, ritorna sull’argomento dell’esigibilità e formalizza la sua applicazione, ma curiosamente (o forse no) si dimentica di riaffermare l’esclusione dalle sanzioni dei singoli lavoratori.
D’ora in poi, vi sarà “la piena esigibilità per tutte le organizzazioni aderenti alle parti firmatarie della presente intesa” e l’impegno “a non promuovere iniziative di contrasto agli accordi”. Anche in questo caso, la definizione delle “clausole e/o procedure di raffreddamento” , cioè del regime sanzionatorio, è demandata alla contrattazione di categoria, ma sin d’ora si chiarisce che “le parti firmatarie della presente intesa si impegnano … affinché le rispettive strutture ad esse aderenti e le rispettive articolazioni a livello territoriale e aziendale si attengano a quanto concordato”. Insomma, messaggio chiaro e, a questo punto, non poteva essere diversamente.
 
La questione Fiom
Già, la Fiom. Al sindacato metalmeccanico e, in particolare, al suo segretario, Maurizio Landini, è piovuto addosso di tutto in termini di accuse, compresa quella terribile di “tradimento”. Infatti, all’indomani della firma dell’accordo del 31 maggio, Landini aveva espresso un giudizio positivo e questo, inutile e sbagliato negarlo, ha prodotto non poco disorientamento tra quanti e quante in questi anni avevano condiviso battaglie, lotte, difficoltà, gioie e speranze con i metalmeccanici della Fiom.
Capisco l’asprezza dei toni e conosco le leggi della competizione sindacale e politica, ma non condivido per nulla l’introduzione della categoria del tradimento in questo dibattito. E non per una questione di bon ton, ma per il semplice motivo che credo che questa categoria non spieghi assolutamente nulla e non sia utile per guardare avanti. Anzi quella categoria ha qualcosa di troppo rassicurante, permette di individuare facilmente i buoni e i cattivi e, soprattutto, consegna l’illusione che tutto si riduca a una semplice questione di posizionamento nel dibattito. Invece, purtroppo, le cose sono meno semplici.
Non mi sono piaciuti gli applausi acritici della Fiom e penso che il via libera all’accordo, di cui le dichiarazione pubbliche fanno parte, sia il prezzo che i metalmeccanici hanno dovuto pagare alla maggioranza Cgil, per tenersi aperti alcuni spazi nella categoria. Infatti, se leggiamo l’accordo dal punto di vista della Fiom, inteso come sindacato di categoria, anche la serie di rinvii alla contrattazione di categoria assume una valenza diversa, poiché facendo leva sui rapporti di forza tra i metalmeccanici, la Fiom può pensare legittimamente di avere ora qualche carta in più da giocare.
Ma se quanto detto ha un senso, allora dobbiamo aggiungere subito un’altra considerazione. Cioè, la Fiom ha fatto una scelta tattica che è frutto di una debolezza, di una difficoltà, di un arretramento. Beninteso, non sto parlando di arretramenti politico-ideologici-eccetera di qualche dirigente, bensì di rapporti di forza sociali e politici con i quali la Fiom, come tutti noi, si trova a fare i conti.
La Fiom ha combattuto in questi anni una battaglia controcorrente in una situazione sociale difficilissima. Tra gli iscritti dilagava la cassaintegrazione e le fabbriche chiudevano, non doveva sostenere soltanto il conflitto con Federmeccanica e Marchionne, ma anche con Fim e Uilm, mentre la stessa Cgil si è mostrata vieppiù ostile alla linea Fiom. In un certo senso è quasi un miracolo che la Fiom stia ancora in piedi.
C’era un'unica maniera per reggere questa situazione e conquistare una prospettiva: allargare il campo, generalizzare la lotta e il discorso. Penso che sia ciò che la Fiom ha effettivamente tentato di fare in questi anni, conquistandosi un ruolo, un’autorevolezza e un’interlocuzione ben oltre la categoria e il mero terreno sindacale. Ma alla fine non si è determinato un movimento generale in crescita e anche le tante attenzioni ricevute dalla politica non si sono mai tradotte in qualcosa di sostanziale. Forse l’immagine più chiara della situazione l’ha fornita la manifestazione nazionale del 18 maggio scorso: nonostante la difficile situazione, ancora una volta gli operai della Fiom hanno riempito la piazza, ma erano soli, attorno alla Fiom c’era poco o nulla, in termini sindacali e di movimento, e le numerose delegazioni politiche presenti hanno fatto soltanto passerella. Insomma, il 19 maggio era uguale al 17 maggio, cioè non era cambiato nulla da nessuna parte.
Questo credo sia il dato di realtà da cui partire. Certo, forse la Fiom poteva fare meglio in questi anni, forse c’erano alcune scelte da non fare e altre che invece andavano fatte. Forse anche altri avrebbero potuto fare meglio, di più o diversamente, invece di chiedere alla Fiom di fare, magari anche al posto loro. Tutto questo è importante, ma forse non decisivo, perché c’è una situazione più generale e alla lunga nessuno può reggere in solitudine lo scontro. Questo è l’insegnamento di fondo e su questo, forse, dovremmo ragionare.
 
Ebbene, se avete avuto la pazienza di leggere fino a qui, allora avrete capito che penso che questo accordo sia altamente negativo e che renderà più difficile la vita dei lavoratori e degli attivisti sindacali che vogliono continuare a battersi per un salario dignitoso, i diritti e per una fuoriuscita dall’austerità. E ancora più difficile sarà la lotta per quei lavoratori, sempre di più, che sono esclusi strutturalmente da accordi del genere, perché precari, perché impiegati da cooperative che lavorano in appalto eccetera e pertanto privi dei più elementari diritti sindacali, come accade per esempio ai lavoratori della logistica. Tuttavia, il fatto che dall’alto continuino a piovere restringimenti di diritti e libertà, sui luoghi di lavoro e nella società, significa anche che non sono poi così tranquilli e sereni, che anzi sono inquieti al solo pensiero che ci possa essere una lotta, un’insubordinazione, un conflitto. Ricordiamocelo.
 
Luciano Muhlbauer
 
aggiornamento: il 6 giugno l’accordo è stato sottoscritto anche dalla confederazione sindacale di destra UGL
 
in allegato il testo dell’accordo del 31 maggio 2013
 

Scarica Allegato
 
Massima solidarietà con i lavoratori che stamattina hanno occupato la sede della direzione regionale lombarda dell’Inps, in via Gonzaga a Milano. E un pressante e urgente invito alla direzione dell’Inps di intervenire, al fine di tutelare il diritto al lavoro di questi operai, licenziati da una ditta appaltatrice dell’Inps perché avevano denunciato irregolarità e si erano organizzati sindacalmente.
Incredibile, ma vero. La piaga di quel sistema di appalti, subappalti e cooperative, sempre più diffuso sia nel settore privato che in quello pubblico, che riproduce un regime da fine ‘800 e che aggira allegramente e quotidianamente la sostanza della legislazione sul lavoro, si è fatto largo persino nell’Inps. Cioè, in quel ente pubblico finanziato dai contributi dei lavoratori ed esso stesso impegnato in un dura battaglia contro l’evasione contributiva.
Nella fattispecie stiamo parlando dei servizi di facchinaggio dell’Inps, esternalizzati e affidati mediante appalti al massimo ribasso. E come sempre accade in questi casi, domina il gioco dei subappalti e delle scatole cinesi, dove alla fine la trasparenza si trasforma in una chimera e i lavoratori vengono trattati peggio degli scatoloni che dovrebbero movimentare.
I lavoratori che oggi hanno occupato la direzione lombarda dell’Inps hanno pagato con la perdita del proprio posto di lavoro il semplice fatto di aver denunciato delle irregolarità e di essersi iscritto a un sindacato. Cioè, di aver esercitato i loro diritti e di non aver accettato il silenzio.
Quel sistema degli appalti e subappalti è una vera e proprio calamità per il mondo del lavoro italiano e il fatto che certe cose possano accadere addirittura all’Inps la dice lunga sul grado di degenerazione raggiunto. Occorre porvi fine e, soprattutto, occorre porre fine allo scaricabarile, per cui chi affida l’appalto non deve rispondere del comportamento dell’appaltatore e l’appaltatore non risponde del comportamento del subappaltatore.
Oggi l’Inps ha il dovere di intervenire direttamente, anzitutto per garantire il lavoro agli operai licenziati, ma anche per fare pulizia nei suoi appalti. Anche perché, se non lo fa l’Inps, chi altri dovrebbe farlo?
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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Il testo del comunicato dei lavoratori dell’appalto Inps che stamattina hanno occupato:
 
#OccupyINPS
LICENZIATI DALL’APPALTO DI FACCHINAGGIO INPS OCCUPANO SEDE INPS LOMBARDIA
L’INFINITA E “SPORCA” CATENA DEI SUBAPPALTI IN “CASA” DI CHI AVREBBE IL COMPITO DI VIGILARE CONTRO LE IRREGOLARITA’
 
Questa mattina attorno alle 9:30 una decina di lavoratori licenziati dall’appalto logistica e facchinaggio INPS ha occupato la direzione regionale dell’INPS (a Milano in via Maurizio Gonzaga 6) per denunciare l’insostenibile situazione in cui si trovano, risultato di una lunga storia di sfruttamento e irregolarità perpetuate proprio sotto gli occhi dell’ente preposto al controllo.
Da tempo infatti INPS Lombardia ha esternalizzato i servizi di pulizia e facchinaggio attraverso un appalto pubblico al massimo ribasso.
Così è partita la catena dei subappalti, caratterizzata da gravi irregolarità, che ha visto susseguirsi: Siram e Consorzio Stabile Miles, poi Generale Servizi Srl e Irbis Società Cooperativa, infine Romeo Gestioni e, nuovamente, Generale Servizi Srl (che, insieme a Irbis, la stessa INPS cinque mesi fa aveva escluso dall’esecuzione dell’appalto proprio per le irregolarità nella sua gestione denunciate dai lavoratori).
Ora Generale Servizi si rifiuta di riaffidare le mansioni a quei lavoratori che avevano denunciato le irregolarità e ne ha contattato alcuni intimando loro di firmare nuove lettere di assunzione con condizioni ulteriormente peggiorative rispetto alle precedenti, pena l’esclusione perpetua dal rapporto di lavoro.
In questo “gioco” al massacro, INPS Lombardia si è progressivamente sottratta al confronto con i lavoratori e le rappresentanze sindacali, lavandosene le mani e ignorando bellamente le gravissime irregolarità, a tutti i livelli.
I lavoratori hanno occupato gli uffici della direzione regionale INPS Lombardia, da cui dipende direttamente l’appalto di logistica e facchinaggio, perché vogliono sia riconosciuto il loro diritto al lavoro e perché siano interrotti questi atroci meccanismi di sfruttamento, mercificazione e ricatto perpetrati sotto gli occhi di un soggetto come l’INPS, ente finanziato direttamente dai contributi dei lavoratori, che proprio su tali temi dovrebbe essere oltremodo vigile e attento.
 
I lavoratori dell’appalto logistica e facchinaggio INPS Lombardia
 
Milano, 23 maggio 2013
 
 
Doveva succedere prima o poi, era nell’aria e nell’andazzo delle cose, ma ora che è accaduto davvero fa effetto lo stesso. Anzi, la notizia, cioè il fattaccio, avrebbe meritato la prima pagina, per quello che rappresenta adesso e, soprattutto, per quello che implica per il futuro, ma “La Repubblica”, l’unico quotidiano che oggi ne parla, l’ha relegata a pagina 36. E così, soltanto pochi avranno saputo che in un’azienda in provincia di Venezia, la fonderia Pometon di Maerne, è stato siglato un contratto separato di nuovo tipo, che prevede il versamento di una sorta di pizzo alla Fim-Cisl, pena la riduzione del salario alla mera paga base prevista dal contratto nazionale.
Beninteso, non stiamo parlando di economia sommersa o di caporalato nella raccolta di pomodori, bensì di industria, di metalmeccanici e di un contratto aziendale firmato alla luce del sole il 14 marzo scorso.
Ma vediamo come sono andate le cose. Un anno fa la proprietà della Pometon ha deciso di fare piazza pulita di tutta la contrattazione aziendale e ha dunque disdetto unilateralmente tutti i contratti integrativi esistenti e vigenti. Dopodiché ha chiesto ai sindacati presenti in azienda, fondamentalmente Fiom e Fim, di discutere un nuovo contratto integrativo, senza tener conto del passato e sulla base della piattaforma padronale. La Fiom ha detto di no, la Fim ha detto di sì e il risultato è stato l’ennesimo accordo separato, firmato dalla sola Fim-Cisl, che prevede ovviamente meno salario e più orario, con l’aggiunta del solito e odioso trattamento differenziato, in peggio, per i nuovi assunti.
Fin qui nulla di nuovo, direte voi, da Pomigliano in poi queste cose succedono abitualmente. Giusto, ahinoi, ma questa volta hanno osato fare più, poiché non si sono accontentati di firmare un contratto separato a nome di tutti o di togliere i diritti sindacali a chi non era d’accordo. No, questa volta hanno inserito una clausola che dice che il contratto vale soltanto per i lavoratori che hanno in tasca la tessera della Cisl o che, in alternativa, aderiscono individualmente al contratto separato, mediante il versamento di un “contributo sindacale straordinario” di circa 200 euro. Per il disturbo e la fatica della contrattazione da parte della Cisl…
E gli altri, gli iscritti Fiom, quelli che non volessero prendere la tessera della Cisl o pagare 200 euro? Ebbene, faranno una brutta fine, rimanendo senza contratto integrativo, visto che quelli precedenti sono stati azzerati in blocco, e avranno la sola paga base prevista dal contratto nazionale. In altre parole, subiranno un taglio secco della retribuzione nell’ordine delle centinaia di euro al mese!
Per ora la Cisl si accontenta di aver rotto un tabù e di aver stabilito un precedente e quindi non incasserà direttamente il pizzo, ma verserà i soldi in una fondo a disposizione della Rsu. Inoltre, il ricorso al tribunale da parte della Fiom ha buone possibilità di essere accolto. Eppure, non è proprio il caso di sottovalutare la vicenda, perché si tratta di una prima volta, destinato a sdoganare un metodo ritenuto finora –giustamente- inaccettabile e a fare scuola. Vi ricordate di Pomigliano? Allora dicevano che era un’eccezione, nel frattempo è diventata la regola…
Per questi motivi occorre prendere sul serio, molto sul serio, il fattaccio alla Pometon. Perché ci dice che dopo il contratto separato, dopo la negazione dei diritti e delle libertà sindacali per chi dissente e dopo il divieto di assunzione per chi ha la tessera sindacale “sbagliata”, ci sono ancora tante altre cose, come l’obbligo di pagare il pizzo alla Cisl se non vuoi aver il salario decurtato. Insomma, al peggio non c’è mai fine se stiamo a guardare!
Forse dovremmo essere un po’ più preoccupati dello stato della democrazia nel nostro paese, che non è una questione di streaming, bensì di diritti e libertà da difendere e affermare nella quotidianità, a partire dai luoghi di lavoro e di vita.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
 
di lucmu (del 18/03/2013, in Lavoro, linkato 1183 volte)
Sono tempi duri per i diritti e le libertà sindacali in Italia e in Europa, questo lo sapevamo, ma quanto successo a Aldo Milani, sindacalista e coordinatore nazionale del SiCobas, ha dell’incredibile e, soprattutto, dovrebbe suscitare vivo allarme. Già, perché alcuni giorni fa Milani è stato fatto oggetto di un foglio di via obbligatorio da parte del Questore di Piacenza e questo significa che non potrà più mettere piede nel territorio comunale per i prossimi tre anni, pena l’arresto immediato.
Tanto per capirci, il foglio di via è una misura di natura amministrativa e può essere applicato in via preventiva a soggetti considerati “dediti alla commissione di reati”. Ebbene, nella fattispecie tali “reati” altro non sono che i fatti tipici di una qualsiasi vertenza sindacale che comprenda anche blocchi o picchetti e si riferiscono in particolare alle recenti lotte dei facchini del polo logistico dell’Ikea di Piacenza. E dappertutto, che io sappia, fatti del genere possono portare sì a denunce o manganellate, ma non certo a un divieto preventivo di fare attività sindacale.
Ma appunto, non siamo dappertutto, bensì in un settore economico di rilevanza strategica, cioè quello della logistica al servizio della grande distribuzione e  della circolazione delle merci in generale, dove vige un regime di inteso sfruttamento e di assenza di diritti e tutele, poiché la quasi totalità dei lavoratori, in maggioranza migranti, non viene assunta dalle aziende, bensì inquadrata nelle cooperative che lavorano in appalto e subappalto. Ovviamente, in queste condizioni il sindacato è praticamente inesistente oppure poco più di una finzione, spesso più utile alle aziende che ai lavoratori.
Tuttavia, da qualche anno qualcosa sta cambiando, grazie anche all’impegno di alcuni sindacalisti di base, tra cui Aldo Milani, che hanno iniziato a promuovere e sostenere processi di autorganizzazione nel settore. All’inizio sembrava quasi un mission impossible, ma da un po’ di tempo gli sforzi stanno dando i loro frutti e si sedimentano coscienza e organizzazione. In poche parole, dal basso sta nascendo un processo di sindacalizzazione.
Una buona notizia e un fatto di democrazia, direi. Ma evidentemente non tutti la vedono così, anzi, in tempi di liberismo e austerity, di Sacconi, Fornero e Marchionne, un processo di sindacalizzazione laddove il sindacato non esisteva è praticamente un atto sovversivo, ovviamente da trattare come tale.
Ai lavoratori delle cooperative della logistica non viene riconosciuta nemmeno la dignità sindacale delle loro lotte. No, quando si mobilitano perché licenziati in tronco vengono brutalmente repressi, come era accaduto a Basiano l’anno scorso. Quando costruiscono una vertenza al polo logistico dell’Ikea, allora dopo le botte arriva il foglio di via al sindacalista. Insomma, il diritto costituzionale dei lavoratori e delle lavoratrici di potersi organizzare liberamente per loro non vale. Anzi, loro non fanno nemmeno sindacato, ma per definizione commettono soltanto reati.
Tra quello che succede nell’industria “tradizionale” e quello che avviene nella logistica, in fondo, l’unica differenza è che nel primo caso si tenta di eliminare i diritti e le libertà che ancora ci sono, mentre nel secondo caso si vuole impedire che diritti e libertà ci possano essere. Ma l’obiettivo finale è evidentemente il medesimo e generale.
In questi giorni l’attenzione pubblica è rivolta altrove, a Roma, alle cronache parlamentari e vaticane. Eppure, sull’Italia che c’è e sull’Italia che verrà ci dicono molte più cose vicende come quel foglio di via. Ecco perché bisogna prendere posizione e parola, ora, subito. E sarebbe bene, forse persino lungimirante, se lo facesse anche la Cgil, perché alcuni silenzi sono davvero ingiustificabili.
È giusto e necessario esprimere la solidarietà con Aldo Milani e non lasciare perdere la vicenda del foglio di via, anche perché potrebbe diventare un pericoloso precedente. Ma soprattutto bisogna sostenere la battaglia degli operai della logistica e un’occasione per farlo è già alle porte, perché il 22 marzo si svolgerà il primo sciopero nazionale dei lavoratori della logistica, indetto dal SiCobas e da ADL Cobas.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
Qualsiasi dato si prenda, di qualsiasi fonte sia, il risultato è sempre il medesimo: la situazione occupazionale in Lombardia diventa ogni giorno più drammatica. In questo quadro, tuttavia, suscitano particolare allarme i dati sulla cassa integrazione nel settore metalmeccanico, diffusi in questi giorni dalla Fiom Lombardia, che evidenziano un aumento del 70% delle ore di cassa se si confrontano i mesi di gennaio 2013 e gennaio 2012.
Nel dato metalmeccanico, che comprende anche settori strategici come le telecomunicazioni, si rispecchia il vero e proprio processo di desertificazione produttiva che avanza da anni nella nostra Regione, senza che le istituzioni, nazionali e regionali, intervenissero con la dovuta determinazione.
Anzi, quasi sempre le istituzioni hanno limitato il proprio intervento alla sola erogazione di ammortizzatori sociali, i quali in assenza di progetti di rilancio o di riconversione industriale finiscono per essere soltanto uno scivolo verso la disoccupazione.
Bene fa dunque la Fiom, con l’attivo dei delegati che si tiene venerdì mattina al Teatro Carcano di Milano, a chiedere a quanti si candidano al governo del paese e a quello della Regione cosa intendono fare per difendere la presenza industriale in Lombardia.
In questo senso occorre cambiare radicalmente strada anche in Lombardia, dove da anni non esiste più una politica industriale da parte della Regione. Vuoi per l’affarismo che predomina ormai da anni nei piani alti del Palazzo della Regione, vuoi per l’evidente stanchezza di un modello di governo vecchio di quasi vent’anni, il fatto è che ha prevalso e prevale il più completo immobilismo di fronte alla crisi.
Beninteso, non esistono soluzioni miracolose e una Regione da sola non può cambiare il mondo, ma una Regione può e deve avere una politica industriale e un obiettivo prioritario. E questo oggi significa usare i fondi e le competenze a disposizione per contrastare le chiusure di attività produttive e la perdita di posti di lavoro. Cioè, basta con l’inefficace distribuzione a pioggia dei fondi e con i finanziamenti privilegiati verso quelle organizzazioni considerate  politicamente contigue al Presidente.
Occorre invece usare i fondi disponibili per investire su progetti industriali finalizzati al rilancio o alla riconversione industriale. E occorre usare gli ammortizzatori sociali non come uno scivolo verso la disoccupazione, ma come uno strumento che accompagni i processi di riconversione e che sia finalizzato al mantenimento dell’occupazione. Da questo punto di vista ci pare assolutamente corretta e condivisibile anche la proposta della Fiom di stimolare l’uso dei contratti di solidarietà per far tornare al lavoro quanti e quante sono collocati in cassa integrazione.
 
Luciano Muhlbauer
 
in allegato la tabella delle ore di cassa integrazione nel settore metalmeccanico in Lombardia del mese di gennaio 2013 e gennaio 2012
 

Scarica Allegato
 
Un altro anno di crisi è terminato senza che si manifestasse quella famosa luce in fondo al tunnel, che gli ideologi dell’austerità amano evocare. E così, anche quest’anno sono feste amare per molti e molte e non è certamente facile farci gli auguri per l’anno che viene.
Eppure, anche in questo 2012 c’è stato chi non si è arreso o rassegnato, per convinzione o per necessità. Che fosse per difendere il posto di lavoro, il reddito o i diritti e le libertà dei lavoratori, dalle fabbriche alle cooperative nella grande distribuzione, oppure che fosse per fermare lo smantellamento della scuola pubblica o la devastazione del territorio, in ogni caso quelle lotte, quegli uomini e quelle donne, hanno rappresentato e rappresentano un raggio di luce.
Quindi i miei auguri sono anzitutto per loro, perché in fondo rappresentano una speranza di futuro per tutti e tutte.
Le lotte, però, non si fermano neanche in questi giorni, vanno avanti anche sotto le feste. Anzi, forse rischiano pure un supplemento di solitudine. Quindi, ricordiamoci di chi presidia o manifesta, di chi si batte, di chi non può permettersi di fermarsi neanche per le feste. E se possiamo, portiamo un po’ di solidarietà.
Non è possibile fare l’elenco esaustivo, ahinoi, nemmeno limitandoci all’area metropolitana milanese. Quindi, ricordo soltanto due situazioni, due luoghi di lavoro che sono presidiati anche sotto le feste, e che forse possono rappresentare anche le altre:
 
Anzitutto il presidio degli operai e delle operaie licenziati dalla Jabil di Cassina de’ Pecchi. Per loro è addirittura il secondo natale in presidio -nel corso dell’anno avevano dovuto respingere anche un tentativo di sgombero violento- e questo fatto la dice lunga sulla loro straordinaria determinazione e dignità.  
Non è difficile raggiungere il presidio. Si trova all’ingresso dello stabilimento, a Cassina de’ Pecchi, sulla Strada Padana Superiore, al km 158.
 
Il secondo è il presidio dei lavoratori e delle lavoratrici del San Raffaele di Milano. Si trova  all’ingresso dell’ospedale, in via Olgettina 60, e i lavoratori sono lì giorno e notte sin dal 1° novembre scorso, cioè da quando il nuovo proprietario privato ha esplicitato di volere 244 licenziamenti. In altre parole, il prezzo del prolungato malaffare di Don Verzé e degli amici di Formigoni ora lo dovrebbero pagare i lavoratori…
Forse li vedrete anche in giro per Milano sotto le feste, perché non si limiteranno al presidio. Per il calendario delle iniziative cliccate qui.
 
Con questo spirito auguro a tutti e tutte buone feste e che il 2013 ce la mandi buona!
 
Luciano Muhlbauer
 
 
Il 5 (Lombardia, Marche e Toscana) e il 6 dicembre (le altre regioni) è di nuovo sciopero generale dei metalmeccanici, proclamato dalla Fiom. Uno sciopero sacrosanto, perché siamo alla vigilia di un ulteriore strappo nelle relazioni sindacali o meglio, di un ulteriore passo in direzione della generalizzazione del modello Pomigliano. Infatti, Fim e Uilm sono pronte a firmare con Federmeccanica un nuovo contratto nazionale separato.
L’ipotesi di accordo sulla quale stanno lavorando Fim e Uilm, escludendo peraltro a priori la Fiom e, come sempre, i sindacati di base, è di fatto un’accettazione in toto della piattaforma di Federmeccanica, che si pone in perfetta continuità con i contratti aziendali imposti in Fiat da Marchionne, con le modifiche legislative introdotte dai governi Berlusconi e Monti e con l’accordo sulla produttività firmato il 21 novembre scorso.
E così, il leitmotiv è ancora una volta la riduzione tendenziale del salario, mediante il meccanismo di legarne una quota alla produttività, l’aumento dell’orario del lavoro normale e di quello straordinario, la derogabilità delle norme e, persino, il non pagamento al 100% dei primi tre giorni di malattia. Insomma, la solita tesi secondo la quale l’unica cosa da fare in tempi di crisi è tagliare salario e diritti, nonché quello che rimane della democrazia nei luoghi di lavoro.
Nel frattempo, tutti i dati disponibili, da qualunque fonte provengano, sia a livello nazionale che regionale, confermano una crisi occupazionale senza precedenti, l’aumento dei licenziamenti e della disoccupazione. Ma mai nessuno di coloro che predicano i sacrifici a senso unico, cioè per lavoratori, precari e disoccupati, si è mai degnato di spiegare come si possa rilanciare l’occupazione allontanando l’età pensionabile e aumentando l’orario di lavoro. E nemmeno come si possa pensare di rilanciare l’economia puntando sulla mera ed illusoria competizione salariale con la Serbia o la Cina, senza preoccuparsi della domanda interna. No, tutto ciò non servirà ad avvicinare una fuoriuscita dalla crisi, ma al massimo a migliorare le condizioni di vita di qualche dirigente d’azienda e a rafforzare i privilegi di qualche burocrate sindacale senza scrupoli.
Domani sarà dunque uno sciopero difficile, non fosse altro perché è l’ennesimo di una lunga serie in una categoria fortemente colpita da cassa e mobilità, ma anche uno sciopero necessario, perché la strada indicata da Fim, Uilm, Confindustria, Marchionne e Monti porta diritto in un vicolo cieco. E non si tratta di una questione che riguarda i soli metalmeccanici, poiché quello che oggi succede tra i metalmeccanici, domani succederà dappertutto.
 
Per quanto riguarda gli appuntamenti di piazza a Milano, per mercoledì 5 dicembre, ecco la situazione:
- ore 9.30, P.ta Venezia, manifestazione regionale della Fiom, con arrivo in Duomo. Per gli appuntamenti del 5 e 6 dicembre nelle altre regioni vedi qui;
- ore 9.30, L.go Cairoli, concentramento degli studenti di Laps, che poi incontreranno il corteo della Fiom;
- ore 9.30, in Piazza 5 Giornate, concentramento degli studenti del Casc; anche loro probabilmente incroceranno il corteo Fiom.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 23/11/2012, in Lavoro, linkato 1116 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul giornale on line Paneacqua.info il 23 novembre 2012
 
L’hanno firmato in nome della ripresa e raccontano persino che così arriverà più salario ed occupazione, ma in realtà è soltanto un’altra tegola in testa ai lavoratori, una Pomigliano grande quanto l’Italia. Parliamo dell’accordo per la produttività, cioè delle “Linee programmatiche per la crescita della produttività e della competitività in Italia”, firmato il 21 novembre scorso, sotto la regia del Governo Monti, da Abi, Ania, Confindustria, Alleanza Cooperative, Rete imprese Italia e dai tre sindacati complici di Marchionne, Cisl, Uil e Ugl.
Infatti, sebbene nel testo il termine produttività ricorra con frequenza quasi ossessiva, il vero oggetto dell’accordo è lo smantellamento del contratto nazionale a favore di un contratto aziendale di nuovo tipo, la riduzione del salario ed un’ulteriore limitazione della sfera dei diritti, delle libertà e delle tutele.
In questo senso possiamo affermare senz’altro che questa intesa si colloca in piena continuità con il percorso aperto da Marchionne a Pomigliano nel 2010, con lo spirito e la lettera dell’articolo 8 della legge n. 148/2011 del Governo Berlusconi, che introdusse il principio della derogabilità dei contratti nazionale e delle leggi, e con riforma Fornero del mercato del lavoro. Anzi, non solo è in piena continuità, ma opera un salto di qualità. Comunque, andiamo con ordine.
 
Primo, il contratto nazionale non garantisce più nemmeno la tutela del potere d’acquisto dei salari e degli stipendi. Cioè, come ben sappiamo, ormai i contratti nazionali faticano persino a recuperare quanto eroso dall’aumento del costo della vita, poiché vengono utilizzati indicatori sistematicamente inferiori all’inflazione reale, ma con le Linee programmatiche si va oltre, stabilendo che una parte di questo recupero vada tolto dal contratto nazionale e delegato a quello aziendale, dove sarà legato alla produttività. Per dirla con le parole dell’accordo: “i contratti collettivi nazionali di lavoro possono definire che una quota degli aumenti economici derivanti dai rinnovi contrattuali sia destinata alla pattuizione di elementi retributivi da collegarsi ad incrementi di produttività e redditività definiti dalla contrattazione di secondo livello”.
 
Secondo, con questo accordo vengono di fatto cestinati tutti i discorsi sulla riduzione della pressione fiscale sui salari e sugli stipendi, poiché la sola ipotesi di detassazione chiaramente definita –e condivisa dal Governo- è quella del salario di produttività derivante dai contratti aziendali stipulati ai sensi dell’accordo in questione: “Le Parti, pertanto, chiedono al Governo e al Parlamento di rendere stabili e certe le misure previste dalle disposizioni di legge per applicare, sui redditi da lavoro dipendente fino a 40 mila euro lordi annui, la detassazione del salario di produttività attraverso la determinazione di un’imposta, sostitutiva dell’IRPEF e delle addizionali, al 10%”.
 
Terzo, al contratto aziendale dovrebbero essere delegate (“prevedere una chiara delega al secondo livello di contrattazione”) anche alcune parti normative come “gli istituti contrattuali che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l'organizzazione del lavoro”.
 
Quarto, i firmatari sollecitano Governo e Parlamento di modificare il quadro legislativo al fine di affidare alla contrattazionematerie oggi regolate in maniera prevalente o esclusiva dalla legge che, direttamente o indirettamente, incidono sul tema della produttività del lavoro”. Cioè, l’”equivalenza delle mansioni” (leggi: demansionamento), i “sistemi di orari e della loro distribuzione anche con modelli flessibili” e le “modalità attraverso cui rendere compatibile l’impiego di nuove tecnologie con la tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori” (tipo il controllo a distanza del lavoratore, ora vietato dallo Statuto dei Lavoratori).
 
Quinto, in tema di rappresentanza dei lavoratori, richiamandosi al pessimo Accordo Interconfederale del 28 giugno 2011, si rinvia ad intese specifiche da stipulare entro la fine dell’anno, ma colpisce fortemente che sin d’ora venga precisato che “le intese dovranno, altresì, prevedere disposizioni efficaci per garantire … l'effettività e l'esigibilità delle intese sottoscritte, il rispetto delle clausole di tregua sindacale, di prevenzione e risoluzione delle controversie collettive, le regole per prevenire i conflitti, non escludendo meccanismi sanzionatori in capo alle organizzazioni inadempienti”. Cioè, tutte quelle belle cose che Marchionne si era inventato da Pomigliano in poi per reprimere il conflitto e sanzionare i lavoratori e i sindacati che scioperano.
 
Potremmo, infine, aggiungere una serie di punti relativi agli “enti bilaterali di matrice contrattuale”, alle “forme di welfare contrattuale” o “alla cultura della collaborazione fra imprese e lavoratori”, ma non faremmo altro che riconfermarci quello che già sappiamo, cioè che il consociativismo non solo produce mostri per molti, ma anche prebende per alcuni.
 
In conclusione, bisogna avere davvero una faccia tosta per sostenere che un accordo del genere porti a un miglioramento delle condizioni salariali e di lavoro. Ciò sarà possibile al massimo per una piccola minoranza di lavoratori, collocati in aziende medio-grandi, con produzioni che mantengono un mercato sicuro e che non possono essere delocalizzate con facilità. Per tutti gli altri, invece, di fronte alla crisi e al ricatto della disoccupazione, per non parlare di quel 70% di lavoratori, specie nelle aziende piccole o medie, che un contratto di secondo livello non l’ha mai visto, ci sarà soltanto la prospettiva di un ulteriore peggioramento e di maggiore precarietà. E senza nemmeno riuscire ad aumentare in maniera significativa l'occupazione, poiché se la questione è la competizione sul salario più basso, comunque vada, vincerà sempre la Serbia o la Cina.
L’accordo per la produttività, essendo un accordo quadro, deve ora essere applicato, a livello contrattuale e legislativo. Quindi, potrà e dovrà essere contrastato, sia a livello sindacale, che politico. E sarà questo, peraltro, il banco di prova per tutti e tutte, per capire se le critiche e prese di distanza di questi giorni sono cose da campagna elettorale oppure se si fa sul serio.
 
Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo integrale delle “Linee programmatiche per la crescita della produttività e della competitività in Italia”

Scarica Allegato
 
di lucmu (del 12/11/2012, in Lavoro, linkato 901 volte)
Il 14 novembre si sciopera e si manifesta in quasi tutta Europa contro le politiche dell’austerità e della troika. Certo, non è ancora lo sciopero europeo che ci vorrebbe, ma forse conviene vedere il passettino avanti, il bicchiere mezzo pieno. Già, perché è la prima volta da quando è esplosa la crisi che si realizzano degli scioperi generali contestuali in diversi paesi europei, cioè in Portogallo, Spagna, Grecia e Italia. In altri paesi del continente, invece, non si sciopera e ci saranno soltanto delle manifestazioni (sempre più tiepide man mano che si va verso nord).
La giornata del 14 novembre era nata dalla decisione della Ces (Confederazione europea dei sindacati) di promuovere una giornata europea di mobilitazione (vedi European Day of Action and Solidarity), ma poi è andata velocemente oltre, non solo a causa della proclamazione simultanea di scioperi da parte di alcuni sindacati aderenti, ma anche in conseguenza della convergenza di altri settori sociali e forze sindacali su quella giornata.
Ma arriviamo a noi, cioè alle mobilitazioni milanesi del 14, e cerchiamo di fare un po’ di chiarezza sugli scioperi e sugli appuntamenti, visto che c’è un po’ di confusione in giro.
 
Anzitutto, per quanto riguarda gli scioperi, la situazione è la seguente:
- la Cgil, confermando la sua timidezza nei confronti del governo Monti, ha proclamato uno sciopero generale di sole 4 ore, salvo nella scuola, nel pubblico impiego e nel commercio, dove lo sciopero è invece per l’intera giornata, mentre il trasporto aereo e il trasporto pubblico locale sono esclusi dallo sciopero;
- la Confederazione Cobas, da parte sua, ha proclamato lo sciopero generale di tutte le categorie per l’intera giornata (per dettagli vedi sito Cobas), così come ha fatto l’Usi;
- inoltre, per quanto riguarda il solo comparto scuola, oltre alle proclamazioni di cui sopra, ci sono anche gli scioperi indetti, da Cub-Scuola e Unicobas-Scuola.
- sul piano milanese ci sono, poi, anche adesioni allo sciopero di altre sigle, specie in enti e aziende con vertenze aperte (Usb Regione Lombardia, tutti i sindacati del S. Raffaele, Usb Legnano ecc.).
Insomma, alla fine della fiera, la copertura per scioperare c’è in tutti in settori del pubblico e del privato (ahinoi, con le solite esclusioni di fatto, dovute al ricatto della precarietà o peggio).
 
Per quanto riguarda gli appuntamenti di piazza a Milano, la situazione è la seguente:
- alle ore 8.30, a Palestro, c’è il concentramento del corteo della Cgil, che terminerà poi in Duomo;
- alle ore 9.30, in L.go Cairoli, c’è l’appuntamento per la manifestazione degli studenti, che è stata promossa sia da Lab.Out-Casc-Rete Studenti, che dal Coordinamento dei Collettivi Studenteschi;
- a partire dalle ore 7.30, i lavoratori e la Rsu del San Raffaele in lotta contro i licenziamenti saranno in presidio davanti all’ospedale e verso le 8.30 circa si muoveranno in corteo in direzione p.le Loreto, dove a partire dalle ore 9.30 ci sarà il concentramento promosso dal Coordinamento lavoratori della sanità.
 
Se avete integrazioni, rettifiche o altre notizie sulla giornata del 14 a Milano o dintorni, per favore usate lo spazio commenti.
 
Ci vediamo in piazza.
Luciano Muhlbauer
 
 
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