Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Questo blog aderisce all’odierna giornata di mobilitazione nazionale contro la cosiddetta legge-bavaglio e, considerato che facciamo base a Milano, invita a partecipare all’appuntamento in piazza Cordusio, dalle 18.30, in contemporanea con la manifestazione nazionale a Roma.
Non penso sia necessario in questa sede elencare le ragioni che motivano l’adesione, che vanno dalla libertà di stampa, già di per sé assai malmessa nel nostro paese, fino al fatto che questa legge è scritta su misura per ostacolare le indagini su chi governa e su chi è corrotto.
Ma è utile, invece, ricordare che c’è una ragione specifica che motiva un’adesione anche in quanto blog. Infatti, il disegno di legge in questione ("Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali. Modifica della disciplina in materia di astensione del giudice e degli atti di indagine. Integrazione della disciplina sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche”), approvato dal Senato il 10 giugno scorso e che il centrodestra cerca di far approvare in via definitiva alla Camera per la fine di luglio, contiene anche una norma che va ad incidere sulla libertà di espressione sul web.
Non si tratta del primo tentativo di mettere un po’ di bavagli anche a quanti comunicano e parlano su internet. Forse ricordate il tentativo fatto ai tempi del “pacchetto sicurezza”, rispetto al quale scrivemmo su questo blog il 12 marzo 2009 le seguenti righe: “Infine, vi è il gentile contributo dell’Udc al pacchetto, cioè l’emendamento, ovviamente accolto, del Senatore D’Alia. Si tratta di un vero e proprio intervento censorio rivolto a internet, poiché prevede che se su un sito vengono pubblicati contenuti considerati apologia di reato, istigazione a delinquere o semplicemente un invito ‘a disobbedire alle leggi’, allora il Ministro potrà ordinare al provider di oscurare il sito entro 24 ore. Detto altrimenti, Facebook, You Tube o blog che sia, tutti a rischio censura. E soprattutto una pesante limitazione della libertà di espressione e di parola di ognuno e ognuna di noi.”
Comunque, allora si levarono molte proteste e alla fine quella norma fu stralciata dal pacchetto sicurezza (lo ricordiamo, anche perché ancora oggi sono in circolazione delle mail, a dir poco, inesatte sull’argomento).
Oggi ci riprovano, dunque, con un norma diversa, apparentemente più soft e più ambigua, ma non per questo meno foriera di guai per la libertà di espressione sul web.
Ma andiamo con ordine.
La prima versione della legge-bavaglio, approvata dalla Camera, conteneva al comma 28 del suo unico articolo una modifica della legge sulla stampa del 1948, inserendovi la seguente formulazione: “Per le trasmissioni radiofoniche o televisive, le dichiarazioni o le rettifiche sono effettuate ai sensi dell’articolo 32 del testo unico della radiotelevisione, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177. Per i siti informatici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.”
Il Senato, nella versione approvata a giugno e ora in discussione in seconda lettura alla Camera, ha aggiunto soltanto una lieve modifica di questa norma (che ora si trova al comma 29), inserendo dopo “i siti informatici” le parole “ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”.
Questa aggiunta, tuttavia, invece di chiarire le ambiguità su che cosa siano questi “siti informatici”, le ha rese ancora più gravi, poiché l’”ivi compresi” significa, appunto, che il legislatore non si riferisce soltanto alle edizioni online dei quotidiani. Ergo, non sono esclusi né i blog, né i social network!
In altre parole, con questa norma, qualora approvata, qualsiasi sito non professionale, anche questo blog, che dovesse pubblicare dei contenuti che danno fastidio a qualcuno, è a rischio richieste di rettifiche entro 48 ore, pena pesanti multe o, perlomeno, procedimenti giudiziari.
Vi immaginate cosa potrebbe succedere su un “sito informatico” come facebook, dove tantissimi di noi scrivono, esternano eccetera?
Insomma, una norma tutt’altro che innocente, che intende trattare abusivamente un privato cittadino come se fosse un network commerciale dell’informazione e sottoporre la libertà di espressione individuale alle stesse regole che valgono per i servizi del Tg1.
 
Cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare il testo integrale del Ddl attualmente in discussione alla Camera, nella versione che evidenzia le modifiche introdotte dal Senato rispetto alla prima versione
 

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di lucmu (del 21/07/2010, in Politica, linkato 902 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul quotidiano online Paneacqua.eu il 21 luglio 2010
 
Nella giornata di ieri il Gip Fabrizio D’Arcangelo ha disposto il sequestro preventivo dell’area che ospita il mega-cantiere di Santa Giulia, a Milano. I reati ipotizzati sono pesantissimi e comprendono anche quello di avvelenamento delle acque, per il quale è prevista la reclusione fino a 15 anni.
Dopo le inchieste sulla ‘ndrangheta e sulla P3, vola così un’ulteriore tegola sulla testa della classe dirigente milanese e lombarda del centrodestra. Ebbene sì, perché anche in questo caso la politica e le istituzioni c’entrano. E parecchio. Ma andiamo con ordine.
Una volta, ai tempi della Milano che produceva, nella zona sud-est della città c’erano uno stabilimento chimico della Montedison e le acciaierie Redaelli. Poi arrivò la deindustrializzazione, la chiusura delle attività produttive e le aree delle due aziende, ben 1,2 mln di metri quadrati, divennero disponibili per quello che ormai è il core business della città: il mattone.
Fu così che nacque il progetto del nuovo quartiere residenziale Santa Giulia, annunciato come “il nuovo centro di Milano” ed esibito da Sindaco e Presidente della Regione come esempio di eccellenza lombarda. Comunque, un affare da 1,6 miliardi di euro, gestito dall’immobiliarista Zunino, nel frattempo fallito. La necessaria bonifica dell’area, visto che c’era un impianto chimico prima, fu affidata a Giuseppe Grossi, conosciuto anche come “re delle bonifiche” e intimo dell’entourage di Roberto Formigoni.
Inoltre, va aggiunto che una parte del progetto è già realizzato e che nel nuovo quartiere vivono 1.887 famiglie, che oggi sono molto preoccupate e incazzate. E giustamente, visto che secondo l’Arpa, l’agenzia regionale per l’ambiente, due delle tre falde acquifere sottostanti risultano inquinate da sostanze cancerogene, presenti con valori superiori anche di cento volte rispetto ai limiti massimi previsti dalla legge. E questo, semplicemente perché la bonifica affidata a Grossi non è mai stata fatta!
Che le cose dalle parti di Santa Giulia puzzassero, i magistrati l’avevano scoperto già un anno fa. Infatti, Grossi finì in galera nell’ottobre dell’anno scorso, ma per reati legati alla frode fiscale. Ed è stato grazie a quella inchiesta che i magistrati hanno ora scoperto la vera dimensione dell’opera criminosa.
Ma diciamolo direttamente con le parole di Grossi, rese pubbliche dai magistrati: “Se si fosse fatta una bonifica si sarebbero dovuti spendere 400-500 milioni di euro e forse non sarebbero nemmeno bastati. Per rendere gli investimenti convenienti … è necessario che ci sia un ritorno economico finanziario”. Chiaro? Non si è fatta la bonifica perché altrimenti non ci si guadagnava abbastanza e della salute delle persone chi se ne frega.
Ma se possiamo accettare che l’esistenza di personaggi come Grossi sia un fatto fisiologico dell’umanità, altrettanto non si può dire del ruolo e del comportamento di chi esercita una funzione pubblica. Infatti, lo stesso giudice D’Arcangelo parla oggi di “numerose anomalie sul piano procedimentale-amministrativo”.
Un esempio? Il Comune di Milano, in tempi recenti, cioè il 15 gennaio 2009, aveva dato parere favorevole all’analisi di rischio sull’area, perché riteneva “ottemperati gli obblighi” in merito agli “obiettivi di qualità compatibili con la tutela della salute umana e dell’ambiente”. In altre parole, le autorità locali che dovevano controllare, evidentemente non hanno controllato un bel niente.
Ma non è soltanto questione di un sistema di controllo assolutamente inefficace, per dirla così, ma c’è qualcosa di più. Beninteso, noi non facciamo i magistrati e attendiamo l’esito del loro lavoro, che pensiamo produrrà ancora molto fatti. Tuttavia non possiamo certo esimerci dal ribadire la nostra denuncia pubblica, non certo nuova, per quanto ci riguarda, relativa al groviglio di interessi, affari e relazioni tra Grossi e ambienti politici, specie regionali.
Insomma, l’anno scorso non arrestarono soltanto Grossi, ma insieme a lui finì in carcere anche Rosanna Gariboldi, assessore provinciale del Pdl a Pavia, ma soprattutto moglie di Giancarlo Abelli, oggi parlamentare Pdl, ma fino al 2008 assessore regionale lombardo e, soprattutto, signore delle nomine nella Sanità per conto di Comunione e Liberazione. Ebbene, la Gariboldi, accusata di riciclaggio (dei soldi di Grossi), patteggiò la pena, cioè si riconobbe colpevole.
Inoltre, tra i personaggi della politica pavese che maggiormente si prodigarono per lady Abelli, quando questa era in carcere, troviamo un tal Carlo Antonio Chiriaco, direttore sanitario dell’Asl di Pavia. Nulla di strano si direbbe, visto che il marito della Gariboldi era quello che decideva le nomine nella Sanità - e quindi anche quella di Chiriaco -, se non fosse che stiamo parlando del Chiriaco arrestato di recente per ‘ndrangheta e accusato dagli inquirenti, tra tante altre cose, di aver contrattato con i boss la raccolta di voti di preferenza per Abelli in occasione delle ultime elezioni regionali.
Ma Giancarlo Abelli - che disponeva di un suo ufficio al Pirellone e dell’autoblu di Formigoni anche dopo il 2008 - non è l’unico elemento di collegamento tra l’affaire Santa Giulia e il governo regionale. Ricordiamo che dall’inchiesta su Grossi dell’anno scorso nacque un filone d’indagine che sta inguaiando non poco l’allora assessore regionale all’Ambiente, il brianzolo Ponzoni. E non a caso, perché Ponzoni, oltre a fare l’assessore, si faceva anche gli affari suoi. Cioè, nella fattispecie, era socio in affari della Gariboldi.
E, dulcis in fundo, l’habitué Ponzoni, nel frattempo rieletto in Consiglio regionale nelle liste del Pdl e poi nominato nell’Ufficio di Presidenza dell’assemblea legislativa, è finito anche nella recentissima inchiesta sulla ‘ndrangheta, tra il “capitale sociale” dell’organizzazione criminale, per usare il linguaggio dei magistrati.
Ma, per non fare torto a nessuno, dobbiamo ricordare che Ponzoni non è l’unico che compare nell’inchiesta sulla ‘ndrangheta, ma che ci sono anche altri politici del centrodestra recentemente eletti in Consiglio regionale: il consigliere pavese della Lega Nord, Angelo Ciocca, e quello del Pdl, Giuseppe Angelo Giammario.
Insomma, una bella montagna di letame, che ci fa però capire che alcuni nodi, forse, stanno venendo al pettine. Dopo due decenni di dominio assoluto a Milano e in Lombardia, si stanno aprendo delle crepe nel castello di menzogne e impunità del centrodestra.
Ma come sempre, non bastano le loro crepe e nemmeno il buon lavoro della magistratura, che non può e che non deve sostituire la politica. Occorre una credibile alternativa politica, che allo stato ancora non c’è.
In questi anni, troppi sono stati i silenzi, le subalternità e le complicità. E questo rende anche le parole di indignazione spesso poco credibili per una cittadinanza milanese stretta tra l’attuale crisi e i guasti di anni di cultura della paura e del rancore, ma oggi sempre di più disorientata e disgustata.
Ma questo è un discorso più lungo, non per questo articolo, sebbene terribilmente urgente, perché tra meno di un anno a Milano si vota. E quello che sta accadendo a Santa Giulia c’entra, eccome.
 
di lucmu (del 26/07/2010, in Politica, linkato 1003 volte)
Le forze dell’ordine, nell’ambito dell’inchiesta condotta dal Pm Frank Di Maio, hanno sequestrato due discoteche milanesi (Hollywood e The Club), indagato 19 persone ed effettuato cinque arresti, tra cui due funzionari del Comune di Milano. I reati contestati vanno dal giro di coca in appositi spazi all’interno dei locali, destinati a vip e imprenditori, fino alla corruzione (licenze facili, assenza di controlli) da parte dei funzionari pubblici.
Insomma, il Sindaco e il suo vice, se da una parte impongono il coprifuoco ai locali delle periferie, se la prendono con i giovani che si bevono una birra all’aperto e chiedono lo scalpo dei centri sociali o finanche di qualche circolo Arci, dall’altra sembrano invece assolutamente disinteressati rispetto a quello che succede nelle discoteche di tendenza e, soprattutto, negli uffici comunali che dovrebbero fare i controlli.
 
Qui di seguito il nostro comunicato stampa:
 
IL SINDACO È COLPEVOLE DI NEGLIGENZA
 
Il meno che si possa dire è che il Sindaco e la sua Giunta sono colpevoli di negligenza. C’è infatti da chiedersi cosa abbiano fatto gli amministratori milanesi negli ultimi 12 mesi per garantire il ripristino di un minimo di trasparenza e legalità.
Infatti, era esattamente un anno fa, nel luglio del 2009 per la precisione, quando diversi funzionari del Comune, compreso l’allora Comandante della Polizia Locale, Bezzon, poi dimessosi, finirono indagati per un giro di tangenti finalizzato a favorire alcune discoteche di tendenza, facilitando il rilascio delle licenze ed evitando i successivi controlli.
Gli odierni arresti ed indagini sembrano una fotocopia di allora, con l’unica aggiunta del giro di droga in alcune discoteche. Persino uno degli arrestati di oggi, Rodolfo Citterio, presidente del Sindacato dei locali da ballo (Silb) e componente della Commissione comunale di vigilanza, è un nome noto dell’anno scorso, visto che era già stato inquisito allora, peraltro per gli stessi reati.
Insomma, sembra sia passato un giorno e non un anno da quel luglio del 2009. E nel frattempo che cosa hanno fatto Sindaco, Vicesindaco e assessori competenti?
Riteniamo sia doveroso che qualcuno fornisca una spiegazione di questo negligente immobilismo e, soprattutto, che tragga le necessarie conseguenze.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 10/09/2010, in Politica, linkato 904 volte)
Sono sconvolto e addolorato. Il destino ci ha portato via Riccardo Sarfatti. Un incidente in macchina, sul lago di Como, stanotte. L’ho appreso stamattina da Radio Popolare e non volevo crederci.
Ho visto Riccardo per l’ultima volta soltanto poche ore prima. Ieri sera verso le 23 ci siamo incrociati alla festa del Pd di Lampugnano. Io stavo bevendo un caffè con amici e lui stava andando via. Voleva dirmi delle cose a proposito delle primarie di Milano, ma si faceva tardi ed era stanco e così siamo rimasti che ci saremmo sentiti per telefono.
L’ultima immagine sua che ho impresso nella mente è quella di ieri sera, quando ci siamo salutati. Una buona immagine, perché era un Riccardo sorridente, che sprigionava calore umano. Insomma, era lui.
Sono arrabbiato, anzi incazzato. Con la vita, con il destino o con qualsiasi cosa abbia il potere di decidere chi resta e chi se ne deve andare. Perché lui aveva ancora molte cose da dire e da fare.
Riccardo era anzitutto una persona pulita, umanamente, politicamente e moralmente. E di questi tempi questo è tantissimo. Potevi essere d’accordo con lui oppure no, ma mai dubitavi della sua buona fede, mai l’avresti immaginato nei panni del manovratore.
Era trasparente, ci teneva ai suoi principi e le sue battaglie le conduceva alla luce del sole, anche quando era scomodo e controcorrente. Sapeva argomentare le sue posizioni, ma sapeva anche ascoltare gli altri. Cercava sempre ciò che univa e non ciò che divideva.
Riccardo l’ho conosciuto nel 2005, in campagna elettorale per le elezioni regionali. Io ero candidato a consigliere nelle liste di Rifondazione, lui era candidato alla presidenza per l’Unione, che allora univa tutto il centrosinistra.
All’inizio, da parte mia, c’era un po’ di diffidenza. Ovvio, io venivo dai movimenti sociali e dal sindacalismo di base, lui era un imprenditore moderato. Ma il suo modo di essere e di fare aveva fatto sì che le differenze non diventassero deflagrazioni, bensì motivo di confronto. Sapeva costruire ponti.
Allora, si sentivano molte critiche rispetto alla scelta di candidare Riccardo come sfidante di Formigoni. Dicevano che era troppo debole e qualcuno lo aveva chiamato addirittura “signor nessuno”. Ebbene, con un’altra elezione regionale alle spalle possiamo trarre il seguente bilancio: Riccardo è stato lo sfidante di Formigoni che ha ottenuto nettamente il miglior risultato. Discorso chiuso.
Riccardo aveva il suo bel da fare dopo, in Consiglio regionale. Si assunse da subito il ruolo di coordinatore dell’opposizione. Infatti, lui non era di quelli che una volta sconfitti spariscono. No, lui rimase al suo posto per continuare la battaglia in coerenza con l’impegno preso con gli elettori.
Comunque, i tempi dell’Unione stavano finendo. In Lombardia addirittura anzitempo. A livello nazionale stava nascendo il Governo Prodi, ma qui in Regione Ds e Margherita decretarono la fine dell’alleanza. E Riccardo rimase disoccupato, perché non c’era più nulla da coordinare.
Eppure, lui non si arrese mai a questo fatto, lui credeva nell’unità e continuava a tessere relazioni, aprire porte, costruire ponti. E non portava al mercato le sue convinzioni e i suoi principi, manteneva ferma la sua autonomia di giudizio.
Vi ricordate della legge lombarda contro i phone center, quella poi abrogata dalla Corte Costituzionale per manifesta illegittimità? Alla fine, tutta l’opposizione consiliare era contraria, perché nel frattempo la realtà aveva mostrato la dimensione reale dell’obbrobrio. Ma al momento della sua approvazione in Consiglio, nel 2006, le cose stavano diversamente. L’Ulivo diede indicazione di voto favorevole ed eravamo davvero in pochi a non votare a favore. Ebbene, Riccardo Sarfatti faceva parte di questi ultimi.
Questo era Riccardo. O, per essere più giusti, questo è il mio Riccardo, come l’ho visto e come lo vedo io. Un uomo e un politico che ha saputo conquistarsi con leggerezza la mia stima, il mio rispetto e la mia amicizia. E che ora mi manca terribilmente.
Ciao Riccardo!
 
 
Ancora 100 passi. A un anno dalla rimozione da parte del sindaco leghista di Ponteranica (Bergamo) della targa intitolato a Peppino Impastato, si tiene di nuovo una manifestazione contro le mafie a Nord e per il ripristino della targa.
L’appuntamento è alle ore 14.30 a Ponteranica, in via Matteotti, da dove partirà il corteo che poi terminerà in via 8 marzo con un concerto (speriamo tempo permettendo).
Il corteo è l’atto finale di una tre giorni di dibattiti e confronti, organizzata dal Forum antimafia e al quale hanno aderito molte realtà, tra cui anche il sottoscritto.
 
Qui di seguito, il mio comunicato stampa in merito alla manifestazione di domani:
 
La Lega predica bene in casa altrui, ma razzola male dove comanda. E questo vale, purtroppo anche per l’impegno contro le mafie.
E così, a un anno dalla rimozione dalla biblioteca comunale di Ponteranica (Bergamo) della targa intitolata a Peppino Impastato, l’attivista siciliano assassinato dalla mafia, il Sindaco leghista, Aldegani, ideatore dell’ignobile gesto, continua a negare il ripristino di quel modesto, ma prezioso segno di memoria del sacrificio di Peppino.
Nel frattempo, nella non lontanissima Adro (Brescia), il Sindaco leghista, Lancini, addobbava tranquillamente una scuola pubblica con ben 700 simboli del suo partito politico, come se fossimo negli anni Trenta del secolo scorso.
Insomma, l’antimafia non va bene per i luoghi pubblici, ma i simboli della Lega invece sì?
Un anno fa, a giustificazione della rimozione, la Lega esibiva ancora la tesi che le mafie erano una questione del Sud e non certo del Nord. E quindi, anche Impastato era una questione del Sud e le targhe a Nord andavano intitolate a gente del Nord.
La tesi della mafia-a-nord-non-esiste era una colpevole sciocchezza anche allora, ma che dire oggi, dopo le retate contro la ‘ndrangheta che hanno mostrato non soltanto la realtà del radicamento malavitoso in Lombardia, ma anche i crescenti intrecci con il mondo politico locale?
E la Lega non solo si oppone alle targhe, ma nel frattempo c’è stato anche il voto leghista in Parlamento, a fianco di quello del Pdl, per negare ai magistrati l’uso delle intercettazioni di Consentino nel processo che vede l’ex sottosegretario del Governo Berlusconi indagato per camorra.
Oppure, per non andare troppo lontani, in Consiglio Regionale, soltanto 10 giorni fa, il voto congiunto Lega-Pdl ha bocciato la mozione di sfiducia nei confronti di un componente dell’Ufficio di Presidenza dell’assemblea legislativa lombarda, Massimo Ponzoni, cioè l’ex assessore regionale coinvolto in diversi procedimenti giudiziari e definito dai boss della ‘ndrangheta come parte del loro “capitale sociale” in Lombardia.
Insomma, al di là delle tante chiacchiere che si fanno nella cosiddetta “Padania”, la realtà è ben diversa.
Chiediamo ancora una volta che venga ripristinata la targa di Peppino Impastato, come segno tangibile che la lotta alle mafie viene collocata in cima all’agenda politica lombarda.
E, soprattutto, devono finire le ambiguità. Chi ha la responsabilità di governo sul territorio lombardo, dunque anche la Lega, produca quei fatti concreti che trancino ogni possibile commistione tra mafie, politica e amministrazione pubblica.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
Con grande stupore abbiamo appreso che in Spagna, nei Paesi Baschi, sono stati arrestati questa mattina sette membri dell’organizzazione basca “Askapena”, tra cui anche Gabi Basañez, che avevamo conosciuto a Milano, il febbraio scorso.
Basañez era in Italia nel quadro di varie iniziative sulla situazione nei Paesi Baschi, tra cui anche la manifestazione milanese del 20 febbraio. Insomma, era qui in forma pubblica e legale, così come, peraltro, è assolutamente pubblica e legale l’organizzazione “Askapena”, che esiste da oltre 20 anni e che si occupa principalmente di far conoscere e sostenere la causa basca a livello internazionale.
Nel nostro breve incontro di febbraio, quando ero ancora in carica come Consigliere regionale della Lombardia, Basañez aveva insistito particolarmente sull’importanza di sostenere il processo di pace e sul fatto che la questione basca potesse e dovesse essere affrontata nel quadro del confronto politico e democratico.
Peraltro, anche gli altri sei arrestati, sono conosciuti bene nei Paesi Baschi perché hanno sempre lavorato sempre alla luce del sole.
Esprimamo la nostra preoccupazione per questi arresti, che avvengono proprio in un momento in cui si intravvedono nuovi spiragli per la ripresa dei negoziati e che sembrano voler riproporre quel metodo, già stigmatizzato anche a livello di Unione Europea, che considera ogni voce indipendentista come contingua a Eta e al terrorismo e dunque da illegalizzare.
Riteniamo essenziale per l’Europa che il popolo basco possa discutere e costruire liberamente e democraticamente il proprio futuro. E questo significa che devono finire sia la violenza armata, che l’illegalizzazione del dissenso.
Per questo ci appelliamo ancora una volta alle istituzioni italiane, locali e nazionali, perché in sede europea diano voce e sostegno al processo di pace.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 18/10/2010, in Politica, linkato 5723 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul n. 182, sett. 2010, del mensile Paneacqua
 
C’era un tempo in cui Milano non era governata dalla destra, anche se i più giovani tra di noi faticano a crederci.
Infatti, il capo ciellino, Roberto Formigoni, entrò nel Pirellone, sede del governo regionale, nell’ormai lontano 1995 e da lì non si sarebbe più mosso. Stessa musica anche a Palazzo Marino, sede dell’amministrazione comunale, occupata ininterrottamente dalle destre sin dal 1993.
È passato tanto di quel tempo che i capi locali della destra usano far finta di essere appena sbarcati da Marte, quando in città esplode un problema. Eppure, comandano da un’eternità. Il leghista Salvini siede in Consiglio comunale da 17 anni, mentre l’ex-neo-post-fascista De Corato fa addirittura il Vicesindaco da 13 anni.
Una longevità e una capacità di estrarre linfa vitale persino dai problemi irrisolti, che la dice lunga sulla solidità dell’egemonia politica, sociale e culturale delle destre, oltreché sullo stato disastrato in cui versa un’opposizione, sempre oscillante tra irrilevanza e subalternità.
Una fotografia impietosa dello stato delle cose ce l’ha fornita un sondaggio pubblicato da La Repubblica il luglio scorso. Il 62,8% ritiene che negli ultimi cinque anni la qualità della vita in città sia peggiorata e soltanto il 20,5% dà un giudizio positivo sull’operato del Sindaco Moratti. Ma, e qui casca l’asino, soltanto il 9,9% valuta positivamente l’operato dell’opposizione. Ovvio, a questo punto, che un plebiscitario 87,5% invocasse un rinnovamento generale della classe dirigente politica.
Insomma, viene in mente la poltiglia di massa, evocata dal Censis, oppure l’incipit di quel corrosivo pamphlet anarchico, L’insurrection qui vient, pubblicato a Parigi nel 2007: “Da ogni punto di vista, il presente è senza via d’uscita. Virtù di non poco conto. Chi si ostina a sperare non trova alcun appiglio, mentre chi propone soluzioni si ritrova puntualmente smentito. Si dà ormai per scontato che le cose possano soltanto peggiorare”.
È l’impasse del presente in salsa meneghina.
Ma torniamo a quel tempo in cui Milano non era ancora governata dalla destra. Sono anni che non rimpiangiamo e che oggi appaiano migliori di quello che erano, soltanto in virtù del grigiore del presente.
Non c’era alcunché di “mitico” negli anni ’80. Era il tempo della Milano da bere, dei fasti e dei sindaci craxiani, del grande riflusso, dell’eroina e delle ristrutturazioni aziendali. Fu allora che iniziò il processo di smantellamento delle grandi industrie nel milanese, come la Breda, l’Innocenti e l’Alfa Romeo, e la liquidazione delle grandi aggregazioni operaie.
In fondo, era semplicemente la coda delle sconfitte dei movimenti e dei sogni del decennio precedente. Il ciclo lungo del dopoguerra si stava chiudendo. Poi arrivò il botto di Tangentopoli e fu il colpo di grazia a un sistema politico esausto e corrotto. In Italia finì il regime Dc-Psi e a Milano si chiuse l’era dei sindaci socialisti.
Le elezioni amministrative del 1993 parlarono chiaro: l’uscita dalla crisi della cosiddetta Prima Repubblica non sarebbe stata a sinistra, bensì a destra.
Fu eletto il leghista Marco Formentini. Poi scese in campo Berlusconi e i successivi sindaci sarebbero stati suoi: Gabriele Albertini (1997-2006) e Letizia Moratti, in carica dal 2006.
Mentre la destra imperava, la città subiva profonde trasformazioni. Certo, sono all’opera forze e processi che sfuggono alla dimensione locale, specie in epoca di capitalismo globalizzato, ma chi comanda per un tempo così lungo delle responsabilità precise ce le ha. Con le sue azioni e il suo discorso pubblico, imprime una direzione di marcia, asseconda alcune tendenze piuttosto che altre e, soprattutto, costruisce narrazioni e linguaggi, impone la chiave di lettura prevalente.
Tuttavia, le destre non sono mai riuscite ad indicare alcun progetto o idea di città, capace di amalgamare, includere o delineare un approdo futuro, a parte la successiva scadenza elettorale. Oggi, la proposta politica per la città si riduce di fatto al binomio mattone & coprifuoco.
In città ci sono cantieri e gru ovunque. Un affare da circa 24 miliardi di euro, tra aree dismesse, Expo e volumetrie regalate dal nuovo Pgt.
Lo sviluppo è affidato al mercato immobiliare, cioè ai pochi che lo dominano. Gli attori istituzionali si sono ritagliati il ruolo di guardiani degli interessi del gruppo di potere di riferimento. La CdO, ad esempio, che spesso fa cartello con le Cooperative, può contare non solo su Formigoni, ma anche sull’assessore comunale all’urbanistica, ciellino pure lui.
Ma a parte il mattone e quei settori dove ci sono affari propri da coltivare, come gli appalti per i servizi pubblici esternalizzati, la sanità o le scuole private, le istituzioni locali si disinteressano all’economia e al lavoro, appellandosi al principio liberista della non ingerenza.
Lo sanno bene i tanti lavoratori delle aziende in crisi, di ogni ramo e tipo, che in questo periodo hanno bussato alle porte delle istituzioni, ottenendo soltanto ammortizzatori sociali o pesci in faccia.
Il Comune di Milano aveva ignorato gli operai dell’Innse quando stavano lottando. Dopo la loro splendida vittoria, gli ha pure negato il riconoscimento. Niente Ambrogino d’Oro, perché “occupare le fabbriche è illegale”.
Se questa è la considerazione per chi era riuscito ad imporre la sua visibilità, figuriamoci gli altri. Sono tanti e tante, dipendenti delle piccole aziende e delle cooperative, precari a vario titolo, costretti al lavoro nero. Sono dispersi, atomizzati e disorganizzati, faticano a riconoscersi tra di loro. Insomma, non esprimono forza, potere e dunque sono invisibili, non esistono.
A Milano non manca il lavoro, manca il lavoro decente. Milano è diventata la capitale della precarietà. La fotografia più recente è quella fornita dalla Camera del Commercio: nel 2009 soltanto il 18,4% dei nuovi contratti di lavoro era a tempo indeterminato, il resto era precario.
Lavoratori e lavoratrici soprattutto giovani, sottopagati, senza tutele e welfare efficaci, esposti a ogni ricatto. E i primi a pagare la crisi. Si affaccia così una nuova povertà giovanile, che va ad aggiungersi a quella di molti anziani e al dramma degli over 50 (o 40) espulsi dalle aziende. Ma a Palazzo Marino pensano ad altro.
Milano è anche terra di immigrazione. Vent’anni fa i residenti stranieri si contavano in qualche decina di migliaia, oggi l’anagrafe ne registra 200mila, il 15% del totale.
E sta arrivando la seconda generazione, cioè i nuovi milanesi. In una città che invecchia, il 21% dei 193mila minori di 18 anni ha cittadinanza straniera. Una multietnicità irreversibile, insomma.
Un’opportunità o un problema? Tanti milanesi pensano che sia un problema e soprattutto lo ripete, incessantemente,  chi governa il territorio.
E così, quel problema impatta con la solitudine urbana, la precarietà diffusa, le nuove povertà, un welfare sempre più magro e impotente. E ora anche con la crisi economica ed occupazionale. Crescono paure, insofferenze e rancori. La guerra tra i poveri è sempre in agguato, mille conflittualità covano.
A questa poltiglia le destre hanno fornito una risposta. Non un sogno o una speranza, né un progetto di coesione sociale, bensì la militarizzazione dei problemi e delle coscienze. L’hanno chiamata sicurezza e porta tanti voti, anche se non risolve mai i problemi, anzi. È l’emergenza continua che si autoalimenta, che costringe ad alzare sempre di più il tiro, a spararla più grossa ancora, perché il meccanismo non si inceppi.
Il bersaglio principale è ovviamente l’immigrato e spesso si sconfina nella xenofobia e nel razzismo, quasi sempre quando si tratta di rom.
Certo, ormai queste cose accadono un po’ dappertutto in Italia, ma è stata Milano a fare da apripista. Sarkozy vi ha scandalizzati? Ebbene, allora ricordate che qui tre anni fa sdoganarono i roghi.
Ma la sicurezza è un discorso generale, non si limita a immigrati, emarginati o “diversi”. Va bene anche per i giovani, per esempio. Nel 2008, mentre qualcuno intascava allegramente mazzette per evitare i controlli alle discoteche della Milano da sniffare, fu varata l’ordinanza che vietava il consumo di lattine di birra in piazza.
L’ultima frontiera, però, dopo l’esercito in strada, è il coprifuoco. L’hanno inventato dopo i fatti di via Padova del febbraio scorso e consiste in chiusure anticipate di negozi e locali. L’hanno esteso anche ad altre due zone della città: la cosiddetta “Chinatown” e il Corvetto.
E, possiamo starne certi, il coprifuoco sarà uno dei piatti forti della campagna elettorale. Insieme al “no alle moschee” e agli sgomberi dei campi rom, ovviamente.
Due decenni di dominio delle destre hanno lasciato il segno a Milano. Ma oggi quel robusto sistema di potere appare anche stanco. Ha perso spinta e vigore, si sentono degli scricchiolii.
I litigi intestini aumentano, il bilancio dell’amministrazione Moratti è fallimentare e, soprattutto, si moltiplicano gli scandali che coinvolgono esponenti della destra cittadina e regionale, compresa l’indagine sulla ‘ndrangheta. Quella che si intravvede è una montagna di letame.
Eppure, sarebbe sciocco pensare che la destra sia al capolinea, perché se loro sono in difficoltà, allo stato lo è ancora di più l’opposizione.
Infatti, l’opposizione ha sofferto fortemente l’egemonia delle destre. Chi si è rifugiato nella replica delle vecchie formule, mentre Milano cambiava, finendo per essere magari nobile, ma politicamente irrilevante. E chi ha stretto patti con il diavolo, in nome del business, o rincorso la sicurezza della destra, finendo culturalmente subalterno e politicamente sconfitto.
La prima sfida che deve vincere l’opposizione è, dunque, quella con se stessa e con i suoi fantasmi. A Milano ci sono le resistenze, energie, idee e pratiche per cambiare, ma sono disperse e hanno bisogno di un centro di gravità.
Il punto non è quanto sia difficile mettere insieme un’alternativa, bensì che questa è necessaria ed urgente. Altrimenti, l’uscita dall’impasse la offriranno di nuovo da destra, stavolta nel segno del coprifuoco.
 
 
Domenica a Milano ci saranno le primarie per decidere chi sarà il candidato sindaco delle opposizioni che sfiderà nella primavera prossima la Moratti, o chi per lei, e tenterà dunque di porre fine a 17 anni di ininterrotto governo cittadino delle destre.
Faccio una premessa: le primarie non mi sono mai piaciute, perché le ho sempre considerate per quello che in realtà sono, cioè un sottoprodotto di quella logica maggioritaria che esclude e che mortifica la partecipazione. So che molti e molte di voi, che capitate su questo blog, la pensate allo stesso modo.
Non ho cambiato opinione, eppure domenica vado a votare alle primarie e con convinzione metterò la mia crocetta per Giuliano Pisapia. E vi chiedo di fare altrettanto.
Perché? Semplice, perché 17 anni sono tanto, troppo tempo, perché hanno ridotto la nostra città a un grigio parco giochi per speculatori edilizi, spacciatori di lavoro precario ed aspiranti vicesceriffi e, infine, perché sono strastufo di trovarmi ogni volta di fronte al dilemma vado a votare turandomi il naso oppure non ci vado e poi ho i sensi di colpa quando vedo De Corato?
Oggi, invece, c’è la possibilità che il candidato sindaco del centrosinistra sia una persona presentabile, che rivendica il suo essere di sinistra. E soprattutto, è una persona che in questi anni ha dimostrato coerenza, non barattando convinzioni e principi sul mercatino della politica politicante. Nemmeno nei tempi più bui della rincorsa meneghina della destra sul terreno del securitarismo e della xenofobia, cioè nella triste e fallimentare era Penati, di cui molti esponenti del Pd sono, ahinoi, tuttora prigionieri, Giuliano Pisapia ha perso la bussola. Anzi, la sua opposizione alla visione carceraria della città è sempre stata pubblica e trasparente.
E poi, c’è il fatto, non indifferente, che non ha mai fatto il palazzinaro, né è mai stato al soldo dei palazzinari, che sono tra le principali calamità di Milano.
Insomma, penso che Pisapia sarebbe un ottimo candidato sindaco del centrosinistra, anzi il migliore che si sia visto in questi 17 anni. E se c’è la possibilità che Giuliano Pisapia possa diventare effettivamente il candidato sindaco, allora, che le primarie piacciano o meno, domenica bisogna andare a votare.
E la possibilità c’è. Ce lo dicono tutti i dati e le proiezioni ad oggi disponibili, che parlano di un testa a testa tra Pisapia e Boeri e di un numero significativo di indecisi. In altre parole, sarà una lotta all’ultimo voto e, quindi, vi chiedo di non far mancare il vostro.
Poi, dopo domenica arriva lunedì, con l’esito del voto e con i bilanci da fare. Comunque vadano le cose, i problemi da risolvere da qui alle elezioni saranno una marea e le difficoltà tante. Ma con Giuliano Pisapia, almeno li potremo affrontare con un sorriso e una speranza in più.
 
Luciano Muhlbauer
 
P.S. a proposito, le urne delle primarie saranno aperte dalle ore 8.00 alle ore 20.00 di domenica 14 novembre e può votare chi è iscritto nelle liste elettorali del Comune di Milano, nonché i 16enni e i cittadini immigrati residenti a Milano. Per sapere esattamente chi vota e come si vota, clicca qui. Per sapere invece dove votare, cioè per sapere qual è il tuo seggio, puoi consultare l’apposito elenco on line, cliccando qui.
 
 
di lucmu (del 15/11/2010, in Politica, linkato 3782 volte)
Giuliano Pisapia ce l’ha fatta, è il candidato sindaco dell’opposizione a Milano. Ha vinto le primarie battendo il candidato del Pd, Boeri, con il 45% dei consensi contro il 40%. Ha vinto contro le indicazioni e la macchina del Pd e nonostante i troppi che gufavano e quelli che “sarebbe bello, ma non ci credo, tanto ha già vinto Boeri”.
È stata una bella vittoria, perché non ha vinto qualche apparato, ma la voglia di non arrendersi, di cambiare, di non voler morire rincorrendo centri e destri o astenendosi.
È stata una bella vittoria perché spariglia le carte, da molte parti, beninteso, e questo non è un male, anzi, perché nell’immobilismo generale a sinistra un po’ di movimento fa sempre bene.
Oggi ci godiamo il risultato, anche perché abbiamo ri-scoperto che si può essere di sinistra e anche vincere.
Domani si ricomincia il difficile cammino, ci saranno mille problemi ed ostacoli, ci sarà la destra scatenata, chi ritenta la carta centrista e chi non riesce proprio a liberarsi dall’autoreferenzialità.
Chissà come andrà a finire, ma oggi abbiamo la possibilità di poter combattere la nostra battaglia. E quindi, combattiamola.
 
Luciano Muhlbauer
 
 
Che le luminarie natalizie in via Padova recassero gli auguri di buone feste in diverse lingue non era certo una notizia, ma che queste siano state rimosse, proprio perché multilingue, invece lo è. Ed è un pessima notizia, perché significa che chi governa Milano ha scelto la strada dell’idiozia.
Infatti, ieri molte associazioni e residenti di via Padova, tra cui anche il sottoscritto, hanno iniziato a scambiarsi messaggi. Quelle luminarie a forma di cuore, basate su un progetto artistico dell’artigiano Claudio Sighieri, che facevano gli auguri nelle diverse lingue che si possono incontrare in via Padova, erano sparite. Erano rimasti soltanto gli auguri in italiano.
Qualcuno ha accusato subito l’assessore Maurizio Cadeo. Noi non sappiamo come siano andate le cose, né se sia lui il ladro di luminarie, ma sappiamo con certezza che è lui l’assessore all’arredo urbano e pertanto competente in materia. E quindi ci rivolgiamo a lui per chiedere, in primo luogo, una spiegazione e, in secondo luogo, il ristabilimento della situazione precedente.
Insomma, che cavolo di segnale si vuole lanciare con questa pulizia linguistica? Chi ha ideato e realizzato questa idiozia non vuole bene a via Padova. Anzi, sembra quasi che la convivenza, alla quale tanti residenti, italiani e stranieri, del quartiere stanno lavorando, dia fastidio e che si vogliano creare a tutti i costi dei conflitti ed evocare delle paure anche dove non ci sono.
A via Padova e alle altre periferie di Milano non servono coprifuochi o stupide guerre linguistiche, bensì attenzione istituzionale, rispetto per i cittadini che vi abitano ed investimenti in servizi. Cioè, tutte quelle cose che in città mancano da tanti anni.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
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