Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
di lucmu (del 03/04/2007, in Sicurezza, linkato 686 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 3 aprile 2007 (pag. Milano)
 
L’iniziativa sulle politiche securitarie, le nuove destre e la xenofobia, promossa sabato scorso alla Stecca degli Artigiani dai Giovani Comunisti lombardi, appariva quasi come un tentativo di articolare una risposta alla sfilata morattiana “per la sicurezza” e alle troppe subalternità delle opposizioni cittadine. E in un certo senso lo era effettivamente, vista la vicinanza temporale, anche se in realtà l’idea era nata molto prima e prendeva le mosse da ben altro, cioè da quanto accaduto a Como un anno fa.
Era il 29 marzo del 2006, quando il diciottenne Rumesh Rajgama Achrige, comasco di origine cingalese, fu raggiunto alla testa da un colpo di arma da fuoco, esploso da distanza ravvicinata da un agente del “nucleo di sicurezza” della Polizia Locale. Rumesh ha miracolosamente sconfitto la morte, ma la sua vita sarà segnata da lesioni permanenti. L’autore dell’”incidente” è tuttora in servizio, seppure con mansioni d’ufficio, mentre il nucleo “di sicurezza” ha subito un semplice maquillage, chiamandosi ora “investigativo”.
E così alla Stecca si è discusso a partire da questo fatto e insieme ai familiari di Carlo Giuliani, Federico Aldovrandi e Dax. Una maniera diversa, ma indubbiamente più realistica e proficua, per affrontare il tema sicurezza. Infatti, come ormai tutti dovrebbero sapere, almeno a sinistra, a Milano non c’è un’emergenza criminalità, essendo il numero di reati stabile o in diminuzione, e sicuramente non mancano le forze di polizia. Anzi, dalle nostre parti, così come sul piano nazionale, vi è il più alto rapporto tra numero di addetti alla pubblica sicurezza e abitanti di tutta l’Unione Europea. Facendo poi la somma tra i funzionari delle varie forze di polizia, della polizia locale, di quella penitenziaria e della agenzie private di sicurezza arriviamo alla esorbitante cifra di 480mila unità in Italia.
E allora, da dove nasce questa benedetta “percezione di insicurezza”, giocata tutta sul piano dell’ordine pubblico e della repressione? Una domanda cruciale, a cui rispondere necessariamente, se non vogliamo essere destinati a rincorrere per un tempo indefinito la demagogia da “tolleranza zero”. A noi pare che si possano individuare almeno due componenti fondamentali, una oggettiva e l’altra indotta.
Ovvero, sulla base materiale costituita dalla diffusione massiccia dell’insicurezza, dell’atomizzazione e della precarietà sociale, come conseguenza della prolungata egemonia delle politiche liberiste e dell’accentuazione delle disuguaglianze, viene innestato un discorso politico che convoglia i disagi e le paure verso il tema dell’ordine pubblico. E qui il parallelismo con la crescita dei fenomeni xenofobi salta agli occhi, poiché chi governa lo smantellamento dello stato sociale e dell’universalità dei diritti è il medesimo che indica incessantemente nel migrante il responsabile dei bisogni non soddisfatti del cittadino autoctono.
È quindi indubbio che la critica del securitarismo necessita della critica del modello di società esistente, cioè della ricostruzione di un’idea –e di una pratica- alternativa di città e di società. Ma occorre altresì trovare l’intelligenza e il coraggio per contrastare l’effetto collaterale dell’egemonia del discorso securitario, cioè la legittimazione sociale e politica di quelle tendenze all’abuso della forza e alle pratiche devianti presenti nelle forze dell’ordine. E forse, partire dalla questione della militarizzazione dell’ex-vigilanza urbana, incentivata dalla legge regionale n.4/2003, uscendo finalmente dall’assordante silenzio bipartisan, può essere il punto di partenza.
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di lucmu (del 26/03/2007, in Regione, linkato 868 volte)
Oggi, in Commissione II “Affari Istituzionali” la maggioranza di centrodestra ha approvato, con il voto contrario di Rifondazione Comunista, l’astensione dell’Ulivo e il voto favorevole dell’Italia dei Valori, la risoluzione che chiede più autonomia per la Regione Lombardia, ai sensi dell’articolo 116 della Costituzione.  Settimana prossima, il documento approderà in Consiglio.
La risoluzione approvata oggi dalla Commissione II ripropone sotto mentite spoglie la devolution, già bocciata dal referendum di un anno fa. Vi troviamo, infatti, un’amplissima gamma di richieste di autonomia e poteri speciali in materie come la tutela dell’ambiente, i beni culturali, i giudici di pace, il sistema sanitario, la RAI, la protezione civile, la promozione di fondi pensionistici integrativi regionali, le grandi opere infrastrutturali, la ricerca scientifica, la cooperazione transfrontaliera e l’offerta formativa delle università. Nella lista manca soltanto l’istruzione, ma tanto quella verrà affrontata nelle prossime settimane dalla Commissione VII, in base al progetto di legge, dall’evidente carattere anticostituzionale e liquidatorio della scuola pubblica, licenziato dalla giunta regionale il 21 marzo scorso.
Non ci sorprende Che l’asse Formigoni-Lega riproponga oggi la devolution, poiché questo venne annunciato già all’indomani del referendum costituzionale. Quello che invece ci stupisce è la benevola astensione da parte dell’Ulivo, evidentemente ancora prigioniero della larga intesa, tra centrodestra e Ds-Margherita, realizzatasi nel luglio dell’anno scorso.
Riteniamo che sia pericoloso e autolesionista non opporsi con decisione alla devolution di Formigoni e che sia un grave errore voler sacrificare l’Unione lombarda sull’altare del nascituro Partito Democratico.
 
comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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di lucmu (del 23/03/2007, in Sicurezza, linkato 718 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 23 marzo 2007 (pag. Milano)
 
“La sicurezza dei cittadini viene prima di ogni cosa, soprattutto prima dei cittadini stessi”; così esclama il protagonista di un racconto di Pepetela. Non c’è forse frase più calzante per iniziare a parlare di quello che accadrà lunedì prossimo a Milano. Una manifestazione “per la sicurezza” promossa dal sindaco Moratti, cioè da colei che in un anno di amministrazione ha collezionato una serie impressionante di insuccessi, e dal centrodestra, cioè da coloro che governano Milano da oltre 15 anni.
In fondo, di fronte alla crescente sensazione di insicurezza dei cittadini e delle cittadine, in presenza però di un numero di reati stabile, cosa c’è di meglio che fare allegramente finta di niente rispetto ai propri fallimenti, rilanciando ancora una volta il securitarismo, per cui l’unico problema di Milano sarebbe la quantità di poliziotti e di videocamere di sorveglianza?
Ben altre sono le ragioni vere del degrado urbano che fa sì che oggi molti milanesi vivano la loro città come un avversario, con il quale combattere dalla mattina alla sera. Il welfare e i servizi sociali sono stati ridotti all’osso e i quartieri popolari sono stati consegnati all’abbandono, anticamera del degrado. Per i giovani c’è la prospettiva della precarietà del lavoro e della vita e per gli anziani la certezza della solitudine. La composizione sociale e culturale della città è cambiata fortemente con il fenomeno migratorio, eppure non c’è traccia di politiche di inclusione, ma soltanto una martellante campagna di inciviltà tesa ad individuare nel “diverso” e nello “straniero” l’untore, il pericolo, il concorrente per l’accesso ai beni e ai diritti. Opera docet, così come l’insensata e razzista legge regionale per la chiusura dei phone center che proprio oggi entra in vigore.
Viviamo in una città divisa, tra i molti, nativi e migranti, che subiscono il calvario del tirare a fine mese e i pochi che concentrano gran parte delle ricchezze. Ai primi gli amministratori cittadini concedono alternativamente arroganza o demagogia, mentre ai secondi si dedica attenzione e cura meticolosa. E così succede che il nuovo piano di governo del territorio –ex piano regolatore- del centrodestra contenga un gigantesco regalo per la speculazione edilizia, mentre i 150 profughi eritrei ed etiopi di Viale Forlanini dovranno continuare a vivere tra i topi nel più totale menefreghismo istituzionale.
Bene hanno fatto i comitati di quartiere e inquilini non legati al centrodestra a promuovere un’altra manifestazione per il 26 marzo. Certo, la piattaforma ufficiale rispecchia le troppe debolezze e subalternità dell’opposizione politica e sociale milanese, ma intanto qualcuno ha trovato l’intelligenza di dire no all’ipocrisia dei vari Moratti e De Corato. Sarà poco, ma di questi tempi è cosa preziosa. Ecco perché riteniamo sia giusto e doveroso essere in piazza insieme a loro, per dire che il problema di Milano sono i due decenni di governo delle destre e per iniziare a ricostruire un’opposizione degna di questo nome, che possa mettere in campo un’altra e opposta idea di città, una città per tutti e tutte, una città che metta al centro le periferie e i diritti delle persone.

E faremmo bene a preparare il lunedì, partecipando alla manifestazione dei phone center di sabato, prima che qualche solerte amministratore pensi di accontentare gli xenofobi della Lega, avviando davvero la chiusura massiccia di quei luoghi, “colpevoli” unicamente di essere frequentati da migranti. In nome della sicurezza, ovviamente

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Il gruppo consiliare regionale di Rifondazione Comunista aderisce e sarà presente alla manifestazione convocata per domani a Milano dal “Comitato promotore contro la legge regionale n.6”.
Non avevamo votato la legge regionale n. 6/2006 un anno fa, perché la ritenevamo una legge speciale, per alcuni aspetti di dubbia legittimità costituzionale, orientata non tanto a regolamentare un settore commerciale, ma piuttosto a provocare la chiusura massiccia dei phone center. Peraltro, il dibattito politico e istituzionale era nato sotto la spinta della Lega Nord e di An, i quali sostenevano la necessità di una legge ad hoc perché individuavano nei phone center un “ luogo di aggregazione di immigrati ” e quindi di per sé meritevole di controlli e norme particolari.
Un anno dopo, le nostre obiezioni e posizioni hanno trovato conferma nella realtà. La legge regionale è semplicemente inapplicabile, se non al prezzo dell’eliminazione forzosa di un intero settore commerciale e con esso di un prezioso servizio per i lavoratori immigrati presenti nella nostra regione. Infatti, non soltanto il 90% dei quasi 2.700 phone center risultano non in regola con la nuova norma restrittiva, ma anche l’85% dei Comuni lombardi, compresa Milano, non ha adempiuto agli obblighi imposti dalla legge regionale. Lo stesso TAR della Lombardia, sezione di Brescia, accogliendo un ricorso dei gestori di phone center, ha sollevato dubbi di legittimità costituzionale.
Di fronte a questa situazione, Rifondazione Comunista e tutta l’Unione avevano chiesto in Consiglio regionale il rinvio di un anno dell’entrata in vigore della legge, al fine di evitare il precipitare della situazione e di poter riesaminare con serenità il merito della legge, di concerto con gli enti locali e le associazioni di categoria. Una proposta di buon senso e di buon governo, ma ciononostante respinta dalla maggioranza formigoniana sotto il ricatto leghista.
Infine è stata gettata la maschera. Non si trattava e non si tratta di regolamentare un’attività commerciale, bensì di muovere guerra a dei luoghi, “colpevoli” di essere gestiti e frequentati anzitutto da cittadini immigrati. Un provvedimento insensato, immorale e intriso di demagogia razzista, che assesta un nuovo colpo alla convivenza nella regione che da sola concentra un quarto dell’immigrazione nazionale.
I consiglieri regionali di Rifondazione sostengono tutte le opposizioni alla legge xenofoba sui phone center e per questo domani saranno al fianco dei manifestanti. E rinnoviamo il nostro appello al buon senso e alla ragionevolezza, in primis al Comune di Milano, perché le istituzioni non si arrendano al razzismo della Lega Nord.
 
comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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di lucmu (del 22/03/2007, in Migranti&Razzismo, linkato 670 volte)
Stanno arrivando le prime segnalazioni di chiusure forzate di phone center in base alla legge regionale entrata in vigore oggi. Per ora si tratta di notizie frammentarie provenienti da fuori Milano. Ma cresce la preoccupazione anche in città, dove si trovano quasi 700 centri di telefonia fissa, poiché le dichiarazioni provenienti dal Comando della Polizia locale e dall’Assessore alle attività produttive di Milano, Maiolo, non fanno purtroppo sperare in bene.
Chiediamo ancora una volta un semplice atto di buon senso e buon governo. È inutile, e anche un po’ ipocrita, invocare il rispetto della legalità, quando il primo a non rispettare la legge regionale in questione è stato il Comune di Milano, insieme al restante 85% dei comuni lombardi.
Infatti, l’articolo 7 della legge regionale 6/2006 ha imposto ai Comuni di realizzare atti di governo del territorio al fine di individuare le aree dove i phone center possono essere aperti. In assenza di tali provvedimenti è vietata non solo l’apertura di nuovi centri, ma anche la rilocalizzazione di quelli esistenti. In altre parole, un phone center milanese che nell’ultimo anno avesse voluto adeguarsi alle norme restrittive delle legge e che per fare questo avesse dovuto spostarsi in una nuova sede, semplicemente non poteva farlo a causa delle inadempienze del Comune. E non si tratta di casi isolati, visto che il rispetto della normativa regionale comporta spesso l’impossibilità di mettersi in regola negli spazi attualmente occupati.
Prima di chiedere agli altri di adeguarsi alla legge, la pubblica amministrazione dovrebbe fare il primo passo, soprattutto quando le proprie inadempienze non vengono pagate in prima persona, ma da altri. Insomma, un Comune non rispetta la legge e a pagare il conto è il phone center che viene chiuso! C’è qualcosa di profondamente immorale in tutto questo.
Le intemperanze xenofobe di Salvini, in cerca di pubblicità in vista del 26 marzo, le comprendiamo, anche se le riteniamo aberranti. Ma auspichiamo vivamente che il sindaco Moratti e l’assessore Maiolo non vogliano seguire la sua strada e che si adoperino per  fermare questo gioco al massacro, mettendo in campo la politica, il buon senso e la ragionevolezza.
 
comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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di lucmu (del 19/03/2007, in Diritti, linkato 1080 volte)
L’invito esplicito di “garrotare” i cittadini e le cittadine gay, lanciato dalle pagine de il Giornale dall’assessore regionale di An, Prosperini, equivale a una vera e propria istigazione a delinquere. Nel nostro Paese avanza una preoccupante campagna omofoba e ritornano dal passato concetti aberranti, come quelli che identificano nell’omosessualità una malattia da curare. Una campagna scatenata consapevolmente dalle Destre e che, in questi ultimi anni, ha favorito un clima di intolleranza, sfociato persino in aggressioni fisiche.
L’assessore regionale, Prosperini, non è nuovo a uscite del genere. Per chi vive e fa politica in Lombardia, ahinoi, è una triste abitudine sentire parole di incitamento all’odio da parte sua, ma non solo. Perché Prosperini non è l’unico componente della Giunta Formigoni a inondare televisioni locali e carta stampata con frasi degne di un gerarca del Ventennio.
Conosciamo bene la differenza tra le parole e i fatti e difendiamo fino in fondo la libertà di esprimere le proprie opinioni. Tuttavia, sarebbe un errore imperdonabile non rendersi conto che la continua e prolungata legittimazione del razzismo, dell’omofobia e dell’intolleranza da parte di importanti esponenti istituzionali produce guasti profondi nel corpo sociale della nostra regione.
Le parole di Prosperini sono inconciliabili con l’importante posizione istituzionale che egli occupa e pertanto chiediamo, insieme a tutta l’Unione, le sue immediate dimissioni. Non è ulteriormente tollerabile che il Presidente Formigoni faccia lo struzzo. E riteniamo sia giunto il momento che si assuma le proprie responsabilità, rimettendo la Giunta su un binario compatibile con i valori della democrazia e della civiltà.
 
dichiarazione congiunta di Luciano Muhlbauer, Mario Agostinelli e Osvaldo Squassina (Prc)
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Oggi a Milano si è tenuta la prima udienza del processo contro 28 persone per i fatti legati alla Mayday Parade del 2004, con il rinvio però di tutto al 17 luglio prossimo. Il Comune di Milano, come anticipato dal vicesindaco De Corato, ha annunciato formalmente di volersi costituire parte civile.
Esprimiamo la nostra preoccupazione per un impianto accusatorio che sembra voler mettere sotto processo l’intera MayDayParade, cioè quella iniziativa di mobilitazione che da anni porta nelle strade milanesi decine di migliaia di precari.
Infatti, la pubblica accusa ha operato un assemblaggio arbitrario di fatti diversi e distanti tra di loro, dai danneggiamenti alle semplici scritte sui muri, fino ai presidi di protesta davanti ad alcuni supermercati che non rispettavano la giornata di chiusura del Primo Maggio. Ma l’oscar va sicuramente alla riesumazione del Regio decreto n. 773 del 1931, con il quale sindacalisti e attivisti vengono accusati di aver distribuito “scritti e disegni nelle forme di volantini e striscioni reclamizzanti l’iniziativa ‘MayDayParade’ contrari agli ordinamenti politici, sociali od economici costituiti nello Stato”. Cioè, sono sotto processo perché pubblicizzavano una manifestazione, peraltro regolarmente autorizzata.
Un’occasione troppo ghiotta per il vicesindaco De Corato, dedito da anni alla sua guerra privata contro chiunque in città non la pensi come lui, che infatti ha imposto la costituzione in parte civile del comune di Milano. L’obiettivo politico, più volte dichiarato, è quello di limitare la libertà di manifestazione.
Sarà ovviamente il giudice a occuparsi degli aspetti processuali, ma dalla politica deve arrivare un deciso segnale di contrasto dell’ennesimo teorema politico. In una città dove da anni oltre il 70% delle nuove assunzioni ha carattere atipico, ci aspettiamo che un vicesindaco si occupi della piaga della precarietà e non della criminalizzazione dei precari che manifestano, delle condizioni di lavoro e di vita dei giovani milanesi e non delle sue guerre private.
 
comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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di lucmu (del 15/03/2007, in Migranti&Razzismo, linkato 783 volte)
C’è davvero da chiedersi dove arriveremo di questo passo. L’Assessore regionale al Territorio, Boni, sembra essersi ormai completamente dimenticato delle sue funzioni e responsabilità istituzionali, per dedicarsi a tempo pieno alla campagna politica della Lega contro gli immigrati.
Infatti, l’emendamento alla legge regionale sul governo del territorio (l.r. n.12), annunciato oggi alla stampa, ma non ancora alla competente commissione consiliare, ha il palese e unico obiettivo di impedire ai cittadini di fede islamica di poter esercitare la libertà di culto. Anzi, cerca in maniera particolare di impedire la costruzione di un nuovo centro culturale in via Padova a Milano e lo spostamento della moschea di viale Jenner, che da anni tenta di trasferirsi in luogo più idoneo, senza però riuscirci a causa del veto degli amministratori milanesi.
Già un anno fa, in occasione di un’altra modifica della legge 12, l’assessore Boni aveva imposto una prima norma contro i luoghi di culto. Quella modifica e l’odierno emendamento sono palesemente illegittimi, in quanto violano i principi costituzionali in materia di libertà religiosa. E sono stati sempre l’assessore Boni e la Lega Nord a guidare la crociata per la chiusura massiccia dei phone center, che ha portato alla poco edificante seduta del Consiglio regionale di martedì scorso.
Evidentemente, la Lega Nord, in forte crisi di consenso nelle aree metropolitane, sta cercando di risalire la china, caratterizzandosi sempre di più come forza xenofoba. Una sorta di lepenismo in salsa padana, insomma. Tutto ciò è preoccupante in sé, ma diventa ancora più inaccettabile se la campagna di inciviltà e di odio viene condotta abusando con regolarità delle istituzioni e delle leggi.
Facciamo ancora una volta appello alla coscienza democratica e civile delle forze moderate del centrodestra lombardo perché pongano fine a questo scempio, che ormai sta superando ogni limite. Boni scelga se fare l’assessore o il Le Pen padano. Tutte e due le cose insieme non sono possibili.
 
comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
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Rifondazione Comunista, insieme a tutta l’Unione, aveva chiesto a Regione Lombardia di prorogare l’entrata in vigore della legge regionale sui phone center, prevista per il 22 marzo prossimo. Era una proposta di buon senso e di buon governo, ma la maggioranza di centrodestra si è compattata attorno all’estremismo xenofobo della Lega Nord, respingendo ogni ipotesi di proroga in sede di IV Commissione consiliare, nella giornata di ieri.
E’ di poche ore fa, invece, la notizia che il TAR di Brescia ha accolto il ricorso di un gestore di phone center, al quale era stata imposta la chiusura in base alla legge regionale. Secondo il tribunale, infatti, ci sono dubbi di legittimità costituzionale ‘nella parte in cui regola in modo dettagliato l'attività in questione imponendo ai centri... già operanti l'onere di adeguamento delle strutture in un termine non ulteriormente prorogabile’.
Questa sentenza dà ragione a quanti, noi compresi, da tempo sostengono che la legge regionale impone delle norme speciali e discriminatorie a un settore commerciale, soltanto perché gestito e frequentato prevalentemente da cittadini immigrati. Chiediamo dunque ancora una volta che la parte moderata del centrodestra regionale torni alla ragione, sottraendosi al ricatto dei razzisti della Lega Nord, il cui unico obiettivo è la chiusura massiccia dei phone center lombardi.
Martedì 13 marzo il Consiglio regionale affronterà definitivamente la questione della richiesta di proroga. C’è ancora tempo per modificare l’insana decisione presa ieri in Commissione. Noi ci impegneremo in tal senso, ma se il centrodestra lombardo dovesse confermarsi ostaggio della Lega, allora saremo pronti a sostenere tutti i ricorsi contro una normativa illegittima e discriminatoria.
 
comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
qui sotto puoi scaricare la sentenza del TAR sezione di Brescia

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di lucmu (del 09/03/2007, in Scuola e formazione, linkato 690 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 9 marzo 2007 (pag. Milano)
 
L’analisi dei dati relativi all’erogazione dei 43 milioni di euro del cosiddetto “buono scuola” per l’anno scolastico 2005/2006 riconferma per il quinto anno consecutivo l’esistenza di un vero e proprio scandalo. Infatti, il 99% degli studenti destinatari del “buono” frequentano la scuola privata e il 63% delle famiglie beneficiarie dispongono di un reddito dichiarato che si colloca nella fascia tra 35 e 180mila euro.
Il buono scuola è un sussidio regionale, introdotto dalla giunta Formigoni nel 2001, che viene erogato alle famiglie che ne facciano richiesta a copertura parziale (25% o 50%) delle rette scolastiche. Formalmente è accessibile a tutte le famiglie del milione di studenti lombardi, ma di fatto i requisiti ne escludono il 90%, cioè i ragazzi che frequentano la scuola pubblica. Ufficialmente il buono serve per consentire la “libertà di scelta” tra scuola pubblica e privata a quelle famiglie che per condizione economica non potrebbero esercitarla, ma in realtà la maggior parte dei fondi finisce in mano a famiglie per nulla bisognose. E così, grazie anche all’uso di un indicatore Isee molto sui generis, che non considera nemmeno la situazione patrimoniale, succede che persone residenti in costosissime vie milanesi, come via Della Spiga o Galleria San Babila, possano tranquillamente ottenere un contributo regionale.
In altre parole, mentre per il diritto allo studio di tutti gli studenti lombardi sono stati spesi appena 7 milioni, ben 43 milioni di euro di sussidi, pagati dal contribuente, sono invece piovuti sulle scuole private e su famiglie benestanti. Complimenti Presidente Formigoni, lo Sceriffo di Nottingham non avrebbe potuto fare di meglio!
Rifondazione Comunista chiede, ancora una volta, che venga posto fine a questo scandaloso e immorale drenaggio di denaro pubblico a favore di una vera e propria clientela elettorale. Le ingenti risorse del “buono scuola”, 192 milioni di euro in cinque anni, andrebbero piuttosto indirizzate verso quelle famiglie lombarde, davvero bisognose di un sostegno, che faticano a sostenere i costi dell’istruzione, a partire dal caro-libri, e verso il contrasto del fenomeno dell’abbandono scolastico.
 
qui sotto puoi scaricare l’analisi del Gruppo regionale del Prc

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